MATTEO BRIGHENTI | Cercare. È il nostro atto costitutivo. L’azione e il modo di noi esseri umani è passare la vita a cercare. Qualcunə, qualcosa o di fare qualcosa. La spinta, la convinzione ultima, è poterci riuscire. Per questo, la cerca, con il tempo, diventa ri-cerca. Perché la replichiamo più e più volte. Il risultato, però, alla fine è sempre uguale: cercare non afferma altro che sé stesso. Del resto, andare attorno, quasi in cerchio, è il suo senso profondo, la radice del suo significato.
È scritto nelle cose: possiamo soltanto tornare al punto di partenza. Pensare di riuscire ad andare oltre è un inganno. Ossia, un fallimento. Alessandro Averone per Knuk Company, con Quattro Quarti, lo rintraccia e segue in quattro testi brevi di Samuel Beckett; Giulio Santolini lo sperimenta in prima persona nel suo Kamikaze. Spero vada meglio dell’ultima volta. Due spettacoli al Teatro Cantiere Florida di Firenze – l’uno un rompicapo rivelatorio, l’altro un esilarante delirio organizzato – presentati nell’attento e denso cartellone della XIII edizione di Materia Prima Festival a cura di Murmuris.

Quattro Quarti. Foto di Leonardo Bocci per Materia Prima Festival 2026

Girare a vuoto, dunque, sottende la nostra esistenza, fino a renderla assurda, ridicola, per non dire inutile. C’è un tappeto di piume a ricoprire il palcoscenico della prima assoluta di Quattro Quarti. Antonio Tintis ripete il suo ennesimo volo a terra. Viene attirato dietro le quinte da un fischio e, puntualmente, ricacciato in scena. Rotola, si rialza, si risistema, e ricomincia daccapo. Atto senza parole è il primo movimento o, meglio, il primo battito beckettiano che Averone usa per comporre la battuta musicale del nostro “mestiere di sopravvivere” nel tempo più comune che conosciamo: il quattro quarti. È un richiamo a vederci riflessi come in un puzzle da ricomporre, dentro un dispositivo che interagisce con la scena ma non è fino in fondo di aiuto.
Le cose che accadono, e che servono, scendono dall’alto, ma la salvezza si ferma sempre a un niente appena dalla possibilità di raggiungerla. È tutto inutile ciò che vogliamo o, meglio, ciò di cui abbiamo bisogno, come un po’ d’acqua sotto un sole cocente, non lo riusciamo a ottenere. Siamo parte di un loop costruito da un qualche dio aguzzino. Nel circuito di questo gioco vizioso l’unica cosa che ci appartiene davvero è la stanchezza che accumuliamo di volta in volta.

Foto di Leonardo Bocci per Materia Prima Festival 2026

Da un simile aldilà, ci ritroviamo in un aldiquà, in un luogo che non è casa del nostro “riflesso” sulla scena. Tintis è sul fondo, di spalle, affacciato a una grande finestra, indeciso se porre termine o meno alla sua esistenza. Altre due figure, invece, sono in proscenio, ognuna seduta alla propria scrivania: Marco Quaglia e Mauro Santopietro vagliano ricordi, testimonianze, confidenze, soppesano come strampalati burocrati i pro e i contro di quell’atteso gesto estremo. Con Teatro Due, secondo battito beckettiano, è come se Alessandro Averone intendesse riavvolgere il nastro di Quattro Quarti, spiegando, così, le premesse di Atto senza parole. Oppure, parimenti, indicarne la copia sensibile, considerando lo spaccato precedente al pari di un’idea platonica.
L’avvenire è nero, il percorso è incerto. Antonio Tintis ha cominciato e continuerà in silenzio. Magari, adesso, c’è un sorriso sul suo viso, ma non lo vediamo: la luce che può fare un cerino nel buio in cui sono immersi è poca, troppo poca. È labile, flebile, e lascia anche noi davanti a quella finestra. Esitiamo, non ci decidiamo ad allontanarci, né a buttarci di sotto. La nostra condizione è l’immobilità, al punto che in Catastrophe, terzo battito beckettiano dello spettacolo, quell’individuo in scena – cioè ancora noi – viene reificato in una specie di opera d’arte, soggetto-oggetto di un’installazione vivente che un regista-artista, Gabriele Sabatini, e la sua assistente Alessia Giangiuliani, dispongono affinché rappresenti la “catastrofe” del titolo.

