domenica, 12 Luglio, 2020
Home Blog

Un’altra domenica

GIANLUCA IOVINE |

Va già tutto bene così, un hashtag al futuro non serve, mentre sogno volti, parole, abbracci.

Da sveglio, fingo sia tutto uguale a prima, in un gioco fragile.

Il silenzio di questa domenica di maggio stride proprio come le rondini, rese vivaci dal respiro caldo del sole.

4 Verticali

Un guanto azzurro è spinto dal vento tra le erbacce della vecchia stazione.

La prigionia continua anche fuori.

La mutazione si rivela quando esco. Non mi chiedo neanche più se serve, se potrò fare le cose di prima: esco e basta, che è già una fortuna non dover spiegare più su un foglio chi sono, dove vado, quando torno.

Ma devo bardarmi. Incrocio uno sguardo meno schivo, con un sorriso invisibile lascio il popolo delle maschere.

In febbraio sognavo una notte allo Zoo di Berlino. Ora persino Siderno sembra troppo lontana.

Continuo come tanti a vivere sospeso. E ci sto male.

Così il cielo è un fondale mal dipinto, e il pavimento un sentiero di briciole e giochi abbandonati.

Affacciàti sul cielo

Le sedie con i cuscini slegati da sempre, i divani consegnati agli artigli dei gatti di casa nascondono male la loro stanchezza.

I muri hanno più colori di me, per ripicca mi accanisco su ogni scalfittura che rivedo all’eccesso. C’è un libro su una mensola, sdraiato come me.

Già da molto tempo il balcone è una stazione di posta per gatti. Vite difficili, le loro, ma libere.

Nel piccolo giardino gigli e crochi nascono in una notte.

La vita è testarda
La vita è davvero testarda.

Immobile come me, solo il ciarpame della cantina, e le carte del trasloco infinito in garage.

Neppure quando sono via sono solo.

Mi seguono tante memorie, tante solitudini, tra le case di via Rimembranze e Viale Pertini.

Di domenica è così, i progetti camminano lenti come queste scarpe, si fanno tenere per mano sicuri ma in fondo spauriti, come la figlia più piccola, tra i gladioli di Contrada San Lorenzo.

L’angoscia afferra alla gola, e non c’è litigata ne’ carezza che attenui questo tempo.

Un caffè ogni tanto, aroma e calore.

Luoghi, lavoro, sensazioni, vite. Resterà poco del prima.

Andrà tutto. Bene, Via il morbo, via un mondo.

E accadrà ancora, tra un sabato di speranza e un lunedì di fastidio, di ritrovarsi un’altra domenica davanti e non saper più cosa farsene.

Invece no. Perché è bella, la domenica.

Il paesaggio sa di estate.

Tutto è ancora fermo nel sonno, salvo il vento.

La vita sta ricominciando, anche qui, in queste stanze.

Gatti nati da poco in balcone, in giardino erbacce che non vogliono arrendersi ai fiori.

Prigionieri liberi

Giocattoli, biscotti, libri, da mettere a posto con calma, e poi i sorrisi del risveglio.

Per una volta il caffè si libera da una caffettiera ostile.

Sposto scatoloni, e dall’alto della scala il matrimoniale è Terra di Canossa.

Il bagno racconta viaggi, la cucina storie d’amore dimenticate in forno.

Sabato è ancora fresco, c’è una giornata da vivere in fattoria tra gli animali e la terra.

I bambini guardano oltre.

Lunedì è ancora distante. Il suo ufficio, il mio, la scuola della più grande, sempre tutto tra le pareti di casa.

In garage verso sera rivedrò anche il mio disordine.

Meno corse, più silenzi. I rottami in cantina fanno compagnia.

Oppure andremo a cercare lucertole nel sole, chiedendo a loro di domani.

Strangugli fatti a mano, e ragù di polpette. Dubbi e dissenso solo di contorno.

Senza riferimenti, tutti i giorni assomigliano alla domenica.

Inutile odiarla, lei non c’entra, è lo sguardo disincantato e il disordine dei ricordi a frenare l’abbraccio.

Andrà tutto bene, io ci credo, me lo dicono le auto che fendono la notte, e la fila fuori al bar del viale.

Ma ricordando. Perché dimenticare, non può davvero salvarci.

 

Labile Linguista #21 – Cenerentola e l’appropriazione culturale dell’industria calzaturiera

GIORGIO FRANCHI | Teorema: data l’incognita X, a indicare un’idea socialmente accettata dalla maggioranza delle persone, al momento di un cambio di paradigma della società questa sarà annullata da un’azione Y, che per la terza legge di Newton comporterà una reazione Z. Ovvero: il mio prozio Carmine (nome di fantasia) che sentenzia, con tono lapidario, “L’azione Y ci è sfuggita di mano”. La reazione Z accade esattamente in corrispondenza del verificarsi dell’azione Y, tanto che ci si domanda se sia nata prima l’azione Y o la reazione Z.

Questo accade, ad esempio, con il politicamente corretto. Ci sembra di vivere intrappolati in un eccesso di buonismo conformista, ma allo stesso tempo abbiamo una televisione che straripa di luoghi comuni sulle minoranze e misoginia. In tempi ancora più recenti, questo è accaduto con le rivendicazioni dei neri americani. È di pochi giorni fa la notizia di vari doppiatori bianchi statunitensi che si sono rifiutati di continuare a dare la loro voce a personaggi di colore, in serie anche dissacranti e scorrette come i Simpson o i Griffin, per lasciare spazio agli attori afroamericani. Zio Carmine (che siamo tutti noi, in fondo) è già pronto a dire che “anche l’antirazzismo ci è sfuggito di mano”, anche perché non vede (e non vediamo) una correlazione tra il doppiaggio di un cartone animato e gli abusi in divisa sotto la bandiera a stelle e strisce.

Questa dissonanza tra realtà e percezione è il frutto dell’illusione, data dal sostrato di immediatezza del digitale e della globalizzazione, che tra America ed Europa non ci sia una distanza pressoché incolmabile, chilometrica e culturale. Lo sa bene chi studia una lingua straniera: è fondamentale accantonare la propria mentalità nazionale per approcciare un’altra sintassi, prima di imbottigliarsi tentando di esprimere l’impersonale toscano in inglese. Mettersi nei panni dell’altro, si dice. Personalmente, però, ho sempre preferito la versione anglosassone put oneself in someone’s else shoes: mettersi nelle scarpe di un altro. Se il dibattito sull’etica si nutre di espressioni come velocità differenti, essere al passo coi tempi, salti avanti e marce indietro, la metafora delle scarpe… calza meglio.

Se decidiamo di affidarci a Pindaro per questa traversata oceanica, il primo collegamento che ci verrà in mente sarà con Cenerentola: una storia in cui non esistono due donne con lo stesso numero di scarpe. Alla luce del modo di dire, un monito a non giudicare altri che noi stessi. Se invece scartiamo la versione edulcorata della Disney, troveremo una fiaba originale molto più cruenta: una delle sorellastre si amputa le dita del piede per riuscire a calzare la scarpetta di cristallo, ma il sangue la smaschera. E questo cosa dovrebbe insegnare a noi bambini troppo cresciuti? Forse che, per entrare nelle someone’s else shoes, dobbiamo rinunciare a qualcosa, con un sacrificio doloroso e che per giunta ci porta ad apparire falsi, ipocriti.

Gli USA hanno una storia radicalmente diversa dalla nostra, nata in primo luogo da quella che nel vecchio continente si chiamava colonizzazione e che, con la sensibilità odierna, viene ora sostituita dal termine sterminio. Una storia che si conta più in secoli che in millenni, senza il continuo spostamento dell’ago della bilancia tra damnatio memoriae e accettazione e migliaia di monumenti a ricordare epoche buie per gli occhi di oggi, ma luminosissime per quelli di ieri. Associare un corpo bianco a un ruolo nero rievoca principalmente Otello e Madama Butterfly per un europeo, mentre a un americano vengono in mente le più recenti e crude blackface comedy. E così, per entrare in un paio di Nike Made in USA le dita da tagliare saranno quelle dell’eurocentrismo, della superiorità della nostra cultura e della storia già scritta, mentre i nostri cugini d’oltreoceano dovranno rinunciare al patriottismo e al sentirsi a proprio agio con il passato nell’infilare delle Aubercy parigine.

