venerdì, 18 Settembre, 2020
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Un’altra domenica

GIANLUCA IOVINE |

Va già tutto bene così, un hashtag al futuro non serve, mentre sogno volti, parole, abbracci.

Da sveglio, fingo sia tutto uguale a prima, in un gioco fragile.

Il silenzio di questa domenica di maggio stride proprio come le rondini, rese vivaci dal respiro caldo del sole.

4 Verticali

Un guanto azzurro è spinto dal vento tra le erbacce della vecchia stazione.

La prigionia continua anche fuori.

La mutazione si rivela quando esco. Non mi chiedo neanche più se serve, se potrò fare le cose di prima: esco e basta, che è già una fortuna non dover spiegare più su un foglio chi sono, dove vado, quando torno.

Ma devo bardarmi. Incrocio uno sguardo meno schivo, con un sorriso invisibile lascio il popolo delle maschere.

In febbraio sognavo una notte allo Zoo di Berlino. Ora persino Siderno sembra troppo lontana.

Continuo come tanti a vivere sospeso. E ci sto male.

Così il cielo è un fondale mal dipinto, e il pavimento un sentiero di briciole e giochi abbandonati.

Affacciàti sul cielo

Le sedie con i cuscini slegati da sempre, i divani consegnati agli artigli dei gatti di casa nascondono male la loro stanchezza.

I muri hanno più colori di me, per ripicca mi accanisco su ogni scalfittura che rivedo all’eccesso. C’è un libro su una mensola, sdraiato come me.

Già da molto tempo il balcone è una stazione di posta per gatti. Vite difficili, le loro, ma libere.

Nel piccolo giardino gigli e crochi nascono in una notte.

La vita è testarda
La vita è davvero testarda.

Immobile come me, solo il ciarpame della cantina, e le carte del trasloco infinito in garage.

Neppure quando sono via sono solo.

Mi seguono tante memorie, tante solitudini, tra le case di via Rimembranze e Viale Pertini.

Di domenica è così, i progetti camminano lenti come queste scarpe, si fanno tenere per mano sicuri ma in fondo spauriti, come la figlia più piccola, tra i gladioli di Contrada San Lorenzo.

L’angoscia afferra alla gola, e non c’è litigata ne’ carezza che attenui questo tempo.

Un caffè ogni tanto, aroma e calore.

Luoghi, lavoro, sensazioni, vite. Resterà poco del prima.

Andrà tutto. Bene, Via il morbo, via un mondo.

E accadrà ancora, tra un sabato di speranza e un lunedì di fastidio, di ritrovarsi un’altra domenica davanti e non saper più cosa farsene.

Invece no. Perché è bella, la domenica.

Il paesaggio sa di estate.

Tutto è ancora fermo nel sonno, salvo il vento.

La vita sta ricominciando, anche qui, in queste stanze.

Gatti nati da poco in balcone, in giardino erbacce che non vogliono arrendersi ai fiori.

Prigionieri liberi

Giocattoli, biscotti, libri, da mettere a posto con calma, e poi i sorrisi del risveglio.

Per una volta il caffè si libera da una caffettiera ostile.

Sposto scatoloni, e dall’alto della scala il matrimoniale è Terra di Canossa.

Il bagno racconta viaggi, la cucina storie d’amore dimenticate in forno.

Sabato è ancora fresco, c’è una giornata da vivere in fattoria tra gli animali e la terra.

I bambini guardano oltre.

Lunedì è ancora distante. Il suo ufficio, il mio, la scuola della più grande, sempre tutto tra le pareti di casa.

In garage verso sera rivedrò anche il mio disordine.

Meno corse, più silenzi. I rottami in cantina fanno compagnia.

Oppure andremo a cercare lucertole nel sole, chiedendo a loro di domani.

Strangugli fatti a mano, e ragù di polpette. Dubbi e dissenso solo di contorno.

Senza riferimenti, tutti i giorni assomigliano alla domenica.

Inutile odiarla, lei non c’entra, è lo sguardo disincantato e il disordine dei ricordi a frenare l’abbraccio.

Andrà tutto bene, io ci credo, me lo dicono le auto che fendono la notte, e la fila fuori al bar del viale.

Ma ricordando. Perché dimenticare, non può davvero salvarci.

 

Come fai, perdi? Mica sempre! La confessione veneziana di Pablo Solari

RENZO FRANCABANDERA | Come fai, perdi. Ma mica è detto. Dipende.
Sicuramente non ha perso in questi anni Pablo Solari, regista teatrale italiano (eviteremmo l’orpello anagrafico del giovane/meno giovane, “perchè in fatto d’arte non rileva”, come ebbe a dirci Giorgio Albertazzi ultra novantenne in una intervista): porterà in scena il prossimo weekend il suo nuovo spettacolo Elia Kazan. Confessione americana a Venezia per Biennale Teatro.
Non ha perso, Solari, perchè finora ha giocato bene, con passione totale, le sue carte.
Diplomato in Regia teatrale presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, nel 2016 è drammaturgo di Oreste all’interno del progetto Santa Estasi. Atridi: otto ritratti di famiglia con la regia di Antonio Latella; e con Latella resta in qualche modo legato da un filo rosso.
È fra i finalisti del bando direction under 30 all’interno dalla Biennale Teatro 2018. E poi questo debutto a due anni di distanza. Nel mezzo diverse regie, come L’indifferenza, che abbiamo anche seguito per PAC.

Adesso sembra davvero in un momento di grazia, fra creazioni scenico-musicali, lirica, prosa. Alla vigilia del debutto siamo riusciti a rubargli un’intervista.
Andrà in scena uno spettacolo dedicato ad un personaggio controverso come fu Elia Kazan, uno dei più acclamati registi di Hollywood, che, come si ricorderà, dopo una prima fase di film di impegno sociale nell’immediato secondo dopoguerra, ad inizio degli anni Cinquanta barattò la gloria con il collaborazionismo al comitato McCarthy, consegnando i nomi di amici e colleghi alla Commissione per le attività antiamericane, e denunciandoli come comunisti.
Brillante la carriera che seguì di lì a pochissimo, con grande fama (già nel 1952 ebbe la  Nomination agli Oscar come miglior regista per Un tram che si chiama Desiderio, premio che vinse nel 1955 con Fronte del porto); e poi soldi e sesso, ma per sempre perseguitato dal marchio nero dell’infamia di essere sceso a compromesso. Di aver fatto un patto col diavolo, alle spalle di persone innocenti.
E di vita, arte, compromessi e scelte abbiamo parlato con il regista di questo spettacolo che vede in scena un gruppo di interpreti assai interessante: Woody Neri, Valeria Perdonò, Luca Mammoli, Irene Maiorino, Carlo Amleto Giammusso. Lo spettacolo avrà poi una tournée che inizierà a dicembre: 11-13 al Piccolo Orologio Reggio Emilia e 16-18 al Teatro Fontana, Milano le prime date.

Pablo, la Biennale di preciso che effetto ti fa in questo momento della tua vita artistica?

È sicuramente un grande privilegio e onore prenderne parte. Un palcoscenico importante come quello della Biennale è una bellissima occasione per mettersi alla prova. Sicuramente sarà un momento di grande maturazione. Aggiungo che in questo momento, post lockdown, l’idea di poter incontrare degli amici / colleghi cercando di creare qualcosa, di persona, è ossigeno puro. Qualcosa che trascende l’esigenza artistica e diventa sopravvivenza.

Dopo la pandemia, credi che il teatro sia stato un po’ spiazzato dalla Storia? Che ci sia una piccola crisi di questo linguaggio come se la realtà lo avesse superato? E se non lo credi, cosa pensi che possa dire il teatro oggi?

Il Teatro è fragile, questa è la sua grande dote e anche la sua debolezza, è fatto per esistere per poche ore, la durata di una messa in scena, poi muore. Questa è una grande lezione. Un atto di fede verso la meravigliosa limitatezza dell’essere umano. Con un tale presupposto non credo che il Teatro possa mai subire una reale “crisi”.

L’ecosistema teatrale invece sì, quello è rimasto spiazzato, ma come tutta la società, è un male? Sicuramente sì, per le tante conseguenze economiche concrete e realissime che purtroppo la quotidianità ci sbatte in faccia ogni giorno. È un bene? Sicuramente sì, artisticamente siamo in un prezioso momento di riflessione e in quanto tale non possiamo evitarlo.

Aggiungo che questa Biennale tutta italiana proposta dalla direzione artistica di Antonio Latella mi entusiasma, leggendo il cartellone vedo tanti nomi di amici e colleghi che stimo profondamente, e in un momento delicato come quello che stiamo vivendo in cui la la conflittualità e la divisione sembrano prevalere nelle relazioni interpersonali, l’idea di una scena teatrale così coesa e differente allo stesso tempo può lanciare un bellissimo segnale al pubblico prima e alle istituzioni poi.

E questo lavoro nuovo tuo, nello specifico, in che rapporto si pone con la società, che è composta dagli spettatori, dagli sguardi, che avrai dall’altra parte?

Parla di uomini, donne e ideali. Attraverso politica, teatro, cinema, famiglia e sesso. È una storia che parla di quel compromesso che una volta nella vita tutti siamo costretti ad affrontare: quella scelta per cui non c’è salvezza. Come fai, perdi.

Tu sei un predestinato, un raccomandato, un fortunato, un operaio della scena? Campi di teatro?

Un pò tutte le cose che hai elencato, la mia storia racconta che sono figlio di teatranti, quindi inevitabilmente predestinato / raccomandato. Che ho vissuto e conosco i mestieri del teatro approfonditamente, con una passione quasi nerd, e questo mi rende un operaio della scena. Nella fortuna ci credo poco, ma tengo sempre un quadrifoglio regalato da mia madre nel portafogli.

Campo prima di tutto di affetti. L’anno passato mi ha insegnato che se dovessi basare le mie giornate sulle progettualità economiche non camperei più.

ph Nicolò Degl’Incerti Tocci

Come pensi si formi ed evolva una poetica registica? Che vorresti dire al regista che sei stato e cosa al regista che sarai?

Attraverso l’esperienza e soprattutto il privilegio dell’errore, non dando mai per scontato il futuro. Nessuno può sapere “chi è” e “chi sarà”, oggi sono questo, domani sarò quell’altro. Non puoi deciderlo, devi semplicemente fare succedere le cose. È importante credo vivere in questo stato di incoscienza, in cui l’unica necessità è non prendersi troppo sul serio.

Al regista che sono stato gli direi: “Non prenderti troppo sul serio.”

Speri di fare questo mestiere ancora a lungo o ogni tanto ti annoi? Sei più animale o intellettuale?

Collegandomi alle cose già dette, il teatro non è una cosa che voglio dare per scontata. La vocazione in questo mestiere è fondamentale: “perché sei qui in questo momento della tua storia a fare questa regia / a scrivere questo testo?” Sono domande che mi faccio costantemente.

La cosa che pensi quando al buio iniziano le prove e quegli esserini chiamati attori iniziano a muoversi sul palco e tu sei solo, lì in platea…?

Non sono mai solo. Senza i miei collaboratori non avrei il coraggio di affrontare la cabina di regia. Non sarò mai abbastanza riconoscente ad Alessandro, Maddalena, Matteo, Lorenzo e Fabio, amici più che tecnici. E poi gli attori Woody, Valeria, Irene, Luca e Carlo che in questo spettacolo si sono fidati di me con un’incoscienza davvero rara.

