lunedì, 30 Novembre, 2020
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Un’altra domenica

GIANLUCA IOVINE |

Va già tutto bene così, un hashtag al futuro non serve, mentre sogno volti, parole, abbracci.

Da sveglio, fingo sia tutto uguale a prima, in un gioco fragile.

Il silenzio di questa domenica di maggio stride proprio come le rondini, rese vivaci dal respiro caldo del sole.

4 Verticali

Un guanto azzurro è spinto dal vento tra le erbacce della vecchia stazione.

La prigionia continua anche fuori.

La mutazione si rivela quando esco. Non mi chiedo neanche più se serve, se potrò fare le cose di prima: esco e basta, che è già una fortuna non dover spiegare più su un foglio chi sono, dove vado, quando torno.

Ma devo bardarmi. Incrocio uno sguardo meno schivo, con un sorriso invisibile lascio il popolo delle maschere.

In febbraio sognavo una notte allo Zoo di Berlino. Ora persino Siderno sembra troppo lontana.

Continuo come tanti a vivere sospeso. E ci sto male.

Così il cielo è un fondale mal dipinto, e il pavimento un sentiero di briciole e giochi abbandonati.

Affacciàti sul cielo

Le sedie con i cuscini slegati da sempre, i divani consegnati agli artigli dei gatti di casa nascondono male la loro stanchezza.

I muri hanno più colori di me, per ripicca mi accanisco su ogni scalfittura che rivedo all’eccesso. C’è un libro su una mensola, sdraiato come me.

Già da molto tempo il balcone è una stazione di posta per gatti. Vite difficili, le loro, ma libere.

Nel piccolo giardino gigli e crochi nascono in una notte.

La vita è testarda
La vita è davvero testarda.

Immobile come me, solo il ciarpame della cantina, e le carte del trasloco infinito in garage.

Neppure quando sono via sono solo.

Mi seguono tante memorie, tante solitudini, tra le case di via Rimembranze e Viale Pertini.

Di domenica è così, i progetti camminano lenti come queste scarpe, si fanno tenere per mano sicuri ma in fondo spauriti, come la figlia più piccola, tra i gladioli di Contrada San Lorenzo.

L’angoscia afferra alla gola, e non c’è litigata ne’ carezza che attenui questo tempo.

Un caffè ogni tanto, aroma e calore.

Luoghi, lavoro, sensazioni, vite. Resterà poco del prima.

Andrà tutto. Bene, Via il morbo, via un mondo.

E accadrà ancora, tra un sabato di speranza e un lunedì di fastidio, di ritrovarsi un’altra domenica davanti e non saper più cosa farsene.

Invece no. Perché è bella, la domenica.

Il paesaggio sa di estate.

Tutto è ancora fermo nel sonno, salvo il vento.

La vita sta ricominciando, anche qui, in queste stanze.

Gatti nati da poco in balcone, in giardino erbacce che non vogliono arrendersi ai fiori.

Prigionieri liberi

Giocattoli, biscotti, libri, da mettere a posto con calma, e poi i sorrisi del risveglio.

Per una volta il caffè si libera da una caffettiera ostile.

Sposto scatoloni, e dall’alto della scala il matrimoniale è Terra di Canossa.

Il bagno racconta viaggi, la cucina storie d’amore dimenticate in forno.

Sabato è ancora fresco, c’è una giornata da vivere in fattoria tra gli animali e la terra.

I bambini guardano oltre.

Lunedì è ancora distante. Il suo ufficio, il mio, la scuola della più grande, sempre tutto tra le pareti di casa.

In garage verso sera rivedrò anche il mio disordine.

Meno corse, più silenzi. I rottami in cantina fanno compagnia.

Oppure andremo a cercare lucertole nel sole, chiedendo a loro di domani.

Strangugli fatti a mano, e ragù di polpette. Dubbi e dissenso solo di contorno.

Senza riferimenti, tutti i giorni assomigliano alla domenica.

Inutile odiarla, lei non c’entra, è lo sguardo disincantato e il disordine dei ricordi a frenare l’abbraccio.

Andrà tutto bene, io ci credo, me lo dicono le auto che fendono la notte, e la fila fuori al bar del viale.

Ma ricordando. Perché dimenticare, non può davvero salvarci.

 

Milano Mediterranea: come nasce e cosa fa un centro d’arte partecipativo – l’intervista

RENZO FRANCABANDERA | Giambellino, periferia di Milano. Se c’è un posto a Milano dove è davvero passata la storia della società italiana e non solo, questo è il quartiere Giambellino. Certo “al Giambella non ci sono gaggi”, ossia i nerd metropolitani, milanesissimi nerd; ma se si vuole ascoltare il brulichio dell’oggi, bisogna andare in questa «bolgia di quartiere», come lo aveva descritto Luciano Bianciardi in La vita agra, dove nel tempo, grazie alla sua incredibile stratificazione sociale e urbanistica, nonché alla sua storia, chi ha davvero voluto, ha potuto trovare tutto quello che serviva per capire l’Italia e le sue trasformazioni.
Dalla sua nascita, avvenuta intorno alle cascine della periferia milanese a inizio Novecento, passando per l’espansione urbanistica nell’era delle fabbriche, con il ritorno degli emigranti italiani dalla Francia tradita dalla alleanza di Mussolini con la Germania, fino ai moti della Resistenza: Giambellino con le sue storie ha raccontato la Storia.
Qui le collaborazioniste del Fascismo furono rasate per vendetta in piazza Tirana (le ciocche di capelli sono tornate alla luce con i lavori per il tram); e poi il dopoguerra dal sapore di Rocco e i suoi fratelli, la piccola malavita, i gangster meneghini e le bische che fiorivano sotto l’egida di Francis Turatello. Riascoltate se vi va il personaggio di Cerutti Gino, di Giorgio Gaber, che gli amici al bar del Giambellino chiamavano ‘Drago’.
Ma Giambellino è stato anche un laboratorio politico-culturale con le sue contraddizioni: dagli anni Sessanta in poi, dapprima con gruppo Luglio ‘60, che per primo fece una scissione maoista all’interno del Pci, venendo per questo espulso, e poi con le varie realtà cattoliche e l’esperienza del centro culturale Crud (Centro Rionale di Unità Democratica), alla cui inaugurazione presenziarono addirittura Paolo Grassi e Giorgio Strehler. Qui la storia si è sempre cementata con la cultura, il linguaggio, la vera contemporaneità. Con la scuola sperimentale Rinascita, al cui interno si trovava l’Istituto pedagogico della Resistenza, fino alle prime riunioni delle Brigate Rosse tra la famiglia Morlacchi, Renato Curcio e Mara Cagol, che avvenivano alla trattoria Bersagliera (sempre in piazza Tirana), oppure alla piccola biblioteca di via Odazio, Giambellino precorreva la storia, quello che l’Italia avrebbe conosciuto di lì ad alcuni anni.
Ma dopo la fine della rivolta degli anni Settanta, con la crisi industriale, Via Odazio diventò la più grande piazza di spaccio d’Europa, rifornita dalle famiglie mafiose di Trezzano sul Naviglio e controllata dalla malavita vicina ai neofascisti. Qui le telecamere inquadreranno il cittadino residente Silvio Berlusconi votare nella scuola di via Scrosati, a pochi metri da via Odazio, mentre sempre negli anni Ottanta e Novanta di fu una vera e propria ecatombe, fra gioventù intossicata dalla droga, il quartiere coperto di siringhe, una percentuale altissima di giovani sieropositivi, e l’immigrazione che faceva convergere in questo magma esplosivo di volta in volta gli altri, i barbari, “i terroni, gli extracomunitari, gli zingari”, e anticipava di vent’ anni le dinamiche conflittuali fra razzismo e solidarietà, con il paradosso della vecchia immigrazione diventata non di rado la pianta della nuova intolleranza.

Quasi un decennio fa Immaginariesplorazioni, un collettivo di ricerca interdisciplinare sulle metropoli contemporanee, condusse qui uno studio durato più di un anno da cui scaturirono un film, Entroterra Giambellino (Lab 80 Film), e un libro, Nella tana del Drago, anomalie narrative dal Giambellino (Agenzia X), che raccoglievano in una serie di testimonianze lo spaccato spazio-temporale delle varie realtà di questo luogo unico, oggetto in questi ultimi anni di un processo di trasformazione urbana più generale che riguarda tutta la zona, con il quartiere di case popolari situato accanto allo scalo ferroviario San Cristoforo, a nord dell’area del Vodafone Village e a sud della zona di via Savona, attraversato dai lavori di costruzione della linea 4 della Metropolitana, cui guardavano poco prima della rivoluzione pandemica con interesse speculativo anche gli investitori immobiliari. A un convegno organizzato a maggio 2019 da Scenari Immobiliari, Sigest Real Estate dichiarava: «2020-2030. La domanda residenziale non può trovare risposta nella parte più centrale della città. La sfida è realizzare un prodotto “top” al di fuori della 90-91. Gli interventi extra Circonvallazione dovranno cercare nuove identità».

Giorgia Onhesian Nardin

Sul paradosso delle nuove identità, di chi le cerca e di come pretende di “costruirle”, a Giambellino è nato da pochi mesi il primo centro d’arte partecipata che parla le lingue del Mediterraneo, a cura di Anna Serlenga e Rabii Brahim in collaborazione con Marta Meroni e il comitato di quartiere, che ha lanciato una call artistica esplosiva con tre progetti vincitori: un nuovo tassello urbano nato per coinvolgere i cittadini e le cittadine del quartiere nella produzione artistica e nella programmazione teatrale e performativa, attraverso un processo partecipativo di immaginazione collettiva.
Una call dal forte taglio decoloniale, per artiste e artisti del bacino Mediterraneo residenti a Milano, lanciata a luglio 2020 nello spiraglio pandemico e che ha raccolto 41 candidature provenienti da tutta la città: in palio una residenza creativa e la partecipazione al festival di Milano Mediterranea programmato per l’estate 2021. Il Comitato di Quartiere è un gruppo eterogeneo di abitanti, lavoratori, affezionati al Giambellino-Lorenteggio – molti dei quali facenti parte del CD GIAMBELLINO, CDE CRETA, CDE IRDA, Dynamoscopio, Colorificio, Officina della Produzione, Teatro La Creta, con la direzione di Milano Mediterannea – e ha partecipato alla selezione di artisti. Hanno vinto Mombao, un duo italo-iraniano composto da Damon Arabsolgar al sintetizzatore e Anselmo Luisi alla batteria,  he disegna paesaggi sonori passando dall’elettronica al jazz, usando solo due strumenti e suonando a piede libero liberamente sul palco; Giorgia Onhesian Nardin, artista, coreograf_ ricercator_ indipendente e agitator_ queer di discendenza Armena la cui  ricerca si compone di eventi pedagogici e performativi che focalizzano l’esperienza del piacere come forma di resistenza all’oppressione con un approccio transfemminista queer con lo studio di pratiche somatiche; Emigrania, ovvero Alessandro Cripsta, illustratore che costruisce immagini capaci di alludere all’inconscio collettivo e assieme a Daniele Bonaiuti, grafico, ha pubblicato Emigrania, libro illustrato sull’esperienza di accoglienza con Refugees Welcome.

