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mercoledì, Luglio 24, 2024
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Claudio Santamaria e Filippo Nigro video/ospiti: "l'occidente solitario a modo nostro"

occidente

RENZO FRANCABANDERA & VINCENZO SARDELLI | In un concerto de l’Armeria dei Briganti, una loro canzone veniva introdotta dalla considerazione che tutti abbiamo avuto un amico bugiardo e se non ce lo ricordiamo, vuol dire che l’amico bugiardo eravamo noi. Questo vale ovviamente per l’amico pollo a poker e per il fratello stronzo.

Ecco, la nostra video intervista a Claudio Santamaria, Filippo Nigro e alla compagnia di Occidente solitario, in scena in questi giorni al Teatro Menotti di Milano, in cui la drammaturgia propone il legame conflittuale e ambivalente tra due fratelli intorno ai quarant’anni, sullo sfondo di un villaggio irlandese.

Il racconto noir del pluripremiato drammaturgo Martin McDonagh (la regia è del colombiano Juan Diego Puerta Lopez) è uno spaccato di vita reale cinico e bizzarro. Al centro due fratelli, appunto, in contesa dopo la morte del padre. Valene (Filippo Nigro) è un ebete calcolatore e geloso, affetto da cattolicesimo ossessivo-compulsivo; Coleman (Claudio Santamaria) è un ragazzone sprezzante, menefreghista, invidioso e volgare. Valene, che ha lavoro e quattrini, pensa solo a marcare con la sua iniziale tutto quello che c’è in casa; Coleman vive una vita futile e parassitaria: il suo unico divertimento consiste nell’arzigogolare trovate sempre nuove e paradossali per vendicarsi di Valene.

Frequentatore assiduo della casa è Welsh, il giovane prete locale (Massimo De Santis). Welsh beve come una spugna. Affoga nell’alcool i suoi mortificanti dubbi sulla religione e l’incapacità di mettere pace tra i parrocchiani. C’è una presenza femminile in questo sfacelo: è una ragazzina (Azzurra Antonacci) che percorre il villaggio “spacciando” whisky a domicilio. Segretamente innamorata del prete, Mary tenta di confortarlo con un mix d’ingenuità e malizia. Ma Welsh, ormai, riconosce il proprio fallimento: in ritirata dalla propria missione, imita la shakespeariana Ofelia, con la speranza che il suo gesto serva almeno a scuotere le coscienze dei fedeli.

Che l’ambientazione non sia propriamente universale ma tipicamente irlandese, lo rivelano alcuni dettagli: la casa dei due fratelli che richiama le atmosfere calde di un pub; i simboli inquietanti di un cattolicesimo di battaglia (una croce enorme appesa sul camino che sovrasta un fucile, decine di statue della madonna disseminate per la sala); il continuo ricorso all’alcol; le pesanti camicie scozzesi indossate dai due protagonisti.

Lo stile beckettiano della pièce trasmette la sensazione perenne che qualcosa possa accendersi a spostare gli equilibri: una violenza risolutiva, oppure una pace in grado di trasformare i tipi in persone.

Violenza verbale e violenza fisica sono le modalità comunicative dei due fratelli. Valene e Coleman sono attaccati al conflitto come all’unica possibilità di dare significato alla propria esistenza. Per loro è più importante litigare per un pacchetto di patatine che la morte di un amico d’infanzia o del proprio padre. Sono due bamboccioni incapaci di vivere l’uno senza l’altro. Consumano un rapporto simbiotico disfunzionale. Bisticciano come dei ragazzacci discoli.

E questo avviene anche durante questa divertente videointervista, in cui Santamaria e Nigro in grandissima forma e in modalità informale ci raccontano di loro, dei loro personaggi e di come l’attore gioca con lo spettatore.

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Quel teatro giovane dalla forza esplosiva

lola polioVINCENZO SARDELLI | Zona K. Kappa come Key, chiave. Chiave come accesso consapevole al presente e alla nostra identità.
Zona K è uno spazio di Milano nato nel cuore del quartiere Isola. Con i suoi rilassanti interni verde pisello, al pianoterra di via Spalato 11, Zona K, è quasi un’aiuola tra i nuovi grattacieli. Un angolo per rigenerarsi attraverso l’arte e la creatività, per dialogare con le differenti culture che attraversano la Milano del XXI secolo.
È nato qui Play-K(ei) 2013, un progetto realizzato da quattro donne: Valentina Kastlunger, Valentina Picariello, Sabrina Sinatti e Silvia Orlando. Si tratta di una trentina di appuntamenti da febbraio a giugno, di teatro, danza, arte visiva e performance, video, musica, incontri, presentazioni.
L’esordio della rassegna, in questo primo week-end di febbraio, chiarisce l’approccio stilistico di Play-K: due spettacoli teatrali leggeri e frizzanti, artisti giovani semisconosciuti, ma dall’energia creativa esplosiva.

