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sabato, 25 Giugno, 2022
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E un aeroplanino di carta bruciò

BERNARDI/FRANCABANDERA | Il Belarus Free Theatre, nato nel 2005 durante il secondo mandato del presidente Alexander Lukashenko, propone al festival VIE una rassegna di spettacoli che riflettono sul potere dell’arte in una nazione oppressa da regime, l’unica in Europa dove è ancora consentita la pena di morte

Gli occhi di Alessandro Vincenzi ci raccontano l’esperienza del Belarus Free Theatre, in una mostra fotografica dedicata al neo-nato gruppo al foro boario. Mentre i nostri occhi scrutano fissi il palco durante la performance di Being Harold Pinter, senza potersi distaccare un istante. Sette attori che si alternano davanti ad altri increduli occhi. Sono gli occhi del premio nobel Harold Pinter in uno spettacolo dedicato al grande maestro.

Storie che si intrecciano, colori che si mischiano, luci che si alternano, voci che si alterano. E un aereoplanino che vorrebbe volare per sempre, nelle puerili speranze di un popolo, la purezza che si brucia udita la parola DIGNITA’.

Dignità, qualcosa di ambito, lontano, perso ma inseguito durante lo spettacolo, tra le immagini della disperazione e tra quei dialoghi dal ritmo serrato, quella petulanza, figlia della paura.

I personaggi a teatro non sono liberi di uscire dal proprio ruolo e dal proprio destino quanto un popolo sotto regime dittatoriale non è in grado di esprimere se stesso e quello che è quanto vorrebbe.

Ce li immaginiamo così i prigionieri, come quei personaggi, soffocati dal claustrofobico telo azzurro del regime, ma vitali, determinati ad evadere, a riappropriarsi della propria individualità.

La ricerca della verità non può fermarsi.

Volti coperti e storie che “si accendono” che appartengono ad uno ma che appartengono a tanti, e quel corale “Direttore, direttore, direttore”, quasi si attendesse un Godot che non arriverà mai. Questi personaggi sono tutti e nessuno.

Veli che coprono totalmente i volti di alcune donne, nel richiamo di una sofferenza comune che affligge la Bielorussia quanto ha afflitto i prigionieri politici di Abu Grhaib.

“Stai pulendo il mondo per fare spazio alla democrazia” risuona tra gesti canzonatori, pernacchie, schiocchi, urla, masturbazioni, pianti, incensi clericali, uomini privati dei loro abiti quanto della loro dignità.

Castrazioni, stupri, omicidi tra veloci scambi di sedie e di posto, gemiti nascosti dal pannello sul fondo, bombolette che schizzano un color sangue arterioso, canzoni militari e canzoni di speranza, camminate nevrotiche e circolari, balzi da una postazione all’altra, tra ritmi scanditi da un battito di mani o da un bastone che picchia a terra.

Lo spazio è quadrangolare e definito da quattro sedie poste agli angoli, è uno spazio chiuso e senza via di uscita.

L’energia sembra essere il parametro che più incide nella pièce, più che l’emotività o la logica.

I corpi degli attori albergano forze energetiche devastanti e nella loro addizione creano una sorta di frastornante bomba che scoppia nelle nostre teste alla fine dello spettacolo. Quasi a voler creare quel senso di vuoto che la prigionia porta con sé, quel silenzio imbarazzante dei traumi subiti.

E un aereoplanino di carta bruciò.

Altrettanto forti e forse ancora più riusciti nello schema emotivo di coinvolgimento del pubblico e di utilizzo in scena del “necessario” inteso a-la-Brook, il bellissimo Zone of Silence – Moderna epopea bielorussa in tre capitoli, e Generazione Jeans.

Il primo è un vero e proprio capolavoro, che non crea nessuna divisione nel pubblico, che chiama per quasi cinque minuti gli attori in scena a prendere il meritato tributo per una performance tanto intensa quanto ironica e appuntita. La saga di una nazione in transizione, di una democrazia di cui la maggior parte degli abitanti non sa dare definizione, di una nazione tormentata da piaghe come la tratta degli esseri umani, donne e bambini, o l’aborto per parto indesiderato.

Una menzione, attraverso lo sguardo dolcissimo di un burattino realizzato con fogli di giornale, alla controversia che tempo addietro ha visto la famiglia ligure italiana contrapposta all’autorità bielorussa per l’affido di una bambina. Lo spicchio di spettacolo merita un applauso a parte, che il pubblico concede a scena aperta. Poi una galleria di ritratti popolari, di forme di assurdo disadattamento, di ordinario disagio.