Abbiamo intervistato la direzione artistica di Milano Mediterranea.

Milano Mediterranea è un nome suggestivo per un progetto. Cosa si nasconde dietro l’insegna? Chi siete voi, intendendo il voi non come somma dei singoli ma come intenzione unitaria?

Milano Mediterranea nasce dall’unione, nella vita professionale e privata, di Anna Serlenga, regista teatrale, ricercatrice italiana e Rabii Brahim, attore professionista, musicista e performer tunisino. Il terreno di lavoro sul quale ci siamo incontrati è la creazione di progetti performativi partecipativi in territori complessi. Dopo sette anni di lavoro condiviso in Tunisia, dove abbiamo fondato CORPS CITOYEN un collettivo artistico pluridisciplinare insieme ad altri tre amici e colleghi, siamo tornati in Italia, a Milano.
Milano Mediterranea nasce dalla volontà di radicare le nostre esperienze professionali nel territorio cittadino, con un ancoraggio preciso a un quartiere popolare come il Giambellino. Milano Mediterranea nasce anche dall’idea che la nostra città sia parte ormai dell’arco mediterraneo grazie alle recenti migrazioni che l’hanno trasformata in un luogo di incontro e scambio tra culture. MM si pone l’obiettivo, però, di contribuire a modificare la narrazione sulla migrazione, che vede ancora oggi i migranti unicamente come oggetto del discorso, e si propone di operare uno spostamento da oggetto a soggetto, dove le comunità di nuovi cittadini diventino protagonisti della produzione culturale. Per questa ragione, proponiamo l’attivazione di un centro d’arte partecipata, capace di mettere al centro le lingue del Mediterraneo costruendo un dialogo con artiste e artisti mediterranei presenti nella città di Milano, da un lato, ma che vengono messi in relazione con due diverse comunità di cittadini dall’altro: gli adolescenti, i nuovi cittadini del quartiere e futuro della città, insieme agli abitanti storici, memoria ancora oggi attiva nel tentativo di costruire coesione sociale.

Il tema di cosa siano le comunità meticce nel sistema mondiale interconnesso è un elemento centrale per la comprensione delle dinamiche sociali, specie nelle nazioni occidentali. Cosa significa portare un esperimento di questo genere in una delle più visibili metropoli mondiali e forse l’unica italiana per vocazione?

Io (Anna ndr) sono nata e cresciuta a Milano ma poi per molti anni sono stata nomade, di cui sei anni trascorsi a Tunisi. Quando sono rientrata a Milano la sensazione che mi ha accompagnata è stata quella di trovare una città molto cambiata, perché – non credo per intenzione politica quanto per un dato di fatto – la città è diventata più internazionale, abitata da diverse comunità e soggettività che prendono oggi parola e spazio nel dibattuto pubblico cittadino. Questo dato è sembrato forte e interessante per noi, che sentiamo il bisogno di porre la questione centrale del chi parla, di chi può prendere parola, anche nella produzione culturale, che è ancora molto white in Italia e dove spesso l’interesse per il “meticciato culturale” – termine che non amiamo, perchè presume delle identità solide e integre, che si mescolano” ibridandosi, mentre in realtà come sappiamo tutte le culture sono di per sé meticce, creole, stratificate – si traduce in un paternalistico parlare di, raramente con e quasi mai si pensa addirittura a cedere il microfono.
Un tweet di Su‘Ad Abdul Khabeer riassume bene ciò che sentiamo: “You don’t need to speak in voice of the voiceless. Just pass the mic!”. Crediamo che nonostante Milano sia una città che guarda al mondo il dibattito sulla produzione culturale in questa direzione, che definiremmo postcoloniale, è ancora molto in divenire.

Il vostro è un progetto che, più che periferico, definirei migrante nel senso che mira a porre sotto esame processi di spostamento culturale da un luogo di pensiero a un altro. Pensate di poter condividere questa definizione?

Il nostro progetto mira a spostare effettivamente lo sguardo, a ribaltare la prospettiva del noi e loro, per restituire un’immagine complessa, stratificata, dove non siano più cosi riconoscibili e integri il punto di partenza e quello di arrivo. Credo che il logo che Letizia Filisetti ha sapientemente disegnato per noi riassuma bene la postura del nostro lavoro: una semplice dichiarazione, quasi uno statement – Milano è Mediterranea – dove la parola ‘Milano’ è scritta in arabo e accompagnata da ‘Mediterranea’ in italiano, scritta sotto. Siamo già dentro a quello che viene pensato e percepito come uno spostamento ma che è in realtà la forma delle città contemporanee. Il dibattito insomma ci pare più lento della realtà delle cose: i ragazzi e ragazze che vengono etichettati come prima/seconda/terza generazione sono già altro, sono italiani bilingue, sono giambellinesi ma anche egiziani, così come la popolazione di Milano a livello storico è incrocio di culture, passaggi, movimenti di chi migra per lavoro. A che punto della filiazione genealogica (e di quale filiazione) smetteremo di contare? 🙂

(“Mi dispiace ma in scrittura non riesco a fare le battute che vorrei, e tutto sembra molto più pesante. Questo lo avrei detto con un sorriso” – ci confessa Anna rispondendo alle nostre domande. E noi lasciamo questa sua nota per chi la legge ora, insieme ai suoi smile con cui vuole suggerirci l’intonazione di questa e altre risposte).

In che modo sono stati scelti gli artisti che hanno partecipato alla call? Cosa vi aspettate da loro?

Il processo di selezione è stato molto interessante, perchè come artisti ci siamo trovati per la prima volta “dall’altra parte della barricat”a, da un lato, e dall’altro perché abbiamo dovuto creare dei criteri con cui impostare un lavoro che volevamo partecipato, e quindi accompagnato da un Comitato di Quartiere che abbiamo composto per l’occasione.
Il Comitato raccoglie circa diciotto persone di diversa età e provenienza, accomunate dall’essere parte attiva della vita di quartiere: chi abitante, chi lavoratrice di un Centro di Aggregazione giovanile, chi parrocchiano del Teatro la Creta, giovani che frequentano i CD e realtà del territorio già attive come Il Colorificio o Dynamoscopio.
Abbiamo creato dei criteri di discussione e valutazione, che abbiamo scelto fossero però per consenso e non per maggioranza – così da stimolare la discussione – e affidato a ciascun partecipante alcuni progetti da presentare al gruppo per iniziare la discussione. Ne è emerso un panorama di questioni cruciali per chi fa il nostro lavoro: cosa significa ingaggiare un territorio? Come valutare la qualità artistica di una proposta? Valutiamo il processo o il prodotto? È fruibile e da chi è fruibile l’output finale? L’arte deve essere rassicurante e rispondere a un bisogno o dirompente e aprire delle questioni scomode di un territorio?

Questo preziosissimo lavoro di discussione ha preparato il terreno e ci sembra interessante che, quando i progetti sbarcheranno in quartiere, non arriveranno come degli ufo paracadutati dall’alto (ah, quei fighetti del mondo dell’arte!) ma accolti e richiesti da un processo di committenza del territorio.
Inoltre, stiamo immaginando che alcune persone del comitato possano accompagnare come mentori, mediatori di quartiere, gli artisti nella loro scoperta del quartiere.

Esiste un modo attraverso cui l’arte possa davvero penetrare o cercare un contatto con le parti più fragili e ultra periferiche della nostra società? Come è possibile fuggire l’elitarismo negli esiti artistici e nella accessibilità alla fruizione?

Credo che il processo di cui parlavo sopra rispetto al Comitato sia centrale in questo senso. Noi crediamo che il lavoro degli artisti sia un pezzo di un lavoro quotidiano che si fa con un territorio e chi lo abita o attraversa. Per questo, per esempio, oltre alle residenze abbiamo lanciato due laboratori pensati come laboratori permanenti rivolti a giovani adulti e adolescenti. Il primo è volto alla creazione di una TRAP COMMUNITY OPERA, un’opera contemporanea scritta, musicata ed agita dai ragazzi e ragazze del Giambellino negli spazi pubblici del quartiere. Il secondo laboratorio, Illuminotecnica e fonica, è più breve e pensato per essere altamente professionalizzante e per costruire una squadra di giovani affezionati al quartiere che segua il lavoro delle residenze, prima, e poi del festival.

E noi sistema Italia dal punto di vista culturale siamo colonia o post colonia?

Credo siamo ancora colonia, il processo di decolonizzazione interessa anzitutto i coloni, chi la dominazione la agisce e l’ha agita. Ed il grande rimosso sul processo coloniale italiano determina fortemente il livello del dibattito contemporaneo sulla questione. Si pensi al caso di blackface apparso recentemente in televisione per imitare il cantante Ghali: mi sembra davvero manchi l’alfabeto per nominare gli assi di discriminazione e questo è un lavoro lento, lungo, e che ci vedrà impegnati per molto tempo ancora.
Noi stiamo provando a metterci il nostro! 🙂

Siamo chiusi ma decisamente vivi: intervista a Giancarlo Mordini – Teatro di Rifredi

Angelo Savelli foto di Josep Maria Miró

RENZO FRANCABANDERA | Visti i tempi, avrebbero potuto chiamarla una stagione drammatica, oppure una stagione al buio. Volevano restare ottimisti, Giancarlo Mordini e Angelo Savelli, i padroni di casa, insieme al pubblico, del Teatro di Rifredi, e avevano dato avvio alla “bizzarra stagione” cercando di garantire le misure di sicurezza.
Una stagione divisa in due e annunciata a metà. Una prima parte fino a dicembre presentata subito, confidando nella possibilità di poterla svolgere regolarmente, e una seconda già sostanzialmente pronta ma congelata in attesa di auspicabili positivi sviluppi della situazione generale.
Ma purtroppo non è andata come sperato.
Senza dubbio il tempo dei teatri chiusi porta con sè alcune domande su cosa fanno i teatri, specie quelli di rilevanza nazionale, destinatari dei finanziamenti pubblici. Le scelte, il pensiero. Il Centro di Produzione Pupi e Fresedde – Teatro di Rifredi è stato sicuramente negli ultimi anni fra i centri nazionali di maggior attenzione alla nuova drammaturgia contemporanea, tanto che per questa attività di promozione, Angelo Savelli e il teatro di Rifredi hanno vinto il Premio Ubu Speciale 2019, “per l’intenso lavoro di traduzione, allestimento e promozione della nuova drammaturgia internazionale”.
Da sempre alla ricerca di nuovi autori, Rifredi negli ultimi anni ha portato in scena sia testi di autori largamente affermati all’estero ma quasi sconosciuti in Italia, come il catalano Josep Maria Mirò (Il Principio di Archimede), sia adattando alla scena le opere letterarie di prestigiosi autori internazionali come la turca Elif Shafak (La bastarda di istanbul con Serra Yilmaz) e il franco-belga Eric Emmanuel Schmitt (L’intrusa con Lucia Poli).
Abbiamo intervistato il direttore artistico Giancarlo Mordini.