“Lola Polio, Poemetto borderline” di e con Gianluca De Col (contributo alla drammaturgia di Alessandra De Santis e Attilio Nicoli Cristiani, suoni di Luca Pagliano e Davide Dellino) tratta il tema della transessualità.
Un uomo prende coscienza del vero sé. Cambiando pelle come un serpente durate la muta, realizza quella metamorfosi che lo porta a diventare una “lei”.
Una stanza, una luce così intensa da illuminare a tratti il pubblico, una tenda che si apre con eleganza sopra una finestra che è la vita naturale di Lola Polio. Lola cammina sui pezzi della sua identità lacerata, sospesa tra realtà e fantasia, tra volgare e sublime. Sopravvive cercando se stessa di fronte all’indifferenza dei tempi e delle persone. Vive di miseria, di sogni e di versi, come la poetessa Alda Merini, altro esempio di umanità borderline citato nel copione.
Lola prova a esorcizzare la follia della millantata normalità. Tenta di squarciare il velo dell’ipocrisia. Lola sogna l’amore che dia consistenza al suo essere donna, ma si accontenterebbe di un ascensore per risolvere problemi più dozzinali. L’oscillazione tra favola e concretezza è resa sonoramente da note di pianoforte intervallate da rumori di strada, di trapani, di martelli pneumatici e centrifughe di lavatrice. Anche la testa della protagonista è in centrifuga: così persa da cercarsi a “Chi l’ha visto”, tenta di evadere dal corpo-prigione, da una vita monotona e refrattaria.
Una sedia a sdraio, due borse dell’Ikea piene di bouquet di fiori finti, un appendiabiti con poche grucce spoglie, due “Stira e ammira” spray, costituiscono gli elementi spiccioli della scenografia. Lo spray diventa lacca per capelli, colorante per decorare i fiori. Ma i fiori rimangono finti, non bastano amore e poesia a trasformarli. Neppure le borse dell’Ikea servono a coronare il sogno di costruirsi un futuro a basso costo. Diventano trappola, velo che nasconde l’identità.
Da Col tratta con essenzialità e armonia un tema delicato, con toni soffusi, lontano da ogni provocazione. Con ironia assorta, l’istrionico attore e autore ci guida nel suo personale percorso interiore, accompagnandoci simultaneamente a esplorare le molteplici sfumature del nostro io.

La leggerezza è anche la cifra dello spettacolo “AD 2012”.
I fiorentini di In Quanto Teatro esprimono con eleganza e intelligenza la trama di intrecci che caratterizza il loro percorso artistico. “AD 2012” è uno spettacolo sul tempo, sulla vita, insondabile mistero di caducità, dimensione in cui passato, presente e futuro si sovrappongono fino a coincidere.
I quattro attori (Floor Robert, Giacomo Bogani, Andrea Falcone, Francesco Michele Laterza) riportano le entità fisiche, oniriche e di realtà, a una sola consistenza: al propagarsi nello spazio-tempo delle pulsioni affettive. La suggestione della scenografia e dei costumi in bianco e nero, le luci curate da Giulia Broggi, le musiche tardo rinascimentali eseguite al violino dal vivo da Giacomo Bogani, svolgono un ruolo essenziale nella narrazione.
La messinscena, la cui regia va ascritta ad uno sguardo di gruppo, è tutta giocata sulle intrusioni e sulle interferenze. Andrea Falcone, che in scena si mostra come regista della pièce, interagisce direttamente con gli attori. Personaggi di tutte le letterature e di tutti i tempi s’incontrano in quello spazio grigio che è la scena. Ecco confondersi dettagli di costumi da teatro elisabettiano ed elettrodomestici dal design anni Sessanta. Bandiere di cellophane svolazzano davanti a ventilatori azionati da uomini vestiti come cavalieri medioevali. Danze barocche sfumano in sacre rappresentazioni. In mezzo volteggiano gli attori.
La contrapposizione fra partitura coreografica e partitura narrativa crea effetti di poetica e sottile comicità. A spasso per il tempo, la fiaba senza trama ha le movenze di una danza leggera. La luce si frantuma riflettendosi in una lamina di metallo; crea mille giochi diversi. Pavimento e parete sono tutt’uno nel riverbero della luce, sono assi cartesiani dove spazio e tempo diventano variabili che s’intersecano sino alla fusione.
I protagonisti corrono in circolo come lancette di un orologio impazzito. Lo spettatore si lascia lambire dal vortice, percepisce gli spostamenti d’aria. L’impatto visivo e sonoro dello spettacolo assume robustezza tattile. Non c’è più separazione tra il “qui e adesso” e l’altrove passato e futuro. La vita dell’uomo è una parentesi nell’eterno. Il tempo è convenzione.
Gli elettrodomestici in scena, tra i quali fa capolino un buffo robot aspirapolvere, creano effetti tra il grottesco e il surreale. Stridono con le musiche cinquecentesche.
Il succo della pièce è che noi umani siamo semplici meccanismi nel fluire incessante del tempo. Incessante come gli applausi del pubblico, al termine di questa originale performance.

Trailer di “Lola Polio”:
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=aCgCuDrZfuQ]
Trailer di “AD 2012”:
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=G3AHNNl2uX0]

