RENZO FRANCABANDERA | Amleta è un collettivo di attrici nato per evidenziare e contrastare il divario e le discriminazioni di genere nel mondo dello spettacolo. Ex Tavolo di Genere A2U. Il collettivo, che si sta trasformando in Associazione, è nato per raccogliere dati e così evidenziare, monitorare, esaminare le differenze di trattamento tra donne e uomini nel mondo dello spettacolo. È nato cioè dal bisogno di sostituire le sensazioni con numeri, cifre, percentuali; dati inconfutabili e incontrovertibili e si propone di intervenire per provare a colmare il divario emerso. L’obiettivo è quello di rivendicare e liberare spazi in cui le donne possano esprimere i loro talenti, esercitare la loro creatività, le loro abilità, la loro intelligenza, e avere anche la possibilità di sbagliare, così com’è stato concesso agli uomini per millenni. Amleta crede nella meritocrazia. Proprio per questo chiede di mettere più donne alla direzione dei teatri, alla regia sui grandi palcoscenici, a scrivere le storie per il pubblico che riempie le sale, moltiplicando i punti di vista, le voci in grado di raccontare la complessità e la varietà del reale.

Abbiamo intervistato alcune promotrici dell’iniziativa.
Già oltre trent’anni fa le Guerrilla Girls si ponevano in modo centrale il tema del rapporto tra questioni di genere e il mondo della cultura, un mondo che a conti fatti si rivela solo apparentemente aperto. A distanza di trent’anni, due generazioni, il contesto italiano vi spinge ad amare riflessioni sul tema… Come e da chi è nata l’idea del collettivo? Che tipo di finalità si pone?

Amleta è un collettivo di attrici che si identifica con il femminismo intersezionale nato all’interno di Attrici Attori Uniti, come evoluzione di un Tavolo di Genere.
Vogliamo proporre un cambiamento di sguardo per evolvere da stereotipi e meccanismi tossici che sono presenti anche nel nostro mestiere. In questi giorni, per esempio, stiamo lavorando a un test che analizzi le drammaturgie in un’ottica di genere per tentare di capire non soltanto quanti sono numericamente ma come vengono narrati i personaggi femminili. È un lungo e scrupoloso lavoro che ha già attirato l’attenzione di alcune Università desiderose di adottarlo.

Amleta ha ad oggi 13 progetti all’attivo, che vanno dalla raccolta dati sulla presenza femminile nei teatri alla lotta alla violenza. Abbiamo istituito infatti l’Osservatoria per raccogliere segnalazioni di colleghe che vivono situazioni di molestie sul lavoro, con un team di avvocate con il quale siamo in stretto contatto.

È un gruppo aperto? Come si può aderire al collettivo?

Amleta è un collettivo aperto a tutte le persone, di tutti i generi, che riconoscendosi nei nostri valori e bisogni desiderino affiancarci e sostenerci. Al suo interno ci sono attrici di tutte le età e di tutte le parti d’Italia, comprese colleghe straniere, le nostre finestre sul sistema euorpeo ed extraeuropeo.
Troppo spesso gli artisti partono da rivendicazioni collettive, ma poi l’egoismo della autorappresentazione, che in fondo li anima, fa perdere l’afflato iniziale. Che antidoti ha Amleta rispetto a questa notoria debolezza delle rivendicazioni nel mondo dell’arte?
Per noi attrici rappresentazione e perfino autorappresentazione sono parole chiave (è attraverso di me che emerge e viene narrata Medea), tuttavia lo sono anche parole come ascolto e volontà di comunicare, di andare verso l’altr*.
Nel nostro lavoro purtroppo si ripropone la stessa piramide patriarcale che troviamo nella società. Noi siamo la base, il sostegno e al contempo ne veniamo schiacciate.  Ma grazie a ciò abbiamo maturato la forza che rende solida la nostra determinazione. È con questa determinazione e con l’amore verso il nostro lavoro e verso le nostre colleghe che stiamo provando ad essere “collettive”. Vogliamo provare che l’antidoto ai personalismi o all’autoreferenzialità siamo noi.