Giancarlo Mordini foto di Piero Fiaschi

Nonostante i teatri chiusi, vi sentite di dire che Rifredi resta aperto?

No, il teatro è chiuso. Anche se è decisamente vivo. Gli uffici, i camerini, il palcoscenico di Rifredi pullulano di vita, di confronti, di progetti, di ordinaria e – in questo caso – soprattutto di “straordinaria” amministrazione. Ma il teatro è chiuso al pubblico e quindi è un teatro chiuso. Perché un teatro è veramente aperto solo quando è aperto al pubblico. Nonostante l’istintivo vitalismo che ci pervade, non crediamo in questo momento di stare facendo veramente teatro, ma di gestire – più o meno coraggiosamente e coscienziosamente – l’”attesa” e la “speranza”. Questo è il nostro Avvento, ma il nostro Natale arriverà solo quando il pubblico tornerà a teatro.

Sui social avete anche condiviso una serie di immagini che vi vedono intenti nelle riprese di un vostro allestimento. Che rapporto pensate possa esistere in questo tempo fra video scena? In cosa può aiutare il video, in cosa può sostituire, se può sostituire?

Niente può sostituire il teatro. Per questo è sopravvissuto al cinema, alla televisione e a Internet. Il video o la fotografia possono servire per documentare gli spettacoli, ma solo in maniera fatalmente parziale, come giustamente sosteneva Ronconi. I video possono essere integrati nel linguaggio scenico con minore o maggiore inventiva ed arricchirlo, ma non sostituirlo. Internet, facebook, gli streming e via dicendo possono promuovere ed amplificare l’evento teatrale, ma a volte possono anche banalizzarlo o impoverirlo e mai possono essere un’alternativa al pathos della rappresentazione teatrale.

ph©Federica Toci

Il teatro continua peraltro con le sue collaborazioni internazionali. Uno dei vostri drammaturghi di riferimento del momento, Josep Maria Miró ha appena ricevuto un importante riconoscimento in Spagna. Che cosa significa per voi questa cosa?

Significa che avevamo visto giusto quando ci siamo impegnati per far conoscere anche in Italia l’opera di questo straordinario e attualissimo drammaturgo catalano. Dopo la fortunata messa in scena de Il principio di Archimede, grazie anche alle segnalazioni di Mirò, è iniziato un percorso in quel territorio della drammaturgia contemporanea straniera che noi abbiamo voluto identificare nella formula de I neolatini. Abbiamo così tradotto, pubblicato (grazie alla Cue Press) e rappresentato oltre alle opere di Miró anche quelle del franco-uruguaiano Sergio Blanco, del francese Rémi De Vos e dei belgi Buysse/Murgia/Zenoni… E il cammino continua.

Siete un teatro nazionale, da voi in molti quasi pretendono un ruolo attivo a sostegno del sistema. È possibile pensarlo? In quali termini? Cosa state facendo voi nello specifico?

Il nostro ruolo attivo a sostegno del sistema consiste, in questo momento, nel sostegno ai lavoratori dello spettacolo. A marzo noi soci del C.d.A. e i dipendenti a tempo indeterminato siamo entrati nel FIS (fondo di integrazione salariale) per alcuni mesi, avendo, però, contemporaneamente onorato i contratti artistici in essere. Quando poi, a giugno, siamo rientrati in teatro, abbiamo fatto un po’ di conti e ci siamo detti che la cosa più importante che potevamo fare era quella di garantire LAVORO al massimo di persone possibile, per alleviare una situazione economica difficile per molte famiglie ma anche per dare dignità e futuro ai nostri collaboratori più stretti e agli artisti che collaborano da anni con il Teatro di Rifredi. Per questo abbiamo completamente ripensato i programmi della gestione 2020 dando un’attenzione particolare alle nostre produzioni, assumendoci noi il rischio degli incassi e dell’incertezza – come poi è purtroppo successo – sui tempi e i modi delle riaperture e delle nuove chiusure dovute all’andamento della pandemia. Essendo un Centro di Produzione è stato per noi naturale concentrarci sul progetto produttivo e di promozione a cui ci stiamo dedicando da alcuni anni, quello, appunto, de I neolatini.  Così abbiamo potuto saldare la salvaguardia del progetto artistico con la salvaguardia dell’occupazione; e a questo principio ci stiamo attenendo anche adesso – dopo che il 25 ottobre i teatri sono stati nuovamente chiusi – sia onorando i contratti per le attività traumaticamente interrotte sia continuando a far lavorare i nostri artisti e i nostri tecnici alla preparazione delle future produzioni; tutto naturalmente nel rispetto delle regole. La cosa ci è costata e ci costa non pochi sacrifici ma è ciò che noi riteniamo etico fare in questo momento.

ph ©Pietro Grossi

Avete un pubblico vivace e affezionato, che non vi ha mai fatto mancare il proprio sostegno. In che modo è possibile mantenere vivo questo rapporto nel tempo dei teatri chiusi? Cosa significa essere spettatori oggi?

Cerchiamo di mantenere un contatto costante con il pubblico, abbiamo incentivato la nostra presenza social che è molto seguita. Il pubblico ci chiede di resistere, è costantemente preoccupato per noi, si informa sulle attività in corso e inoltre continuano ad arrivarci, almeno un paio di volte a settimana, i famosi  dolci del Teatro di Rifredi. Un semplice ma tangibile gesto di affetto che ci continua a sorprendere e commuovere.

L’esercizio dello sguardo come quello del pensiero sullo spettacolo dal vivo si nutre di compresenza. Il teatro sta lavorando ad una sua comunità virtuale? Come?

A noi piace la comunità reale, fisica, personale. Ma non ci sottraiamo dal partecipare o dal promuovere tutte quelle iniziative virtuali che comunque non abbiano come fine la propria autocelebrazione ma l’incentivazione della presenza e dell’incontro dal vivo.

Oggi per voi teatro è…?

Come abbiamo detto: mancanza, attesa e speranza.

 

Corpo a corpo con il pensiero. Intervista a Clemente Tafuri, David Beronio / Teatro Akropolis

MATTEO BRIGHENTI | È un momento di piena e profonda difficoltà. I dubbi, le incertezze, le delusioni si rincorrono e alimentano a vicenda da marzo scorso. Reinventarci è l’unica strada possibile: non perdere di vista chi siamo, ma adattarci, entrando in dialogo con ciò che è e d’ora in poi sarà il nostro quotidiano presente.
Il festival Testimonianze ricerca azioni è nato a Genova nel 2010 come un laboratorio, un luogo e un tempo di condivisione e confronto dei processi di creazione artistica. Chiusi i teatri, a seguito del DPCM del 25 ottobre per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da Covid-19, i direttori artistici Clemente Tafuri e David Beronio di Teatro Akropolis hanno rimodulato in streaming l’edizione di quest’anno, l’XI, mettendo al centro non gli spettacoli, forma d’arte considerata totalmente estranea al linguaggio delle dirette sul web, ma il racconto sull’origine della creatività.
Dagli spazi, quindi, che avrebbero dovuto accogliere esiti e performance è stato trasmesso dal 6 al 14 novembre un ciclo di incontri con artisti in collegamento da altre sale teatrali chiuse, ma vive, a colloquio con studiosi e critici sui tratti distintivi dei loro rispettivi linguaggi. Momenti di arte e di politica che hanno aperto nuove possibilità di conoscere su cosa si fonda e a cosa aspira la ricerca artistica di questi tempi.
«Siamo soddisfatti di com’è andata questa edizione del festival – raccontano Tafuri e Beronio all’inizio della nostra intervista – e abbiamo molti progetti a cui lavorare da subito. Quindi stiamo bene». In poco più di una settimana gli undici eventi, tre progetti speciali, trentacinque appuntamenti in tutto con trentadue artisti coinvolti hanno raggiunto quasi settemila visualizzazioni dall’Italia, ma anche da Spagna, Francia, Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti, Norvegia, Svizzera e persino dal Giappone.
La lezione che ci consegna Testimonianze ricerca azioni 2020 è quella che ci possiamo adattare alle situazioni più complicate senza rinunciare al pensiero, come dimostra anche il nuovo account Instagram @Akropolisforrreal creato dai giovani del Liceo Artistico Klee Barabino di Genova, guidati dalla professoressa Claudia Campanella, e rivolto agli studenti che seguono i progetti di Teatro Akropolis.

Dal vostro punto di vista di studiosi e di teatranti, di uomini di pensiero e di azione, che tempo è quello che stiamo vivendo?

È un tempo sospeso, sembra che tutto quello che sta accadendo sia provvisorio. In nome dell’emergenza siamo circondati da azioni, parole e riflessioni che sembrano destinate a una strettissima attualità, come se tutto fosse destinato a essere dimenticato nell’arco di poche settimane, quando tutto ritornerà normale. In realtà la sensazione che abbiamo è che proprio adesso si stiano ponendo le basi per un futuro che durerà piuttosto a lungo, che le considerazioni e le scelte che si prendono oggi siano estremamente pesanti e significative.

Testimonianze ricerca azioni quest’anno si è svolto online. «Ancora una volta – scrivete in una nota – siamo chiamati ad affrontare la chiusura delle sale, a creare una risposta politica alla provocazione legislativa. A propugnare la vita contro il divieto». Che vita è quella che è costretta a riunirsi davanti a un computer?

È una vita un po’ differita. Come se quello che si vede sullo schermo fosse un documento di qualcosa che è accaduto altrove e altrimenti. Invece è tutto lì, quello che vediamo sullo schermo è proprio quello che accade, quello che in questo momento solamente può accadere. Questo è il motivo per cui sullo schermo non si può riportare tutto, solo alcuni aspetti dell’incontro fra le persone sono riproducibili attraverso un video. Diventa allora molto importante usare la massima cautela nella scelta degli eventi da organizzare in streaming e nella scelta delle modalità con cui fare in modo che quegli eventi si svolgano. La parte maggiore del nostro lavoro curatoriale, nell’organizzare questa edizione on line del festival, è stata quella di rimodulare gli appuntamenti del cartellone evitando il rischio di offrire un surrogato degli spettacoli o degli incontri dal vivo. Ripensare tutto a partire dal mezzo che ci si offriva per metterlo in atto.

Foto dall’account Instagram @Akropolisforrreal

«I teatri – scrivete ancora – sono luoghi d’arte. Di pensiero. Presidi, appunto, di civiltà». E anche luoghi sicuri, aggiungo io, stando ai dati diffusi recentemente dall’Associazione Generale Italiana Spettacolo (AGIS). Perché allora sono stati chiusi?