Il teatro impossibile di Elsa Morante

serata a colonoBRUNA MONACO | La serata a Colono, unico testo teatrale di Elsa Morante uscito nel ’68 e “acquattato”, secondo la definizione di Ferdinando Taviani, fra le pagine letterarie de Il mondo salvato dai ragazzini, sbarca per la prima volta sul palcoscenico. È Mario Martone a farsi carico di questo impervio compito: costringere le poesia della Morante a farsi corpo e voce d’attori. Martone insieme al vecchio amico di Elsa Morante Carlo Cecchi, che da vent’anni progetta questa messa in scena e oggi finalmente interpreta questo Edipo contemporaneo.
La serata a Colono è un testo difficile e affascinante, con la fama d’essere irrappresentabile. Un testo dalle didascalie che per nulla tengono in conto le esigenze sceniche, che ignorano (o rifiutano) il vocabolario teatrale e si servono di ogni mezzo letterario per raggiungere l’immaginazione del lettore, trasformando in parole immagini in-visibili, irrappresentabili. E infatti lo spettacolo inizia proprio con delle parole scritte, proiettate sul fondo scena. Sono quelle della didascalia che apre il testo della Morante, “verso sera, in un dolce tiepido novembre, intorno all’anno 1960”. Difficile attingere al vocabolario teatrale e comunicare allo spettatore questa sensazione di tepore, così tangibile, invece, nelle parole della Morante. Ancor più difficile, forse, trasformare l’ampio palco del Teatro Argentina nel corridoio “imbiancato a calce” di “undici metri per tre”. Un corridoio, un luogo di transizione, un luogo non-luogo, quasi impossibile da materializzare. Già appare, in tutta la sua complessità, la sfida raccolta da Martone. Quella che la Morante lancia al teatro.
Lo spazio scenico scavalca il palco dell’Argentina: il coro frantumato dei ricoverati del reparto neuro-deliri si muove lungo i corridoi che separano le poltrone degli spettatori. Monologano, ognuno chiuso in se stesso, e di tanto in tanto intervengono ad amplificare una parola, un gemito del moribondo Edipo. A un angolo del palco due musicisti “fanno suonare” la scena, come da indicazione della Morante. Eseguono la partitura originale di Nicola Piovani che vuole “illuminare il senso ritmico” della metrica del coro.
Ma di luce ce n’è poca in questa messa in scena di Martone: le musiche sono cupe e solenni, cupi e solenni sono il coro e lo stesso Carlo Cecchi, il cui tono costante e declamato appesantisce un Edipo che Pasolini aveva acutamente definito un “gigione”. E un gigione doveva apparire, uno da mettere anche in burla. Da non prendere sul serio, pena l’incapacità di far emergere ciò che rende magico questo testo. Ovvero, come scriveva sempre Pasolini: l’umorismo come carità. D’altronde La serata a Colono dichiara di non essere una tragedia: parodia recita il sottotitolo scelto da Elsa Morante. E neppure di questo v’è traccia nello spettacolo visto all’Argentina. Anche la prosodia lenta e impacciata con cui Antonia Truppo dà voce ad Antigone, se da una parte rende l’immagine di una creatura “di mente un poco tardiva”, dall’altra affatica l’ascolto di un testo che forse guadagnerebbe nello scorrere veloce, senza indugi, con una dizione fresca e spensierata, ironica, che si avvicini alla scrittura.
C’è il sospetto che tutto, in questo testo della Morante, andrebbe preso non con la serietà di Martone e Cecchi ma come una provocazione, una festosa rivolta. E non solo perché, per quei misteriosi accordi tra i poeti e lo spirito del tempo, Il mondo salvato dai ragazzini uscì nel ’68. Ma perché la Morante lo ha inteso come un antidoto contro l’“infezione dell’irrealtà”. Il fantastico e l’invenzione si contrappongono alla pretesa realtà di tutti i giorni, ovvero alla sua manipolazione retorica che per realtà si spaccia. E per questo il filo rosso che lega le parti di questo libro è un ritornello sovversivo: “pure se ci fa tremare per gli spasmi e la paura, tutto questo, in sostanza e verità, non è nient’altro che un gioco”. Il gioco del teatro, anche.
Forse davvero La serata a Colono è un testo inadatto alle scene, un invito al lettore a farsi sognatore di parole, come diceva Baudrillard. Elsa Morante chiede al lettore di vedere il teatro tra le pagine, così come Bulgakov in Romanzo teatrale invitava a vedere tra le pagine un pianoforte. O forse, semplicemente, a essere inadatta è una riproposizione troppo fedele di un testo pensato per essere letto. Sotto l’influsso di volere rendere omaggio alla memoria della Morante, è mancato forse il coraggio di un tradimento necessario: la forza di rielaborare, riadattare. Perché La serata a colono, più che letteratura drammatica, è letteratura tout court. Così alta da farci sentire dentro un teatro. Il teatro dei sogni di Elsa. Quello dove è possibile anche, come recita una didascalia, sentire tutte le voci del mondo che parlano insieme. Quello che doveva restare acquattato, sorprendere il lettore. Un gioco segreto. Ecco cosa aveva predisposto per noi la Morante: trascinarci, nella solitudine della lettura, sulle tavole del teatro dei sogni proprio mentre credevamo di leggere un libricino di poesie destinate ai ragazzini.

il link a un saggio di particolare interesse su La serata a Colono
Alcune sequenze dello spettacolo in un video realizzato da Teatro di Roma
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=iXMiTW7aU4s]

La dieta del Giovin Signore

ANDY VIOLET | 8 chili in 4 legislature: I maligni mormorano che l’entourage del Cavaliere avesse intuito l’imminente ritorno del capo sulla scena politica semplicemente osservando il drastico cambiamento delle sue abitudini alimentari.

Fedele infatti al suo proverbiale senso estetico, per la sua riesumazione politica Silvio ha ingaggiato una strenua lotta con quegli otto chili di troppo che hanno imbolsito la sua già tozza figura, facendo sporgere il suo ventre ben oltre la linea d’occultamento fornita dal suo immancabile doppiopetto. Niente più stravizi alimentari, dunque, perché all’apertura del sarcofago la sua carcassa bionica e protesica si presenti in forma smagliante, e chissà a quale folta schiera di professionisti della nutrizione si sarà rivolto per demolire l’adipe superfluo: dietologi, personal trainer,  lunch designer, food engineer, addetti al controllo del colore e della consistenza delle sacre feci e della limpidezza delle urine.

Sarebbe tuttavia ingiusto etichettare lo sforzo salutista dell’ex-premier solo come un civettuolo cedimento alla vanità: egli,  nel ricandidarsi per l’ennesima volta alla guida del Paese, ha voluto sperimentare su di sé il disagio alimentare del suo popolo, stretto nelle angustie di una crisi che per la prima volta dal dopoguerra sta intaccando i consumi dei beni di prima necessità. Nel vasto movimento di involuzione del capitalismo, infatti, anche la storia sembra attorcigliarsi su se stessa, ricomponendo scenari ottocenteschi di classismo alimentare, forse mai realmente cancellati: la carne, nei tagli più pregiati, torna esclusivo beneficio delle tavole dei ricchi,  mentre i poveri tornano mangiatori di patate di vangoghiana memoria,  sebbene nella forma globalizzata del fritto da fast-food, e c’è chi,  tra l’ottuso e il malevolo, magnifica le nuove tendenze di consumo come il trionfo finale della dieta mediterranea.

La realtà, più semplicemente, è che lo spettro della fame, arginato da anni di neocolonialismo nei serbatoi afroasiatici e sudamericani,  torna a danzare in Europa con un vigore prerivoluzionario, tendendo una molla di insoddisfazione forse preludio di radicali stravolgimenti. Lui, Mr.B, si farà trovare pronto: quando lo informeranno che il popolo in rivolta davanti Palazzo Grazioli vuole il pane, potrà rispondere, dall’alto della sua sana dieta: “Mangino brioches,  purché integrali”.