 

 

Elia Kazan. Confessione americana

Liberamente ispirato alla vita di: Elia Kazan
Regia: Pablo Solari
Drammaturgia: Matteo Luoni
Con: Woody Neri, Valeria Perdonò, Luca Mammoli, Irene Maiorino, Carlo Amleto Giammusso
Scene e costumi: Maddalena Oriani
Design luci: Fabio Bozzetta
Design sonoro: Alessandro Levrero
Produzione: Centro Teatrale MaMiMò
Con il sostegno di: Centro di Residenza della Toscana (Armunia Castiglioncello – CapoTrave / Kilowatt Sansepolcro)

19 Settembre 2020 Ore 21:30
Teatro Piccolo Arsenale
Ingresso con biglietto

Prima assoluta: 2020, 100’

Poesia inespressa in un mondo inospitale. Intervista preventiva a Davide Pascarella

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GIORGIO FRANCHI | “Conosci Recensioni preventive di Beppe?” Questo è Davide Pascarella. Non uno che ti chiede se conosci dei libri, nella fattispecie, quanto più un eterno bambino immerso in un flusso di pensieri spesso completamente avulsi dalla realtà che lo circonda, tanto che alle domande risponde così: con divagazioni che cancellano la domanda stessa. L’archetipo umano di Donny del Grande Lebowski o Todd di Bojack Horseman, dai quali però si distacca perché dotato di una straordinaria e quasi contraddittoria lucidità. E, soprattutto, di un intuito formidabile: quell’intuito che lo fa debuttare a ventitré anni come autore e regista al festival Tramedautore al Piccolo con Questa lettera sul pagliaccio morto quando ancora manca una rotazione terrestre al suo diploma, come attore, alla scuola dello Stabile di Torino. Lo stesso intuito e la stessa natura caotica dei suoi personaggi: Zebbo Brkyglash, protagonista indiretto del monologo che vede in scena Paola Senatore, è «il peggior pagliaccio e il peggiore zingaro» che chi lo ha conosciuto abbia mai visto, che tuttavia sembra sempre farcela ad arrancare nel suo mondo ai margini e a conquistarsi qualche fetta di libertà. E se il testo va nella direzione opposta della spensieratezza, cantando i segni che lascia un mondo crudele sulla carne degli emarginati, il personaggio finisce per darci l’effetto Mandela di un vincitore, qualcuno che, a scapito di un epilogo tragico, ha comunque vissuto una vita degna di essere narrata.

Ma torniamo a noi. Recensioni preventive è un libro di Cesare Ciasullo e Giuseppe Varaldo, Beppe per i suoi colleghi de La Sibilla, rivista di enigmistica alla quale collaboriamo anche io e Davide da circa cinque anni. Si tratta di un esperimento di ludolinguistica: Varaldo scrive una recensione a una poesia non ancora nata, dopodiché Ciasullo legge la recensione e compone le strofe di modo che la rispecchino. Abbiamo deciso di organizzarci così per questa intervista. Per tre giorni sono stato in compagnia dell’autore, ho ascoltato le sue opinioni sullo spettacolo a ruota libera senza chiedergli quasi nulla, riproponendomi di inventare le domande una volta cominciato a stendere l’articolo. Avevo la certezza che non avrebbe lasciato quesiti irrisolti: chi conosce Davide Pascarella sa che quando comincia a parlare di teatro può andare avanti delle ore senza fermarsi.

Guardando Questa lettera sul pagliaccio morto si è subito colpiti da come tutto sia in scena: Paola Senatore si illumina con torce e candele senza l’ausilio di fari su americana, le musiche sono suonate dal vivo da Chiara Dello Iacovo, al posto di un potenziale video da proiettore ci sono le ombre in movimento dei modellini di Gabriella Armini. Cosa ti ha portato a questa scelta?

Ho notato che il pubblico disperde una gran parte delle sue energie a svelare i trucchetti del teatro. Non voglio che questo distragga dal significato dello spettacolo: in questo forse mi avvicino a Brecht, del quale per il resto non trovo tracce nei miei testi. Penso che quello che scrivo sia poetico e politico allo stesso tempo, e come tale ha un messaggio che deve arrivare: per il personaggio del macchinista, protagonista e narratore, mi sono ispirato a Lulù Massa in La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, che fonde bene le due nature. La poesia è uno strumento eccezionale: per me è qualcosa di concreto, materiale, e come tale fa male e arriva in profondità. Le parti di Zebbo sono scritte in versi sciolti, ai quali intervallo contributi e/o piccoli furti da Emilio Piccolo, Svjatlana Aleksievič, Dino Campana e altri. Penso che questo sia tutto quello che serve. Nel mio teatro – anche se preferisco dire “nei miei teatri”, non ho ancora una linea stilistica definita – non trovo spazio per altri trucchetti magici.

La magia è tuttavia presente nei tuoi testi: in questo, ma anche in Appunti, semifinalista alla Biennale di Venezia e attualmente presente sui comodini di metà dell’ambiente teatrale italiano.

Appunti è nato dopo la prima versione della Lettera. In Appunti non ci sono elementi magici nel senso stretto del termine, ma situazioni quasi ordinarie che si caricano di significati struggenti e incontrollati se rapportati al mondo dei personaggi e degli spettatori. Nell’universo di Appunti nascono solo coppie di gemelli perché è una realtà in cui è troppo difficile essere soli. Un piccolo miracolo poetico della natura per andare avanti. In Questa lettera sul pagliaccio morto, invece, la magia è innanzitutto linguistica. Il macchinista non parla la lingua romana del clown nomade che ha appena investito quando si ferma a prestargli soccorso, ma in qualche modo capisce tutto. Nello spettacolo si parla di Černobyl’ senza mai menzionarla; i personaggi, i luoghi e le situazioni non hanno nomi e spesso non vengono approfonditi, rimangono sospesi nell’immaginario di Zebbo che possiede la testa del macchinista. Il secondo elemento è, di nuovo, un piccolo miracolo: ciò che vediamo in scena accade negli ultimi tre quarti d’ora di vita del pagliaccio, un tempo decisamente irrealistico per qualcuno che è stato investito da un treno e abbastanza generoso da concedergli di raccontare la sua storia senza fretta, per farsi chiudere le palpebre al giungere del suo epilogo. Il tempo che gli rimane non è un secondo di più, né un secondo di meno di quello che gli serve per raccontare la sua storia.

Come Mercuzio in Romeo e Giulietta.

Come Severus Piton in Harry Potter e i Doni della Morte.

Foto di Guido Mencari

Questa lettera sul pagliaccio morto nasce nel 2019 per Odiolestate, residenza indetta da Carrozzerie_n.o.t che ha co-prodotto lo spettacolo con il Nuovo Teatro Sanità. La prima versione durava mezz’ora e vedeva protagonista Matilde Vigna, mentre per Tramedautore è raddoppiato di volume. Cos’è cambiato?

In effetti è stato come creare un Frankenstein. La versione breve era costellata di richiami poetici embrionali, che tali dovevano restare. Torno un attimo sulla poesia: per me la poesia è fare di una cosa piccola un elemento centrale, non a caso cito Gozzano nel testo. (NDA: in un altro dei nostri colloqui, dopo aver visto Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni di Deflorian/Tagliarini, Davide mi raccontò del suo amore per i finali aperti, o meglio, “quelli in cui non torna tutto”. Ecco, i finali di Pascarella sono sempre molto chiari, a essere aperto è tutto il resto).
Per andare avanti un’ora ho sentito il bisogno, come i neonati di Appunti, di qualcuno che mi facesse compagnia: ho dovuto far evolvere un personaggio citato da Zebbo, Mike, per trasformarlo nel suo interlocutore, a cui do voce io fuori scena. Inizialmente volevo che il pubblico rimanesse affascinato da questa figura amica appena accennata, che uscisse dalla sala con il desiderio insoddisfatto di saperne di più. Ho dovuto tradire questa scelta, ma questo mi ha permesso di trovare e sviluppare altri spunti. Tante cose sono cambiate anche con il passaggio del testimone da Matilde Vigna (che è rimasta nei crediti come co-creatrice dello spettacolo e che ha improvvisato battute che ora fanno parte del copione) a Paola Senatore: il macchinista è diventato più tenero, scanzonato, meno grezzo rispetto alla versione di Matilde. La versione di Paola riesce anche a strappare delle risate per i primi cinque minuti, prima di tuffarci nel nero della vicenda.

Pensi che questo sia positivo? Il testo in lettura ricorda molto Antonio Tarantino e a tratti Sgorbani, c’è un’ironia continua di fondo ma non sembra mai andare a cercare la risata.

No, infatti. Penso che il pubblico spesso cerchi un pretesto per ridere, è uno degli approcci più facili. Per me la sola risata onesta è quella che arriva in controtempo. Il testo la raggiunge con momenti di ingenua tenerezza che commuovono spiazzando lo spettatore. Questo genera la risata, che non è quasi mai espressa ad alta voce. Ho provato lo spettacolo più volte per un pubblico di amici, che alla fine mi hanno sempre detto di essere rimasti toccati, ma di aver anche riso. Io però non li ho mai sentiti ridere. Penso che faccia ridere dentro, che lasci la sensazione della risata senza mai imporla al pubblico. Rimane comunque un testo leggero, grave nei contenuti, ma non nella forma. Poetico e politico, appunto.

QUESTA LETTERA SUL PAGLIACCIO MORTO

testo, regia, spazio, luci Davide Pascarella
con Paola Senatore
progetto sonoro dal vivo Chiara Dello Iacovo
scenografia e creazioni materiali Gabriella Armini
creato con Matilde Vigna
assistente alla regia Eva Meskhi
aiuti Gabriele Matté, Erica Nava, Letizia A. Russo
foto di scena Guido Mencari
un progetto di Davide Pascarella/tEATROMEMORIA
residenza produttiva Carrozzerie_n.o.t.
in collaborazione con Nuovo Teatro Sanità
con il sostegno di Teatro Italia Acerra
progetto vincitore “odiolestate 2019”

Foto di copertina di Guido Mencari

Viziosismi nr. 103: A e O

ANTONIO CRETELLA | Quello LGBTQ+ è un universo linguistico totalmente inesplorato dalla maggioranza dell’opinione pubblica, un universo linguistico nel quale la lotta per una vocale o per un articolo condensa gli immani sforzi per la costruzione di una visione inclusiva e rispettosa delle diverse identità, misconosciute o, se riconosciute, costrette a essere definite da una nomenclatura eteronormativa elaborata sulla base di una rigida visione della sessualità umana coincidente con quella del maschio cisgender eterosessuale, che aveva creato a sua volta un universo linguistico per definire ogni difformità rispetto al paradigma attraverso espressioni offensive o grossolane. Non serve qui riportare l’infinito elenco di insulti utilizzati per definire omosessuali, lesbiche, transessuali, tutte declinazioni di una mancata virilità o di una mancata femminilità. La questione nominale e pronominale ha rappresentato e rappresenta la sfida per l’emersione e il riconoscimento di esistenze che il passato relegava all’oblio, e si intreccia a doppia mandata con la riflessione su un linguaggio non discriminatorio, ma tuttora viene marginalizzata, vista con sufficienza come un capriccio. Il risultato è una grassa ignoranza anche degli addetti alla comunicazione che banalizzano nella cronaca il percorso di una persona transgender, che costa dolore fisico e psichico, sbagliandone il genere o confondendo orientamento e identità. Al dolore, come nella tremenda tragedia di Maria Paola e Ciro, si aggiunge se non il disprezzo, l’indelicatezza di certo giornalismo che, pur lavorando con le parole, non ne conosce il peso, senza nemmeno immaginare che per una -A o per una -O si combatte duramente per tutta una vita.

Festival Opera Prima: lo straniero che abbiamo dentro

RENZO FRANCABANDERA | Un festival vivo e partecipato, Opera Prima, che abbiamo iniziato a testimoniare e dove abbiamo vissuto l’incontro quotidiano con la pratica dell’arte e il dialogo fra gli artisti e chi fruisce.

Il weekend nella giornata di sabato ha visto in scena Caligola la nuova produzione del Teatro del Carretto, firmata per la prima volta da Jonathan Bertolai, già assistente alla regia di Maria Grazia Cipriani, artista della Compagnia fin dal 2006 e dal 2018 anche suo presidente. Un atto di coraggio della compagnia che offre la possibilità di un altro codice interno, nato evidentemente nella pratica artistica del gruppo di lavoro ma capace di sviluppare una autonomia di linguaggio che comunque prospetta la possibilità per il gruppo di lavoro di una auspicabile coesistenza fra un sentimento registico di lungo corso e una pratica nuova, altra, che porta altra linfa.