La centralità dei luoghi fisici nella nostra idea di festival virtuale è stata ribadita e mantenuta. Tutti i collegamenti con gli ospiti sono stati fatti dalle sale che li avrebbero visti sul palco, o che avrebbero accolto i loro seminari o i loro interventi. Anche vuoti i teatri sono luoghi che possono essere vivi, la loro chiusura è semplicemente il frutto della sciatteria e dell’insipienza di chi ha deciso. Non è stato preso in considerazione il valore civile e politico di lasciare che i teatri continuassero a essere frequentati, pur con tutte le limitazioni che consentissero la massima sicurezza. Probabilmente si è ritenuto che fosse meglio evitare un’occasione in più di contatto sociale, senza valutarne il valore simbolico.

In assenza del luogo-palcoscenico, orizzonte di senso del vostro e di ogni altro festival, siete stati costretti a far risaltare l’XI edizione come luogo della discussione. La parola ha prevalso necessariamente sui corpi. Quali opportunità e quali limiti avete incontrato?

Abbiamo lavorato sulla presenza che la parola normalmente ha nel festival. La sua centralità si è affermata nel convegno sul butō e nel seminario sul teatro della pandemia. Intorno ai temi messi a fuoco in questi appuntamenti abbiamo sviluppato i percorsi di senso degli incontri con gli artisti che hanno sostituito gli spettacoli. Abbiamo lavorato alla priorità del confronto, organizzando le serate in modo che ci fossero più voci in dialogo tra loro: Claudio Angelini con Bernardo Casertano, Paola Bianchi e Alessandra Cristiani con Roberta Nicolai sul progetto Oscillazioni, Riccardo Guratti con Greta Francolini, noi stessi con Andrea Cosentino. Abbiamo chiamato per ogni serata un critico o uno studioso per un contributo ulteriore alla discussione. Sono intervenuti Enrico Piergiacomi, Giulio Sonno, Samantha Marenzi, Fabio Acca, e spesso il dialogo è partito proprio dagli scritti pubblicati dagli artisti sull’undicesimo volume di Testimonianze ricerca azioni.
In questo modo abbiamo sostituito la presenza dei corpi con le loro figurae che, come scriviamo nella prefazione al volume che accompagna da sempre il festival, sono i corpi, ma anche l’immagine fantasmatica che essi proiettano e che trova il suo spazio sul video. Naturalmente la parola ha avuto modo di essere veicolata dalla figura di chi la pronunciava ben oltre il limite del luogo circoscritto e sotto questo aspetto l’iniziativa ha avuto un vastissimo seguito, sia in Italia che all’estero. Inoltre gli artisti hanno avuto un’occasione particolarmente favorevole di riflettere sulla loro ispirazione e sulla poetica che perseguono, forse per il fatto che le serate avevano un’aria di intimità che raramente si riesce a riprodurre in condizioni diverse.
Il momento più alienante è quando finisce la diretta, ci si saluta dal video e tutti scompaiono. La parola svanisce con l’immagine e non c’è più nessuno, come al risveglio da un sogno. Non solo manca il contatto, imprescindibile per ogni rapporto tra persone, ma manca anche il momento in cui la parola diventa privata, in cui il linguaggio si piega verso la sua espressività feriale, verso la passione e la confidenza.
In una situazione come quella che abbiamo vissuto il grande limite della parola è che può essere pronunciata solo come parola pubblica.

Foto dall’account Instagram @Akropolisforreal

Ecco, proprio con l’evento internazionale Immagini e immaginari del butō. Il corpo tra cinema, fotografia, politica, performatività avete recuperato e rincontrato, in qualche modo, il corpo. Il legame di ricerca e approfondimento di Testimonianze ricerca azioni con la disciplina butō è solido e fruttifero da anni. Quali passi in avanti avete fatto in questa occasione? Che cosa ci può insegnare il butō per affrontare questo tempo di oggi con maggiore consapevolezza?

Questa edizione è stata la terza che ha accolto a Palazzo Ducale di Genova un convegno sul butō e si tratta di un momento molto significativo che riguarda e infetta anche altri momenti del festival. Il convegno di quest’anno è stato curato da Samantha Marenzi e Katja Centonze e ha visto la partecipazione di studiosi da tutto il mondo. Sono intervenuti dal vivo Stephen Barber, Raimondo Guarino, le curatrici del convegno e hanno partecipato con i video dei loro interventi Peter Eckersall e Bruce Baird, due dei più importanti studiosi americani di butō, e Takashi Morishita, direttore del fondo Hijikata a Tokyo. I risultati di queste giornate verranno pubblicati in un volume insieme ai materiali che raccoglieremo nei prossimi anni.
Il nostro interesse per il butō si inserisce in un percorso di ricerca che ci ha portato a un confronto sempre più serrato con le tematiche sollevate dalle avanguardie del Novecento, tra le quali il butō non viene mai preso in considerazione, se non come un’esperienza a sé. L’idea di questo approfondimento è proprio quella di collocare l’esperienza del butō in dialogo con le altre grandi esperienze che hanno segnato una nuova visione della scena e dei problemi che essa pone. Anzi che essa ci pone, proprio in questo tempo dove diventa essenziale ripensare il lavoro sulla scena proprio a partire dagli elementi essenziali che lo contraddistinguono. Da diversi anni il teatro e la danza sembrano disinteressarsi di quella crisi della rappresentazione pensata da Nietzsche ed esplosa con le avanguardie storiche. Assistiamo a un ritorno all’ordine che un confronto serrato con esperienze come quella del butō hanno la forza di mettere in discussione.

Il professor Marco De Marinis dell’Università di Bologna si è interrogato per l’appunto su Il Gran Teatro della Pandemia, titolo che riecheggia Il gran teatro del mondo di Pedro Calderón de La Barca. Che mondo consegna al teatro il Coronavirus? E che cosa rimarrà dell’anno che si avvia alla conclusione?

La riflessione di De Marinis parte proprio dall’analisi di una progressiva spettacolarizzazione della cronaca e della politica, accelerata dal Covid-19 che ha avuto la forza di amplificare i processi di disgregazione sociale già ampiamente in atto e di dare nuova occasione di crescita a quella performance della politica che egli individua come uno dei tratti distintivi del populismo internazionale che si è affermato negli ultimi anni. Di questo anno che sta per terminare rimarrà molto più di quanto crediamo. Le visioni e le strategie che sono state messe in atto per affrontare l’emergenza rappresentano esperienze su cui riflettere, e di cui ci troveremo a confermare alcune pratiche e a sviluppare alcune intuizioni.

Foto dall’account Instagram @Akropolisforreal

Il Festival ha visto l’apertura di Teatro Akropolis alla produzione cinematografica grazie al progetto La parte maledetta. Viaggio ai confini del teatro. “Maledetta” perché la parte “benedetta” è quella del teatro?

La “parte maledetta” è quella parte del lavoro per la scena che sulla scena non si vede. Sono le immagini, le riflessioni, i pensieri, le parole, le sessioni di lavoro che non hanno trovato posto nella versione finale di uno spettacolo. È tutto ciò che è stato ripudiato, ma non per questo è stato rinnegato. Tutto questo può finire in un film e questo film può avere come protagonista il lavoro di un altro artista, ma anche di un pensatore, di un curatore. Quello che ci interessa è raccontare, ancora una volta, il limite di una delle grandi questioni che la scena ci pone, di ritrarre il percorso di chi si è spinto fino al confine della rappresentazione.

I primi due film della serie sono dedicati alla danzatrice e coreografa Paola Bianchi e al regista Massimiliano Civica. Perché siete partiti proprio da loro due? In generale, come scegliete gli artisti a cui dedicare i vostri ritratti d’autore?

La parte maledetta è un progetto di ampio respiro, si svilupperà in un arco temporale piuttosto ampio e i titoli che ne faranno parte sono diversi. Per questo motivo era importante esordire con due film che fossero molto diversi fra loro, per soggetto, durata, stile di ripresa e di montaggio. Dunque la scelta dei primi due titoli è stata dettata anche dall’esigenza di avere la possibilità di realizzare due lavori molto diversi tra loro che dessero ragione dell’ampiezza e della varietà dell’ispirazione che sta alla base dell’intero progetto. Questi film rappresentano una galleria di ritratti, di figure che in vario modo sono arrivate ad affrontare il nocciolo essenziale delle questioni che sono al centro della riflessione sull’azione performativa. A dicembre dovrebbero cominciare le riprese di un nuovo film, ma le limitazioni agli spostamenti e l’incertezza sullo sviluppo della pandemia ci rendono particolarmente prudenti. Anche a dire a chi sarà dedicato.

Un Festival e l’arte dal vivo nel suo complesso è prima e forse più di tutto una comunità che si ritrova in un medesimo luogo e riflette su se stessa. Pensate di essere riusciti a ricostruire anche nell’ovunque dell’online la comunità di Testimonianze ricerca azioni? L’esservi trovati in collegamento principalmente dalla Sala Mercato del Teatro Nazionale di Genova è l’attestazione di un riconoscimento pure da parte dell’istituzione?

È difficile dire quale comunità si sia riunita attorno agli schermi durante le serate del festival. Sicuramente una parte di quella che ogni anno segue le varie date, ma anche altre persone che hanno seguito diversi eventi, che hanno registrato quasi settemila visualizzazioni. Sarà necessaria un’approfondita riflessione sulla natura di una comunità come quella che segue un festival online, probabilmente molto diversa da quella che partecipa in presenza. Stiamo assistendo all’inizio di un fenomeno di cui sappiamo molto poco. Le sale del Teatro Nazionale di Genova ci erano state offerte dal momento che il nostro Teatro Akropolis è in fase di ristrutturazione: abbiamo trovato nel direttore David Livermore un interlocutore estremamente attento, che sicuramente riconosce l’interesse del nostro lavoro più che decennale.

Foto dall’account Instagram @Akropolisforreal

Consapevolezza di sé e attenzione all’altro: Francesca Brizzolara riflette sul tema della violenza sulle donne

LAURA BEVIONE | Il 25 novembre è la giornata dedicata alla riflessione sulla questione, purtroppo da molti anni di calda attualità, della violenza contro le donne. Una realtà diffusa a ogni latitudine e in ogni contesto sociale, a denunciare così la sopravvivenza di stereotipi e consuetudini esiziale così come di fragilità – psicologiche e sociali – sovente nascoste ovvero sottovalutate.

Una realtà che anche uno spettacolo teatrale può aiutare a svelare e, magari, correggere: è quanto da un paio di anni sta provando a fare l’attrice/danzatrice/autrice/regista eporediese Francesca Brizzolara, ideatrice e interprete di un monologo, Volo, che su una storia di violenza contro la donna è incentrato. Il racconto del progetto in questo contributo video.

Abbiamo poi parlato con Francesca non solo dello spettacolo ma anche della situazione attuale, aggravata dal lockdown.

Il tuo spettacolo, Volo, tratta della violenza sulle donne: per quali ragione hai deciso di occuparti di questa tematica, purtroppo tragicamente attuale?