Cambieranno i nostri vocabolari: ci troveremo a scegliere tra contaminazione (EU) e appropriazione culturale (USA), tra invasione (EU) e migrazione (USA), tra scoperta del nuovo continente (EU) e genocidio degli indiani d’America (USA). Il nostro imbarazzo con una nuova lingua sarà il nostro sangue e, soprattutto, la perdita dell’equilibrio necessaria al rinnovamento: quello fu il senso delle dita, non più prensili dopo all’evoluzione, che ora giacciono al di fuori delle nostre nuove calzature.

Nota a margine.
C’è almeno un terzo polo che non abbiamo considerato: quello cinese. Si dice infatti che la fiaba venga dal Paese del sol levante, dove il piede piccolo è considerato segno di bellezza e nobiltà – senza questo particolare, in effetti, la storia perde un po’ senso. Prima o poi ci confronteremo, come società, anche con l’oriente, con la sua mentalità e le sue tradizioni riproposte indebitamente in salsa occidentale. E ci chiederemo chi dovrà raccontare le favole.

Viziosismi nr. 95: Il comunista John Lennon

ANTONIO CRETELLA | In un discorso di qualche anno fa, al culmine di una delle sue tante resurrezioni politiche, il Cavaliere tuonava dal suo banchetto di rappresentanza contro l’istruzione pubblica, rea di “inculcare” negli alunni valori contrari a quelli desiderati dai genitori, al contempo, ovviamente, elogiando la scuola privata – ora come allora alla perenne ricerca di foraggiamenti – come baluardo della libertà; posizione condivisa per altro anche da attuali esponenti politici di altre correnti. In una sola parola, “inculcare”, Berlusconi aveva come suo solito rovesciato e semplificato i termini della questione presentando la scuola non come fucina del pensiero critico, ma come fabbrica di indottrinamento ideologico (comunista, ça va sans dire), come poi detto esplicitamente più volte dalla sua ministra dell’istruzione dell’epoca che si batteva per evitare l’imposizione di un temutissimo pensiero unico. Di lì originò il seme della reductio di ogni forma di pensiero critico a derivazione comunista, come per altro ribadito recentemente da quell’esponente leghista che ha definito Imagine di John Lennon una canzone marxista. Il risultato dell’azione combinata di semplificazione e delegittimazione è che insegnare fondamenti di scienza o di diritto, parlare di tolleranza, cooperazione, pacifismo, ambientalismo oggi equivale a un pericoloso indottrinamento, mentre la diffusione di sciocchezze antiscientifiche, di razzismo, omofobia e classismo è considerata garanzia del rispetto della “libera scelta di noi genitori, perché nostro figlio lo educhiamo come ci pare”. Anche a essere un mostro che disprezza i fondamenti del vivere civile, se necessario.

Il Piano BE del Teatro Bellini: politica di un ripensamento – Intervista a Gabriele Russo

ILENA AMBROSIO | To be, or not to be, that is the question: il dilemma teatrale per eccellenza può assumere sfaccettature di senso inaspettatamente ficcanti e contingenti se quell’essere lo si legge come esserci ancora, esistere, fare; essere dentro e per una comunità, essere cittadini e artisti; essere e quindi vivere il tempo, progettare, non cedere alla “sospensione” cui siamo stati costretti negli ultimi mesi. Essere che si fa artistico, civico, politico è il to be del Piano BE, stagione – è il caso di dire – extraordinaria che Roberta, Gabriele e Daniele Russo proporranno al Teatro Bellini da ottobre a dicembre 2020.
Dal giovedì alla domenica una scena totalmente rivoluzionata vedrà alternarsi diverse compagnie in più orari; spettacolo horror a mezzanotte nel weekend; focus sulla drammaturgia contemporanea al Piccolo Bellini gestito, per l’occasione, da Mario Gelardi (Nuovo Teatro Sanità) e Napoleone Zavatto (Teatro Civico14); ancora, sezione danza realizzata da Manuela Barbato ed Emma Cianchi e rassegna di teatro ragazzi curata da Il Teatro nel Baule; per concludere il progetto Adiacente possibile di Agostino Riitano e l'”esperimento” di etudes condivisi con il pubblico con Be Jennifer.

Quali sono le ragioni, profonde e non puramente artistiche, dalle quali è scaturito, proprio ora, un progetto così articolato e inconsueto? Ne abbiamo parlato con Gabriele Russo.

Negli ultimi mesi abbiamo tutti fatto uso – e  abuso – dell’espressione “tempo sospeso”. Io vorrei invece chiederti come stai vivendo, personalmente e come codirettore artistico del Bellini, questo tempo che pare ritornare con i piedi per terra.

Di certo regnano ancora grandi interrogativi, è un tempo da interrogare e dal quale aspettiamo delle risposte che non sappiamo quando arriveranno.
Per me è difficile scindere la posizione personale da quella professionale, le figure coincidono. Se abbiamo fatto una scelta l’abbiamo fatto anche e prima da cittadini, intercettando la sensazione di incertezza che regna non solo nel mondo teatrale ma nelle nostre vite. Questo è quello che ci ha spinto a presentare la stagione più di ogni altra cosa.
Ci siamo chiesti a lungo se fosse il momento di presentarla, interrogandoci sulla situazione sanitaria, in primis, e poi sulle specificità del nostro ruolo nel settore. Le domande sono state tante ma poi ci siamo decisi a rischiare proprio per cercare di dare al pubblico e ai cittadini un orizzonte temporale, il senso che si stia riprogettando, in un momento in cui sembra complesso anche progettare un weekend.
Penso che il Bellini sia diventato un punto di riferimento per la comunità, quindi pensare a un orizzonte di tempo, dare degli appuntamenti è un segno importante.
Non dobbiamo accorciarci la vita come prima, ma questo vivere totalmente alla giornata non ti permette di avere una progettualità e quindi di pensare al futuro.

Forse il mantra del “vivere alla giornata” – con il congiunto “apprezzare le piccole cose” – è sopravvalutato; la cronicità del vivere alla giornata annienta le prospettive, il tempo scorre fine a sé stesso e, in definitiva, smette di essere. E mi viene in mente allora il nome che avete scelto per la stagione: Piano BE come “essere” in opposizione al not to be. 

Sì, abbiamo deciso di puntare sulla parte affermativa della domanda amletica che è alla base del senso del teatro proprio per i motivi che dici.
Penso che le cose stiano nell’equilibrio. Di certo prima vivevamo una vita iper stressante, accelerata, competitiva. Ma ora abbiamo scoperto il risvolto della medaglia e vivere alla giornata può essere molto pericoloso, può generare apatia, tutto può svuotarsi di senso. Bisognerebbe trovare un equilibrio: considerare ogni giorno come un tassello per costruire un orizzonte futuro, anche ampio.
D’altronde, a bene vedere, con lo stile di vita precedente non è che avessimo costruito un granché.

C’è bisogno di un ripensamento che è un termine ritornato spesso e con molta forza durante la conferenza di presentazione del progetto. Come si concretizzerà questo ripensamento nel Piano BE?

Se ti è arrivato questo aspetto dipende dal fatto che noi ci crediamo davvero. Le scelte fatte sono state pensate, articolate, lasciate sedimentare; riviste rispetto alla nostra funzione di cittadini e di operatori del settore, rispetto alle restrizioni sanitarie, rispetto alla qualità dell’offerta artistica che non doveva essere assolutamente abbassata.
Abbiamo, innanzi tutto, ripensato e concretizzato idee che facevano già parte del nostro modo di vedere il teatro; per esempio l’utilizzo dello spazio scenico. Una delle cose più interessanti sarà proprio l’incontro tra gli artisti che condivideranno, a turno nelle stesse giornate, lo stesso palco. Si tratta di un aspetto non scontato perché gli artisti tengono molto al loro spazio e al loro tempo. Alcuni sono rimasti perplessi di fronte a questa proposta ma sono certo – ne ho avuto prova con Global Shakespeare – che sarà per loro un’esperienza importate.
“Passarsi” la scena ti fa davvero vivere una comunità e stempera il consueto egocentrismo di noi artisti: sapere che dopo di te ci sarà un altro, che fa teatro diversamente da te ma come te, attiva un processo bellissimo che va al di là della messa in scena. Quella macchina costruisce inevitabilmente altro perché stabilisce relazioni, confronto; chi fa il suo spettacolo può trovarsi in sala mezz’ora dopo a vedere un collega che magari non aveva mai visto.