Foto Loris Slaviero

Il progetto, liberamente ispirato a Caligola di Albert Camus, è nato nella primavera 2019, da alcuni appunti di lavoro di Ian Gualdani, che ne è interprete sotto la guida di Bertolai e dentro una macchina scenica assai composita, di rimandi a codici dell’arte contemporanea leggibili nei riferimenti ai grandi artisti della visual art, come Bill Viola, e che si avvale della pregevole collaborazione al suono di Hubert Westkemper e alle luci di Orlando Bolognesi.
Nell’allestimento, invero, il testo di Camus quasi scompare, per lasciare spazio a una azione molto fisica e affidata all’esuberanza di Gualdani, attore che rimanda alla fisicità performativa della nuova teatralità: un cyber-espressionismo quasi ginnico, costretto dentro una bardatura fisica che, pur preservando la corporeità quasi nuda, staturaria, da San Sebastiano, vive una narrazione del personaggio di spasmi e psicosi agite nel fisico.

Foto Loris Slaviero

Si tratta sicuramente di una composizione scenica elaborata, in cui confluiscono, come detto, stimoli e suggestioni diverse, ma che l’amalgama dello spazio teatrale prova a rendere coerenti.
Nello spazio piccolo e buio delimitato da un recinto di luci neon verticali e da monitor a fondo scena e in proscenio, l’impatto sovrastante del suono, delle immagini, dell’azione corporea sul fatto drammaturgico, se da un lato spiazza completamente rispetto all’ipotetica aspettativa sulla messa in scena del testo di Camus, dall’altro propone una lettura di physical theater sfidante e a suo modo originale. Si crea un riverbero fra l’azione dell’attore e il video che ne rappresenta, sul fondo, una proiezione psicologica, ora muta, ora parlante. Lo vediamo prima cercare di mettersi al mondo, di riportare in vita la statua del personaggio che fu, per poi cercare di addomesticare la sua malattia, la sua luna, per poi soccombervi. Lo spettatore viene travolto dalla dimensione angosciata e violenta di un soggetto fragile, dal sembiante efebico, ma capace di scatenare forze nere e psicotiche, in un delirio di solitudine ben sostenuto sia dalla pregevole e mai banale composizione sonora, che dai toni luminosi. Ci mette a confronto con un duale che non riconosciamo solo in scena ma che sentiamo essere specchio delle nostre inquietudini.
Seppure con qualche segno perfettibile nella componente video e nel rapporto fra gesto e ritmo assoluto della creazione, l’opera prima di Bertolai ha i connotati non solo dell’operazione coraggiosa ma anche del prodotto creativo tutt’altro che banale; è giusto attendersi nuove prossime manifestazioni che fortifichino, con la pratica, un’intenzione artistica che è molto bello che il Teatro del Carretto abbia deciso di sostenere.

Ci spostiamo per la seconda parte della serata al Chiostro degli Olivetani per Stay hungry, di e con Angelo Campolo, attore e formatore siciliano di scuola Piccolo Teatro di Milano e finalista al premio Ubu 2016 come miglior attore under 35. Fondatore e direttore artistico della compagnia DAF, negli anni ha ideato e diretto numerosi progetti teatrali. DAF è attiva su diversi fronti come quello dell’integrazione dei migranti e la loro formazione, oltre che nel teatro che incontra la società.

Foto Loris Slaviero

La compilazione di un ennesimo bando a tema sociale diventa il pretesto per il racconto dell‘avventura di Angelo, impegnato in un percorso di ricerca teatrale nei centri di accoglienza in riva allo stretto e che richiama nel titolo il monito di Steve Jobs, “Stay Hungry“, che suona però beffardo e grottesto per queste vite schiacciate fra destino, povertà e burocrazia.

Come noto il contesto delle azioni artistico/sociali legate all’integrazione dei migranti è sovente regolamentato da bandi che mirano a raggiungere, anche attraverso l’arte, obiettivi di miglioramento sociale. Sono bandi che spesso trasformano l’iniziativa artistica in vera e propria via crucis, costringendo gli artisti a peripezie tanto artistiche quanto amministrative.
Dopo anni di laboratori con i migranti nei centri di accoglienza fra Sicilia e Calabria, Campolo trae spunto dalla sua vicenda personale per un lavoro che, sotto forma di monologo, mette in scena tutte le vicende legate alla partecipazione al bando, dall’incontro con i ragazzi, al loro coinvolgimento, alla condivisione delle questioni profonde delle loro vite; cose che si scontrano con la sorda burocrazia, oltre che con una realtà sociale composita e disgregata incapace di profonda accoglienza.
Il monologo, intervallato da inserti video, affida a Campolo un dialogo ora con presenze immaginarie ora con il pubblico in sala, in una azione ben ritmata e in un incedere narrativo che si sviluppa quasi secondo le linee guida del bando, spulciando gli argomenti alla ricerca del paradosso. Ne risulta uno spettacolo interessante che ha già riscosso numerosi riscontri e che merita di girare. Il testo è bello e, anche se talvolta affiora un’enfasi gestuale eccessiva, l’interpretazione è coerente con il proposito artistico, che infatti viene raggiunto, interessando profondamente la platea senza cadere mai nella retorica pelosa.
Che strano anche questo straniero in patria, che attraverso le vite di altri strianieri, ci strania e ci fa capire come facilmente ci si possa sentire estranei dappertutto, disgiunti da qualsiasi cosa, quando quello che hai alle spalle è passato  e il futuro non arriva a dar fiato.

CALIGOLA

regia e drammaturgia Jonathan Bertolai
suono Hubert Westkemper
luci Orlando Bolognesi
con Ian Gualdani
fonico Luca Contini
elementi scenici Rosanna Monti
scenotecnica Giacomo Pecchia
realizzazione video Diego Granzetti, Giovanni Adorni
produzione TEATRO DEL CARRETTO Lucca

prima nazionale
durata 60‘

STAY HUNGRY
indagine di un affamato

di e con Angelo Campolo
ideazione scenica Giulia Drogo
produzione DAF Teatro dell’esatta fantasia
Premio In-Box 2020, spettacolo vincitore del Nolo Fringe Festival Milano 2019

durata 60’
Bando opera prima

Questo matrimonio non s’ha da fare: Babilonia incontra Romeo Pagliai e Giulietta Gassman, coppia di fatto

RENZO FRANCABANDERA | Ci hanno provato a convincerli. Ma senza riuscirci. I due celebri amanti di Verona shakespeariani non vedevano l’ora di sposarsi; questi loro interpreti, senior quanto basta da aver attraversato gli ultimi cinquanta anni del teatro italiano, un po’ meno.
Il paradosso è che Ugo Pagliai e Paola Gassman, storica coppia della scena nazionale conosciutasi nell’allestimento dell’Orlando Furioso di Ronconi, non ha mai interpretato in cinquanta anni gli storici personaggi di Romeo e Giulietta.
«Ero troppo alta», dice la Gassman, in uno degli intermezzi dello spettacolo-intervista affidato alla regia di Babilonia Teatri, ovvero l’altra coppia formata da Enrico Castellani e Valeria Raimondi.

Due coppie nella vita e sulla scena, un salto generazionale importante quello che separa gli interpreti e i registi (invero anche loro presenti nel meccanismo spettacolare) per un allestimento fra i più curiosi di questa edizione dell’Estate Teatrale Veronese sotto la nuova direzione artistica affidata a Carlo Mangolini.
Nata nel 1948 per volontà del Comune di Verona per rendere omaggio a William Shakespeare e sottolinearne il legame con la città scaligera, la rassegna si conferma appuntamento imprescindibile nel panorama culturale nazionale.
«Dal momento che quest’anno le norme del distanziamento sociale non ci consentono di mettere in scena i grandi allestimenti shakespeariani – precisa il direttore artistico – abbiamo chiesto agli artisti invitati al festival di rivisitare alcuni testi, offrendo inedite chiavi di lettura a titoli simbolo del teatro di tutti di tempi. Romeo e Giulietta, Re Lear, Amleto e Macbeth tornano pertanto sul palco del Teatro Romano sotto una nuova luce grazie alle riscritture di Babilonia Teatri, Melania Mazzucco, Steven Berkoff con Fanny & Alexander. Ma anche grazie alle inaspettate interpretazioni di Ugo Pagliai con Paola Gassman, Vanessa Scalera, Chiara Francini con Andrea Argentieri e Sergio Rubini».

Il festival come noto propone da sempre un dialogo con i classici, quelli shakespeariani in primo luogo, e questa edizione affidata alla cura di Mangolini punta ancor più a mettere in relazione il classico con il contemporaneo e l’incontro fra i quattro protagonisti della scena italiana di cui stiamo dicendo, conferma l’intenzione di creare corto circuiti, di mettere a confronto, di favorire giustapposizioni. Nell’edizione del 1948 lo stesso spettacolo andò in scena il 30 luglio con la regia di Renato Simoni e Giorgio Strehler con Romeo interpretato da Giorgio De Lullo, e Giulietta da Edda Albertini.
La regia sceglie di abbattere i fondali del palco del teatro romano di Verona in modo da permettere alla città stessa, naturale ambientazione del dramma shakespeariano di fare da sfondo.

Certo non è più la Verona silenziosa e senza traffico dei tempi del grande drammaturgo, e così un po’ la fruizione, soprattutto di chi è posizionato in alto nelle gradinate, viene un po’ contaminata dal passare di autobus, motorini e qualche ambulanza.
Ciò nonostante il racconto inizia con la giusta palpitazione per i destini della coppia. Non di quella letteraria, le cui tristi vicende sono note, ma di quella degli interpreti, cui il duo registico chiede un impegno emotivo non banale sottoponendoli ad inizio spettacolo ad una prova al cardiopalmo.
«È la cosa più rischiosa che ho fatto in vita mia» dice poco dopo Pagliai, quasi quanto portare in giro i giganteschi cavalli del famoso spettacolo ronconiano.
Al di là del rimando ai cavalli mobili dell’Orlando Furioso, che diventano in questo allestimento cavallucci da giostra portati in giro per la scena da intepreti e comparse, lo spettacolo consiste in un’alternanza fra momenti in cui la maggiore delle due coppie viene intervistata da quella anagraficamente più giovane, e momenti in cui i due interpreti anziani danno vita, con una tenerezza tutta loro, che ovviamente attribuisce altre caratteristiche di senso al testo, i più celebri duetti fra i due amanti di Verona. La costruzione drammaturgica, come anche nelle tragedie di Shakespeare, viene intervallata da una presenza giullaresca, un lanciatore di coltelli, prestigiatore e altro, che di tanto in tanto interviene, talvolta in forma onestamente assai accessoria, nell’incedere della creazione.

Povera è la scenografia, con una balconata che diventa impalcatura ferrea, un muro di legno a fare da fondale mobile, le sedie e i cavallucci da giostra.
La giostra della vita avanza inesorabile fra memorie, avventure, vita di coppia. Come resistere tanti anni fra palcoscenico e vita?
Ma, a proposito, Ugo e Paola: Siete sposati?
Il duo Castellani Raimondi cerca in tutti modi di convincere i due attori esperti a contrarre matrimonio vero, ma la loro opposizione è ferrea. Se s’ha da fare, si farà solo nella finzione scenica.
E così alla presenza di un vero assessore (ma senza fascia) viene celebrato un finto matrimonio.