Nel 2018 La Casa delle Donne di Ivrea mi ha chiesto se avevo qualcosa, tra i miei lavori, da presentare per il 25 novembre, Giornata Mondiale Contro la Violenza sulle Donne.
In particolare il tema da affrontare era quello della violenza domestica, quella che si perpetra all’interno del nucleo familiare, quella meno denunciata, che riguarda tutte le classi sociali, senza distinzione di età, razza, etnia. Diffusa, forse la più diffusa.
Io mi chiedo quale donna non abbia vissuto, anche in forma molto lieve, un’esperienza di sopruso. Una qualche forma di abuso, anche solo sul piano psicologico (o fisico, o sessuale). Mi chiedo, non solo tra le donne, chi non abbia subito anche solo parzialmente, o anche agito, una qualche forma di controllo emotivo all’interno del nucleo familiare.
Dipende, certo, dal vissuto di ognuno, ma non si può non essere toccati da una tematica del genere, perché riguarda tutti, indistintamente.

La famiglia è la più piccola unità di misura d’amore, di responsabilità, di cura e sostegno. Il nucleo attorno al quale organizziamo le giornate. Lo spazio dove condividiamo le vittorie e le sconfitte. Il posto dove siamo chi siamo e non chi vorremmo essere. Il posto dove ci sentiamo a nostro agio.

Ho trovato questa definizione da qualche parte. Una bella definizione. La famiglia ideale, quella che vorremmo… Ma non sempre è la famiglia in cui ci ritroviamo a vivere (quella da cui proveniamo o quella che ci costruiamo). Non sempre le relazioni che abbiamo messo in atto nel nostro nucleo sono basate su trasparenza, indipendenza, rispetto dei ruoli, fiducia reciproca, generosità, compassione. Quando alla base non ci sono questi presupposti, quella più piccola unità di misura di agio e di cura può invece diventare la nostra prigione, il luogo in cui si sfogano le pulsioni più basse, fino ad arrivare alla manipolazione e alla violenza psicologica e fisica. Io non avevo mai affrontato il tema artisticamente, e mi sentivo matura per farlo. E allora ho cominciato a scrivere.

Foto di Luisa Romussi

Come è avvenuta la creazione del tuo spettacolo?

Ho avuto la fortuna di poter sviluppare il progetto nella residenza artistica di teatro e arti varie Morenica – Cantiere Canavesano, il progetto stanziale che la mia compagnia Tecnologia Filosofica porta avanti sul territorio canavesano dal 2003. Ho potuto beneficiare di lunghe prove presso la palestra della ex Scuola Elementare del Comune di Burolo, nel Teatro di Chiaverano e nello Spazio Baobab di Ivrea, luoghi in cui ho potuto costruire il lavoro alternando sessioni di prove, studi, prove aperte e lavoro di confronto anche con i miei colleghi: Raffaella Tomellini, Renato Cravero, Antonella Enrietto e con gli allievi dei nostri laboratori.
Sono molto riconoscente anche a Danio Manfredini, un maestro, che ha visionato il mio lavoro e mi ha dedicato uno scambio molto utile e prolifico.

Il progetto ha potuto crescere in varie tranche di lavoro. Prima lo studio, nel novembre 2018, a Banchette d’Ivrea finanziato da La Casa delle Donne; poi il vero e proprio debutto al Teatro Giacosa di Ivrea a maggio 2019, sostenuto dal festival La Grande Invasione, in collaborazione con il Progetto Violetta-la Forza delle Donne e ancora La Casa delle Donne.
La produzione è stata realizzata dall’inizio grazie al sostegno di Regione Piemonte (che ha dato anche il Patrocinio al progetto), TAP (Torino Arti Performative) e Morenica-Cantiere Canavesano.
L’ultima tranche di lavoro, di novembre 2020, finalizzata alla realizzazione di un video per lo streaming, si è conclusa grazie al contributo e sostegno di Comune di Chiaverano, Comune di Ivrea, Consiglio Regionale del Piemonte, Facoltà di Infermieristica di Ivrea, Soroptimist International (Club di Ivrea)_Orange the world.

Foto di Giorgio Sottile

Come hai raccolto i materiali con i quali hai costruito la drammaturgia dello spettacolo?

Mi sono documentata grazie anche alla consulenza di La Casa delle Donne, che mi ha fornito degli spunti molto interessanti.  E poi sono partita con la mia ricerca: i libri (Ferite a morte di Serena Dandini, Io sono Una di Una, Racconta la mia libertà di Alice D’Oro, La donna che scriveva racconti di Lucia Berlin.. per citarne alcuni); i film (mi viene in mente Kill Bill, ma anche Giuditta e Oloferne), la pittura (Caravaggio, Artemisia Gentileschi); e anche il mito (la biblica Giuditta, la stessa Eva e, per noi Eporediesi, Violetta, la figlia del mugnaio che taglia la testa del barone cattivo che esigeva lo ius primae noctis); gli articoli di giornale; alcune rubriche televisive. Diciamo che l’argomento, se si alzano le antenne, è purtroppo all’ordine del giorno.

Ma, al di là della documentazione, quello che mi è servito per scrivere, è stato attingere alle esperienze più vicine, quelle che in qualche modo mi riguardavano perché sentite raccontare da un’amica o vissute in prima persona, quelle che ti risuonano dentro, nella carne.
Le storie di violenza si assomigliano tutte. Nascono da esperienze di dipendenza, incastri di coppia dove ognuno gioca il proprio ruolo perfettamente: quello della vittima e quello del carnefice. E, a seconda della propria tendenza, ci ritroviamo a interpretare con maggior facilità uno dei due ruoli. A forza di fare la vittima prima o poi incontri un carnefice che giustifica il tuo modo di essere. E quel giochino può essere molto pericoloso. Fino a quando non si decide di cambiare profondamente, di non essere più quella vittima/carnefice, e allora anche gli incastri si sbloccano.

Alla fine ho scelto di raccontarne e agirne una, di queste storie, una che per me era esemplificativa di tutte.

Hai realizzato numeroso repliche di Volo per le scuole: qual è stata la risposta degli studenti?

Molto partecipata. Gli studenti hanno seguito e sono stati toccati dallo spettacolo, almeno questa è stata la sensazione in sala, e poi c’è stato il rimando dei professori.
Il dibattito, che normalmente facciamo seguire allo spettacolo, a caldo, ha smosso osservazioni molto profonde. Alcuni studenti si sono anche lanciati con grande generosità nel portare esperienze vissute, o punti di vista molto personali.
Il dibattito che organizziamo di solito per gli studenti è condotto insieme a una psicoterapeuta, Valeria Ferrero, e a un avvocato, Jessica Rizza, in modo da fornire ai ragazzi tre punti di vista diversi sullo stesso tema: quello psicologico, quello forense e quello artistico.

Mi piace molto fare Volo per le scuole, perché lì si incontrano davvero tutti. Le classi sono uno spaccato della società. Anche per questo mi piace incontrare diverse tipologie di scuole.
Con la mia compagnia, Tecnologia Filosofica, siamo allenati nell’affrontare progetti sul sociale e nell’incontrare le scuole: con il progetto Comuni Marziani – ovvero dell’affettività e dell’omosessualità abbiamo incontrato circa quindicimila ragazzi in dodici anni. Mi auguro di poterlo fare anche con Volo.

Foto di Emanuele Pensavalle

II lockdown – quello di primavera e quello attuale – hanno acuito il problema della violenza sulle donne ma l’emergenza sanitaria pare aver messo in ombra la questione: quali potrebbero essere, secondo te, le strade da percorrere per affrontare – o tentare di affrontare – in modo efficace questa tragica realtà?

L’emergenza sanitaria ha messo in ombra tante urgenze, sì.
Quindi la domanda mi provoca un rigurgito che è meglio che io plachi immediatamente, perché non condivido una serie di disposizioni prese per contenere appunto la pandemia e che rischiano, a mio parere, di aggravare molte altre criticità…
Comunque, rimaniamo in tema.
Da quando ci hanno chiuso in casa, la prima cosa che ho pensato è stata: come fa una donna che vive una situazione delicata, a trovare un respiro? Là dove si è costretti a stare sempre in casa, là dove non ci sono più delle situazioni di sfogo e di apertura?

Dev’essere stata, dev’essere, veramente dura. I dati, infatti, confermano un aumento dei casi, delle richieste di aiuto. Sicuramente questa chiusura forzata ha slatentizzato situazioni a rischio e aggravato il clima domestico della convivenza già nelle normali famiglie, figuriamoci in quelle dove c’erano i sintomi di una disarmonia.

Cosa fare? Questa è la domanda di sempre.. anche prima del lockdown.
Cosa fare? Non sono ancora riuscita a rispondere in modo esauriente.
Non sono mai riuscita a rispondere..
Socialmente è difficile aiutare veramente una donna che vive una situazione di violenza domestica. Il pericolo è grandissimo e per quanto uno possa mettere a disposizione dei mezzi, la donna si trova comunque sempre sola.
Non è una posizione disfattista, ma una considerazione che mette al centro, prima di tutto,  il risveglio e la presa di consapevolezza della donna.
Tante volte la donna non si rende nemmeno conto del punto cui è arrivata, di quello che si è ridotta a subire, di quanto si è svalutata. È lei la prima a non rispettarsi, ad accettare cose che non sono accettabili, se si mette al centro il valore della propria vita.
Quindi credo che il lavoro da fare sia proprio alla base, un lavoro di educazione delle coscienze. Un’educazione al valore della vita come assunto che viene prima di qualsiasi cosa.
Come si possa fare? Un modo è certamente quello di incontrare i giovani, per agire da subito nell’aprire le menti e nel tentare di sgretolare visioni distorte che ci vengono trasmesse da una cultura patriarcale radicata, cristallizzata, ma anche solo da esperienze subite a nostra volta e non elaborate…
Educare al valore della vita, al valore della bellezza.
Questo è da fare insieme. Tutte le forze a disposizione. E con tutti i linguaggi: l’arte, la musica, il teatro, il cinema, …

Ci sono tantissime associazioni che fanno un lavoro encomiabile e utilissimo. Solo nel nostro piccolo, a Ivrea, io ho conosciuto: La Casa delle Donne, che gestisce uno sportello antiviolenza a Ivrea e mette a disposizione delle donne un ascolto e un aiuto; il Progetto Violetta-la forza delle donne; il Soroptimist International (Club di Ivrea)_Orange the world, con il progetto La stanza tutta per sé. Tutte associazioni che hanno anche contribuito alla realizzazione del progetto Volo. Ma anche la questura con la Rete Dafne e, a Torino, il Centro Antiviolenza delle Molinette. A Nichelino sono venuta in contatto con molte Associazioni: Punto Donna, e anche Il cerchio degli Uomini, che raccoglie anche uomini che vogliono affrontare la propria tendenza ad avere reazioni violente; a Biella l’Associazione Non sei sola. Non ultima la Facoltà di Infermieristica di Ivrea che ha sostenuto in gran parte la realizzazione della versione in streaming di Volo.