La Sanremia di Plauto

ANDY VIOLET | Le caratteristiche di quello che talora con spregio viene chiamato gusto popolare sono note da secoli, e rappresentano, nell’ambito dell’estetica, una struttura culturale ed antropologica di lungo corso. Pur nelle diversità delle varie epoche, l’approccio popolare al riso e al pianto, al bello e al brutto presenta alcuni elementi di continuità ricollegabili alla natura materiale della sua ispirazione, scandita dalle grandi, ineludibili tappe dell’esistenza (nascita, morte, gioventù, vecchiaia, ecc.) in cui i personaggi di queste letterature semispontanee si muovono secondo un meccanicismo archetipale che ne fa modelli di immediata fruizione, semplice e comprensibile sommario della realtà.

Non deve stupire, pertanto, la ripetitività quasi ossessiva di tali modelli culturali, canovacci esistenziali che, mutando nomi, restano incarnazioni tipizzate e tipizzanti della varietà umana e delle loro azioni: pensiamo alle lampanti somiglianze strutturali delle favole che tutti conosciamo, o all’invarianza narrativa delle situazioni comiche del teatro popolare. Delle 21 commedie conosciute del commediografo latino Plauto, per esempio, almeno 17 presentano con minime variazioni lo stesso schema narrativo e gli stessi personaggi-simbolo, comuni tipologie umane rese ancora più efficaci dall’uso di maschere fisse, che ne annullano l’individualità in favore di una più marcata iconicità senza tempo: il vecchio rimbecillito (vittima di sberleffi senza che nemmeno se ne accorga), lo spiritoso servetto magnogreco (che deve movimentare la trama coi suoi lazzi e le sue trovate di dubbio gusto), l’artista vanaglorioso (che si atteggia a saggio conoscitore del mondo ed elargisce perle di filosofia spicciola in lunghi e sconclusionati sermoni), la bella cortigiana, desiderata da tutti (che si scopre poi essere rampolla perduta di un’importante famiglia grazie ad un elemento di riconoscimento come un disegno sulla pelle).

Anche le scenette cui essi danno vita obbediscono alla stessa fissità: qualche innocua battuta ad effetto sul potente di turno, qualche messinscena omoerotica sul modello delle “nozze maschie”, la contaminatio di situazioni e personaggi incoerenti presi qua e là da vecchi repertori e fatti convivere forzosamente su un unico palco.

Ne è un tipico esempio anche una delle commedie tarde del grande scrittore latino, la Sanremia, recentemente andata in onda in cinque serate su Rai Uno: in essa, come tutti abbiamo potuto ammirare, tali elementi si fondono nel mirabile e ridicolo pastiche della pochezza umana, della rappresentazione icastica e feroce del compiacimento della mediocrità.

Sesso, denaro e giochi di potere

MICHELA MASTROIANNI | Bernardo di Chartres, filosofo francese del XII secolo, riconoscendo la debolezza del pensiero scientifico e la povertà culturale del suo tempo, ma ammettendone comunque possibilità di sviluppo, indagine e progresso, elaborò una efficace ed incoraggiante metafora: noi possiamo vedere più in là di chi ci ha preceduto, approfittando della sua forza e della sua grandezza, perché siamo come nani, sì, ma sulle spalle di giganti.

Confidando nella saggezza di Bernardo, per tentare di comprendere meglio la contemporaneità e immaginare ipotetici scenari di progresso culturale e sociale, alimentando la speranza di un futuro migliore, scorriamo gli Epigrammi dell’Antologia Palatina. Qui, nel XII libro dedicato all’amore efebico, tra i versi di Callimaco e Meleagro, troviamo questo delizioso e malizioso distico di Stratone di Sardi, che dice così:

“Culo” (proktos) e “Oro” (crusos ) fanno la stessa somma:
l’ho scoperto facendo i conti una volta per caso.

Per sorridere anche noi dell’allusiva analogia matematico-linguistica, diamo uno sguardo alla tabella di corrispondenza tra i segni dell’alfabeto greco antico e i valori numerici ad essi associati, secondo il sistema di numerazione in uso ai tempi di Stratone (nel II sec. d.C).

sistema di numerazione greco antico

Verifichiamo l’equivalenza. Stratone non mente. Valgono entrambi 1.570.
Incoraggiata dalla evidenza aritmetica, decido di estendere il gioco alla nostra lingua, sollecitata dai fatti della recente cronaca scandalistica e giudiziaria italiana: la rocambolesca fuga portoghese dell’eroe simbolo del nostro tempo, reclamante giustizia insieme alla sua corte di fan su facebook; le ipotesi di reato per condotte fraudolente o dolose che gravano sui manager di un istituto di credito; le tristi vicende di sprechi e malversazioni nella gestione delle risorse pubbliche nei luoghi del potere politico e amministrativo regionale; le peripezie avventurose del nostro ex-premier nelle aule di tribunale. E cito solo alcune delle notizie che rivelano come il sesso o il denaro, o anche il sesso e il denaro insieme, siano istinti elementari, entrambi potentissimi, capaci di abbattere i limiti imposti all’azione individuale in nome del bene sociale.
La tabella di Stratone rivela a questo punto che “Culo”, in Italia ha aumentato la sua quotazione sull’oro, e la parità di un tempo è di gran lunga superata: “culo” vale 520, “oro” 240! Il risultato era prevedibile, la vittoria facile e scontata, ma comunque fonte di grande conforto per chi sia stato dalla natura dotato di questo potentissimo attributo, (e, con la benedizione degli antichi, può essere certo che alla forza di Eros dall’aspetto innocente di bambino non sono capaci di opporsi neppure gli dei immortali).
Mentre ancora sorridiamo delle sorprendenti conferme che la numerologia spicciola applicata alle parole regala, le agenzie di stampa diffondono la notizia dell’indagine per concorso in peculato del senatore dell’Utri, il quale avrebbe ricevuto dall’ex-direttore della Biblioteca dei Girolamini di Napoli dei preziosissimi volumi sottratti alla Biblioteca stessa. Viene diffuso anche il contenuto di una intercettazione telefonica dello scorso 22 febbraio in cui il direttore propone al senatore un insolito baratto: “due Vico (due prime edizioni di Giovan Battista Vico!) per due pranzi”. Calcolo: 2 Vico fa 212; 2 pranzi 496. E questa volta l’evidenza dei conti è veramente inaccettabile: che la cultura in Italia non abbia alcun valore è risaputo, ma che in cambio di Vico si possa chiedere a stento cappuccino e caffè è veramente troppo!