Foto di Leonardo Bocci per Materia Prima Festival 2026

Le mani sono giunte in preghiera, la testa è abbassata, altrimenti si nota «una traccia di volto». Tale viva figura muta è il “convitato di pietra” del quarto e finale battito di Quattro Quarti, con cui Averone scandisce il segreto delle sagome di Beckett. Sanno qualcosa che noi non accettiamo. Vogliono dircelo, ci provano e riprovano, ma poi si fermano, perché, comunque, abbiamo scelto di vivere, prima che capire.
Giangiuliani rientra e incide il dettato di Non io su un magnetofono, aggiungendo la sua voce all’esito sul piedistallo della loro “opera”. È l’inno che lei rende alle parole che incontrano le labbra, la bocca, e si ripercuotono sul resto del corpo, ben visibile in scena, a differenza di quanto indicato dall’autore nel testo. Nel rettangolo che lo incornicia lassù, facendolo assomigliare a un’immagine evanescente impressa su uno schermo dei nostri cellulari, Tintis passa attraverso minime variazioni di posa. Si riconosce pure L’urlo di Edvard Munch. Forse, l’unica via che ha – abbiamo – per sottrarsi a tutto questo è infrangere lo specchio: urlare che il meccanismo è truccato, che rinunciare è vivere, non fallire. E poi, agire come uno spettatore: restare a guardare l’effetto che fa.

Foto di Leonardo Bocci per Materia Prima Festival 2026

Proprio il pubblico è l’obiettivo decisivo per Giulio Santolini. Più precisamente: è il suo bersaglio. Ovvero, il segno su cui calibra la mira della sua presenza sul palco per aggiustarne l’impatto. Colpo che, una volta assestato, trasforma lə spettatorə nello stesso oggetto preso di mira: Kamikaze. Spero vada meglio dell’ultima volta non è solamente un titolo: è un programma di intenti. È sia didascalia sia sferzante autoironia. Perché il kamikaze è lui e l’“aereo” è lo spettacolo stesso. D’altronde, la sua poetica si fonda sul coinvolgimento calibrato del pubblico per destrutturarne la funzione di fronte a un evento dal vivo. Perciò, s’interroga costantemente sul senso di comunità teatrale e sul confine, se esiste, fra cultura alta e bassa, tra arte e intrattenimento.
In realtà, a pensarci bene, lo spettacolo è più precisamente il “volo” del kamikaze Santolini. Indica la circostanza, lo spazio e la distanza da colmare per arrivare all’appuntamento con lo schianto, seguendo coordinate condivise con la dramaturg Lorenza Guerrini. L’aereo, invece, sono i racconti, gli aneddoti, i ricordi, che scrivono nella voce e nel corpo narrante del performer il tracciato di una rotta che va dal passato al futuro, avanti e indietro negli incontri e nelle opportunità, tra rallentamenti e accelerazioni, ripensamenti e conferme. Senza rete, e a sprezzo della sua vita, che in scena vuol dire della sua credibilità.