Promuovere la diffusione di tutte le attività e le iniziative di queste associazioni e di questi enti e istituzioni è sicuramente un modo per fornire dei punti di appoggio e di accompagnamento per le donne e per gli uomini che si trovano a vivere esperienze simili, per rafforzare sempre più la rete che può contenere questo fenomeno e denunciarlo.
Ma poi ogni donna, per uscire da queste situazioni malate di dipendenza, deve prendere una decisione e, con tanto coraggio, affrontare un percorso difficile, ma bellissimo, verso l’autonomia. L’unico percorso possibile, a mio avviso, per conquistare la libertà.
Una riscoperta del proprio valore, una riscoperta del grande valore della vita e del potenziale anche protettivo che la vita mette in atto quando con coraggio si decide di darle spazio e di spiccare il volo verso la libertà.

Nello spettacolo io parlo di un’esperienza spirituale: quella che per me è davvero necessaria. Quella che a me è stata utile per venir fuori da situazioni che mi sembravano impossibili da sbrogliare. Io mi sono affidata al Buddismo, ma non è l’unica strada.
Questa è stata la via fondamentale per me, che mi ha permesso di ritrovarmi, che mi ha messo a ritmo con l’Universo. Solo con esperienze del genere, che ci sostengono, ci si può sentire abbastanza forti per affrontare situazioni simili e uscirne vittoriose. Solo centrandosi si può mettere in molto una serie di azioni (il primo passo è staccarsi, e poi denunciare,  e poi i figli, e poi e poi…) che a quel punto innescano una catena virtuosa e ti permettono di ricostruirti una nuova vita.

Da quando ho cominciato a lavorare al progetto di Volo, molte donne che stavano vivendo situazioni di violenza si sono avvicinate. E questo è un altro modo per poterci aiutare: alzare le antenne, ognuno di noi, e incoraggiare da cuore a cuore le persone che ci sono vicine a prendere consapevolezza di quello che stanno vivendo.

Foto di Luisa Romussi

Ci vuoi regalare un ultimo pensiero?

Vi lascio con questa citazione, che mi pare molto significativa ed efficace:
«La nostra vita è veramente nostra. Nessuno può venire a dirci come dovremmo viverla» (Daisaku Ikeda).

 

 

 

 

Labile Linguista #25 – Una risata vi riesumerà

GIORGIO FRANCHI | Se non vivete su un’isola al largo delle Svalbard, in un villaggio senza internet, rete telefonica e troppo lontano perfino per i tam tam, allora avrete sicuramente sentito parlare della canzone di Angela da Mondello.

Riassumo per i pochi fortunati che non sanno di chi stia parlando: all’inizio della fase due è andato in onda un servizio del programma Non è la D’Urso, realizzato su una spiaggia appunto di Mondello, da cui il soprannome agiografico della signora Angela. L’intervistata, a cui viene chiesto se non abbia paura a stare in uno stabilimento dove i bagnanti non mettono la mascherina, risponde con mano a cucchiara “Non ce n’è ‘coviddi’!” (sic). Il video, come prevedibile, spopola sul web, tra ricondivisioni, remix e parodie. Fino a qui, niente di nuovo: su internet il trash è quantitativamente secondo solo ai video dei gattini. La bomba esplode il 10 novembre, quando viene caricato su YouTube il video della canzone EDM Non c’è n’è (sic parte due), interpretata dalla stessa Angela sulla spiaggia dell’intervista. Al momento della stesura dell’articolo, le visualizzazioni si avvicinano ai 2 milioni.

Sorge spontanea la domanda: perché parlarne, allora? Per farle pubblicità? Per schierarsi per l’ennesima volta dalla parte dei “buoni” ostentando la nostra indignazione? Nessuna delle precedenti. La verità è che questo evento ci offre un assist per meditare sul potere dei meme.

Per chi ci legge da Rossøya, la più remota delle sopracitate Svalbard: i meme, sforzandosi di sintetizzare vent’anni di cultura web in una manciata di parole, sono contenuti umoristici di internet basati sulla ripetizione, quasi la versione 3.0 dei tormentoni del cabaret. La grande differenza, come sottolineato dal primo storico dei meme italiano Alessandro Lolli, sta nel fatto che i meme sono di pubblico dominio. Certo, non c’è una legge che mi vieti di fare la mia imitazione di “Chi è Tatiana” o “Sono un automobilista” al bar, ma la cosa muore lì. Su internet resta, si presta a variazioni, reinterpretazioni, fino a generare vocaboli di una lingua segreta, un cant con una grammatica complicatissima. Il parallelismo immediato è quello dell’arte figurativa: se tutti possono apprezzare un Botticelli a prima vista, un’opera di Cattelan acquisisce significato solo conoscendo il percorso che l’arte ha fatto finora.

Sappiamo che, se un genere si evolve e conseguentemente si ramifica, allo sbocco più concettuale e di difficile lettura nasce sempre in opposizione un riadattamento popolare, tarato sui gusti delle masse: alla svolta più underground del rap hardcore corrisponde un sottogenere dai toni melodici sdoganato persino a Sanremo.

A sinistra, un meme semplificato a un layer (livello). A destra, un meme a dodici layer.

È proprio su questo livello semplificato di meme che si muovono gli esperti di comunicazione. La pubblicità tradizionale (quella da Mulino Bianco, per intenderci) mostra tutti i suoi limiti nel simulare sincerità rappresentando “famiglie di tutti i giorni”, sempre felici e composte da gente più attraente della media. Il creativo propone quindi: “Ma perché, per la nuova brioche dietetica, non scriviamo semplicemente Non ce n’è zuccheri aggiunti?”. Specifico che questo è solo un esempio e che, finora, nessuno ha usato il tormentone-meme della signora Angela a fini promozionali. Tuttavia, centinaia di altri meme sono già stati impiegati nella pubblicità, persino da istituzioni come Treccani. Il succo è: un contenuto semplice e apparentemente innocuo può essere utilizzato per riabilitare un prodotto commerciale.

E anche politico, perché no? Un bellissimo articolo di Francesco Russo per Agi ne parla molto chiaramente. Parlando dei meme a sfondo politico, soprattutto di destra, afferma: «Anche chi li inoltra per scherzo si fa canale di trasmissione di un messaggio politico che non ha nulla di estemporaneo». Luca Morisi, il social media manager di Matteo Salvini, ha capito perfettamente il concetto. I vari meme made in Italy su Salvini, nati dalla community del web come parodia degli svarioni del leader del carroccio, spesso nascono come semplice parodia, ma finiscono per riabilitare l’oggetto dello scherno. L’equivalente di Antonio Razzi, che deve ringraziare la divertente imitazione di Crozza se l’indignazione degli italiani per i numerosi scandali in cui era coinvolto sembrò sparire da un giorno all’altro.

Supponiamo che sia un negazionista del virus e che voglia esternare le mie posizioni sui social. Se scrivo su Facebook “Il Covid è una messinscena del governo per chiuderci in casa” è questione di secondi prima che qualcuno mi mandi a quel paese, o che veda comparire sul mio profilo le foto dei camion di Bergamo e degli intubati in terapia intensiva. Se carico un meme, magari non immediatamente riconoscibile, su Angela da Mondello esprimo il mio pensiero sull’emergenza sanitaria, ma finché non si capisce se sono serio o scherzo nessuno può criticarmi. E intanto, il meme resta lì, e viene visto sempre di più. Già ad agosto una ragazza in vacanza in Croazia aveva risposto con il tormentone “non ce n’è ‘coviddi’” a un’intervista del TG1: la perplessità dell’inviata Felicita Pistilli è stata bersaglio nei commenti di chi ha riconosciuto il meme e non ci ha visto altro che ironia, non percepita dalla non più ventenne giornalista.

Abbiamo già parlato del greenwashing, ovvero del tentativo delle aziende di riabilitarsi mostrandosi attente all’ambiente senza effettivamente ridurre la propria impronta di CO2. Questa tendenza potrebbe chiamarsi sillywashing, a indicare il tentativo di riproporre un’ideologia controversa con una veste scherzosa e apparentemente innocua. L’unico modo per salvarsi è esercitare il pensiero critico, cercare di vedere l’amo dietro l’esca e diffidare: non tanto dell’umorismo nero, che ha il grande pregio di palesarsi sempre per quello che è, ma di quello troppo chiaro, troppo candido. Troppo pulito.

Viziosismi nr. 110: La lettera scarlatta

ANTONIO CRETELLA | Una giovane maestra viene licenziata a causa della diffusione di fotografie sessualmente esplicite diffuse dal suo ex, foto inviategli in privato durante il periodo della loro relazione. Il materiale, diffuso commettendo un reato su una chat del calcetto del ragazzo, arriva per vie traverse in una chat delle madri degli alunni della giovane maestra, le quali condividono ulteriormente le fotografie, commettendo anch’esse un reato. Ho voluto sottolineare con insistenza la natura dolosa delle condivisioni – avvenute, la prima, per vantarsi sguaiatamente della conquista, la seconda sotto lo scudo di un ipocrita impeto moralista – per evidenziare il ruolo di vittima della maestra, violata nella sua legittima intimità con quello che era il suo fidanzato e dalla pruderie perbenista delle madri dei suoi alunni, un ruolo che si cerca di disconoscere dipingendola come colpevole di un peccato di lussuria. È quella disgustosa inversione a cui ci hanno abituato anni di allucinante dibattito sull’opportunità di definire ‘stupro’ la violenza perpetrata su una ragazza coi jeans oppure no, che sottende, più in generale, la riduzione della sessualità femminile a territorio unico di scandalo. Ci si può macchiare bene o male di ogni sorta di sozzume sociale, dalla corruzione all’evasione fiscale, si può orgogliosamente rivendicare la gioia per la morte di persone in alto mare, ma il sopracciglio si alza solo davanti alla scoperta che anche una maestra ha una sessualità e la vive lecitamente come meglio crede. Allora si allestisce il cupo processo sommario alla Dogville, si cuciono le lettere scarlatte in una piazza pubblica contraddittoriamente sessuofoba è ipersessualizzata, salvo poi piangere con lacrime di coccodrillo le vittime del revenge porn come Tiziana Cantone, violate e irrise da logiche da branco che l’hanno portata al suicidio.

Non rinunciare mai a essere presidio culturale: il dinamismo della compagnia EgriBiancoDanza durante il lockdown

LAURA BEVIONE | Già dal mese di settembre le attività della compagnia EgriBiancoDanza erano ripartite a pieno ritmo, a Cuneo e in provincia di Biella. La stagione IPuntiDanza 2020-21 e la nuova rassegna Interscambi Coreografici – realizzata presso il teatro Erios di Vigliano Biellese – avevano esordito con i primi appuntamenti.
Un dinamismo improvvisamente frenato dal DPCM del 25 ottobre 2020, che ha sospeso le iniziative di spettacolo dal vivo. Un’interruzione forzata che, nondimeno, non ha smorzato la proattiva progettualità della compagnia torinese, decisa a mantenere vivo il rapporto con il proprio pubblico e con i territori nei quali è presente. Un dialogo tuttora industrioso, come ci racconta Raphael Bianco, coreografo e direttore artistico di EgriBiancoDanza.