In fondo è il gioco a cui si gioca per tutta la creazione, il bordo fra vita vissuta e finzione della scena, fra concretezza dell’esistere e dimensione fantastica che il teatro è capace di regalare ai suoi interpreti, la cui presenza resta quasi come fantasmatica anche dopo la morte, dicono i due grandi frequentatori di camerini, ricordando una frase di Eduardo e raccontando delle tante volte in cui queste presenze spiritiche sono diventate per loro quasi sensibili nella solitudine dei teatri.
Il post mortem d’altronde è proprio il modo in cui lo spettacolo inizia, con l’invenzione di un ipotetico atto aggiuntivo, creato ad hoc riutilizzando le parole del Bardo, e che racconta dell’incontro delle due anime degli amanti veronesi che si ritrovano nell’aldilà una volta morti: uno struggimento che ambienta e intona il lavoro in questa consapevolezza di maturità anagrafica, vita, amore e passione, morte, sogno e unione.
Cosa c’è dopo? Chi lo sà.
I due tornano a fine lavoro nell’ipotetico al di là in cui li avevamo trovati, come anime dantesche, correndo dietro a lucciole intermittenti che sembrano raccogliere con le mani, inseguendole nel buio.

ROMEO E GIULIETTA

regia Babilonia Teatri
con Paola Gassman e Ugo Pagliai
e con Enrico Castellani, Valeria Raimondi, Francesco Scimemi, Luca Scotton
produzione Teatro Stabile di Bolzano/Teatro Stabile del Veneto

Opera Prima 2020: a Rovigo torna il Festival e il dialogo fra giovani e maestri

 RENZO FRANCABANDERA | Era finita l’anno scorso con Mariangela Gualtieri che declamava le sue poesie sotto la torre dei giardini di Rovigo, in un silenzio di attenzione palpitante. Nella scorsa edizione, lAssociazione Festival Opera Prima era riuscita a portare a Rovigo 19 compagnie, di cui 6 internazionali, per un totale di84 artisti ospitati. Il Festival aveva visto la programmazione di40 eventi totali, di cui 16 gratuiti, in12 differenti spazi della città (Teatro Sociale, Teatro Studio, ex Chiesa San Michele, Accademia dei Concordi, una casa privata, Gran Guardia, Sotterranei due Torri, Museo dei Grandi Fiumi, Piazza Vittorio Emanuele II, Corso del Popolo, Piazzetta Annonaria, Giardini due Torri).
Quest’anno sembrava impossibile riuscire a far vibrare la città.
Sembrava impossibile anche farlo il Festival.
Certo non con
i 1700 spettatori paganti e le oltre 8000 presenzeagli eventi gratuiti dell’anno scorso.
Eppure…

Il Festival del Teatro del Lemming, storica istituzione fondata e diretta da Massimo Munaro, è un evento tenace, coraggioso. Un’araba fenice che risorge proprio quando sembra bruciare. Era già successo negli anni dal 2002 ai 2006 quando tutto sembrava finito e comunque dal 1994, quando c’era stata la prima edizione, il percorso non era mai stato facile. Ma ieri, vedere alle ore 20,15 il Teatro Studio pieno anche se con i distanziamenti, e il Chiostro degli Olivetani a suo modo gremito per lo spettacolo seguente delle 22. Vuol dire che questo gruppo di artisti ha creato un legame col territorio, che il Festival è una necessità per chi lo abita.

A conclusione del triennio dedicato al tema “Generazioni, anche questanno il Festival, partito con alcuni eventi nei giorni passati e che vive il clou in questa seconda metà della settimana, ospita 4 gruppi storici della ricerca teatrale italiana, che hanno segnalato ciascuno un giovane gruppo o artista per un festival dedicato al teatro contemporaneo  e alla ricerca nuovi linguaggi ma anche dedicato alle nuove creatività giovanili.  Accanto a questi otto eventi, lAssociazione Festival Opera Prima ha selezionato altri spettacoli tra le proposte pervenute attraverso il bando promosso a marzo. E anche qui, a testimoniare della forza viva di questo festival non solo in Italia, si segnalano le oltre 500 le proposte ricevute, di cui più di un centinaio provenienti dall’estero. Proprio nei mesi della pandemia!

Dopo l’incontro della città con Giuliano Scabia, le repliche di Metamorfosi, la creazione del Teatro del Lemming che abbiamo di recente raccontato, la serata del 10 ha visto come protagonisti i maestri Abbondanza/Bertoni con Hyenas.
È il racconto di un ballo  in  maschera a cinque.
Dal fondo della sala entrano in scena gli individui protagonisti uno per volta. Hanno delle maschere da animali da gregge, ovini, bovini.

Foto © Loris Slaviero

La struttura della creazione è circolare. Per tre volte viene compiuta, con alcune variazioni sul tema, un ciclo di gesti e situazioni. I cinque si dispongono in una sorta di schiera, si guardano, si scrutano, scrutano noi, poi un’esplosione di gesti e percussioni sul loro corpo, tipo Haka dei Māori, per poi spostarsi prima a destra in una composizione coreografica di errori e intermezzi, e poi a sinistra, in un annusarsi singolo e di gruppo. A quel punto irrompe un vortice di deep house che li travolge in una danza sfrenata e streboscopica con leggeri toni di fumogeno. Agiscono i cinque ciclicamente una presentazione, una preparazione, un ballo. Dal secondo giro inizia una sorta di variazione sul tema, esercizi di stile alla Queneau fra smascheramenti e trasformazioni identitarie, le iene nascoste sotto le pecore, in quadri generazionali che vorrebbero contrapporre all’uniformità “global” del gregge con il suo bisogno di tribalità archetipica e rituale, ripetitiva, il violento e solitario ghigno della iena sotteso alle individualità sotto la maschera.
Michele Abbondanza e Antonella Bertoni fanno un salto dalle rarefazioni de La morte e la fanciulla (2017) verso il tentativo di un complicato affresco generazionale che, pur aiutato nella drammaturgia dal sostegno di Danio Manfredini pare in qualche modo mancare di un tassello proprio in questa parte, che al di là della struttura ciclica si avvita un po’ su se stessa senza una sosta poetica e ristoratice se non nel bel finale, in cui la visione ravvicinata si perde in un immaginario di savana di notte, di metropoli animale e buia abitata da  belve indecifrabili. Un’atmosfera e una nota concettuale intervallare e discontinua che forse anche in altri momenti dello spettacolo avrebbe giovato alla composizione.

Dal Teatro Studio ci spostiamo per il secondo spettacolo serale nel bel Chiostro degli Olivetani, Sarajevo, mon amour di Farmacia Zoo:è, interpretato da Gianmarco Busetto, Carola Minincleri Colussi: lavorano assieme anche alla drammaturgia e alla regia.
Si tratta di uno spettacolo selezionato attraverso il Bando Opera Prima. La compagnia nata nel dicembre 2006 a Mestre dall‘incontro tra i due artisti si occupa di teatro, poesia e performance con un’attenzione al rapporto fra individui e comunità.

Sarajevo, mon amour, nello specifico, porta in scena una storia tragica, fra le migliaia occorse negli anni dell’assedio di Sarajevo fra il 1992 e il 1996, i 1.425 giorni durante la Guerra dei Balcani.
La domanda che origina lo spettacolo è: “Chi vince quando trionfa l’odio?”. Per rispondere veniamo fatti partecipi della vicenda di Boško Brkic e Admira  Ismic, conosciuti  come  “Giulietta  e  Romeo  dei  Balcani“, fidanzati di etnie e origini differenti, uccisi da un cecchino e morti abbracciati sul ponte di Vrbanja,  mentre cercavano di fuggire insieme da Sarajevo, per poter continuare ad amarsi e a vivere la loro vita lontani dalla città che amavano ma che era ormai sotto assedio e dove ogni giorno la vita diventava sempre più complessa per una coppia di ragazzi di etnie contrapposte nel conflitto.

Per chi non conoscesse la vicenda, un ampio documentario della PBS del 1994 diponibile online racconta della ragazza bosniaca e del giovane serbo bosniaco uccisi il 19 maggio 1993 dopo un anno dall’inizio dell’assedio e dentro uno scenario in cui già la disumanità si era manifestata in tutte le sue forme, con la complicità anche dei soldati delle Nazioni Unite, il cui ruolo in quel conflitto è stato più volte oggetto di critiche e con chiare accuse di responsabilità diretta per non aver evitato diversi massacri.

Foto © Loris Slaviero

Sarajevo, mon amour, è l’intreccio di una serie di storie, da quella di chi racconta a quella dei due ragazzi, a quella di una terra diventata suo malgrado teatro di un massacro. La creazione si sostiene su un dispositivo scenico semplice ma non banale, composto da una serie di pochi oggetti sul palco, una decina di pneumatici, coriandoli e una video proiezione gestita dall’interno dai due attraverso una telecamera mobile che riprende ora l’uno, ora l’altro, ora dei dettagli dell’azione scenica, in una mescolanza di segni che nel complesso funziona, al netto di qualche piccolo miglioramento possibile nella pulizia del movimento, specie nell’interazione con la tecnologia.

La parte narrativa è più efficace degli intermezzi che dovrebbero intervallare la vicenda con delle piccole riflessioni di natura più lirica, ma che a volte sembrano introdurre qui e lì inserti un po’ didascalici, in una vicenda che invece per tutto lo spettacolo avvince, con ritmo, belle trovate di scena, un recitato composto e funzionale che porta il pubblico in un grandissimo silenzio attento.
Belle le musiche. Alcune immagini mantengono una grande potenza e restano nella memoria, insieme alla vicenda stessa, nel complesso ben narrata.

 

 

HYENAS forme di minotauri contemporanei

di Michele Abbondanza, Antonella Bertoni
coreografie in collaborazione con i danzatori Marco Bissoli, Sara Cavalieri, Cristian Cucco, Ludovica Messina, Francesco Pacelli, Eleonaora Chiocchini
disegno luci e direzione tecnica Andrea Gentili
collaborazione alla drammaturgia Danio Manfredini
realizzazione maschere Nadezhda Simeonova
produzione COMPAGNIA ABBONDANZA / BERTONI Rovereto con il sostegno di MiBACT, Provincia autonoma di Trento, Comune di Rovereto, Fondazione cassa di risparmio di Trento e Rovereto

durata 60’

 

SARAJEVO, MON AMOUR

con Gianmarco Busetto, Carola Minincleri Colussi
ricerca drammaturgica e regia Gianmarco Busetto, Carola Minincleri Colussi
regia tecnica Marco Duse, Pietro Zotti

Produzione FARMACIA ZOO:E’ Venezia/Mestre con il sostegno di Teatro del Lemming – In Metamorfosi. Residenze per la ricerca teatrale 2019 – 2020, Estro Teatro – Fantasio Festival Internazionale di Regia teatrale 2019

prima nazionale
durata 60’

Bando opera prima

 

Incontro e creatività: gli ultimi tre appuntamenti di Cross Festival raccontati dai loro protagonisti

LAURA BEVIONE | Sono ricominciati gli appuntamenti “spettacolari” del Cross Festival di Verbania, che quest’anno ha ideato una Walk Edition. Giovedì 10 settembre, al teatro Il Maggiore è stata la volta del collettivo lombardo Qui e Ora, con la restituzione pubblica del lavoro della residenza creativa intitolata TRE_quanto vale un essere umano?.

La settimana prossima, sabato 19 e domenica 20, in collaborazione con Fondazione Piemonte dal Vivo e Editoria & Giardini, il festival si sposta negli splendidi spazi di Villa Taranto, a Pallanza, dove la compagnia torinese Tecnologia Filosofica presenta la performance itinerante di danza contemporanea Sinfonia H20, selezionata dal Bando residenze coreografiche alla Lavanderia a Vapore di Collegno.

Si termina poi sabato 26 quando, in collaborazione con Letteraltura, i milanesi di Animanera presentano a Villa Giulia la performance, per soli quindici spettatori alla volta, Love Suite.

Abbiamo incontrato le compagnie protagoniste di questi ultimi appuntamenti, per capire meglio il loro progetto e sondarne gli umori in questi mesi incerti

Qui e Ora, ossia Francesca Albanese, Silvia Baldini, Laura Valli, dirette da Silvia Gribaudi e Matteo Maffesanti. Ci potete raccontare come è nato e come si è sviluppato (avete potuto fare residenze?) lo spettacolo che portate al Cross Festival?