La nuova scena nei disegni dalla Scuola italiana di Comix

Il ripensamento ha significato anche abbandonare la stagione che avevate preparato prima del Covid. Non c’è nulla di quello che avevate programmato? 

No, con una grande amarezza abbiamo messo da parte una stagione che, a mio parere, era molto bella ed equilibrata. Però, dopo il fermo, abbiamo sentito davvero la necessità di rivedere le nostre scelte; non potevamo riprendere da dove avevamo interrotto. Gli stessi nostri meccanismi organizzativi, quelli che erano diventati abitudinari, sono cambiati. Programmare questa cosa è stato molto diverso da quello che programmiamo in genere, le nostre riunioni sono differenti; il modo di comunicare con il pubblico non può essere lo stesso di prima. È necessario trovare chiavi nuove. Non è facile ma è stimolate; si è aperta una prospettiva inedita.

Ripensamenti da cui scaturiscono scelte inedite. Durante la conferenza avete affermato che «ripartire non potrà mai essere uno slogan spendibile finché non potranno farlo tutti». A questa affermazione è collegata la scelta di affidare la programmazione del Piccolo Bellini ai direttori di due teatri che non hanno potuto riaprire, il Nuovo Teatro Sanità e il Civico 14. Cosa vi ha spinto a farlo?

Avevo sentito un intervento di Mario Gelardi che dichiarava l’impossibilità per il Nuovo Teatro Sanità di riaprire a causa del numero limitato di posti; questa difficoltà dei teatri più piccoli – in termini numerici – è stato un altro argomento di interrogazione per noi.
Al netto della retorica sono convinto che la chiusura degli spazi più piccoli rechi un danno a tutto il sistema teatrale. Quanti attori si formano nei piccoli spazi? Quanti spettatori vengono formati da quei teatri? Sul breve periodo si può essere cinici e ciechi e pensare che non faccia differenza. Ma se queste realtà dovessero sparire il resto crollerebbe a catena. È tutta una rete.
Pensandola così è stato naturale decidere di destinare il Piccolo a chi non avrebbe aperto.

Dici rete, hai detto comunità e non si può fare a meno di pensare a polis. Quanto di politico c’è in questa scelta?

Credo molto. Forse nello scardinare e ripensare i processi ciò di cui siamo diventati più consapevoli è proprio la funzione politica del lavoro che facciamo. Prima la sentivamo lo stesso ma era come un dato di fatto, come se fosse scontata nel nostro lavoro. La situazione che viviamo ce l’ha fatta mettere concretamente al primo posto: la funzione verso i cittadini, verso i colleghi, l’apertura del teatro a una diversa fruizione. Perché al di là della bellezza del confronto tra artisti che si susseguono sullo stesso palco e del teatro aperto dal mattino, c’è un altro obiettivo in questa proposta: la formalizzazione dell’accesso al teatro. Molti vivono il teatro come un appuntamento che è solo la parentesi di una sera della settimana; la nostra proposta offre un modo di vivere davvero il teatro, lungo tutto il giorno, proprio come comunità.

Ma se si dice politica poi si pensa anche a istituzioni. Come risponde il Piano BE alla (non) posizione delle istituzioni nei confronti del comparto dello spettacolo dal vivo? 

Devo essere sincero, provo un certo risentimento per molte aspettative deluse.
Noi questo ripensamento lo stiamo mettendo in atto, ci siamo rimboccati le maniche e stiamo rischiando davvero molto, su tutti i fronti. Ma lo stesso ripensamento dovrebbe venire dalla politica, perché non possono essere i singoli cittadini a creare un vero cambio di rotta. Lo Stato è il primo che si deve ripensare in tutti i suoi processi altrimenti il nostro resterà un esempio isolato.
Ovviamente sentiamo molto il tema della crisi lavoratori dello spettacolo. Noi di certo siamo un po’ meno fragili ma sempre tra i fragili e non possiamo fare da welfare. Eppure in questo momento abbiamo deciso, per quanto possibile, di ricoprire questo ruolo, coinvolgendo più artisti e compagnie possibile, incrementando anche il numero di addetti ai lavori necessario per far muovere la macchina scenica.
Ma ciò che ci si augura è che questo sia un momento per rivedere davvero la legge sul teatro e per avviare un ragionamento che includa e coinvolga i lavoratori dello spettacolo all’interno legge.
Certo, c’è anche da dire che nello stesso settore teatrale ci sono fratture che non agevolano il processo. L’ente pubblico schiaccia l’iniziativa dei privati, i teatri finanziati sono visti come il nemico… questo danneggia anche nel confronto con lo Stato.
Ripeto, tutto è una rete interconnessa, e come tale dovrebbe agire per aderire davvero al reale.

Procedo per associazioni: dici reale e penso a una sezione della stagione che tutto ha a che fare con la realtà e il contingente: il progetto Adiacente possibile di Agostino Riitano che prevede l’utilizzo di riprese live di vita reale da mostrare alla fine degli spettacoli. L’obiettivo è di – cito – «ripristinare il teatro come spazio catartico in cui digerire e medicare le tragedie del quotidiano».
Pensi che questa iperrealtà utilizzata nuda e cruda, senza sedimentazione o sublimazione artistica, possa essere efficace per innescare la catarsi e realizzare l’incontro, ora necessario, tra la realtà e il teatro?

Mi ricollego alla necessità che avvertiamo di avere un ruolo diverso in questo momento. Ragionando su questo ruolo abbiamo messo a fuoco un equivoco molto comune tra gli spettatori, ossia che quando si viene a teatro si vede qualcosa che è staccato da noi, che non ci riguarda davvero. Così ci siamo messi alla ricerca di qualcosa che potesse esplicitare in modo più diretto il rapporto tra la realtà e il teatro. Agostino ha visto la scena con il pvc posteriore e questo gli ha dato l’idea di una finestra sul fuori; così abbiamo pensato di aprirla concretamente quella finestra. Non ci siamo interrogati sulla possibilità di restituire qualcosa di artistico ma soprattutto di modificare la fruizione dello spettacolo nel momento in cui a esso vengono accostati frammenti di realtà nuda.
In pratica ci saranno nove settimane, ciascuna con un tema legato agli spettacoli in scena. A seconda del tema, dopo lo spettacolo, avremo delle dirette dall’esterno che “raccontano” quel tema. È un meccanismo che si sta formando in questi giorni, non ancora definito neppure per noi. E proprio oggi abbiamo aggiunto la possibilità di aprire una call per spettatori che diventino in qualche modo redazione di questa iniziativa. Ciò che vogliamo è rendere questo progetto il più possibile coautoriale. 

Sembra anche un modo per rimediare a quella dinamica di cui parlavi per la quale spesso lo spettatore, chiuso il sipario, chiude la parentesi di teatro della sua giornata.

Sì, quando arriveremo a formulare tutto anche i processi simbolicamente consolidati – arrivo in teatro, mi siedo, aspetto che cali la luce, assisto allo spettacolo ecc… – saranno un po’ diversi; vorremo che ci fossero piccole cose, azioni simboliche inconsuete, che invitino a una partecipazione più attiva. Ad esempio tra il pubblico ci sarà qualcuno che guiderà la diretta dei video live di Adiacente possibile… Mi rendo conto di essere poco preciso ma è davvero un meccanismo in fieri.

Il fulcro però è evidente: un’apertura sul reale, un vero e proprio squarcio che sarà alla base anche dello “smontaggio” del vostro Le cinque rose di Jennifer. Come si è inserito questo ulteriore tassello?