La XVIII edizione de IPuntiDanza, ossia la consueta stagione organizzata dalla compagnia EgriBiancoDanza, proponeva un cartellone ricco e articolato: in che modo il nuovo lockdown vi ha costretto a riformularlo?

Il problema di questo lockdown è che non è chiaro cosa accadrà dopo il 4 dicembre. È evidente che le attività non riprenderanno subito e dunque, nel frattempo, noi stiamo studiando come ricominciare sfruttando il virtuale. Non ci interessa però ricalcare la strada dello streaming bensì – dopo avere realizzato video originali [come #Homesweethome, progetto inserito, fra l’altro, nel gruppo che compone l’orizzonte artistico individuato dal Premio Rete Critica n.d.r.], creare delle situazioni più dinamiche – di interazione con il pubblico all’interno di un palinsesto che può essere anche con compagnie ospiti che si prestano a una sorta di staffetta in cui ci passiamo alcuni materiali ma sempre con la presenza di un coreografo, di un autore, di un protagonista di quell’esperienza teatrale che possa parlare con il pubblico, senza far cadere dall’alto l’evento online.
Oltre al fatto di pensare, ma questo a più lungo termine, a dei veri e propri eventi interattivi; performance che dal vivo non riusciresti a fare. Stiamo, insomma, studiando il modo di sfruttare questo canale virtuale: sul nostro sito, finito il primo lockdown, avevo proprio destinato un’area – chiamata IPuntiHome – che, sulla scia dell’eredità delle iniziative realizzata nella fase emergenziale di primavera, sviluppa un discorso più strutturato in cui confluiranno vari progetti studiati appositamente per il web.
Abbiamo in programma, poi, degli eventi con i nostri danzatori: faremo un “profilo” di ciascuno di loro. Non c’è mai tempo di presentare i danzatori: li vedi in scena ma non sai chi sono in realtà.
Per quanto riguarda la programmazione dal vivo, è più difficile fare programmi: la speranza è di tornare in scena a gennaio. Con le compagnie ospiti, comunque, ci siamo impegnati, per quanto sarà possibile, a riprogrammare in primavera gli spettacoli previsti in questi mesi autunnali.

Avevate pensato anche ai ragazzi e alle scuole: qual è il destino di quel progetto, denominato DigitalKids?

L’avevamo pensato perché le scuole partivano già svantaggiate, in quanto le uscite didattiche erano state vietate. Avevamo dunque ideato questo format che era un ibrido fra digitale e presenza perché preparavamo dei contenuti digitali in un video che, però, un incaricato della compagnia portava in classe così da presentarlo dal vivo agli studenti. Non potendo andare nelle scuole, però, si è deciso di sperimentare comunque il progetto indirizzandolo alle scuole di danza: presenteremo agli allievi-danzatori delle produzioni, spiegandole, e offriremo ai loro insegnanti  dei contenuti da proporre online ai propri studenti costretti a casa.

Una sezione del cartellone, Interscambi coreografici, è concentrata nella provincia di Biella e, in particolare, a Vigliano Biellese: qui, insieme, a un’altra associazione curate da settembre la programmazione del teatro cittadino. Ci puoi raccontare questa nuova “avventura” della vostra compagnia?

Da alcuni anni frequentavamo Biella, che era uno delle piazze coinvolte nella stagione de IPuntiDanza. La nostra project manager, Erica Anselmetti, ha scoperto l’esistenza di un teatro, chiamato Erios, a Vigliano Biellese, una piccola cittadina attaccata al capoluogo. Abbiamo dunque contattato l’amministrazione locale che si è dichiarata particolarmente interessata a valorizzare il proprio teatro, sia con una programmazione di spettacoli ma anche con attività culturali continuative. Abbiamo concordato con loro un percorso legato alla danza, un progetto a medio-lungo termine che è iniziato lo scorso settembre e che si prospetta fertile poiché il territorio biellese presenta caratteristiche per noi molto interessanti: ci sono molte scuole di danza; ci sono degli enti molto importanti come l’Accademia Perosi, l’Opificio dell’Arte; c’è poi la Fondazione Cassa di Risparmio di Biella che sostiene la stagione del teatro Erios.
Oltre al teatro, poi, c’è una bella piazza centrale in cui sono stati già organizzati vari eventi, e molti spazi ex-industriali che gli enti locali hanno intenzione di riqualificare.

In che modo avete immaginato di coinvolgere il pubblico di quest’area del Piemonte?

Costruire un pubblico significa anche frequentarlo. Ora frequentarlo fisicamente non si può e dunque lo facciamo online con dei tavoli di confronto, coinvolgendo in prima istanza le scuole di danza della zona, come ti dicevo molto numerose. Abbiamo dunque pensato a una serie di appuntamenti dedicati ai ragazzi delle scuole di danza ma, in un’ottica di efficace audience engagement, abbiamo intenzione di allargare l’offerta anche a un pubblico più ampio, che incontreremo online ricorrendo all’uso di piattaforme come Zoom: un’azione resa possibile anche grazie all’appoggio degli enti locali, in primo luogo il comune di Vigliano. Vogliamo fare di questa cittadina un vero e proprio presidio culturale.

Era prevista una nuova produzione della vostra compagnia, Einstein: a che punto eravate nella sua creazione? 

Il lockdown “leggero” di questi tempi ha permesso una cosa che non avrei mai pensato: ci ha favorito nella produzione in studio. Cancellate tutte le tournée, ci siamo trovati con moltissimo tempo, condizione che non ci capitava da tanto. Abbiamo, invece, avuto periodi molto lunghi durante i quali abbiamo potuto lavorare come si fa nelle compagnie “a progetto”: quelle che si fermano, realizzano un progetto e poi lo portano in giro. Noi siamo una compagnia che fa progetti ma facciamo anche molto repertorio, giriamo con tanti spettacoli. Non avendo date fuori, abbiamo avuto del tempo per noi.

Questo spettacolo è la terza tappa del progetto Ergo Sum, iniziato con Essais, proseguito con Anatomie Spirituali e ora concluso da Einstein. Di nuovo una figura legata all’idea dell’esistenza, in questo caso affiancata a un discorso su spazio, tempo ed energia, che sono le tre dimensioni in cui si snoda la danza.
Per Einstein, però, non siamo partiti da un testo, come invece era avvenuto per Montaigne (Essais) e per Leonardo (Anatomie Spirituali si sviluppava da brani tratti dai Pensieri, dal Bestiario e dalle Profezie), bensì da un “errore” o, meglio, da una riflessione di Einstein su un possibile cambiamento di una sua teoria, la teoria delle gravitazioni: lo scienziato ha elaborato una teoria che prevedeva un certo tipo di rapporto alla base dell’universo ma non ha considerato il 95% del vuoto che c’è nell’universo. Materia oscura, spazi infiniti dove non c’è niente e tuttavia dotati di una forza gravitazionale negativa.

Questa riflessione è stata di grande stimolo per me, perché abbiamo creato due piani di azione, uno in chiaro e uno in scuro: lo spettacolo, dunque, è la rappresentazione delle stesse azioni ma alcune immerse in una sorta di oscurità. Qual è dunque la realtà della cose? Ci sono parallelismi, ci sono intrecci e c’è stato il contributo fondamentale di Andrea Giomi, sound designer e professore a Parigi di discipline che indagano il rapporto uomo-macchina, gli strumenti digitali.
In particolare, Giomi lavora sulla rielaborazione del movimento, trasformandolo in suono. Lui rielabora in tempo reale, attraverso degli algoritmi e attraverso dei sensori – indossati da uno dei danzatori della compagnia – i movimenti. Il danzatore dotato di sensori lavora in una sorta di struttura geometrica con dei volumi, dunque agisce in una tridimensionalità; mentre gli altri lavorano su dimensioni che vanno anche nel vuoto. Il danzatore con i sensori, quindi, è quello che crea dei suoni che sono un’eco della sua azione, mentre gli altri realizzano la stessa azione nel vuoto dello spazio.
Lo spettacolo debutterà a Verbania, al Maggiore, e sarebbe dovuto andare in scena anche alle OGR di Torino, nell’ambito di una serie di eventi volti al rilancio di questo spazio, ristrutturato e gestito dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Torino. Si vedrà cosa accadrà alla fine di questo lockdown.

 

 

Viziosismi nr. 109: Il cadavere e il pagliaccio

ANTONIO CRETELLA | Milan Kundera definiva il kitsch come “rimozione dell’intollerabile”, tentativo di allontanare dalla vista il male del mondo. La categoria del trash, che è cosa diversa ma collegata, eredita questa tendenza all’estetica anestetica, ma su un piano differente: laddove il kitsch opera per rimozione del contenuto e riempimento dei vuoti da esso lasciati con un grottesco simulacro, il trash opera per cosmesi. Il kitsch nasconde il cadavere in uno spesso sarcofago dorato, il trash lo trucca pesantemente da clown. Di fronte ad esso si manifesta un occultamento interiore del dolore mediato dal “sentimento del sentimento”, una forma ammaestrata e deterministica di espressione del sentimento stesso: piangere a comando quando è previsto il pianto da prefica, ridere sguaiatamente dove è prevista la grassa reazione corporale. Il tutto davanti allo stesso cadavere ridotto a oggetto tragicomico di una simulazione di autenticità, costretto ad autonegare l’essenza della profondità del dolore esibendola a comando. Il videoclip della negazionista siciliana assurta a riuscitissima icona del divismo d’accatto è l’apoteosi della tassidermia etico/estetica del trash: nulla di catartico, nulla di umoristico, ma neanche nulla di crassamente liberatorio o antiliturgico, nonostante gli accenni di rivalsa sociale e il tentativo di costruzione di un’eroina popolare. Solo una patologica scatofilia, come icasticamente ritratta da un videoclip di qualche anno fa di Alison Goldfrapp, Ride on a white horse: lei perfettamente truccata e seducentemente vestita intenta ad occultare una mummia in un water o a mangiare una fetta di pizza guarnita di mozziconi di sigaretta, tra immondizia patinata, decomposizioni organiche chic e sozzure ammiccanti.

Festa per un adorabile vecchio sporcaccione: buon compleanno, Bukowski!