P.S.: una copia del De Rebus Gestis di G.B. Vico, che pure De Caro ha ammesso di aver consegnato personalmente al senatore, non è stata ancora recuperata.

Fonti
Per l’epigramma di Stratone: Antologia Palatina. Epigrammi erotici. A cura di Guido Paduano, BUR CLASSICI GRECI E LATINI, RIZZOLI, 1989, pp. 380, 10,20 euro

Per la tabella del sistema di numerazione greco antico: http://www.math.tamu.edu/~dallen/history/gr_count/gr_count.html

Per la notizia sull’indagine sulla spoliazione della Biblioteca dei Girolamini:
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2013/01/29/Girolamini-indagato-Utri_8154690.html

L’amore ai tempi del mutuo (con un ex)

alicecannone1ALICE CANNONE | Darwin prima, Sex and the City poi, hanno offerto contributi scientificamente inappuntabili sulla selezione naturale del genere maschile: “ Se un uomo ha più di trentanni ed è single ha qualcosa che non va.” Ed ammesso che il vostro bel gonzo sia single, va comunque contemplato il corollario economico all’assioma, considerando come carichi ancora pendenti mutui o proprietà (ancora) condivise. Chè, come spiega Castellitto, in una illuminante analisi economica sul welfare: “Dice che ogni italiano che si rispetti ha almeno un mutuo, sembra che se non hai un mutuo sei un povero stronzo.”

Si offrirà qui di seguito alle signorine dabbene in età da marito, o comunque da cocktail in tarda serata, una guida per potersi districare con savoirfaire, nella improbabile, ma pur sempre possibile circostanza, che la vostra dolce metà, abbia, ottenebrato dal grigiore della sua vita prima di conoscervi, contratto un mutuo.

– Convincetelo che il piangere miseria sfoggiando iPad nuovo e Chanel matelassé  non gioca a favore di una certa credibilità. Il mentire è il secondo vizio, il primo è l’indebitarsi”, avrebbe certamente commentato l’economista Melchiorre Gioia, scagliando in aria la pochette della bieca mentitrice di turno .

– Le prestazioni occasionali di servizio non sono un buon modo per estinguere una rata. La giurisprudenza ancora si interroga sulla validità di “Proposta indecente”.

– Ricordatevi che non siete e non sarete il di lui commercialista, a meno che non si tratti di qualche gioco di ruolo di condivisione orizzontale. Auspicatevi invece un algido aplomb montiano nel momento della riscossione. Voi però potete sempre lanciare, sul parabrezza della mutuataria dalla memoria corta, sobri e discretissimi messaggi subliminali e signorili come “Chi non paga muore” e “Oltre al mutuo, estinguiti anche tu!”.

– In qualsiasi caso, e per qualsiasi ragione gli sguardi torvi e carichi di odio valgono sempre. Le unghiate solo in caso di mancato pagamento o di insistenti pretese di ricapitolazione da parte di uno dei due mutuatari.

– Ma soprattutto, sorridete, che vi passano le rughe. E vivetela come un’anticipazione (se, da signorine dabbene, nella vostra vita avete infiammato cuori, ma mai e poi mai acceso un mutuo) su tasso fisso, variabile, Euribor e Spread. Chè il prossimo mutuatario non vi trovi impreparata quando deciderà di comprare una Porsche cointestata.

Disegno Renzo Francabandera

Mi fanno ridere (amaramente)

violet_shoahANDY VIOLET | Mi fanno ridere (amaramente) coloro che pubblicano il loro pensiero sulla Shoah aggiungendo il classico “…perché non debba più ripetersi”.
Ora, comprendo bene che informarsi su eventi non correlati direttamente col nostro piccolo, bieco, meschino ecosistema sotterraneo di vermetti vivacchianti è talora non facile, visto che suddetto ecosistema si fa forza di un’informazione (e formazione) parziale, edulcorata, infettata da cattolicismi, disinteressata a tutto ciò che non incida sui possessi neocoloniali dell’Europa, o ancor peggio, connivente per opposti motivi, ma la stragi sistematiche, gli eccidi e la pulizia etnica si ripetono quotidianamente in ogni parte del globo: cosa pensano sia successo in Yugoslavia a cavallo tra gli anni ’80/’90? Cosa pensano succeda in Siria? Cosa pensano succeda in Africa? Cosa pensano succeda in certe teocrazie islamiche? E che cos’è la legge anti-gay in Russia?
Non pensino, lor signori, che il loro deretano cattolico, capitalista ed eterosessuale sieda su un capitolo chiuso della storia, giacché, se non se ne sono ancora accorti, il nostro Paese brulica dei germi della coercizione e della violenza di Stato, e la storia recente è stata un susseguirsi di tentativi di colpi di Stato passati per la stragrande maggioranza inosservati, ma tutti afferenti ad un deleterio intreccio di ideologie distopiche e animalesche brame di potere.
Pertanto, ricordino pure, si commuovano, dicano la loro parola di cordoglio, ma non pensino di esserne fuori, né la ritengano una nebulosa minaccia futuribile: ci siamo dentro fino al collo.