Lo spettacolo ha avuto una prima residenza proprio a Verbania, a Casa Ceretti, un momento di produzione che si è nutrito del dialogo fra il lavoro di regia, coreografia e ideazione di Silvia Gribaudi, il nostro lavoro di scena e di improvvisazione e gli stimoli visivi offerti da Matteo Maffesanti. Questa prima fase di residenza si è arricchita anche di un momento laboratoriale, svolto con persone del territorio, durante i giorni di residenza a Casa Ceretti. Una seconda fase di studio si è svolta presso Teatri di Vetro, con un doppio appuntamento presso il Teatro del Lido di Ostia e presso il Teatro India. In questa fase vi è stato un ulteriore sviluppo della drammaturgia e dei materiali scenici e un ulteriore momento laboratoriale con le persone del territorio. Inoltre, questa seconda fase di lavoro ha visto un proficuo scambio con alcune figure di critici che hanno accompagnato il percorso dello spettacolo e lo svolgersi del Festival Teatri di Vetro (Maddalena Giovannelli e Giulio Sonno). Una terza fase di lavoro si è svolta durante il lockdown e ha visto un primo scambio di materiali e scritture con Marta Dalla Via, che ha realizzato una supervisione drammaturgica. Quando la pandemia lo ha permesso sono riprese le prove in presenza: in quest’ultima fase di lavoro è stata perfezionata la drammaturgia con Marta Dalla Via, è stata rielaborata la drammaturgia visiva e sono stati svolti degli incontri con il pubblico per raccogliere impressioni, feedback e sperimentare il lavoro. Dall’inizio a oggi le prove ci hanno portato a riflettere sempre più sul senso del nostro lavoro, su come guardiamo a noi e agli altri, su quali siano i meccanismi di scelta e giudizio, ma anche sulla forza che l’atto performativo e l’incontro con il pubblico porta con sé.

É la prima volta che partecipate al festival? Se sì, come è nata la relazione con il Cross? Se non è la prima volta, quale tipo di relazione avete instaurato con il festival?

Abbiamo partecipato al Festival con altre due produzioni: My Place, altro spettacolo con la regia di Silvia Gribaudi, e Saga Salsa, uno spettacolo site specific che si svolge durante la cena, con il pubblico seduto a tavola e molto vicino alle attrici. La relazione con Cross nasce da una visione comune sull’arte, la dimensione performativa e il lavoro culturale sul territorio. Vi è, inoltre, un’amicizia ventennale e una stima reciproca con la direttrice del Festival, Antonella Cirigliano, che a lungo ha lavorato e tuttora lavora in ambito milanese.

Come avete vissuto questi mesi di emergenza Covid e quale scenario immaginate per i prossimi mesi, in particolare per quanto riguarda il mondo delle arti performative?

Foto di Margherita Masè

Abbiamo intensamente lavorato in scrittura e in progettazione. Abbiamo, inoltre, realizzato un progetto con il pubblico, Cosa bolle in pentola, che prevedeva l’incontro/ intervista in Zoom fra un artista e una persona del pubblico, una chiacchierata teatrale condotta da un’attrice della compagnia, partendo dallo spunto del cibo per raccontarsi emozioni e vissuti di questo tempo difficile. Per i prossimi mesi contiamo di riprendere la circuitazione dei nostri spettacoli e di dare vita a progetti capaci di raccontare questo nostro presente ed essere linfa vitale per superare il momento. Crediamo che il mondo delle arti performative abbia espresso grande creatività, capacità di inventare modalità per rimanere in contatto con il pubblico, resilienza rispetto allo spaesamento che ha colto tutti noi. Le zone d’ombra a livello istituzionale ci preoccupano, pensiamo si debba dare nuova linfa al sistema culturale, la pandemia ne ha dimostrato l’assoluta vitalità e necessità da una parte, così come la fragilità. Al presente, con amarezza, ci pare che la cultura sia considerata a volte dalle istituzioni la sorella minore, la figlia brutta a cui dare i vestiti di seconda mano.

Tecnologia Filosofica – ovvero Francesca Cinalli e Paolo De Santis – ci potete raccontare come è nato e come si è sviluppato (avete potuto fare residenze?) lo spettacolo che portate al Cross Festival?

Nel 2018, su commissione di Cross Project, gli artisti Francesca Cinalli e Paolo De Santis sono stati invitati a immaginare un progetto legato all’elemento acqua. In sinergia con Cross e B.R.A.C.T. – brevi residenze artistiche di comunità e territorio –  gli artisti sono stati invitati in residenza ad Arona, sul Lago Maggiore, presso il Circolo Wood/Casa del Popolo, a stretto contatto con il lago e con le comunità del territorio riflettendo insieme su due frasi e una domanda: «quando si guarda l’acqua, si guarda l’umanità intera», «quando l’acqua si muove, il cosmo partecipa», «da dove provengono le lacrime?».

Al Museo del Paesaggio di Verbania, nell’ambito del Festival Cross 2018, gli artisti hanno presentato al pubblico, nel cortile del museo, le prime tracce di Sinfonia H2O.

Nel mese di agosto 2019 il progetto è stato selezionato per il bando di mobilità in Asia – Crossing The Sea – ideato da Marche Teatro insieme a diversi partner italiani, quali Cross Project, per una residenza di due settimane in Cina, dove gli artisti hanno lavorato con un gruppo di giovanissimi danzatori dando così seguito alla ricerca: i bambini si sono espressi con libertà e gioia in un turbinio di segni ispirati all’ideogramma cinese acqua (Shuǐ -水) . Ne è nata una performance presentata nell’ambito della Youth Dance Competition e della Cerimonia di apertura della China Contemporary Dance Biennale a Shanghai.

Nel 2019 il progetto è stato selezionato per il bando Residenze Coreografiche Lavanderia a Vapore: in questa importante e determinante fase di lavoro gli artisti hanno collaborato con la dramaturg Ornella D’Agostino insieme a due giovani performer, Mirko Ingrao e Giuseppe Saccotelli, indagando la relazione: acqua-cosmo, acqua-memoria, corpo-paesaggio.

La creazione Sinfonia H2O approda a settembre in diversi contesti paesaggistici con un concetto site-specific per un numero limitato di testimoni: dal 1 al 4 settembre in residenza a Mirabilia Festival Europeo – date 5-6 a Cuneo lungo il greto del fiume all’alba; il 13 settembre nei Giardini della Reggia di Venaria per la Rassegna Natura in Movimento con il sostegno di Piemonte dal Vivo; dal 16 al 18 in residenza a Verbania – date 19-20 nella splendida cornice con vista Lago dei Giardini botanici di Villa Taranto – nell’ambito degli appuntamenti di Cross Project_Walk Edition 2020.

É la prima volta che partecipate al festival? Se sì, come è nata la relazione con il Cross? Se non è la prima volta, quale tipo di relazione avete instaurato con il festival?

Da anni la Compagnia Tecnologia Filosofica collabora con Cross Project attraverso residenze, percorsi di formazione e ospitalità al Festival. La relazione è basata sulla fiducia, sulla capacità e sulle idee: negli anni gli artisti e l’equipe del festival hanno instaurato una complicità creando valore e bellezza attraverso linguaggi e poetiche affini, cross disciplinari, immergendosi con sguardo attento al patrimonio culturale e paesaggistico, e contribuendo al dialogo con le comunità.

Come avete vissuto questi mesi di emergenza Covid e quale scenario immaginate per i prossimi mesi, in particolare per quanto riguarda il mondo delle arti performative?

Durante l’esperienza della quarantena, grazie al tempo sospeso e alla dimensione rurale a pochi passi dal bosco e dalle borgate della Valsusa in Piemonte, Francesca Cinalli e Paolo De Santis si sono rifugiati per riflettere sulla loro traiettoria artistica e pedagogica Il Corpo Rituale, coltivata in questi anni di ricerca ai confini tra corpo, teatro, suono, fra rito e tradizione, oriente e occidente, artificio e natura.

In questi mesi di confinamento hanno lavorato per mantenere un equilibrio emotivo e fisico, per risvegliare e coltivare flessibilità, resistenza e adattamento, immaginazione, concentrazione, orientamento.

Alla domanda: quali possono essere le strategie e le modalità di lavoro se pensano agli scenari futuri del post emergenza, risposte non ne hanno, ma pensano che ciò possa diventare oggetto della loro stessa ricerca artistica: integrare pienamente l’aspetto della fruizione del pubblico dentro l’atto artistico.

Se pensano alla loro traiettoria di questi anni e alle caratteristiche del loro lavoro certamente un ruolo importante lo gioca la relazione con i paesaggi e le comunità.

E dunque il site specific può essere senz’altro una chiave. La performance Sinfonia H2O è spesso accompagnata da questa riflessione: «Quando si guarda l’acqua, si guarda l’umanità intera».

Foto di Mirko Ingrao

Per il Cross Festival_Walk Edition 2020 gli artisti hanno immaginato per il pubblico un percorso itinerante lungo i giardini della Villa Taranto di Verbania. Un site specific per un numero limitato di testimoni che attraverseranno gli spazi tra azioni artistiche dove la danza, il suono, il video d’arte e l’installazione saranno riunite sotto un unico comune denominatore: una goccia d’acqua. Per meditare sull’inaridimento del nostro tempo nel mare del cambiamento globale e, alla luce dell’emergenza Covid, per riflettere insieme – testimoni, festival, artisti – sulla relazione tra l’acqua e l’immaginario: l’acqua è profondamente legata all’immaginario, si ha bisogno dell’acqua così come si ha bisogno di immaginare, l’immaginazione senza l’acqua inaridisce.

Animanera – Aldo Cassano, Natascia Curci, Antonio Spitaleri – ci potete raccontare come è nato e come si è sviluppato (avete potuto fare residenze?) lo spettacolo che portate al Cross Festival?

Lo spettacolo ha debuttato per la mostra Vade Retro, promossa dall’assessore Vittorio Sgarbi a Palazzo Reale a Milano.

Lo spettacolo nasce dall’urgenza della compagnia di sperimentare strade alternative di comunicazione, differenti visioni e percorsi interattivi che creano storie, vite, luoghi, dove il pubblico è coprotagonista. In particolare, nella performance che presentiamo a Cross, si è sperimentato sul concetto di distanza attore-spettatore fino al limite di un’intimità quasi totale.

Lo spettacolo assume varie vesti a secondo del luogo di rappresentazione e del contesto che lo ospita. Per Festival Cross presenteremo una delle sue evoluzioni: Love Suite“adattata alle misure anti Covid. Lo spettacolo ha fruito di una residenza molto proficua presso Factory Compagnia Transadriatica diretta da Tonio de Nitto a Novoli (LE).

É la prima volta che partecipate al festival? Se sì, come è nata la relazione con il Cross? Se non è la prima volta, quale tipo di relazione avete instaurato con il festival?

Non è la prima volta che partecipiamo al Festival che, infatti, ci ha ospitato l’anno scorso con After Party, una performance sonora dove i sensi vengono stimolati per poter condurre sensorialmente lo spettatore in un mondo altro attraverso l’ascolto di una voce, di una storia mixata a suoni e musiche evocative. Il testo, scritto da Simone Bisantino e recitato da Angelo Di Genio, racconta di una Milano notturna e allucinata che fa da cornice a un incontro tra due sconosciuti, un pezzo di città pulsante e dai risvolti acidi.

Da anni collaboriamo con la direttrice del Festival Antonella Cirigliano, sin dai tempi dei Giardini di Xpò, uno storico festival alternativo a Milano.

Come avete vissuto questi mesi di emergenza Covid e quale scenario immaginate per i prossimi mesi, in particolare per quanto riguarda il mondo delle arti performative?

Abbiamo cercato di utilizzare la fantasia per superare le barriere Covid con tutti i mezzi virtuali possibili a disposizione.  Animanera, in questo periodo, ha gestito una piattaforma online, dove ha continuato e promosso diverse e nuove attività culturali. Abbiamo continuato il Laboratorio di Formazione online, senza farci intimorire dalla situazione, siamo riusciti a trovare uno spazio virtuale per le prove teatrali, sperimentato nuove forme di dialogo. Abbiamo anche lanciato una storia virtuale interattiva a catena su come è stato vissuto il lockdown, con il nostro supporto video e audio ai prodotti che ci arrivano dal pubblico online. Sperimentata un’opportunità di crescita e di conoscenza di altri modi di fare teatro e cultura.