Cosa sia la Belarus, cosa sia Free in una terra in cui non si è liberi di vivere neanche l’espressione del Theatre, ce lo racconta questo gruppo, che riscuote consensi e patrocini ormai in tutto il mondo. Loro, combattenti per la libertà d’espressione, che quando gli furono tolte le bandiere di protesta sventolarono i jeans, generazione che vede eroi, tra gli altri, in Jan Palack e Giovanni Paolo II. E ci fanno capire come guardare una dittatura dal di dentro o dal di fuori sia un esercizio incredibile di flessibilità, che fa sovvertire i punti di vista, i luoghi comuni, i confini fra laico e religioso, fra spirito e carne, fra intenzione e azione; e come non basta aver indossato i jeans in gioventù per essere della generazione jeans, la generazione che reclama libertà di pensiero. Perché l’abitudine al completino abbinato giacca pantaloni è assai facile da prendere e altrettanto difficile da perdere. Una piccola striscia tagliata in scena da un pantalone jeans agli spettatori. Un ricordo. Un invito.

Biancaneve in giacca e pantaloni

RENZO FRANCABANDERA –  Dopo più di dieci anni torna in scena, grazie alla traduzione e regia di Walter Le Moli “Max Gericke – La più gran parte della vita è vita passata, meno male”, un monologo tratto da “Jacke wie Hose” di Manfred Karge, interpretato da un’applauditissima Elisabetta Pozzi.

Martedì c’è stata l’ultima replica. Il Piccolo Teatro Studio, trasformato in un universo semicircolare con la scena sul lato rettilineo. Un’interno anni Trenta-Quaranta nel quale lo spettatore è chiamato ad entrare restando a ridosso del muro, come in una visita di condoglianze, o in un interrogatorio in caserma. Un tavolino, un mobiletto con una tv d’altri tempi, e due poltrone consumate dal tempo.
Dal buio viene fuori un anziano, in identità immobile con la poltrona in cui pare incassato. La lenta mano si muove sincopata, i gesti scolpiscono uno scenario pietrificato. Le parole un singulto psicotico, e la pedana di legno di pochi metri quadri su cui tutto questo si genera è quasi prigione.

Lui è lì, ad innaffiare le rughe con qualche birra, come un campo arido a cui poco giova uno scroscio di pioggia.
Pian piano Max Gericke si racconta. Racconta di lui e di sua moglie Ella.
E poi, mentre racconta di sè, Max dice di quando lui stesso è morto.
Ma allora chi sei? Chi sei tu che parli?

In questa produzione Fondazione Teatro Due ospitata dal Piccolo Teatro Studio, il testo di viva drammaticità deldrammaturgo tedesco Manfred Karge, ritorna dopo anni, attraverso una traduzione, quella di Walter Le Moli, in un italiano vivo, che rende l’opaca reclusione al limitare della vita. A poco più di vent’anni, Ella, infatti, si ritrova vedova, nella Repubblica di Weimar in piena crisi economica. La Prima Guerra Mondiale è finita da poco, appare all’orizzonte l’angoscia hitleriana. Una quarantennale solitudine ed una vita a sprazzi, portata avanti da uomo.
Si, perché Ella capisce che per sopravvivere l’unica soluzione è diventare un “fu Max Gericke”, anzi, di vivere da Max Gericke senza esserlo. Cambiando sesso. Lavorando da uomo, bevendo da uomo, maledicendo le donne, il tempo ed il governo.
La più classica delle intuizioni drammaturgiche del Novecento sul tema dell’identità, ma fuori dalla prospettiva dell’angoscia della finzione psicanalitica, perchè questa storia è realmente accaduta: per non perdere il lavoro di suo marito, la donna cui il testo è ispirato si è realmente sostituita a lui, ne ha preso l’identità, rinnegando di fatto la sua femminilità.
Molteplici ricchezze e sfumature emergono nella negazione di se stessa che la donna porta avanti, ma due paiono più evidenti nella messa in scena Le Moli/Pozzi. La prima è insita nella facilità con cui ci si possa inventare altro da sé, in una società di solitudine e indifferenza. Max era un solitario, pochi lo conoscevano, anche sul lavoro. Nessuno si è mai accorto dello scambio.

La seconda è la negazione del genere, la repressione di ogni istinto di femminilità, che però la messa in scena di Le Moli, affidata alla struggente interpretazione di Elisabetta Pozzi, recupera in un finale epico: in fin di vita, questa donna, diventata uomo per necessità, rimasta tale per inedia, prova un sussulto vitale, anche solo biologico, di affermazione del proprio Io.
Manfred Karge, attore e regista, di scuola brechtiana, oltre che drammaturgo, tornerà lui stesso, in questa stagione, alla regia di Jacke wie Hose (Giacca come pantaloni), al Berliner Ensemble, affidandone l’interpretazione a Swetlana Schönfeld, con il debutto previsto per il 28 novembre prossimo.
Lui, direttore di scena, attore e regista sia per il Berliner Ensemble che con la Volksbühne di Berlino, interprete nel 1983 con Thomas Langhoff di “Riva abbandonata”, testo di Heiner Müller, ambientato in un deserto post-apocalittico di lattine vuote e rottami d’aereo, ed a proposito del quale Oliviero Ponte di Pino avvertiva come “la consapevolezza di non poter recuperare la totalità del mito e del mondo che lo sottendeva è acutissima, quasi dolorosa”.
Qui non del mito e del mondo, ma di un universo, quello femminile, si tratta. E di solitudini, di barriere volontarie e reali. Come quelle de Il cane del muro (1990), altra drammaturgia di Karge, che racconta di un uomo che fa la ronda con il suo cane sotto il muro di Berlino.