Avevamo programmato Jennifer per tutti i martedì ma qualcosa non mi quadrava: perché rifare Jennifer? Stonava con il progetto che stava prendendo forma. Abbiamo iniziato a ragionare; la scintilla è stata l’idea di sezionarlo – sette martedì, lo spettacolo dura un’ora e mezza, sei quarti d’ora, l’ultimo martedì per la messa in scena… ci ha aiutato anche la matematica. Ho chiamo Igor Esposito e, dopo vari tentativi, alla fine sono riuscito a farmi capire invitando anche lui a ripensarsi, a non avere paura del vuoto di fronte al quale lo stavo mettendo, a cambiare linguaggio, ad  andare più verso la vita. Vediamo cosa farà succedere la vita in questo processo, gli ho detto.
Faremo vedere un quarto d’ora di spettacolo e poi lo analizzeremo con lo spettatore, chiedendoci cosa possono diventare oggi Jennifer e Anna. Igor sarà presente a prendere appunti per poi stendere la restituzione finale che andrà in scena l’ultimo martedì. Con questi esperimenti di analogie e connessioni a volte succedono cose meravigliose, altre volte nulla; per cui è un’operazione molto pericolosa ma che ci entusiasma.
Di certo dovremo metterci in discussione, “disintellettualizzarci” senza avere nemmeno paura di incursioni pop.
I grandi autori hanno sublimato la realtà, non hanno avuto paura di farlo, per questo erano contemporanei; invece noi – lo dico anche a me come regista – a volte viviamo l’ombra del teatro in quanto teatro e invece dovremmo immaginare la vita che diventa teatro e non il teatro che diventa vita. 

Cosa ti aspetti, in definitiva, da questo Piano BE?

Non so cosa aspettarmi, devo essere sincero, ottobre sembra molto più lontano di quanto non lo fosse a luglio dell’anno scorso.
Ma, volendo tralasciare i dubbi e i timori, con lo spirito da spettatore ti dico che non vedo l’ora che tutto inizi!

#PACVOTO DEI LETTORI: Prove Generali di Solitudine – 3o Modulo – SOLITUDINE

REDAZIONE | Terzo turno: adesso TOCCA A VOI LETTORI SCEGLIERE!
Si è chiusa la terza fase del Concorso di scrittura teatrale Prove generali di solitudine, ideato e promosso da Carrozzeria Orfeo, di cui PAC-Paneacquaculture.net pubblica i testi vincitori per tutte le quattro fasi del concorso.

La Giuria ha proclamato i suoi tre vincitori scelti tra gli oltre 400 lavori pervenuti da tutta Italia e scritti da professionisti e non professionisti di tutte le età. Ma d’intesa con Carrozzeria Orfeo, abbiamo deciso di attivare anche un voto social per decretare il testo più gradito dai lettori.

CHIEDIAMO QUINDI ORA A VOI DI ESPRIMERE LA VOSTRA OPINIONE E VOTARE, PARTECIPANDO AL SONDAGGIO!!

Con Carrozzeria Orfeo a breve renderemo noto il piccolo ma significativo riconoscimento riservato al vincitore del sondaggio finale che faremo fra i 4 testi scelti dai nostri lettori.

VOTATE VOTATE VOTATE!!! – il voto si chiude SABATO 11 luglio h 14

– Potete esprimere un solo voto, accedendo con un account Google.

I marziani terrestri e l’ironia delle donne al Giardino delle Esperidi

ELENA SCOLARI | Quando il caldo della giornata fa sprigionare l’odore di aglio selvatico nell’umidità della sera. Quando la passeggiata nel buio del bosco è illuminata da una luna piena e quasi accecante. In un angolo buio pulsa una lucciola, il suono è il frinire battagliero delle cicale.
Il rientro da Campsirago, il borgo in provincia di Lecco in cui si tiene gran parte del festival Il giardino delle Esperidi organizzato da Campsirago Residenza e diretto da Michele Losi da 16 anni, offre queste perle “paniche”. E tornando verso l’auto si riflette su ciò che si è appena visto.
L’edizione 2020 del Festival (uno dei primi a segnare la ripartenza teatrale dopo il black out da virus) si è intitolata Esperidi on the moon, invitando spettatori e artisti a sentirsi “astronauti del presente”, sollecitati a indagare le nuove forme della fruizione teatrale. Che poi tanto nuove non sono state, a dirla tutta: un poco di distanza in coda e le mascherine alla mano (non sempre indossate) non hanno rivoluzionato lo spirito del vedere spettacoli all’aperto.
In una delle serate siamo volati addirittura sul pianeta rosso con Vieni su Marte di VicoQuartoMazzini; verrebbe da dire un viaggio stralunato e fortemente simbolico: il pianeta è un po’ come l’isola che non c’è e identifica un luogo dove realizzare quello che sulla Terra non sembra più possibile, e la difficoltà più profonda sembra essere quella di dare respiro alle emozioni, alla commozione. Gabriele Paolocà, bravo, sempre bravo e qui particolarmente “rotondo” nelle capacità di interpretazione e nell’uso di corpo e movimento, è un marziano vero, senza padre né madre (su Marte non usa avere genitori) che passa la giornata a disegnare stelle, stelle binarie, ammassi di stelle… Ed è in terapia presso uno psicanalista napoletano (Michele Altamura, disincantato e turbato quanto basta) che prende appunti, su un taccuino rosso, sui suoi progressi emozionali.

Foto Francesco Tassara

I marziani siamo noi, metafora quasi scontata, e siamo noi a non essere più capaci di trovare le stelle sul nostro pianeta.
Oggi, 8 luglio 2020, la sonda Mars Express scopre su Marte un ghiacciaio del diametro di 82 km ma ancora nessuna forma di vita, nello spettacolo incontriamo invece coppie tanto vive quanto bizzarre: un professore spedito a insegnare fuori sede che più fuori non si può, in un paesino marziano; due sorelle che vogliono abbandonare la Terra perché in lite con i genitori; due cattivi ragazzi di provincia che assistono all’esodo dei negri su Marte; una vecchia vedova – il cui marito ha espresso il desiderio di essere sepolto su Marte – insieme a un attore barbone che sogna di mettere in scena Thomas Bernhard su Marte perché forse lì sarà compreso e potrà costruire un teatro.
Tutte le coppie hanno un che di assurdo, non è ben chiaro perché parlino secondo vari dialetti italiani regionali ma è una nota che dà loro molta umanità e li rende più personaggi, teatralmente parlando. Sono figure, caratteri. C’è qualcosa che non convince fino in fondo ed è la cornice in cui questa carrellata è inserita: un’azienda privata inventò nel 2012 un progetto fantasioso che prevedeva di raccogliere adesioni a una potenziale colonia su Marte in viaggio di sola andata, sono stati raccolti più di 200.000 video inviati da aspiranti marziani. Alcuni di questi sono proiettati su un telo di tulle bianco che fa da velo alla scena. Ecco, i video – che intervallano le sequenze recitate e servono anche (troppo?) a coprire i cambi scena – non si amalgamano con il tono profondamente caldo del disegno dei personaggi, si ha la sensazione di un manto moderno che depotenzia il temperamento franco e rappresentativo delle coppie in scena. Le meglio riuscite sono la vecchia che sale faticosamente la scale del praticabile con la bara del marito in spalla, in dialogo spiazzante con l’attore clochard e il marziano stranito dalle cure dello psicanalista.

ph. Francesco Tassara

Oggi Elon Musk promette di portare 80.000 umani sul pianeta rosso già l’anno prossimo, Vico Quarto vuole rimanere sulla Terra, Vieni su Marte vuole rappresentare l’insopprimibile desiderio di ricerca e il costante senso di mancanza che spinge l’uomo a muoversi, a indagare, anche tra squallidi rifiuti.

Quest’anno il Giardino ha presentato vari lavori in fase ancora preparatoria, frutto del lavoro distanziato portato avanti durante i mesi di lockdown. Assai terrestri sono le tre attrici di Residenza Qui e Ora: nello studio di Tre – quanto vale un essere umano c’è molta autoironia, c’è spirito, c’è un interessante distacco, anche sfacciato, delle tre donne che spregiudicatamente mettono in ridicolo la pochezza di molte delle abitudini di tutti noi (di noi che viviamo in paesi ricchi, almeno, e possiamo di queste cose preoccuparci) straordinariamente vuote e superficiali.
Francesca Albanese, Silvia Baldini e Laura Valli sono disinvolte, divertenti, impertinenti. Sedicenti ballerine che per prime non credono a questa definizione. L’impianto complessivo del lavoro è costruito su una tesi: la mostra di cliché fatui (il valore della gioventù in sé, l’idolatria per il corpo, la frivolezza cui sembra essere condannato il mondo dello spettacolo per cui uno sciocco balletto diventa un “classico” superpagato se a farlo sono Heather Parisi o Lorella Cuccarini); la messa alla berlina di questi stessi luoghi comuni è l’antitesi, ma quello che manca è la sintesi. Qual è il passo successivo? Se tutti possiamo concordare sugli assunti e sulla friabilità dei gesti leggeri che ci muovono, il testo non arriva a esprimere il precipitato di questa analisi.