Oriente Occidente 40: l’umano e l’arte alla sfida dell’intelligenza artificiale. Sopravviveremo?

RENZO FRANCABANDERA | È un inizio di rassegna che ci lascia con non pochi interrogativi su quello che stiamo vivendo. L’edizione numero 40 di Oriente Occidente, storica rassegna di arte coreutica affidata alla illuminata e mai banale direzione artistica di Lanfranco Cis, direttore anche del CID-Centro Internazionale della Danza, la cui attività spazia dal perfezionamento di giovani danzatori, alla residenza delle Compagnie, allo sviluppo anche in senso teorico delle conoscenze in ambito coreutico, prende avvio con una serie di spettacoli che, anche in contrapposizione fra le loro dinamiche creative, esplodono nella loro manifestazione di senso anche proprio nel giustapporsi.
Parliamo del Festival di danza più longevo d’Italia. Una mostra fotografica sui primi vent’anni del festival, ospitata a Rovereto con gli scatti del fotografo Paolo Aldi, riporta chiaramente indietro l’orologio semantico quasi ad un’altro linguaggio, quando la passione per le culture del mondo portava qui compagnie d’estremo Oriente insieme ai maestri del teatro povero e performativo degli anni Settanta.
Dalle foto fanno capolino i sorrisi, tra gli altri, di Grotowski, Vescovi, Barba, a cena con i grandi della danza. Quest’anno per ricordarli tutti e dare un senso al distanziamento sociale, al teatro Zandonai di Rovereto, invece che squallidi fogli bianchi con su scritto “Non sedersi qui” c’erano le sagome di cartone di Pina Bausch, Carolyn Calson, Merce Cunningham e tutti i grandi della danza. Che sembrava quasi veramente di esserci seduti vicini.

Quanta differenza fra quel loro fare teatro, antropologico verrebbe da dire, centrato sul pensiero dell’umano, del rituale, dell’ancestrale, e l’apertura di questa edizione, affidata volutamente e in certo modo anche provocatoriamente a Pontus Lidberg, sperimentatore dei linguaggi e ibridatore della creazione coreutica, che da sempre gioca si muove al confine tra realismo e astrazione, specie nel rapporto modificativo della tecnologia nel suo impatto con la società. La ricerca parte da simboli dell’antichità mitologica, per poi sprofondare nella sua decostruzione contemporanea: due anni fa era stato il turno di Siren sempre qui al Festival, mentre quest’anno è la figura biforme partecipe della natura dell’uomo e del cavallo, ovvero  Centaur (Centauro), a ispirare il coreografo. Ma il nuovo secolo non è dell’uomo cavallo, ma dell’uomo macchina. L’ibridazione è prossima. L’ibridazione la abbiamo già in tasca. È bluetooth. È nella facilità con cui filtrando con gli algoritmi i nostri profili social diventiamo istantaneamente leggibili, trasparenti, scontati. Abbiamo un punteggio per ogni caratteristica caratteriale.

Pontus Lidberg_Centaur_ph Sarah Melchiori

Il direttore del Danish Dance Theatre, affiancato dall’artista esperta di Intelligenza Artificiale Cecilie Waagner-Falkenstrøm e dal compositore elettronico giapponese Ryoji Ikeda, usa per la prima volta dal vivo l’Intelligenza Artificiale, ribattezzata David, come ‘partner’ dei suoi danzatori. All’algoritmo e alla programmazione è affidata la creazione stessa dell’opera d’arte, la struttura drammaturgica, la coreografia e la selezione della musica. I danzatori, fondamentalmente eseguono. Sono le paradossali macchine, il soggetto agìto. Se nel centauro la parte razionale e direttiva era l’uomo e la parte cavallo era quella esecutiva e mobile, qui l’uomo esegue, e la macchina pensa. Addirittura ad un certo punto la macchina registra che alcuni movimenti sono fuori dal programmato, che il danzatore, in uno strenuo assolo, sta andando per i fatti suoi, disubbidisce. Un espediente drammaturgico studiato?
David  si è nutrito per mettere in piedi la costruzione, di informazioni sulle tragedie greche esistenti, sulla composizione musicale di Schubert, sui movimenti planetari e sugli stormi di uccelli, oltre ai dati raccolti in nove mesi di prova dei ballerini. Poi un cocktail digitale, una girata di iterazioni stocastiche stile Matrix, ed ecco che questa voce off, maschile/femminile, quindi senza specifici e aprioristici attributi di genere, decide che direzione dare alla creazione.
È tutto seduttivo e terribile, fa impressione, paurissima!
Siamo indirizzati, governati, studiati, letti, analizzati al nono decimale di approssimazione sulle nostre emozioni. Siamo finanche banali.
I dardi che, dopo essersi ubriacati, i centauri raffigurati nelle metope della parete sud del Partenone scagliano contro i Lapiti sono gli stessi che questi danzatori, meccanizzati nella loro intenzione, scagliano gli uni contro gli altri ad un certo punto dello spettacolo, come in una battaglia navale infinita, cui a volte lo spettacolo ci riporta, con i danzatori piazzati in scena al posto delle navi. E il computer a dire: «Brad: vai in B5! Julia: F4…».

Pontus Lidberg provoca ma in fondo addolora. La nudità dell’uomo davanti a tanta potenza di calcolo è solo nella sua residua forza di ribellione, di affidarsi al bello estremo, al sensibile per sè.
«Questa edizione del Festival è un gesto di resistenza – ha commentato all’avvio di questa 40esima edizione il direttore artistico Lanfranco Cis –. Rappresenta la voglia di esserci e di guardare oltre la pandemia, affermando il valore della relazione tipica dello spettacolo dal vivo.»
E forse resisteremo al virus, ma per quello che si è capito in questo avvio di Oriente Occidente alla macchina, no. Potremmo non sopravvivere.

Akadi Zaides_Talos_ph Sarah Melchiori

Ce lo ha raccontato – l’artista bielorusso, attivo dapprima in Israele e ora in Francia, Arkadi Zaides la sera dopo, con il suo fare teatro di denuncia a sostegno dei diritti umani. Presentava al Festival Talos.
Anche lui ritornava a Rovereto a cinque anni di distanza dal suo ‘politico’ e documentaristico assolo Archive, – un’indagine sulla gestione della convivenza nei territori occupati in Cisgiordania vista con gli occhi dei Palestinesi.
Talos è un progetto per lo sviluppo di un sistema informatico capace di monitorare i confini territoriali finanziato da dieci paesi e 14 istituzioni mondiali tra il 2008 e il 2013. In sostanza parliamo di misure di sorveglianza e controllo contro l’immigrazione clandestina con robot semi-autonomi a supporto delle guardie di frontiera. Tutto giocato sul confine fra umano e disumano, su quanto questa linea stia diventando sempre più sottile, la possibilità che a decidere il destino sia un robot a forma di cane e privo di qualsiasi germe di umanità sconvolge. Lo spettacolo è di fatto una conferenza, il cui elemento significativo sono le videoproiezioni che trasformano la realtà del vissuto umano in schemi computerizzati dove gli uomini sono pallini. Alla fine il performer attore inizia ad inciamparsi, a ripetere le cose, come una macchina.
Destino evidentemente ineludibile.

Che contrasto con il lavoro di Michela Lucenti e Balletto Civile (in una circostanza insieme ad Antonio Viganò)! Qui è tutto umano, dolorosamente ma dolcemente umano, troppo umano. I corpi sensibili del gruppo del Teatro della Ribalta, con Un peep show per Cenerentola, o le casette trasparenti di MAD – Museo antropologico del danzatore tra le strade di Rovereto, con i danzatori di Balletto Civile chiusi in queste teche trasparenti all’interno delle quali l’arte si sterilizza.
La logica della separazione fra azione recitata/coreografata e luogo dello spettatore. Forse il preludio all’avvento delle macchine, alla intermediazione del medium digitale per ristabilire contatto. Ovviamente il postulato di questi artisti, come pure di Luna Cenere (artista associata del Festival) nel suo progetto site specific alla Campana dei Caduti con i partecipanti ai laboratori, è il contrario: l’uomo, con i suoi istinti, le sue bestialità, i suoi limiti. Minuscolo ed enorme al centro del creato, in un dato momento dell’esistere, piccolo nel suo essere nudo dentro l’assoluto che lo sovrasta. È l’effetto che produce allo sguardo la creazione Genealogia_Time specific di Luna Cenere che prosegue nella sua ricerca sulla nudità come condizione umana in una nuova declinazione adattata ai tempi pandemici priva di contatto tra i danzatori in scena. Fortissimo l’impatto nella sua “ambientazione” alla Campana dei Caduti, luogo simbolico, storico, di commemorazione della sofferenza e della perdita.

 

In questo luogo i corpi sembrano resuscitare da una eterna sepoltura per tornare a volersi raccontare, con esasperante lentezza, dentro un tempo assoluto, ma ricordando il presente delle distanze, delle divisioni, delle lontananze. Pur con qualche ingenuità compositiva, la creazione comunque ha una bella potenza architettonica, ha saputo dialogare con il luogo, riuscendo a raccontare l’individuo, oltre che la collettività, il singolo corpo.
Forse per un computer un uomo e una cavalletta sono la stessa cosa. Per l’essere umano questo non è.
L’arte è dell’essere umano per l’essere umano. Un messaggio in presenza, o verso un futuro anche ignoto, verso uno sguardo anche non immaginabile o non nitidamente percepibile, ma comunque possibile. Questo pensiero la macchina non lo fa.
Michela Lucenti da questo punto di vista è incarnazione precisa di una dimensione amazzonide, in cui davvero il suo corpo, dimensione animalesca, viene portato dalla testa a confrontarsi con uno sguardo, spingendo sè e l’osservatore verso una dimensione quasi sempre di trance, di trapasso emotivo, di superamento delle resistenze inibitorie.

In MAD sono dieci i danzatori/attori immersi in piccole casette trasparenti, serre al cui interno cresce e vive un’umanità. Un museo con lo spettatore che passa, guarda, magari va via distratto ma con il corpo di ciascuno che diventa in qualche modo opera d’arte: in ciascuna teca c’è un pezzo unico, la storia di un uomo, o di una donna.

Pur essendo sempre coreografico, l’atto artistico della Lucenti è in se stesso panico, trance. Vuole trascendere il momento della creazione per proiettarsi in un universo mentale selvaggio, in chi osserva, capace di andare a scavare nell’istinto. Ecco perchè è un atto che pur nell’iniziale rispetto di regole compositive, quasi sempre trascende e si sposta, si sporca. Porta sè e i suoi ad una sorta di liberazione catartica, a suo modo sconvolgente. E questa cosa in genere allo spettatore arriva. Può dare disagio. Ma non lascia quasi mai indifferenti. Che per un segno artistico non è poca cosa.
Anche i movimenti studiati per Antonio Viganò e il suo Peep show per Cenerentola sono belli, come visionaria è la creazione del drammaturgo e regista del Teatro della Ribalta con i suoi interpreti.

Viganò_Lucenti Un peep show per Cenerentola_ph Sarah Melchiori

Lo spettacolo di Viganò è costruito attorno al tema del corpo come veicolo di giudizio e pregiudizio ma anche di verticalità di genere. Cenerentola è l’emblema di questo corpo perfetto, calzante, su misura. Il corpo nella sua declinazione attuale definisce una insopportabile e inspiegabile supremazia violenta dell’uomo, il bisogno della donna di sentirsi bella, accettata, di avere la taglia giusta.
A prescindere da qualche marginalissima didascalia drammaturgica, la creazione è visionaria e poetica, come sempre nell’immaginario del regista. Le sue immagini sono infantili ma arrivano ad essere anche pudicamente erotiche, a sperimentare con grandissimo rispetto per i corpi e le sensibilità a disposizione. Una lezione di come poter riportare il pensiero del desiderabile intorno alla persona prima che al corpo. E questo limite è un vero grandissimo pregio poetico di questo spettacolo.
I movimenti della Lucenti costruiscono attorno alle epifanie sceniche più inquietanti del regista un costante turbine di movimento, che asseconda la forza centripeta della macchina del peep show. Un piccolo evento, per soli quattordici spettatori alla volta!