“Indolore” di César Brie: quando l’amore diventa violenza

brie_amore_violenzaVINCENZO SARDELLI | Amori romantici. Amori molesti, malati e violenti. César Brie mette in scena al Campo Teatrale di Milano il dramma “Indolore”, strana alchimia di un amore che fiorisce, degenera e si autodistrugge.

I protagonisti sono una coppia di giovani sposi, Gabriele Ciavarra e Adalgisa Valvassori, che rimangono per tutto il tempo sul palcoscenico con l’abito della cerimonia nuziale. Lei entra in casa tra le braccia di lui. L’ingresso è un arco trionfale di fiori e agrifoglio. Sembra la premessa di un avvenire radioso. Una tavola imbandita e due sedie, foderate di carta di giornali da scartare, sono la scenografia minimalista: gli amori nascono, crescono o sfioriscono a letto, ma anche a tavola.

L’illusione di un nuovo mondo da vivere, di un futuro da esplorare e costruire insieme, tramonta presto, senza preamboli e spiegazioni. Stoviglie d’alluminio qua e là richiamano una quotidianità tanto banale quanto impossibile da raggiungere. Ai lati della scena, buttati via, compaiono due paia di guantoni da box.

Quella casa che doveva essere un nido d’amore diventa un ring di pugilato. Lo spazio scenico è un quadrato delimitato da corde iridescenti multicolori. Tra queste luminarie-prigione si alternano conflitti e tregue, tracce di un sentimento che il tempo, l’abitudine e l’incapacità di comunicare trasformano in un luogo di violenza.

È proprio la violenza domestica l’oggetto di “Indolore”. È un fenomeno diffuso e poco denunciato. Le vittime, comunemente donne e bambini, vivono un forte senso d’impotenza.

César Brie riflette sui meccanismi perversi che legano in un sottile cerchio la vittima e il carnefice. La violenza in amore non è mai lineare, è sempre un intrico ambivalente. Le stesse mani accarezzano e colpiscono. La stessa voce blandisce e ferisce. Le promesse di non farlo “mai più” si avvicendano alle umiliazioni e alle minacce.

I due protagonisti, dalla recitazione acerba, lontana dalla solennità e da ogni eccesso virtuoso, si muovono leggeri sulla scena. Corrono, danzano, urlano. Non lasciano il palco spoglio neppure un secondo.

Il tavolo al centro della scena diventa luogo conviviale, piedistallo, alcova, rifugio, patibolo. L’acqua e il cibo sono strumenti di condivisione e di rigetto. L’acqua pulisce, gela, ferisce. L’amore diventa bulimia. I due sposi si attraggono e si respingono, si cercano e si dividono.

Non c’è mai violenza vera. Non ci sono mai veri spintoni: sempre violenza sugli oggetti, o solo dichiarata. Ma i segni della violenza quelli sì, si vedono.

La scenografia, il ring di pugilato, è metafora di un luogo chiuso: non se ne esce se non sconfitti, distrutti psicologicamente, feriti o morti.

Le musiche originali di Pietro Traldi, pianoforte, chitarra, fisarmonica, richiamano ora temi romantici alla Debussy, ora toni festosi da sagra paesana. Fanno da contrappunto allo sfaldamento della storia, la cui pecca sta nell’eccessiva sinteticità, nell’eludere con passaggi troppo repentini le sfumature dall’idillio al disfacimento.

Ma è proprio questa la cifra di César Brie: un teatro che non vuole diventare chiesa, un montaggio estetico più che narrativo, evocativo, mai didascalico. “Indolore” perché, anche nell’affrontare il delicato tema della violenza sulle donne, Brie si tiene lontano da eccessi patetici e inquietanti, persino da una visione manichea che definisca con troppo rigore il colpevole e l’innocente.

“In dolore” è in scena dal 31 gennaio al 3 febbraio e dal 7 al 10 febbraio.

Monica Lanfranco: "virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi"

lanfranco_2IVANO MALCOTTI | Monica Lanfranco, nell’introduzione al libro, scrive “tutto comincia con un viaggio in treno e un articolo di Internazionale”. Perché l’ha colpita tanto l’articolo della giornalista Laurie Penny, che racconta di aver fatto domande a uomini sulla loro sessualità ?

Perché non si trattava né di un sondaggio a carattere scientifico, ma nemmeno una delle ‘piccanti’ iniziative da rotocalco del tipo ‘come lo fanno gli uomini’. Mi aveva colpito il fatto che la collega avesse chiesto agli uomini quello che fin da piccola avrebbe voluto domandare agli altri bambini, poi ai ragazzi e infine agli adulti che via via ha incontrato nella sua vita: di parlare di sé, del come si sentissero nel loro corpo, del cosa pensassero degli uomini che violentano le donne, del quanto, e come, la pornografia influisse sulla loro vita e sulla loro sessualità.“ La prima regola sulla virilità è che non se ne deve parlare, né farsi delle domande. Mi piacerebbe sentire un uomo dire cosa significa essere uomo. E credo di non essere l’unica”, scrive. Laurie Penny ammette nell’articolo che si aspettava qualche decina di risposte, dopo aver lanciato la proposta, visto che lo stereotipo vuole che a parlare di sessualità in questo modo intimo e autocoscienziale siano solo le donne.  Invece, sorpresa: è stata travolta dalle risposte di eterosessuali, gay, padri, figli, mariti, fratelli. Tanti, desiderosi di parlare non banalmente di sessualità, corpo, violenza. Quello che da anni alcune femministe, tra le quali io stessa, in Italia andiamo dicendo, cioè che è tempo, è urgente, che la voce maschile si faccia sentire, è accaduto: alla chiamata di una giornalista femminista, in forma non organizzata e spontanea, c’è stata una reazione positiva. Di fronte a questa esperienza, pur consapevole che il mondo anglosassone non è l’Italia, ho pensato che poteva essere un buon inizio. E ho provato. Uomini che odiano amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi  nasce da questa speranza e fiducia: che anche qui da noi alcuni uomini abbiano voglia di comunicazione, di dialogo, di mettersi in gioco su questo tema, che poi è, in parte, una richiesta di ragionare sul loro corpo.

