ANTONIO CRETELLA |
I giovani Holden

Considerazione a latere del voto giovanile al referendum: dai dati emersi dalla distribuzione dei voti per fasce d’età, in cui gli elettori più giovani si sono espressi a maggioranza schiacciante per il No, non solo si comprende la premura del governo nell’impedire il voto ai fuorisede (un bacino di almeno 500 mila voti verosimilmente in schierati per il No), ma anche la solerzia del MIM di mandare avanti riforme depauperanti della scuola. I tagli fatti con l’accetta a materie fondamentali come Italiano e Geografia in favore di un ammaestramento mansionario al lavoro nella pasticciata e contraddittoria riforma degli istituti tecnici, a cui si aggiungono la scelleratezza dei licei quadriennali, e le quantomeno discutibili nuove indicazioni nazionali, hanno chiaramente l’obiettivo di rendere difficoltosa, se non impossibile, l’educazione come cittadini di una generazione che sfugge al controllo ipnotico televisivo che ancora funziona su una fascia di anziani dai deboli mezzi di comprensione della realtà, una generazione su cui si scarica il peso più ingente dell’incertezza del futuro e della mancanza di prospettiva. Quasi ironico che per quattro anni Valditara abbia puntato sull’Educazione Civica a scuola nel tentativo di trasformarla in un’impartizione di ordine e disciplina: evidentemente è stata studiata talmente bene che una volta appreso il valore della Costituzione, i ragazzi non hanno voluto rinunciarvi per nessun motivo.
Lo zero assoluto della scrittura: la letteratura nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale in una prospettiva barthesiana
Il grado zero della scrittura è un saggio del semiologo Roland Barthes sull’evoluzione della letteratura e del ruolo dello scrittore nella società secondo una prospettiva strutturalista. Saggio dal taglio radicale e polemico, deve il suo titolo alla condizione in cui versa secondo Barthes la letteratura moderna, in particolare quella francese di cui si occupa, ma in prospettiva più ampia anche quella europea, una condizione in cui alla comunicazione orizzontale tra scrittore e pubblico, che avviene all’interno di una struttura storica ben determinata, tale che ogni atto di scrittura è sempre una scelta politica e sociale dell’autore, si sostituisce una comunicazione verticale, corrispondente ad esempio al Simbolismo francese o all’Ermetismo italiano, ma anche alla deflagrazione del Futurismo, in cui in particolare la poesia ha avuto un ruolo demistificatorio della parola che da un lato ha denunciato se stessa e distrutto l’artificiosità delle costruzioni letterarie, ma ha anche reso tortuosa se non impossibile la ricostruzione di una forma pseudonaturale di comunicazione letteraria che non apparisse paradossalmente irrimediabilmente innaturale. È il grande dolore che affligge Montale in Non chiederci la parola, in cui la poesia impotente dichiara la sua incapacità di comunicare, o della pura astrazione visiva del cinema di Antonioni.
Cosa resta dopo questo ground zero? Una lenta ricostruzione di consapevolezza in cui la scrittura decide di esporre la forma, come quegli orologi trasparenti che mostrano i meccanismi interni: è la scrittura di Queneau, di Perec, o di Calvino in Italia, del teatro nel teatro di Pirandello in cui la forma emerge come elemento strutturale e narrativo insieme. Come si colloca in questo quadro la scrittura affidata all’Intelligenza Artificiale? Se Barthes riteneva che la scrittura neutra di Camus, che aveva eliminato ogni legame con la storia e si disinteressava del pubblico, era il grado zero della scrittura, i prodotti dell’AI, collettori di quantità enormi di dati stilistici e concettuali ricombinati secondo schemi probabilistici dei prompt, su cui l’agente umano non ha pieno controllo, costituiscono forse lo zero assoluto della scrittura: non abdicazione, non distruzione, ma simulazione della forma, in tutta la sua artificiosità combinatoria, solo in minima parte nobilitata dall’intenzione comunicativa dell’agente umano. È possibile darvi un senso, come aveva fatto Duchamps per l’arte dando dignità al ready made, oggetti non prodotti dall’artista ma resi opera della sua pura “volontà espositiva”? Credo, onestamente, di no: un simile approccio che già nell’arte perde di significato nella sua replicazione pedissequa, può valere per un singolo, provocatorio atto letterario che denuncia se stesso, non per uno scrittore ridotto, nella totale inversione della forma, a correttore di bozze di un algoritmo.