 

 

CENTAUR

Direzione e coreografia Pontus Lidberg
Installazione Intelligenza Artificiale Cecilie Waagner Falkenstrøm
Audio e video Ryoji Ikeda
Programmazione computer per visual Tomonaga Tokuyama
Disegno Luci Raphael Frisenvænge Solholm
Drammaturgia Adrian Guo Silver
Costumi Rachel Quarmby-Spadaccini
Sviluppo The Center for Ballet and the Arts alla New York University
Produzione Danish Dance Theatre
Coproduzione Oriente Occidente Dance Festival, Theatre National de Chaillot e The Royal Danish Theatre
Con il supporto di Augustinusfonden, Overretssagfører L. Zeuthens Mindelegat, William Demant Fonden, Knud Højgaards Fond, Beckett-Fonden, Jyllands-Postens Fond

Durata 60’ 

 

MAD – Museo Antropologico del Danzatore

Ideazione Michela Lucenti
Collaborazione creativa Maurizio Camilli, Emanuela Serra, Alessandro Pallecchi
Disegno sonoro Guido Affini, Tiziano Scali
Produzione Balletto Civile
Coproduzione Oriente Occidente Dance Festival, Festival Fisiko!, Associazione Ultimo Punto/Festival artisti in piazza, Festival Pennabilli
Con il sostegno di MIBACT
Durata 90’

 

UN PEEP SHOW PER CENERENTOLA

Testo e regia Antonio Viganò
Collaborazione artistica Paola Guerra e Paolo Grossi
Movimenti e coreografie Michela Lucenti
Scene e costumi Roberto Banci
In scena gli attori del Teatro la Ribalta-Kunst der Vielfalt
Produzione Teatro la Ribalta-Kunst der Vielfalt (Bolzano)
Coproduzione Oriente Occidente Dance Festival

 

GENEALOGIA_TIME SPECIFIC

Coreografia Luna Cenere
Assistenti alla coreografia e interpreti Lucas Del?no, Davide Tagliavini con la partecipazione di un gruppo di performer, amator* e non professionist* che hanno partecipato ai laboratori di creazione
Musiche Renato Grieco
Management & Distribuzione Domenico Garofalo
Produzione Compagnia Körper | Oriente Occidente Dance Festival
In collaborazione con AMAT e Civitanova Danza per “Civitanova Casa della Danza” con il supporto di L’Arboreto – Teatro Dimora di Mondaino e Teatro Petrella di Longiano, Compagnia Virgilio Sieni e Les Brigittines – Playhouse for Movement, Associazione Armunia/Festival Inequilibrio
Inserito nel progetto ResiDance XL 2018 – luoghi e progetti residenza per creazioni coreogra?che, azione della Rete Anticorpi XL – Network Giovane Danza D’autore, coordinata da L’Arboreto – Teatro Dimora di Mondaino
Durata compresa tra i 30′ e 40′

 

TALOS

Ideazione e direzione Arkadi Zaides
In collaborazione con Claire Buisson, Nienke Scholts, Jonas Rutgeers, Youness Anzane, Effi & Amir (Effi Weiss & Amir Borenstein), Gabriel Braga, Culture Crew, Amit Epstein, Dyane Neiman, Thalie Lurault, Etienne Exbrayat, Simge Gücük
Durata 50’

 

Pillole di bellezza da L’Ultima Luna d’Estate

ROBERTA RESMINI | Partecipare agli eventi proposti nell’ambito del festival L’ultima luna d’estate è garanzia di qualità: le scelte artistiche sono sempre di spessore e il contesto naturale nel quale si calano rappresenta la cornice ideale in cui assaporare belle serate di arte e cultura.
Il festival di teatro popolare di ricerca organizzato da Teatro Invito con la collaborazione del Consorzio Brianteo Villa Greppi ha portato anche quest’anno grandi nomi del mondo dello spettacolo e compagnie emergenti attraverso cascine, agriturismo, ville e parchi brianzoli, animati da spettacoli teatrali, musica, degustazioni e passeggiate letterarie.
Per la XXIII edizione, alla riapertura dei teatri dopo il lungo lockdown, gli organizzatori del festival hanno azzardato un titolo coraggioso: L’arte è il vaccino dell’anima. Dalle parole del Direttore Artistico Luca Radaelli: «Tutti ci auguriamo che si trovi presto un vaccino: noi proponiamo una cura fatta d’arte, cultura, bellezza da inoculare nel nostro corpo sociale, per prevenire i mali dell’anima».

Tra le numerose proposte, decidiamo di seguire la serata di lunedì 31 agosto con Luna Crescente.  Il contest è rivolto a compagnie under 30 che mostrano 20 minuti di un loro lavoro; i protagonisti, di questa seconda edizione sono Giulia Cerruti, Francesco Garuti e Debora Benincasa, tre promettenti artisti che presentano un estratto del loro lavoro da sottoporre alla giuria del pubblico.
Apre la serata Antigone. Monologo per donna sola. Lo spettacolo, prodotto e interpretato da Debora Benincasa (Anomalia Teatro), propone la rappresentazione in chiave attualizzante dell’opera di Sofocle.


La vicenda è fedele all’originale: Antigone ripercorre la storia della sua famiglia segnata dal fato e dall’odio fino al momento in cui sacrifica se stessa disobbedendo alla legge del nuovo re di Tebe, Creonte, per dare degna sepoltura al fratello Polinice, accusato di aver tradito la città.
Con un abbigliamento sobrio – un vestito nero – e una scenografia essenziale – solo un cilindro bianco posto al cento del palco, una sorta di podio da cui l’attrice sale e scende a seconda delle esigenze sceniche –, il monologo travolge lo spettatore grazie alle scelte registiche di Amedeo Anfuso e alla potenza recitativa dell’interprete, in grado di spiazzare il pubblico con repentini cambi di registro e di tono. L’attrice dialoga con il pubblico preparandolo alle scene successive. Ciò che emerge è il personaggio di un’Antigone adolescente, appassionata, forte e risoluta nella sua scelta di morire. L’opera greca scompare, rimane solo lei e quanti, come lei, hanno deciso di lottare fino in fondo per i propri ideali.
Lo spettacolo, forse per la rivisitazione in chiave moderna e tragicomica di una tragedia greca, forse per la forza dirompente del personaggio stesso, ha conquistato il favore del pubblico che lo ha premiato: la versione completa sarà nell’edizione 2021 del festival.


Qualche minuto di pausa e ci ritroviamo catapultati nel settembre del 1943. Con Nelly. Qualcuno dell’Emilia Francesco Garuti ci racconta una storia vera ambientata negli anni più duri della Seconda Guerra Mondiale: siamo in una famiglia di sorelle partigiane e la storia è filtrata dagli occhi di Nelly, una ragazzina di tredici anni troppo giovane per unirsi alle sorelle nelle lotte di Resistenza.
Garuti, camicia bianca e pantaloni casual, riesce a rapire con intensità di espressione l’attenzione del pubblico ed è in grado di esibire una buona varietà di accenti, dialetti e vocalità per rappresentare i personaggi che popolano l’universo di Nelly: i venditori del mercato nero, il padre della ragazzina, Pippo, l’aereo che sorvola le campagne e le città alla ricerca di uno spiraglio di luce per bombardare. C’è profumo di racconti della nonna nelle canzoncine popolari che vengono cantate e nelle storie che vengono narrate. Garuti ha preso infatti ispirazione proprio dai racconti della nonna, affiancando alla drammaturgia un’approfondita documentazione presso l’Istituto Istoreco di Reggio Emilia.
Sicuramente uno spettacolo che merita di essere portato in giro, perché ricordare è un atto che restituisce verità alla Storia e, quando lo si fa con delicatezza e leggerezza, nonostante la drammaticità del tema, l’obiettivo è centrato.

Un’ultima pausa ci traghetta verso la terza proposta di Luna Crescente. Giulia Cerruti (Crack24) ci strappa fin da subito la risata con il suo Monologo di Donna con salsiccia, sia per come si presenta in scena, con un pigiamone rosa maialino, decisamente ingombrante per la sua figura, sia per le prime battute con le quali esordisce: «Se questo spettacolo si fosse chiamato “Monologo di donna che parla per quarantacinque minuti di morte” non sarebbe venuto nessuno. Invece ho messo la parola salsiccia nel titolo, perché quando si parla di salsiccia non si può non correre a vedere cosa succede».
E così, tra una risata sulle prese in giro di quando era bambina da parte dei suoi compagni di classe, la rievocazione delle notti insonni trascorse nella paura che le parole delle terribili ninne nanne per bambini diventassero realtà, le sedute dal terapista per superare la paura della morte, ecco che i venti minuti di trailer svaniscono in un batter di ciglio.
Giulia Cerruti affronta una sfida davvero difficile: fare comicità e far ridere sulla propria vita, partendo dalle prese in giro e girandole in punti forza. Un plauso al coraggio di affrontare con autoironia certi mostri del passato che segnano le nostre vite. E un grande in bocca al lupo perché questo spettacolo possa trovare i canali per esprimersi al meglio.

Con la serata di giovedì 3 settembre si torna a respirare gli odori della natura. Siamo alla cascina Galbusera Nera, nell’incantevole cornice dell’agriturismo La Costa, dove Teatro Invito presenta Le mele di Kafka.
Ciò che inizialmente colpisce è l’elegante allestimento preparato dallo staff dell’agriturismo:  tavolini in legno predisposti sul terrazzamento dei vigneti, vasetto di fiori di campo su ogni tavolo, un calice di vino servito quasi subito, davanti a noi un panorama di rilassante bellezza, dietro di noi le vigne.

Luca Radaelli ci legge alcuni brani tratti da romanzi dell’autore bellanese Andrea Vitali, alternandosi allo scrittore che si fa narratore degli aneddoti gustosi che stanno dietro le sue invenzioni letterarie. Gustosi è proprio l’aggettivo giusto, perché protagonista di queste storie è il cibo, semplice e popolare, profondamente legato alle radici lombarde e lacustri di Vitali. Una narrazione sanguigna al limite della brutalità con un substrato di ironia che Radaelli sa sapientemente mettere in risalto in una lettura divertente e appassionata. Andrea Vitali, scrittore pluripremiato, si presenta al pubblico in modo semplice, rustico, fiero delle sue origini. Il suo italiano, intercalato da qualche parola dialettale, riprende il modo di parlare dei protagonisti dei suoi racconti. Con lui ascoltiamo le vicende di suo zio Esilio, della zia Lina, di Evangelia e Agostino, dell’amica Ermelinda nell’esilarante storia che dà il titolo a uno dei suoi romanzi, Olive comprese (non vogliamo però svelare qui il mistero che sta dietro queste olive!).

L’appuntamento si chiude con l’aperitivo preparato dall’agriturismo La Costa. Buono, genuino, che scalda anima e corpo (siamo in aperta campagna e le temperature di fine estate iniziano a farsi sentire).