ELENA SCOLARI | Alberto Arbasino classificava scrittori e artisti in genere in: giovani promesse, soliti stronzi, venerati maestri. Charles Bukowski ha forse saltato la prima categoria perché la fama lo ha toccato in età non acerba ma ha sicuramente sostato a lungo nella seconda (lo direbbe anche lui di se stesso) ed è consacrato per sempre nella terza.
Nato in Germania nel 1920 avrebbe compiuto cento anni in questo – ahinoi – indimenticabile 2020. Ma si può negare la festa a un centenario? Ovviamente no, ed ecco infatti che alcuni amici milanesi gli hanno organizzato un party “in assenza” (ma possiamo davvero dire che Hank non ci fosse? Non ne saremmo affatto sicuri) in un locale accogliente, non fumoso come lo scrittore avrebbe voluto ma dove si servono cocktail dai nomi allusivi che avrebbe bevuto con voluttà: Fiorita di lussuria, La notte nella tua bocca…


All’Après-coup Bistrot di Milano Riccardo Magherini e Maria Eugenia d’Aquino (Genni) di PACTA. dei Teatri, accompagnati dai musicisti Nico Lanni e Lele Palimento lo hanno festeggiato con Bukowski ha fatto 100. L’Après-coup è un luogo un po’ fuori dal tempo, una specie di tabarin con poltrone eccentriche e anfitrioni gentili meravigliosamente abbigliati. Su ogni tavolino una candela che si consuma, mentre Magherini recita e sorseggia un rosso.
Una serata composita che ha intrecciato reading, musica, video e ricordi personali. Un memorabilia vivace fatto di aneddoti raccontati da chi Bukowski lo ha conosciuto e ha frequentato per più di un anno la sua casa di Los Angeles. Riccardo e Genni vi erano stati introdotti dalla moglie Linda Lee quando si trovavano negli States per le loro acting class. Erano giovani romanticamente scapestrati (come è giusto che siano i giovani) e quale miglior cornice per la carriera di attori che bazzicare casa Bukowski, con tutto l’alcool, i balli, il fumo, le star che si convengono?
L’anno californiano era il 1986, lo scrittore-poeta aveva 66 anni e Genni d’Aquino ci dice che “passava tutta la giornata rintanato nel suo studiolo a scrivere e usciva solo per andare alle corse dei cavalli”, (perdendo un sacco di soldi, of course). Però sentire il ticchettio di quella macchina da scrivere al piano di sopra è un ricordo da invidiare, altro che! Così come le improvvisate notturne e un po’ alterate di Sean Penn, considerato da Hank un figlioccio.


Entriamo nel calore di quella casa di L.A. grazie alle parole sgargianti di affetto con cui Genni ci porta nel mondo di Bukowski, il viaggio continua con Riccardo Magherini che esordisce con un “It’s good to be back” e legge poesie e brani dai romanzi dello scrittore: interpreta con il giusto distacco, con un tono perfettamente “sporco” i versi graffiati e scabri di un uomo che ha vissuto, bevuto, scommesso, fumato, scritto, amato. Ha amato tantissimo: le donne, il sesso, la vita, le sbronze, gli amici, la letteratura. Ha amato Linda Lee, ha amato i baristi, le puttane, i droghieri. E li ha scritti. Perché «se scrivere ti aiuta a non impazzire, allora scrivi».
Batteria e basso di Nanni e Palimento fanno risuonare le parole ed esaltano il ritmo e l’atmosfera di A dirty trick, Probably everything, Bluebird.


Nel video montato da Magherini e d’Aquino e proiettato a inizio serata vediamo scorrere le testimonianze di Fernanda Pivano, Andrea G. Pinketts (il più bukowskiano) e Carl Weissner, scrittore traduttore e agente letterario, definito “l’uomo che ha inventato Charles Bukowski”, è considerato il suo più grande promotore europeo, ha lanciato molti dei suoi libri in anteprima nel Vecchio Continente e poi ha fatto rimbalzare il successo negli Stati Uniti con un’abile strategia comunicativa. Ripercorriamo alcuni incontri dedicati allo scrittore fino ad arrivare a spezzoni dello spettacolo PULP – Le ultime ore di Buk Chinaski che PACTA. dei Teatri mise in scena nella Stagione 2003/04. Chinaski è un personaggio dei libri di Bukowski, un investigatore privato molto hard-boiled. Il filmato restituisce i ricordi soprattutto divertiti che Pivano, Pinketts e Weiss conservavano di Charles, quelli giusti per una festa.

Bukowski fu arrestato dall’FBI per renitenza alla leva, sposò una poetessa che non aveva mai visto in vita sua, lavorò come postino, rischiò la pelle per un’ulcera perforante a forza di whisky. Sul palco del locale riusciamo a vedere tutto questo, sentiamo l’eco degli scritti e dello stile di John Fante, un’America in lotta con i temibili cops (i poliziotti di Los Angeles), motel squallidi con le tende macchiate, dollari che mancano. Un attore e due musicisti che, a una festa di compleanno speciale, sanno farci capire che

c’è un posto nel cuore che
non sarà mai riempito
uno spazio
e anche durante i giorni migliori

le ore
più belle
lo sapremo
lo sapremo più che mai
c’è un posto nel cuore che non verrà mai riempito
e
aspetteremo
e
aspetteremo

in quello spazio

(Niente da fare, titolo originale No luck for that)

Io sono convinta che ci fosse, Charles Hank Bukowski, in quella sala, compiva gli anni e ci ha salutato dicendo:

Quando eravamo ragazzini, distesi sull’erba a pancia in giù parlavamo spesso di come ci sarebbe piaciuto morire. Ed eravamo tutti d’accordo su una cosa: ci sarebbe piaciuto morire scopando. (Anche se nessuno di noi aveva mai scopato).
Ora che non siamo più ragazzini pensiamo di più a come non morire.
Ora che la maggior parte di noi ha scopato via la vita.

BUKOWSKI HA FATTO 100

a cura di e con Riccardo Magherini, Simona Viciani, Maria Eugenia d’Aquino
musica dal vivo Nico Lanni e Lele Palimento
produzione Après-coup Bistrot in collaborazione con PACTA. dei Teatri

Resistere al lockdown: la scommessa del cartellone de La Caduta on line

LAURA BEVIONE | L’autunno è la stagione in cui erano solitamente programmati i principali appuntamenti della rassegna Concentrica – Spettacoli in Orbita, organizzata dal torinese Teatro della Caduta. Il nuovo lockdown ha impedito di mettere in scena dal vivo gli spettacoli in cartellone ma non ha tuttavia scoraggiato gli organizzatori – Lorena Senestro e Massimo Betti Merlin – decisi a opporre alla situazione una “resistenza culturale”, indispensabile per affrontare la recrudescenza della pandemia e per mantenere il fondamentale rapporto con il pubblico.
Ne abbiamo parlato con Lorena Senestro, fondatrice insieme al succitato Betti Merlin del Teatro della Caduta, una delle più vitali realtà teatrali del capoluogo piemontese.

La vostra risposta al nuovo lockdown che ha chiuso ancora le sale teatrali è stata una programmazione pensata per il web, La Caduta on-line: ci raccontate come avete riformulato il vostro cartellone e in quale modo pensate di declinare la modalità “diretta streaming”?

Non abbiamo voluto riformulare il cartellone con spettacoli in streaming, ma abbiamo preferito pensare a degli appuntamenti ad hoc per il web, come quello di Federico SacchiWonderful Visions – Il sogno di Martin Luther King secondo Steve Wonder #1 – Il giovane sognatore, on line il 13 novembre. Doveva essere uno spettacolo del cartellone di Concentrica in scena al Convitto Umberto I ma è stato ripensato: Federico farà una conferenza web studiata proprio per questo media.
Non si tratta dunque di teatro in streaming ma di un’altra cosa, come testimoniano anche gli altri eventi in programma. Il 19 novembre, per esempio, partirà Storytellers a domicilio il riadattamento web di un laboratorio di narrazione orale e scrittura che Marco Bianchini, attore storico della Caduta, conduce da quattordici anni. Ci saranno cinque incontri, rivolti sia a principianti che a professionisti, per esplorare i meccanismi dell’arte di raccontare storie.
Il 30 novembre, invece, in occasione del 120esimo anniversario della morte di Oscar Wilde, esce il primo “singolo” del progetto Grey, o sulla paura della vecchiezza del duo BALT (Alessandro Balestrieri e Francesco Altilio), co-prodotto dal Teatro della Caduta e Matutateatro. Partendo dalla celeberrima opera wildeiana si affronta il tema della gerascofobia, la paura di invecchiare. Nato come spettacolo-concerto questo singolare lavoro è stato ripensato per una fruizione “radiofonica” ed è pronto a essere distribuito come un album musicale fra canzoni, poesie e momenti di prosa. Il brano in uscita è un pezzo dalle sonorità elettroniche composto su un estratto del poema Humanitad e potrà essere ascoltato sulle pagine Facebook e Instagram, nonché su Youtube e Spotify.

Qual è dunque il filo rosso che attraversa questo cartellone online?

Non c’è un vero e proprio filo rosso tematico ma ciò che accomuna i vari appuntamenti è sicuramente la volontà di offrire un sostegno concreto a degli artisti che da tempo collaborano con la Caduta. C’è, poi, il desiderio di offrire compagnia a chi è costretto a stare a casa, mantenendo vivo il rapporto con gli spettatori, per i quali andare a teatro è diventato particolarmente faticoso. D’altronde, se non si va a correre per un po’, si perde l’allenamento e, allo stesso modo, l’obbligo si restare a casa imposto dai lockdown, fa perdere la buona abitudine di andare a teatro.

La Caduta, però, non hai mai smesso di proporre teatro e cultura neanche nei mesi del primo lockdown: qual è stata la risposta del pubblico alle vostre iniziative?

Durante il lockdown primaverile abbiamo realizzato un solo progetto, che è stato quello con Francesco Giorda e FRAME – Divagazioni scientifiche, intitolato Stand Up for Science: si trattava di brevi video su temi scientifici che hanno avuto molto successo, quantificato da un numero davvero elevatissimo di visualizzazioni, più di trecentomila.
In quei mesi, poi, abbiamo indetto, nell’ambito della rassegna Concentrica – Spettacoli in Orbita un bando, Energie da Casa,  finalizzato al sostegno di proposte volte a diffondere sostenibilità ambientale e/o culturale attraverso l’utilizzo innovativo della tecnologia digitale. Uno dei progetti vincitori è stato Esercizio con il taccuino, di RadiceTimbrica Teatro/Teatrino Fontana; un’esperienza dedicata alla contemplazione attiva che coinvolge l’atto di guardare, la camminata, il disegno e/o la scrittura. Questo progetto, avviato il 31 ottobre, si concluderà sabato 14 novembre.

Secondo voi in che modo la crisi causata dalla pandemia Covid-19 modificherà la realtà dello spettacolo dal vivo in Italia?

Se lo sapessi, mi muoverei per fare qualcosa subito….
Penso, però, che ci siano due strade: o la gente sentirà un gran bisogno dello spettacolo dal vivo oppure ci sarà una disabitudine totale a questa realtà e, ovviamente, io spero nella prima.
Di sicuro questa pandemia ci modificherà e ci ha modificato: spesso, quando guardo alla televisione film girati anche solo lo scorso anno, mi stupisco quando i personaggi si abbracciano o non indossano la mascherina…
Io spero davvero che la situazione si modifichi perché non riesco a credere che sia cambiato tutto così in fretta… Forse, però, questa pandemia ci ha portato a fare delle riflessioni più profonde, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con la natura e, quando tutto sarà finito, sarà importante fare tesoro di quanto ci è accaduto per comportarci in maniera più consapevole.

 

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