Quanto vale un essere umano? è un interrogativo ambizioso, presuppone di affondare in ciò che dovrebbe essere l’essenza di una persona, dovrebbe scavare per trovare il nocciolo umano che ci contraddistingue: il pensiero e la sua quotidiana applicazione per condursi nella vita. Per ora, invece, in questa forma ancora in fieri dello spettacolo, ci si ferma prima di questo scandaglio. Il lavoro si chiude proprio quando la drammaturgia ironicamente danzata di Tre comincia ad affermare che oltre alle produzioni “organiche” dei nostri corpi (umori, unghie, capelli, scorie varie) uomini e donne producono anche idee. Certo! E questo è ciò che ci rende esseri in continua evoluzione, lo sviluppo dello studio potrebbe proseguire coerentemente su questa linea percorrendo una via non solo divertita e magari anche più amara.
Il consueto stile scanzonato di Silvia Gribaudi (che firma la regia insieme a Matteo Maffesanti) si confà alle tre interpreti, per niente convenzionali, la collaborazione con Marta Dalla Via alza il coefficiente di salace cinismo e far ballare il tormentone latino  Mueve la colita (Muovi la coda) di El Gato Dj diverte, senza dubbio, ma la zampata è data ancora molto suavecito.

 

VIENI SU MARTE

uno spettacolo di Vico Quarto Mazzini
diretto e interpretato da Michele Altamura e Gabriele Paolocà
drammaturgia Gabriele Paolocà
scene Alessandro Ratti
light design Daniele Passeri
costumi Lilian Indraccolo
riprese e editing video Raffaele Fiorella, Fabrizio Centonze
tecnica Stefano Rolla
produzione VicoQuartoMazzini, Gli Scarti
con il sostegno di Officina Teatro, Asini Bardasci, 20Chiavi Teatro, Kilowatt Festival
Con il sostegno del MiBACT e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”

TRE – Quanto vale un essere umano

ricerca materiali Francesca Albanese, Silvia Baldini, Silvia Gribaudi, Laura Valli
con Francesca Albanese, Silvia Baldini, Laura Valli
regia Silvia Gribaudi, Matteo Maffesanti
collaborazione drammaturgica Marta Dalla Via
produzione Qui e Ora Residenza Teatrale e Zebra
con il sostegno del MIBACT

Cross Festival diventa itinerante e rafforza il legame con il territorio: conversazione con Antonella Cirigliano

LAURA BEVIONE | Non sì è svolta l’edizione 2020 del Cross Festival, una propositiva e innovativa rassegna che da qualche anno anima una zona d’Italia piuttosto sonnacchiosa: la sponda piemontese del Lago Maggiore, nel profondo nord-ovest, dove si sognano alternativamente la ricca Svizzera e la modernissima Lombardia.

L’impossibilità di realizzare il festival così come era stato programmato non ha nondimeno scoraggiato la sua direttrice artistica, Antonella Cirigliano, e il suo giovane staff, che hanno ideato un nuovo format, itinerante e in certa misura interattivo, che ha condotto a battezzare questa anomala versione della rassegna Walk Edition.
Il debutto è previsto per il 9 luglio, con Graces di e con Silvia Gribaudi.

Ce l’ha raccontata Antonella Cirigliano, cui abbiamo anche chiesto del destino dell’articolato programma di attività gravitanti attorno a Cross e realizzate non soltanto in occasione del festival ma nel corso di tutto l’anno.

Le limitazioni imposte dall’emergenza COVID-19 come hanno modificato la vostra progettualità, in particolare riguardo il festival Cross?

Abbiamo annullato l’edizione di Cross Festival 2020, il progetto internazionale dedicato alle arti performative organizzato da LIS LAB a Verbania, Lago Maggiore, così come prevista per giugno 2020. In particolare, abbiamo dovuto annullare la presenza di tutte le compagnie asiatiche previste per il Focus Asian Gestures che è stato rimandato al 2021 e al quale stavo lavorando da molti mesi anche in collaborazione con ASEF (Asian Europe Foundation e con il Mibact). É stata annullata anche la programmazione musicale immaginata e organizzata grazie al musicista Alberto Ricca, che ne ha curato gli appuntamenti e gli incontri.

Sicuramente la formula “festival”, così come lo conosciamo, non abbiamo potuto organizzarla ma abbiamo invece deciso, negli ultimi mesi, insieme allo staff di Cross, di convocare alcuni tra gli artisti, molte voci incisive del panorama nazionale della danza e della performance, per riformulare le loro proposte.
Quello che abbiamo attraversato è un momento che ha scosso (e scuote) profondamente la nostra idea di normalità e di socialità, di lavoro e di riposo.
Gli ambiti artistici nei quali ci muoviamo (il teatro, la danza, la musica e la performance) sono ambiti che per natura si nutrono della vicinanza.
Abbiamo, dunque, usato i mesi di sospensione come un’occasione per riflettere e confrontarci sul ruolo e sulla visione di CROSS Project, sul nostro legame con il territorio, con l’ambiente e con il futuro.

4 LANDing in Verbania, foto di Ludovico Pin

Quali saranno i fili rossi drammaturgici e tematici di questa edizione del festival?

In risposta alla situazione pandemica mondiale, CROSS Festival ha invitato quindici artisti per creare quindici camminamenti nella città di Verbania e nella provincia del VCO e organizzare così insieme al pubblico alcune passeggiate negli spazi pubblici della città, urbani e naturalistici.
Abbiamo immaginato percorsi, trekking, ambienti che possano coinvolgere tanto le ville storiche e gli spazi culturali, quanto gli spazi industriali, le strade e i sentieri della nostra città e provincia, ma anche luoghi inesplorati per ri-vedere i luoghi urbani attraverso nuovi occhi.
Questa edizione è anche una sfida che ridisegna i contesti all’interno dei quali ci muoviamo per tracciare una nuova geografia urbana, aperta e dinamica: un viaggio alla ricerca di quello che è cambiato radicalmente nella nostra vita quotidiana.

PEACE WALK 2 Opera dello Street Artist 2501 _Roma 2015 per personale a Wunderkammern gallery foto ©Blindeyefactory

Immagino sia stato fondamentale il dialogo con il territorio…

Sì, abbiamo riprogettato un format di spettacolo dal vivo proprio a partire dal dialogo con gli artisti e con gli enti territoriali per creare un confronto oggi ancora più necessario. Abbiamo fatto rete con tutte le manifestazioni e gli operatori culturali del nostro territorio perché crediamo che in queste relazioni stia la forza della ricostruzione, che è quanto il compartimento culturale oggi è chiamato a fare: ricreare un tessuto sociale e umano, innanzitutto.

Questa edizione è dedicata alla cittadinanza tutta; ci rivolgiamo soprattutto al nostro pubblico, perché sono necessari spazi di riflessione nella confusione generale e nella paura che l’emergenza ha generato. Sono stati mesi di grandi cambiamenti e ci ritroviamo in un mondo nuovo e inaspettatamente nuove sono le proposte del nostro festival. Abbiamo voluto creare visioni rigenerative curate dagli artisti e dal gruppo di lavoro del festival. Gli artisti sono stati invitati a progettare attraverso un dialogo e uno scambio proficuo. Ne sono nati dei progetti site specific dove è centrale la spiritualità, la consapevolezza, la contemporaneità e dove è necessario immaginare il futuro.
Il corpo è come sempre al centro delle nostre programmazioni, protagonista e motore. Un corpo sociale collettivo non deprivato né digitalizzato. Un corpo in movimento percettivo, attivo, vivo.
Andiamo nella direzione della natura sostenendo il contemporaneo e l’interdisciplinarietà, come sempre, non tutto è cambiato.

Sinfonia H2O, foto di Mirko Ingrao

Qual è il destino dell’edizione 2020 del premio legato a Cross festival e delle residenze a esso collegate?