Lei hai fatto le domande tramite il blog che tiene sul Fatto quotidiano, quante risposte ha ricevuto?

Oltre 200, che moltiplicate per 6 fanno 1200 risposte!

Su cosa vertono le domande ?

Eccole: Che cosa è per te la sessualità? Pensi che la violenza sia una componente della sessualità maschile più che di quella femminile? Cosa provi quando leggi di uomini che violentano le donne? Ti senti coinvolto, e come, quando si parla di calo del desiderio? Essere virile: che significa? La pornografia influisce, e come, sulla tua sessualità.

A suo avviso c’è più voglia di capire o voglia di comunicare?

Mi è parso che ci fossero entrambe le tensioni, quando ho letto per la prima volta il materiale: forse per alcuni rispondere alle domande ha avuto la funzione doppia di fermarsi a pensare in modo differente sugli argomenti proposti, volendo quindi capire meglio qualcosa di sé, e poi anche di mettersi in relazione, comunicando all’esterno, attraverso il mio ascolto.

Qual’ è il suo obiettivo  con questo testo ?

Parole e riflessioni maschili autentiche sono preziose e necessarie anche e soprattutto a fronte della drammatica escalation del fenomeno del femminicidio, ovvero della uccisione di donne non da parte di sconosciuti, ma per mano di uomini che conoscono le donne che poi diventano vittime della loro furia: spesso ex fidanzati, partner, amanti, mariti, talvolta fratelli e padri. Nel 2012 oltre 120 donne sono morte in questo modo in Italia, e non basta: una fetta ancora troppo ampia di opinione pubblica rifiuta di considerare questi omicidi come uno specifico segnale di un problema di relazione tra i generi, originato da una diffusa cultura misogina e maschilista. Dare conto, invece, della testimonianza di uomini che hanno scelto di confrontarsi con una sconosciuta, mettendosi in gioco e dedicando tempo a pensare a sé mi sembra restituire quello che ho ricevuto, e offrire uno strumento per discutere, incontrarsi, ragionare assieme.

Nel libro non interviene mai sulle risposte, non commenta: perché questa scelta, non sarebbe stata utile?

Non è stato facile decidere se intervenire con commenti da parte mia sulle risposte; alcune persone, leggendo il testo, mi hanno consigliato di farlo. Ho deciso invece di dare spazio alla voce maschile senza intervenire, a parte alcune minime correzioni puramente ortografiche o grammaticali, necessarie data l’immediatezza delle risposte e quindi alcuni inevitabili errori che esse avevano. La scelta di non trattare il materiale come di solito si fa nei saggi socio – politici, che prevedono letture e interpretazioni necessariamente volte a sostenere l’una o l’altra tesi, è frutto di una lunga meditazione, ma anche di un impulso emotivo: quando la mia amica Francesca Sutti si è commossa mentre le leggevo una delle testimonianze ho capito che di certo ci sarebbero stati lettori e lettrici che avrebbero trovato noiosa, forse ripetitiva, a tratti, la narrazione come flusso, pure se diversificata tra risposte breve e più lunghe. Pazienza, mi sono detta. Se l’obiettivo di Uomini che odiano amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi è quello (anche) di suscitare emozioni, oltre che dibattito, allora mi sembra di avere assolto al mio compito: quello di restituire ciò che ho ricevuto, e soprattutto di rispondere alla necessità di dare voce ad un altra parte maschile, diversa rispetto a quella tragicamente presente nella cronaca nera o nella ordinaria violenta e ottusa rappresentazione televisiva dei maschi mediatici.

Cosa può offrire al lettore una raccolta di testimonianze ?

Mi consento solo una citazione, come corollario e chiosa personale: nel suo Maschio e femmina la grande antropologa Margaret Mead annotò: “Gli uomini preferirebbero essere maschi di razza inferiore piuttosto che femmine della propria.” Questa frase è calzante rispetto all’oggi, ma mi piace pensare che per il futuro che in molte e molti cerchiamo di costruire possa diventare un retaggio che non lasceremo in eredità alle giovani generazioni. Leggere parole di di uomini che riflettono, ammettono incertezze, dubbi e propongono visioni diverse da quelle patriarcali mi pare una offerta interessante per chi legge.

Crede che le riflessioni che ha ricevuto sia tutte completamente genuine o dettate da una buona dose di narcisismo ?

Ne rispondere a domande intime c’è sempre anche una componente di narcisismo, così come c’è nella scelta di relazionarsi: è un buon motore per costruire!

Pensa che sia ancora diffuso il sessismo o sia un pallido ricordo del passato ?