In che rapporto siete con altri circuiti che raggruppano le produzioni e i teatri indipendenti, come CreSCo, che peraltro già da tempo aveva redatto un codice etico alla cui osservanza i propri partecipanti erano tenuti?

Molte di noi fanno parte di altri circuiti, e questo è un punto di forza.
Ora ci stiamo costituendo come Associazione, lavorando a un manifesto dove redigere un codice etico che abbia come punto di vista privilegiato quello della parità di genere e dei comportamenti che in un collettivo riguardano la leadership femminile.
Un altro dei nostri obiettivi è interfacciarci con soggetti istituzionali e politici per poter offrire il nostro contributo all’elaborazione di pratiche che sempre di più tengano conto della parità.

Una domanda fra provocazione e riflessione socio-politica: avete fatto partire una prima grande campagna di comunicazione, focalizzandovi sulle nomine dei grandi teatri nazionali. È anche un tema di quote di potere, quello della presenza delle donne nel sistema delle decisioni? Perché la parola potere suscita poi così tanta allergia? In fondo dovrebbe dipendere da come lo si esercita. O non esistono i poteri buoni? E in questo caso a che serve rivendicarne?

Finora per arrivare a posizioni apicali, chiunque, a prescindere dal genere, ha dovuto usare strumenti propri del modello di potere “maschile”. Spesso, infatti, potere è sinonimo di dominio. Chiedere una maggiore possibilità di accesso a quelle posizioni vuol dire concedersi di cambiare prospettiva, vedere il potere nella sua altra accezione: poter fare.
Per dirla con Eleonora Pinzuto, usare questo potere, per le donne, significa saper agire il potere e non subirlo: conoscerne le dinamiche, le funzioni, le azioni, sottrarsi dalle strutture precostituite e magari riuscire a modificarle. I poteri buoni? Certo, molt* ci sono già riuscit* e a loro dobbiamo le conquiste di cui beneficiamo. Il potere può sostenere idee e convinzioni inclusive, paritarie e democratiche, diventando un modello per altre donne (e per tutt*).
E siccome il saper fare è una conseguenza del poter fare, le donne meritano la possibilità di sbagliare, così com’è stato concesso agli uomini per millenni.

In questi mesi abbiamo condotto un lavoro di mappatura che non si è limitato a prendere in considerazione le direzioni dei teatri. Ne risulta che, considerando l’ultimo triennio produttivo dei Teatri Nazionali e dei Tric, la presenza delle donne è del 32,4% per quanto riguarda le figure di attrici, registe e drammaturghe. Zero se si considerano le direzioni dei Teatri Nazionali.

Vorremmo quindi più donne alla direzione dei teatri, alla regia sui grandi palcoscenici, a scrivere le storie per il pubblico che riempie le sale, che è per la maggior parte, composto da donne.
Vogliamo lo sguardo femminile sul mondo.

Con i teatri chiusi, le Amlete cosa fanno? Con quali risorse per la piattaforma di rivendicazione? Con quali prospettive future?

Siamo un gruppo numeroso e questo facilita l’attivismo, senza dimenticare il proprio mestiere. Entrambi ormai inscindibili.
Per ora ci stiamo auto-tassando, con la prospettiva di partecipare a bandi o di essere cofinanziate da chi vorrà sostenerci, per esempio contribuendo alle spese legali dei casi di violenza di cui ci stiamo occupando.
Per tornare alle Guerrilla Girls, non ti neghiamo il nostro desiderio di esprimere attraverso la nostra arte e il nostro mestiere il dissenso, per immaginare e costruire alternative. Intanto ci stiamo conoscendo tra noi, poi arriveremo magari a trovare un linguaggio artistico comune.

Quindi, se sei un’attrice e ti riconosci in questo progetto unisciti a noi: amleta.info@gmail.com oggetto: un’Amleta.