Il programma di Residenze 2020 è stato ricalendarizzato,
Il bando 2020 è appena uscito e sarà on line fino al 15 settembre.
Il nuovo CROSS Award prende spunto dalla riflessione sul contemporaneo e insiste su natura, tecnologia e ibridazione dei linguaggi.<
Cerchiamo cinque progetti inediti da ospitare in residenza e a cui assegneremo duemila euro a sostegno della ricerca e della produzione!

Qual è la tua impressione osservando le differenti modalità con cui il mondo dello spettacolo dal vivo, in Italia e in Europa, sta reagendo all’emergenza Covid?

Paradossalmente, oggi, la temporanea sospensione dei vincoli quantitativi e temporali imposta dal decreto ministeriale sta permettendo ai festival, che quest’anno hanno accettato la sfida di andare in scena, di realizzare il proprio progetto culturale in modo flessibile e innovativo.
Sono tante le istituzioni che stanno riprogettando la loro attività e tra molte realtà nazionali in rete, intendiamo sviluppare un confronto sul futuro dei festival e delle norme che ne regolano il funzionamento. Il primo incontro si terrà a Santarcangelo il 15 luglio.
La situazione europea è molto diversa.
Quello che mi impressiona è la quantità di strutture piccole che faranno molta fatica a sopravvivere, quindi la crisi economica impatterà sul futuro dello spettacolo dal vivo. Allo stesso tempo il comparto della cultura ha gli strumenti per agire e per rinnovarsi e questo rinnovamento, nonostante arrivi dopo una grande crisi mondiale, è necessario per adottare strategie e modalità produttive nuove.

GRACES, di Silvia Gribaudi, foto di Giovanni Chiarot

Parliamo del “dopo”: c’è paura allo stesso tempo che tutto torni come prima così come che nulla sia come prima. Cosa ne pensi?

Abbiamo avuto la possibilità di programmare perché forti di un lavoro già presente e strutturato nel nostro territorio, il nostro progetto di residenza per esempio, con l’azione “artisti nei territori”, finanziato dall’azione congiunta di Regione Piemonte e Mibact, insiste già da due anni sulla poetica dell’inclusione sociale.
Non sappiamo cosa succederà a livello sanitario ma è certo che questa è la più grande crisi che la nostra generazione ha vissuto. Sicuramente il mondo culturale dovrà lavorare con le politiche sociali per permettere alla cittadinanza, alla società civile di poter affrontare questo dopo emergenza Covid 19 con strumenti che tendano a ricompattare la società. Spero sempre in un mondo migliore.

Le decisioni che prenderemo nei prossimi mesi probabilmente modelleranno il mondo per gli anni a venire. E questo riguarda la salute, l’economia e, certamente, la cultura.
Che tipo di mondo abiteremo quando passerà questa tempesta? Sopravviveremo ma abiteremo in un mondo diverso. Ciò che decideremo oggi, in termini culturali, rimarrà a lungo, tutte le emergenze funzionano in questo modo.

L’emergenza Covid 19 riguarda tutti e credo che come artisti, pensatori e progettisti possiamo attivare alcuni strumenti molto utili per la società a venire e per le nuove generazioni. Dobbiamo far sentire la nostra voce e portare la nostra specifica esperienza umana in una dimensione sociale.

 

L’attore nella casa di cristallo – Videointervista a Marco Baliani e Velia Papa

RENZO FRANCABANDERA | È stata quella che potremmo definire una ripartenza con affaccio sulla complessità del presente: L’attore nella casa di cristallo una produzione originale di Marche Teatro – testo e regia di Marco Baliani, da un’idea di Velia Papa, scenografia e luci Lucio Diana, costumi Stefania Cempini – ha debuttato Lunedì 15 giugno, giorno fissato per il tanto atteso ritorno degli spettacoli, alle ore 21.
Il pubblico come in un film di fantascienza è entrato in teatro con la mascherina, con la misurazione della temperatura, per poi tornare all’aperto a sedersi, a distanza di sicurezza, nel piazzale del Teatro delle Muse di Ancona con l’allestimento scenico a vista. Qualcosa che resterà nella storia di questo linguaggio, anche oltre lo spettacolo stesso.

Ogni sera dal 15 al 28 giugno, due attori/attrici rinchiusi ciascuno dentro una grande teca trasparente, hanno offerto al pubblico di Ancona due monologhi incentrati sui temi dell’amore, della memoria del corpo, della fine e dell’attoralità (si alternavano a date alterne le coppie composte da Petra Valentini / Michele Maccaroni e Eleonora Greco / Giacomo Lilliù).

Lo spettacolo avvia una riflessione sulla condizione dell’artista oggi ma implicitamente dialoga con il contesto distratto in cui si innesta l’azione creativa nel nostro tempo. Il soddisfacimento del bisogno creativo non legato alla mera sopravvivenza umana, ma di cui l’uomo avverte la necessità fondamentale in maniera subitanea, quasi come passaggio fra sogno e realtà, risponde a molteplici esigenze di autonarrazione e di narrazione del contesto che ci accoglie, e l’isolamento vissuto in ragione dell’esperienza pandemica, la lontananza, l’allontanamento, hanno portato al centro della riflessione degli artisti il tema della connessione fra arte e società.
Il fare arte crea un ponte fra sé e gli altri, che fin dall’antichità supera le dimensione figurativa statica per diventare elemento dinamico (danza, rito, teatro) capace di creare non sono raffigurazioni simboliche ma anche relazioni interpersonali dirette, connessioni. Chi più dell’attore, dell’interprete dell’arte dal vivo ha vissuto in maniera acuta questo dramma di isolamento, di costrizione alla pausa, al non poter fare?
Cosa è successo durante l’esperienza pandemica, in cui l’elemento della connettività fisica tangibile è venuto meno, ma si è amplificato a dismisura quello della connessione virtuale?
La pratica professionale dell’arte in generale, e di quella dal vivo in particolare, ha subito una crisi di percezione da parte della comunità. Eppure mai come ora l’arte serve a ripensare a futuri immaginabili, a soluzioni concrete per il vivere comune, magari ripensando le fondamenta del consesso sociale, prima di abbandonarsi a derive violente e inarrestabili. L’artista è l’unico medium concreto, tangibile, fra l’uomo e la speranza.
Distanziare l’uomo dall’arte, cristallizzare il linguaggio in una teca museale, permettendo che da quei contenitori vengano fuori solo voci confuse e sovrapposte, è una crudeltà che stiamo accettando, una circostanza su cui si fonda il pensiero di questo lavoro, affidato a quattro attori giovani, vestiti come se fossero in un ricovero sanitario, musealizzati dentro teche attorno alle quali la città continua la sua vità distratta, il passeggio.
E loro dentro, a recitare un monologo, udibile, forse, solo a chi è dotato dei dispositivi di connessione.
Siamo connessi nel nostro presente?
C’è uno spazio vivo e vitale per l’arte oggi? È uno spazio per pochi o per molti?

Ho assistito all’evento, videointervistando Velia Papa e Marco Baliani, in una riflessione che parte dallo spettacolo per riflettere su quale teatro sarà possibile domani.