L’avvocata femminista premio Nobel Shirin Ebadi ha scritto, senza mezzi termini, che il sessismo è “una malattia mortale che viene trasmessa dalle donne con il latte materno”. La sua è una affermazione forte, ma lontana dall’essere un atto di accusa contro il suo stesso genere. Al contrario, se pensiamo che viene da una donna impegnata contro la discriminazione e la violenza sulle donne, in particolare nei regimi teocratici e in generale nei paesi extraeuropei, il suo monito suona piuttosto come un atto di responsabilità per le madri e in generale per chi ha responsabilità educative. Famiglia, scuola, agenzie educative sono gli ambiti dove è decisivo intervenire contro gli stereotipi sessisti, spesso radicati in modo occulto nelle culture tradizionali ma anche nei luoghi comuni che, anche a livello inconscio, continuiamo a trasmettere. Giusta è oggi l’attenzione verso il terribile rosario di vittime del femmi­nicidio: è importante però anche il lavoro, incessante e quotidiano che, a partire dal linguaggio, smantelli abitudini mentali e pratiche che di fatto alimentano una visione delle donne e del femminile come inferiore rispetto agli uomini e al maschile. Per questo, accanto alle lotte responsabili delle donne, è ormai imprescin­dibile che gli uomini alzino la testa e la voce: padri, amici, compagni, mariti, amanti e fratelli devono sentire che questa non è una lotta o una questione che riguarda le donne: riguarda, prima di tutto, gli uomini e i loro comportamenti. E non illudiamoci che ignorando il problema esso si estingua. Sarebbe un errore fatale pensare che l’educazione e il rispetto tra generi e generazioni si trasmettano per osmosi, e che la forza del patriarcato, nella sua banalità maligna, si spenga solo perché alcune di noi, forse, non ne sono più vittime. Faccio due esempi semplici rubati al quotidiano. Si sa che su facebook abbondano le stupidaggini, chiamiamole in questo modo: ci sono gruppi con adesioni altissime che nascono esclusivamente per raccogliere banalità di ogni tipo, spesso a sfondo sessista, velatamente o in modo palese. Ma il saperlo non rende questa valanga ingente di ciarpame, che rischia di invadere le nostre pagine, specialmente quelle di ragazzi e ragazze, meno irritante e talora offensiva. Nella giornata in questione mi cade l’occhio sul post di un poco più che adolescente (ora si dice ‘giovane’ anche di un/una trentenne, questo ne ha appena 18): intercetto questa perla di saggezza perché ho incautamente come ‘amici’ alcuni studenti e così ho la fortuna di leggere il seguente commento:. “La mia ex era così fredda che ci potevo pattinare sopra.” Da lì a poche ore, al supermercato, mentre mi aggiro tra gli scaffali, vedo un uomo sulla quarantina accucciato che fissa il reparto dei detersivi per il bucato. “Lei che è una donna, – mi fa – può indicarmi con che cosa lavare a mano?” Lei che è una donna: quindi, nella mente di quel signore, deputata a conoscere, per genere, i segreti del bucato. Sono necessari altri esempi presi dal banale quotidiano per affermare che forse esiste una questione maschile nel nostro paese?

Ha dedicato a qualche persona in particolare questo libro ?

Sì, ho dedicato il libro in modo specifico ai miei due figli, due maschi, Anteo di 23 anni e Cielo di 18; mentre Letteralmente femminista- perché è ancora necessario il movimento delle donne, che ho scritto nel 2009, era dedicato alle donne, questo mi è sembrato importante pensarlo soprattutto per loro. Non è sempre facile, in questo mondo così violento e ancora pesantemente sessista, educare due giovani uomini a non diventare pessimi uomini, e nemici delle donne.

Da scrittrice ma soprattutto da formatrice sui temi della differenza di genere , quali riflessioni le hanno suscitato le risposte che ha ricevuto?

Moltissime mi hanno emozionata, sono rimasta sorpresa e senza parole; in generale, rispetto ai commenti quasi sempre sgradevoli e offensivi che invece vengono postati sul blog da uomini senza identità protetti da nick name queste risposte sono state rispettose, intense, anche contraddittorie ma oneste e creativamente conflittuali. In Italia sono usciti alcuni libri sulla ‘questione maschile’, ma un testo che proponesse risposte dirette su domande dirette su sesso, virilità e violenza non c’era ancora!

Pensa che il libro sia più utile ad un uomo o una donna?

Bella domanda; come sostiene la scrittrice Ursula Le Guin ogni libro mentre viene letto viene anche riscritto da chi lo sta scorrendo; penso quindi che la lettura di Uomini che odiano amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi possa essere utile alle donne perché apre una finestra su emozioni maschili altrimenti difficili da rintracciare, e agli uomini per riconoscersi, o trarre, ispirazione, dalle parole di questi loro simili.

Come ha deciso di strutturare il libro, ovvero come ha disposto le risposte ?

Mi sembra importante spiegare come ho pensato di proporre la lettura del materiale che compone Uomini che odiano amano le donne. Virilità, sesso, violenza: la parola ai maschi. Ho scelto, per ogni risposta, di dividere il materiale in due parti: prima le risposte più brevi, di una o due righe, poi quelle lunghe. Le risposte brevi sono state proposte, anche per scelta visiva, una dietro l’altra, a formare quasi una sorta di poesia/mantra, ispirandomi alla scelta fatta da Eve Ensler nella versione italiana del libro che contiene i testi del suo I monologhi della vagina. Non ho omesso nessuna risposta: ho tolto i nomi, anche se in moltissimi mi hanno detto che non avrebbero avuto nulla in contrario ad essere identificati. Il capitolo che ho chiamato Note a margine è germogliato naturalmente quando mi sono accorta che le annotazioni apposte, prima o dopo le risposte, erano interessanti e istruttive come, e qualche volta più, delle risposte stesse: delle chiose, delle specifiche, delle critiche o dei ringraziamenti che davano il senso e la temperatura politica, e talvolta poetica, del mettersi in gioco degli interlocutori.

Ho letto che a corredo del libro ci saranno tre interventi di attivisti delle reti di uomini italiani, ovvero Francesco Pivetta, insegnante e terapeuta; Mario Fatibene del Cerchio degli uomini e Beppe Pavan, di Uomini in cammino. Perché questa scelta?

Perché mi sembrava importante che chi legge avesse degli esempi maschili di esegesi, di interpretazione delle risposte. Così come io non ho voluto commentare, mi è parso interessante che, prima di eventuali momenti collettivi di confronto durante le presentazioni del libro che spero ci saranno, ci fossero queste ‘anticipazioni’: tre sulle stesso materiale, così differenti e quindi così ricche. A Mario Fatibene e Beppe Pavan, da tempo impegnati in gruppi maschili, ho dato da leggere il testo e loro ne hanno ricavato riflessioni e pensieri che compongono il capitolo Letture a caldo. A Francesco Pivetta ho chiesto di scrivere un commento a partire dalle risposte, e dal suo contributo è nata la postfazione del testo. A voi che leggete questa intervista spero che, se leggerete il libro, tutto questo materiale faccia lo stesso effetto di forte empatia che ha avuto su di me.