L’ultima tappa di PAC all’edizione 2020 del festival ci porta al Chiostro di San Giovanni a La Valletta Brianza. Quale luogo migliore per ospitare il Cantico dei Cantici nell’adattamento e regia di Roberto Latini?
Latini attende il pubblico disteso sulla panchina verde al centro del palcoscenico, cuffie ingombranti alle orecchie, trucco ostentato. Dietro la panchina una cornice a quadro, quasi finestra, un microfono e un telefono. L’inizio è segnato da un azzeccato gioco scenico: il personaggio si alza e, con lui, una musica di sorda sonorità. Riconosciamo Every you and every me dei Placebo, ma quello che temiamo essere un guasto acustico è invece un ingegnoso effetto di soggettiva e quando l’attore si cala le cuffie il volume esplode nella sua elettrica potenza. Siamo nella sua testa per assistere all’accavallarsi di parole, versi, emozioni. Si alza, guadagna il quadro, l’insegna On Air si accende e l’attore-dj inizia a scandire i versi di uno dei più misteriosi e sensuali fra i testi biblici. Latini fa emergere con veemenza ed energia carismatica la fortissima carica erotica e pulsante che è all’origine del testo biblico. Incarna una sensualità palpabile, allo stesso modo in cui acquisiscono consistenza materiale anche il suono, la voce, la musica che entra ed esce dalla sua testa.
Lo spettacolo è vincitore del Premio Ubu 2017 come miglior progetto sonoro. La musica, le luci, la presenza allo stesso tempo delicata e prorompente dell’attore, fanno del Cantico dei Cantici un inno alla bellezza, un vortice di passione, astrazione, concretezza e sensualità. Uno spettacolo forte, da metabolizzare nel tempo, che trova il consenso del pubblico che si abbandona a diversi minuti di applausi.

Il bilancio del festival è molto positivo e i numeri parlano chiaro: oltre duemila i biglietti venduti, un numero molto alto considerata la riduzione della capienza delle sale per via del distanziamento imposto dal periodo. I dati confermano il grande desiderio di ritorno al teatro dopo il difficile inizio del 2020.
E se la strada per il vaccino è ancora lunga, godiamoci queste pillole di arte che sono un vero toccasana per lo spirito


ANTIGONE Monologo per donna sola

di e con Debora Benincasa
regia di Amedeo Anfuso

NELLY Qualcuno dell’Emilia
di e con Francesco Garuti

MONOLOGO DI DONNA CON SALSICCIA
di e con Giulia Cerruti

LE MELE DI KAFKA
con Andrea Vitali
letture di Luca Radaelli

IL CANTICO DEI CANTICI
adattamento e regia di Roberto Latini
con Roberto Latini
musiche e suoni Gianluca Misiti
luci e tecnica Max Mugnai
produzione Roberto Latini/Fortebraccio Teatro

FESTIVAL L’ULTIMA LUNA D’ESTATE
Direzione Artistica Luca Radaelli
27 agosto – 6 settembre 2020

Il teatro per il patrimonio e il turismo sostenibile: dentro il progetto NeTT del Teatro Pubblico Pugliese

RENZO FRANCABANDERA | Certo pare buffo pensare oggi al teatro come driver di sostegno a valorizzazione del patrimonio naturale e culturale e del turismo sostenibile, ora che questo luogo della magia mediatica dal vivo è in parte chiuso o agibile a scartamento ridotto.
È un’altra delle contraddizioni davanti alle quali il frangente pandemico ci ha messo di fronte.
Eppure l’idea non è balzana o priva di un fondamento logico e anche economico: «Nel turismo degli ultimi anni, l’aspetto esperienziale a cui fortemente tende il turista si è sempre più connotato come un fenomeno di vera e propria narrazione. Tale narrazione è spesso dedicata alla scoperta dei luoghi, delle comunità e delle sue identità culturali. Altre volte è la narrazione in sè che diventa esperienza. Per questo il TPP-Teatro Pubblico Pugliese, è convinto dell’importante ruolo che gli operatori teatrali possono svolgere in questo contesto quali “narratori professionisti” se posti in stretta relazione con tutta la filiera turistica. A implementare quest’ultima relazione, è dedicato il progetto NeTT», ci dice affabile Lino Manosperta, esperto responsabile Ufficio Progetti del Teatro Pubblico Pugliese e conoscitore dei gangli produttivi e dei legami fra filiere del territorio.

Lino Manosperta – TPP

Siamo stati quindi invitati dal TPP a un giro in Puglia, a fare i turisti fra arte e storia grazie al teatro.
Quasi un gioco, per quanto mi riguarda, perchè è sempre un po’ strano fare il turista in una zona che dovrei conoscere bene, in fondo è dove sono nato; eppure spesso il turismo di prossimità viene lasciato da parte perchè “tanto ci si può andare sempre”. E poi si finisce per conoscere meno proprio i gioielli che si hanno dietro casa. Specie quando non ci si vive più da tempo.
Ed è quello che immancabilmente è successo, mentre venivo portato da un esperto d’arte locale, insieme a dei tour operator tedeschi, dentro i segreti del castello di Conversano, o ad ascoltare un concerto di musica da camera dentro la bellissima dimora storica di Palazzo Pesce, ospiti della famiglia Rotondi che gestisce questa residenza settecentesca con corte circolare e giardino nel pieno centro di Mola di Bari, animandola continuamente di eventi culturali, masteclass e laboratori per l’arte, sotto la direzione artistica di Margherita Rotondi, giovane imprenditrice illuminata, oltre che cantante lirica.
A volte quello che si pensa vicino non lo si conosce davvero.
E l’interscambio fra territori vicini era proprio il cuore del Programma di Cooperazione Transfrontaliero V-A Interreg Greece-Italy 2014-2020 che nella sua sezione NeTT – Network of Theatres for the valorization of Cultural and Natural Heritage to develop a Sustainable Tourism, ha avuto come soggetto capofila proprio il Teatro Pubblico Pugliese, e come partner il Teatro Municipale e Regionale di Corfù, il Teatro Municipale e Regionale di Patrasso, la Camera di Commercio di Acaia, oltre alla Fondazione Teatro Petruzzelli.
Itinerari culturali, coinvolgimento di tour operator internazionali, arti sceniche, con i centri storici delle città di Ruvo di Puglia e Lecce trasformati in palcoscenici a cielo aperto per presentare le restituzioni pubbliche dei lavori degli artisti coinvolti.

In origine i momenti pubblici avrebbero dovuto prevedere le visioni dei lavori di quattro compagnie coinvolte, due pugliesi (Teatro Koreja per Lecce e La Luna nel Letto per Ruvo) e due greche, ma queste ultime alla fine hanno potuto essere presenti solo attraverso alcuni video a causa dei recenti blocchi per contrastare la diffusione del contagio da Covid19.
È restato comunque vivo e ne testimoniamo parte, il percorso Racconti di Pietra, evento integrato tra produzione di uno spettacolo teatrale, attività laboratoriali di ricerca artistica e storiografica, e l’organizzazione di uno anello di congiunzione fra teatro e promozione turistica del territorio. All’interno di Racconti di pietra, infatti, fra fine agosto e i primi giorni di settembre, nella Cross Fertilization tra il progetto NeTT e il progetto “Sparc”-  entrambi finanziati dal Programma Interreg V-A Greece – Italy 2014-2020 – un gruppo di tour operator nazionali e internazionali ha potuto visitare Ruvo, Taranto, Lecce e altre meravigliose località pugliesi, seguendo i due show case alla scoperta dei principali patrimoni culturali della regione ma seguendo anche un vero e proprio itinerario di turismo culturale, in una fase molto delicata della mobilità turistica e usando in modo rigorosissimo tutte le precauzioni anti Covid.

Quanto alle proposte teatrali, a Lecce è andato in scena, ai Cantieri Teatrali Koreja, con la cura artistica di Elena Bucci, la creazione site-specific Per primo, Amore, un viaggio nel tempo verso la tragedia antica e il mito, liberamente ispirato alle Eroidi, raccolta di epistole composte dal poeta latino Ovidio tra il 25 ed il 16 a.C. circa, un epistolario immaginario tra eroine note e meno note e i loro mariti, fidanzati o amanti.
Non abbiamo potuto seguire l’evento, purtroppo, ma siamo in compenso stati spettatori, davanti al meraviglioso sagrato della cattedrale romanica di Ruvo di Puglia, della prima restituzione che il regista Michelangelo Campanale ha proposto alla cittandinanza, grazie alla collaborazione fra l’associazione culturale Tra il dire e il fare e la compagnia La Luna nel Letto, di Racconti di pietra (Bella addormentata).

Evidentemente attratto più dalla funzione antieroica che da quella del protagonista buono, Campanale, come già aveva fatto con Cappuccetto Rosso spostando l’attenzione sui tormenti del lupo, in questo caso, nella rilettura coreografata di La bella addormentata, lascia sullo sfondo la vicenda della principessina sforunata, per concentrarsi sulla solitudine della fata cattiva.
Siamo tutti in qualche modo stati esclusi, non invitati, estromessi. La figura della donna malvagia raccoglie in sè il tema dell’esclusione, dell’incomprensione, della solitudine. La scena, sempre composita e piena di ribalte, scomparti, sottoscala dell’esistenza rivela nel continuo tumulto delle vicende, una partizione fra l’umanità sorda e la solitudine incompresa della donna (Maria Pascale), cui va la maggior parte del carico drammaturgico della costruzione.
Attorno a lei vengono costruite le precise e insieme tumultuose azioni, per lo più coreografate, dei danzatori-acrobati della Compagnia Eleina D, sotto la direzione di Vito Cassano.
La costruzione scenica, ancora in fase di elaborazione, contiene in sè gli spunti e le caratteristiche fondanti della poetica di Campanale, regista visionario, costruttore di spazi scenici e ambienti emotivi ricavati anche con il sapiente ricorso alle luci, di cui è pregevole disegnatore.
L’illuminazione della cattedrale, l’utilizzo di toni e volumi ora caldi ora freddi, consente di sviluppare un tessuto di intensità ricco, per uno spettacolo che ambisce a un dialogo intergenerazionale, adatto quindi, con qualche aggiustamento necessario, a poter essere indirizzato a fruitori di ogni età, con piani e schemi di leggibilità assai diversi.
La favola è presente, anche se in controluce, quasi più come pretesto creativo che come traccia da seguire, cosa che infatti avviene solo in parte, per sommi capi.
Lo spettatore più giovane ritrova comunque in modo leggibile gli elementi dell’archetipo fiabesco, mentre all’adulto resta il compito di decifrare una rilettura più psicologica in cui fanno capolino, fra gli immancabili tableaux vivants cari al regista, i temi della violenza di genere, il nesso con altre figure del teatro e della letteratura di sempre, oltre che rimandi cinematografici, come l’educazione in stile Highlander del principe salvatore.
Pur rimanendo da calibrare il codice attorale sui performer danzatori, tipicamente meno avvezzi al linguaggio parlato, e la cifra delle emozioni forti da riservare al pubblico dei più piccoli, la struttura concettuale di Racconti di pietra, già in questa primissima versione, mostra un potenziale notevole per lo sviluppo futuro del progetto.
Ad oggi Campanale, con il suo percorso di teatro danzato nell’universo delle fiabe, mai banale e sempre ricco di spunti e rimandi all’arte intesa in senso lato, fra pittura, scultura, cinema, letteratura, appare come uno degli interpreti più interessanti in Italia della creazione tout public.

 

RACCONTI DI PIETRA
(BELLA ADDORMENTATA)

drammaturgia, regia, scene e luci: Michelangelo Campanale
con: Maria Pascale, Erica Di Carlo, Francesco Lacatena, Antonella Piazzolla, Roberto Vitelli
coreografie: Vito Cassano
assistente alla coreografia: Claudia Cavalli
luci: Michelangelo Volpe
costumi: Maria Pascale
COMPAGNIA LA LUNA NEL LETTO / ASSOCIAZIONE CULTURALE TRA IL DIRE E IL FARE
In collaborazione con i danzatori della Compagnia EleinaD

 

PER PRIMO, AMORE – lettere di eroine sull’amore
Progetto site specific

cura artistica Elena Bucci
cura del progetto Salvatore Tramacere
con Giorgia Cocozza, Alessandra De Luca, Angela De Gaetano, Emanuela Pisicchio, Maria Rosaria Ponzetta, Anđelka Vulić
musiche originali Giorgio Distante
tecnici di compagnia Alessandro Cardinale, Mario Daniele
organizzazione Georgia Tramacere
amministrazione Daniela de Matteis
TEATRO KOREJA

 

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