Quel rifugio tranquillo per lettori e scrittori: riflessioni a margine del Premio Strega

FABIO MASSIMO FRANCESCHELLI | Negli ultimi anni ho letto 2 romanzi vincitori del massimo premio letterario italiano, La Ferocia di Nicola Lagioia, 2015, e Il Colibrì di Sandro Veronesi, 2020. Sarà un caso, ma mi sono sembrati fratelli nei loro pregi e difetti. Mediamente ben scritti (meglio Veronesi però), con qualche ottimo capitolo (ma giusto qualcuno, eh), una lingua da mestieranti navigati, più asciutta quella del Colibrì e più barocca e vanitosa quella della Ferocia. Questi i pregi. I difetti li ho trovati in storie inverosimili, personaggi stereotipati e superficiali, situazioni e caratteri infarciti di luoghi comuni. E infine, in entrambi i casi, la narrazione di ambienti e dimensioni altoborghesi, come se non solo il privilegio di narrare e vincere premi, ma addirittura quello di essere narrati, essere oggetto degno di narrazione, debba essere un’esclusiva dei ricchi. Si espelle la povertà (o anche la “normalità” piccolo borghese) dagli immaginari narrativi. Perché? Per pregiudizi classisti? Perché la gran parte dei narratori non l’hanno mai conosciuta e quindi non saprebbero raccontarla? Perché si ritiene poco interessante? Perché si pensa che chi è impegnato tutti i giorni a “sbarcare il lunario”, o anche a timbrare il cartellino, non viva una vita abbastanza ricca, né pratica né interiore? Perché si tratta di esistenze troppo poco luccicanti e patinate?
Spero di no, spero di sbagliarmi, spero non sia così soprattutto oggi in quest’Italia post covid dove la marea dell’indigenza sale inesorabilmente ovunque. Insistere su questa strada significherebbe fuggire dalla realtà e rinunciare a raccontare quel che i media chiamano “paese reale”.
Ma poi, a rifletterci meglio, mi chiedo se il pregiudizio classista in realtà non nasconda un peccato ben più grave, non (appunto) classista ma letterario. Mi chiedo se non sia altro che il rifugio scelto dalla coppia autore-lettore per celare l’incapacità ad affrontare la verità dei personaggi, la loro contorta e labirintica profondità, la loro noia, banalità, inettitudine, l’inesauribile e inafferrabile concetto di “umanità”. Ci si rifugia nei tópoi, meglio se eccezionali e patinati, ricchi di “effetti speciali”, perché ci fa paura conoscere la fatica e il dolore e la lentezza dell’introspezione.
Forse andrebbe ridefinita la forma romanzo e in particolare le aspettative che questo prodotto industrial-creativo muove. Forse è una questione di educazione letteraria. Qualche esempio a parte i soliti toni di Proust, Musil e Dostoevskij? Mah, così “su due piedi” mi viene in mente questo piccolo immenso libricino letto tanti anni fa, eppure indimenticabile, Chesil Beach di Ian McEwan. Se questa “non-storia” (storia di stasi e incapacità), con due perdenti come protagonisti fosse stata scritta da un italiano avrebbe mai vinto lo Strega?
LA PROFEZIA
dalla pagina Facebook di Fabio Massimo Franceschelli
Chiudo il mio 2019 da lettore con questo romanzo di Veronesi che molti già pronosticano vincitore del prossimo Strega e che più di qualcuno ha definito capolavoro. Che finisca per vincere lo Strega mi sembra probabile, che sia un capolavoro no, assolutamente no, né nell’accezione di seminalità, né in quella di apicalità. È un romanzo con almeno tre o quattro capitoli scritti molto bene ma che per il resto sostituisce troppo spesso il narrato col raccontato, un raccontato cronachistico che tratteggia sbrigativamente superfici rinunciando ai dettagli della profondità e al necessario respiro che ogni buon romanzo deve avere. Infine – limite che da molto tempo e da più parti viene riferito all’intera narrativa contemporanea italiana – si tratta di una storia classista ed elitaria, dell’ennesima vicenda alto-borghese che (purtroppo o per fortuna) non mi riguarda, non mi rappresenta, non narra il mio mondo né quello della stragrande maggioranza degli italiani.

Il teatro per bambini torna dal vivo: alla scoperta del Vimercate Ragazzi Festival

ROBERTA RESMINI| La città di Vimercate sta per essere animata dal Vimercate Ragazzi Festival – Festival nazionale di teatro per le nuove generazioni: una serie di eventi dedicata in modo particolare ai bambini e ai ragazzi dalla prima infanzia all’adolescenza, senza trascurare spettacoli rivolti a tutto pubblico, che animeranno gli spazi simbolo di Vimercate.
Giunta quest’anno alla quarta edizione, la kermesse guarda al futuro e al rinnovamento del teatro ragazzi: VRF è il primo festival vetrina del 2020 a svolgersi dal vivo dopo il “lungo inverno” della chiusura dei teatri, mantenendo fede all’impegno preso dal Comune di Vimercate nel 2019 che ha affidato la manifestazione per il triennio fino al 2021 alla direzione artistica, tecnica e organizzativa di Campsirago Residenza, delleAli Teatro e Teatro Invito.
Durante le tre giornate del Festival (10-11-12 luglio 2020), dalla mattina alle 9.30 fino alla sera (ultimo spettacolo con inizio alle 22.45), saranno proposti i 12 spettacoli che compongono il programma di questa edizione ma anche alcuni incontri professionali rivolti agli operatori che lavorano nel mondo del teatro, dell’arte e dell’educazione per le nuove generazioni.

Abbiamo incontrato i direttori artistici Giada Balestrini (delleAli Teatro), Michele Losi (Campsirago Residenza), Giusi Vassena (Teatro Invito) per porre loro alcune domande sulle caratteristiche specifiche del VRF e per avere alcune anticipazioni sui must della kermesse.

Qual è la caratteristica distintiva del VRF?

Il Teatro Ragazzi si caratterizza per la varietà di linguaggi e generi e per la sua sempre rinnovata capacità di creare visioni artistiche. Originalità che ben si esprime anche nella concezione dell’uso degli spazi: proprio per questo il Vimercate Ragazzi Festival si svolge anche quest’anno in luoghi non prettamente teatrali per continuare a dare risalto a quegli spettacoli che valorizzano e dialogano con spazi non convenzionali, quali parchi, cortili e splendide ville storiche, valorizzando l’idea di un teatro diffuso volto a raggiungere il pubblico in maniera capillare.
Inoltre, il festival rappresenta la possibilità di assistere a spettacoli che vengono rappresentati per la prima volta, e dunque un’opportunità importante, per gli operatori, di entrare in reale contatto con il proprio pubblico di bambini e ragazzi.

L’ammaliafuoco – Fossick Project

Finalmente si riparte dopo tutto questo tempo con i teatri chiusi! Come avete vissuto questo periodo?

Non abbiamo mai smesso di crederci in questi mesi e ora, con un po’ di ritardo giustificato, siamo particolarmente felici di poter nuovamente portare bellezza, leggerezza e gioia ai bambini e alle bambine di Vimercate e alle loro famiglie. Felici di vedersi riempire le piazze, i parchi, i cortili, le strade, con storie, colori, suoni e risate. Mai il teatro è stato più necessario, suo è il compito ora di ricreare comunità attraverso piccole, concrete azioni di cura per il nostro pubblico e la nostra città.

Ci aiutate a capire quale linea artistica vi identifica e come avete scelto gli spettacoli da inserire nel cartellone?

La scelta è stata operata sulla base di un Bando di selezione cui hanno partecipato più di cento compagnie dall’Italia e dall’estero. Dodici di esse hanno superato la selezione, differenziandosi principalmente per i linguaggi adottati – dal teatro d’attore e narrazione, alla clownerie, al teatro di figura – e per le fasce d’età a cui si rivolgono. Una selezione non facile, vista la qualità della gran parte dei lavori che ci sono pervenuti. Dodici spettacoli per ventuno repliche, a cui si aggiungono due incontri per operatori.

L’usignolo o dell’amicizia – Teatro Pan

Si parte venerdì 10 luglio al parco di Villa Sottocasa con Alberi maestri kids della compagnia Pleiadi, uno spettacolo itinerante ed esperienziale alla scoperta dell’incredibile mondo degli alberi. Si prosegue poi al Parco Trotti con la prima nazionale di Pollicino pop di Teatro Invito: nuova tappa della compagnia nell’approccio originale ai classici per l’infanzia, questo Pollicino si muove sul filo delle emozioni, le paure suscitate dalla fiaba vengono bilanciate da una messinscena all’insegna dell’ironia, del gioco teatrale, della musicalità. A Palazzo Trotti la compagnia svizzera Teatro Pan presenta L’usignolo o dell’amicizia, un incontro inaspettato tra una strana signora e una ragazza distratta e frenetica, due mondi a confronto, un inno all’ascolto e all’attenzione per l’altro. A chiudere la prima giornata la compagnia Fossick Project con L’ammaliafuoco: la storia di un gatto pescatore addomesticato che si ritrova senza casa per un incendio ed è costretto ad adattarsi a uno stile di vista selvatico. Una storia che ci fa riflettere sul fallimento dell’uomo nel tentativo di controllare i fenomeni naturali (mai come in questo periodo lo abbiamo potuto constatare!)
Ad aprire la giornata di sabato 11 luglio Naturalis – 4 elementi come casa della compagnia Melarancio, un viaggio sensoriale alla scoperta della vita attraverso i quattro elementi che la generano: aria, fuoco, terra, acqua. Nel pomeriggio il gruppo Cieocifa propone Tre piccioni con una favola: in un mondo dove la normalità si è presa una pausa, riuscirà la favola a trovare il suo lieto fine? Intrecci teatrali propone La fabbrica di baci: uno spettacolo tra musica e parola che punta l’attenzione sulle emozioni semplici ma a volte difficili da esternare. Si prosegue poi con lo spettacolo Tre di Scenamadre, che racconta, con ironia e disincanto, gli alti e bassi di una famiglia dei giorni nostri.