Kamikaze. Foto di Leonardo Bocci per Materia Prima Festival 2026

Ebbene, con la complicità di Daniele Boccardi (anche sound e light designer live) e al Cantiere Florida pure di un interprete della Lingua dei Segni Italiana, Kamikaze prevede la successione di tre performance tra danza, mimo e stand-up comedy. Sono figurazioni lampo attraverso cui Santolini interpreta, rielabora e poi ci scaglia contro altrettanti fallimenti che gli sono accaduti più o meno realmente. Tre momenti compresi tra un prologo e un epilogo. Il tempo, stavolta, si direbbe allora essere il cinque quarti. Un tempo irregolare, “dispari”, che restituisce appieno quella sensazione di sospensione, instabilità e anche inquietudine che precede l’avvicinarsi di ogni obiettivo.
È vero, il bersaglio è la platea, ma il contraccolpo è tutto di Giulio Santolini. Il dispositivo, infatti, riconosce al pubblico, secondo la destrutturazione di cui sopra, un ulteriore ruolo: quello di giuria. Dopo ogni atto performativo glɜ spettatorɜ posso esprimere un voto, emettendo esclamazioni di consenso o dissenso. Il voto viene raccolto e comunicato da unə appositə commissariə sceltə tra loro di sera in sera. Se l’esito è positivo, Santolini ha un premio, se è negativo, ha una punizione. Il pubblico accetta di buon grado di giocare apertamente ciò che di solito tiene per sé, la parte giudicante. È voluto venire a teatro, stasera: nel patto che ha stipulato entrando in sala c’è la sospensione dell’incredulità a beneficio del lasciarsi guidare in tutto e per tutto dal palcoscenico.

Foto di Leonardo Bocci per Materia Prima Festival 2026

Di fatto, comunque, i premi assomigliano molto a punizioni (e viceversa, presumibilmente). In pratica Kamikaze ci sta dicendo che o non siamo in grado di esprimere un giudizio davvero fondato o che, piuttosto, la nostra opinione non ha il diritto di stabilire cosa è fallimento e cosa non lo è. Per farlo, Santolini chiama in causa Tristano Martellini, l’inventore della maschera di Arlecchino, il filosofo Emil Cioran, la filosofa Simone Weil, e anche gli alieni, dentro un congegno scenico che gli scappa di mano, quando non gli si ribella addirittura contro. È la prova provata della distanza tra ciò che ti aspetti e ciò che poi succede, come tra le prove e lo spettacolo, e che scatena una concatenazione di soluzioni irresistibili che non sveliamo, per non guastare la festa di chi (ci auguriamo in tantɜ) deciderà di prendere parte a questa giostra di metodica follia.
In definitiva, la ricerca del fallimento è raggiungere il fondo, per finirla con il naturale girare a vuoto. In pieno stile Kamikaze, l’illuminazione ti sorprende non al primo ma al secondo finale. Il pubblico valuta l’azione stessa, l’agire, il fare. «Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio» è l’invito di Beckett nella novella Peggio tutta. Vola alto, aggiunge Santolini, talmente alto nei cieli dell’assurdo, da portare glɜ altrɜ a domandarsi cosa diavolo stiano vedendo, e perché. Magari, una buona volta, il giudizio lo rivolgeranno verso sé stessɜ. E andrà sicuramente meglio dell’ultima volta.

QUATTRO QUARTI
Quattro testi brevi di Samuel Beckett

drammaturgia e regia Alessandro Averone
con Alessia Giangiuliani, Marco Quaglia, Gabriele Sabatini, Mauro Santopietro, Antonio Tintis
scene Paola Castrignanò
costumi Marzia Paparini
luci Luca Bronzo
foto Manuela Giusto
produzione Altra Scena

KAMIKAZE
Spero vada meglio dell’ultima volta

di Giulio Santolini
con Giulio Santolini e Daniele Boccardi
dramaturg Lorenza Guerrini
sound & light designer live Daniele Boccardi
voci Filippo Baglioni, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini
produzione La Corte Ospitale
con il sostegno di Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna
residenze artistiche Attodue, Fabbrica Europa/PARC
si ringrazia CollettivO CineticO, Simone Arganini, Stefano Tumicelli, Fabio Novembrini
spettacolo con interprete LIS

Teatro Cantiere Florida, Firenze | 31 e 26 marzo 2026