A Milano, nelle quasi due ore di monologo, il cane diventa un coniglio, forse frutto di un’invenzione forse esistito, e il muro la prigione che Ella, una Biancaneve protagonista di una non-fiaba, ha costruito negli anni.
Con il lento evolvere del racconto e dei movimenti, la Pozzi fa crescere il suo personaggio, indagando il buio esistenziale che avvolge l’esterno della prigione nella quale si è volontariamente rinchiuso, e il progressivo spasmo, che la regia declina come volontà di un ultimo tentativo di vivere la propria identità sepolta da decenni.
In un finale esemplare per nitidezza interpretativa e capacità di calamitare con gesti e parole l’attenzione del pubblico, l’attrice fa rivivere la donna divenuta uomo, che, dopo quarant’anni, prova ad indossare le scarpe coi tacchi.
Un esito tragicomico elegante e commovente, che ondeggia fra gli ultimi fotogrammi di Morte a Venezia di Visconti e il Dustin Hoffman di Tootsie. Il barcollare instabile sorreggendosi alla poltrona, con tacchi e parrucca, nella consapevole attesa della goccia nera della tinta ai capelli che segnerà il trapasso, essendo una parte di sè già consapevolmente trapassata.
Ella guardandosi allo specchio, vecchia strega, si chiederà chi sia la più bella. E rimpiange la Biancaneve che lei stessa è stata ma che non ha avuto il coraggio di essere. La Biancaneve rimasta oltre le montagne, oltre i macigni di un’esistenza vissuta per necessità prima, e quasi per caso poi.

Le voci bianche

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andy_violetANDY VIOLET | Infanzia canora, da un punto di vista prettamente etimologico, è un ossimoro. Infanzia, infatti, derivando dal latino infans che indicava letteralmente “colui che non sa parlare”, era per gli antichi l’età dell’afasia, dell’incapacità di articolare la compiuta complessità del pensiero adulto. Tanto bastava perché le lallazioni e le incerte paratassi dei bambini venissero apparentate al mutismo, ed anche quando, oltrepassata la soglia della pubertà, cominciavano a strutturarsi le prime manifestazioni del pensiero categorico, queste non venivano considerate che prove tecniche di futura saggezza di giovinetti ancora teliphrones, “dalla mente lieve”.

Ben altra fascinazione subirà invece il Romanticismo da parte del pensiero sincretico ed indisciplinato del bambino: sotto la spinta delle preoccupazioni pedagogiche di Rousseau, l’infanzia ottocentesca si coprirà della veste linda della primavera dell’umanità, la sua espressione sarà poesia naturale in quanto linguaggio della Natura, libero da ogni forma di condizionamento, autentico ed autarchico come solo può esserlo un genio. E’ qui che nasce il mito dell’enfant prodige, dell’arte come conseguenza immediata del talento, diabolica invenzione borghese, come rileverà Don Milani, per assicurare al ceto medio un’impenetrabile egemonia culturale, attribuendo dolosamente alla natura ciò che è frutto degli stimoli dell’ambiente di crescita e di precoci studi, o più spesso di ingerenti pressioni genitoriali, che nei piccoli geni vedono un’occasione di redenzione sociale.

Dalla Bellissima di Luchino Visconti alla Little Miss Sunshine di Jonathan Dayton e Valerie Faris, la speranza per il futuro poggia sulle piccole spalle di bambini defraudati della loro essenza, ridotti a fare ciò che in realtà già sono nel perverso gioco alienante della spettacolarizzazione dell’infanzia. Ti lascio una canzone o il suo recentissimo clone commerciale Io canto poggiano sullo stesso meccanismo, in cui lo spettatore gode di ugole minute, lisciate e conciate a festa per l’occasione, con lo spirito compiaciuto con cui si assiste alla lettura della letterina di Natale o alla recita di paese, magnificando le doti del proprio pargolo, già naturalmente padrone del metodo Stanislawsky che gli ha consentito di interpretare con impressionante realismo una pecora del presepe.

Gode soprattutto di una presunta innocenza, che anni di talent e reality show hanno seppellito sotto il malizioso manierismo di arroganti ventenni, esaltati come gli young urban professional di qualche decennio fa, alla cui finzione ormai logora la televisione risponde con il continuo abbassamento dell’età della propria merce umana, alla ricerca di una perduta spontaneità. Ma fin dove è possibile spingersi? Vedremo forse gare di nuoto tra feti nel liquido amniotico? No, ho di meglio: tornei di poesia epica tra embrioni, intitolati, eloquentemente, Chansons de Gestation.

 

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