Il campione e la zanzara – Faber Teater

Domenica 12 luglio si apre con Pesce pesciolino del delleAli Teatro, che vede protagonisti dei personaggi costruiti con la tecnica degli origami nell’intento di aprire un baule che rivela le profondità marine con i suoi meravigliosi abitanti. Si prosegue poi con Corpi al vento, in cui la compagnia Gelmi/Ruggero narra una storia antica legata al mito del Minotauro. La famiglia Mirabella di Il Teatro viaggiante è invece uno spettacolo comico-satirico-familiare di genere saltimbanco, visuale, acrobatico, adatto al pubblico di ogni età. Chiude la rassegna Il campione e la zanzara di Faber Teater, uno spettacolo itinerante in cui si racconta la vita di Fausto Coppi.

Un cartellone fitto per permettere a grandi e piccini di poter tornare a sognare con la magia del teatro.
Il Vimercate Ragazzi Festival è promosso dal Comune di Vimercate con il patrocinio di Assistej, la collaborazione di numerose associazioni del territorio e del museo Must di Vimercate.

Qui il programma completo.

Per informazioni e prenotazioni:
vimercateragazzifestival.it
info@vimercateragazzifestival.it | tel. 377. 1304141

Prove generali di solitudine: i testi vincitori della terza fase – SOLITUDINE

RENZO FRANCABANDERA | Abbiamo scavallato. Siamo oltre la metà del concorso, alla terza fase delle quattro previste. Ma l’attenzione del pubblico e soprattutto dei partecipanti non arriva a diminuire intorno a Prove generali di solitudine, il concorso di scrittura teatrale ideato e promosso da Carrozzeria Orfeo, con il patrocinio di Fondazione Cariplo, Marche Teatro, Teatro dell’Elfo, Teatro Bellini di Napoli, Teatro Nazionale di Genova e in collaborazione con noi di PAC Paneacquaculture.net.
Ne sono prova le migliaia di letture dei post, dei testi, non solo di quelli dei vincitori di ciascuna fase, ma anche degli altri testi segnalati. Per non parlare del televoto dei lettori!
Davvero un piccolo fenomeno che siamo contenti di aiutare a diffondere ulteriormente, per la parte che abbiamo scelto di sostenere, quella di diffusione dei testi.

Ogni concorso ha i suoi testimonial. Ed è stata Paola Minaccioni, nel ruolo di Presidente di Giuria, a proclamare i tre vincitori della terza fase. La Giuria, composta da Angela Ciaburri, Gabriele Di Luca, Raffaella Ilari, Massimiliano Setti, Luisa Supino, Francesca Turrini, ha proclamato sui social di Carrozzeria Orfeo i tre vincitori su 381 testi pervenuti da tutta Italia, da professionisti e non professionisti di tutte le età, chiamati a scrivere un testo a partire dalla parola chiave Solitudine e ispirato alla forma della stand up comedy.

Ed eccoli i tre testi vincitori, più un ulteriore testo segnalato dalla giuria e che concorrerà nei prossimi giorni insieme ai primi tre, per la segnalazione da parte dei lettori di PAC e la mitica votazione online che fra tattiche e strategie sta definendo il quartetto che andrà a combattere nell’ultima e decisiva sfida per l’assegnazione del SuperPremioSimbolico.

Primo classificato: 21.000 FOLLOWERS DI SOLITUDINE di Sofia Gottardi

Il primo Premio va a “21.ooo followers di solitudine” di Sofia Gottardi, 24 anni, disoccupata, di Arzignano, «per la profondità di pensiero e del disagio, massima condizione della solitudine ma anche una specie di podio da cui gli autori possono raccontare la vita e il genere umano; per aver avuto il coraggio di elaborare, con un punto di vista personale, la solitudine nel mondo dei social, con battute fulminanti e un linguaggio moderno. Un monologo organico, teatrale, mai gratuito».

Secondo classificato: SOLETICO di Lorenzo Avola

Secondo classificato: “S0letico” di Lorenzo Avola, 32 anni, di Palermo, autore tv, «per il pensiero, per il gusto del gioco attraverso l’uso della parola, per far riflettere giocando con l’abilità del linguaggio. Sono usciti l’intelligenza, il punto di vista, l’originalità. Un monologo particolare nella struttura, per aver affrontato, oltre al tema della solitudine, quello della pedofilia e del machismo in modo intelligente e senza moralismi».

Terzo classificato: LA FESTA DELLE LISCHE di Lucio Pol

Terzo classificato: “La festa delle lische” di Lucio Pol, contadino di 63 anni, nato a Montebelluna, «per la natura fortemente poetica, per aver saputo raccontare la solitudine attraverso la storia di un pesce rosso; una struttura teatrale che ha dato spazio ad una comicità più all’italiana, e che, oltre alla battuta, ha rimandi esistenziali. Un premio per il coraggio di aver raccontato il tema della solitudine attraverso un racconto personale facendo ridere».

Testi segnalati:

È TUTTA UNA QUESTIONE DI IMMAGINE (E DI PIPI’) di Lia Dalu

MEGLIO SOLI CHE A BUSSALA di Matteo Cirillo

Al vincitore è assegnato un Premio di 500 Euro, al secondo classificato di 300 Euro, al terzo di 200 Euro. Al termine, compatibilmente con i prossimi decreti ministeriali, sarà chiesto di sviluppare ulteriormente i propri testi in vista di una futura messa in scena.

Nuova parola chiave della quarta e ultima fase del Concorso – nato per contribuire attivamente all’emergenza che il mondo della cultura si trova oggi ad affrontare – è #andratuttobene: gli autori avranno una settimana di tempo – entro le 23,59 del 6 luglio –  per inviare un monologo di massimo quattro pagine, ispirato alla forma della stand-up comedy, che durante la settimana successiva sarà valutato da una Giuria interna formata dagli attori e dai collaboratori di Carrozzeria Orfeo (Angela Ciaburri, Beatrice Schiros, Aleph Viola, Paolo Li Volsi, Alessandro Federico, Francesca Turrini, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Raffaella Ilari, Natascia Sollecito Mascetti).

Dopo Luca Zingaretti, Vinicio Marchioni e Paola Minaccioni, per l’ultima fase la Giuria sarà presieduta da Lino Guanciale che il 14 luglio premierà i 3 monologhi vincitori sul Canale IGTV Instagram di Carrozzeria Orfeo.

Illustrazione in copertina di Federico Bassi.

InstaPAC

Seguici su

14,784FansLike
1,287FollowersFollow
740SubscribersSubscribe

POPOLARI

Prove generali di solitudine: i testi segnalati della prima fase – CONTAGIO

1
RENZO FRANCABANDERA e ILENA AMBROSIO | Si è conclusa la prima fase del Concorso di scrittura teatrale Prove generali di solitudine ideato e promosso da Carrozzeria...

Una delle due deve essere vera per forza: o non lavoravate o vi...

1
RENZO FRANCABANDERA | Parto da una semplice constatazione. Pur se sottoposta a forme censuranti da parte di questa o quella istituzione partorita, per paradosso,...

Gli italiani non sono fieri della propria lingua. Intervista a Claudio Marazzini, Presidente Accademia...

1
MATTEO BRIGHENTI | Le parole sono il nostro segno più importante, sono il modo con cui condividiamo il pensiero e costruiamo la vita in...

Dodici brevi ragionamenti

0
MARCO IVALDI * | "La felicità la si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo uno si ricorda... di accendere la luce."  Albus Percival Wulfric...