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martedì, 27 Settembre, 2022
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Agire è soffrire: Assassinio nella cattedrale apre il 75° Ciclo di Spettacoli Classici a Vicenza

RENZO FRANCABANDERA | È con Assassinio nella cattedrale di Thomas Stearns Eliot per la regia di Guglielmo Ferro che Giancarlo Marinelli, cui per il quarto anno ne è affidata la direzione artistica, ha voluto aprire il 75° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza, intitolato “Domani nella battaglia pensa a me”.

Un titolo senz’altro insolito: il dramma di Eliot non era mai stato rappresentato prima nell’ambito degli Spettacoli Classici al Teatro Olimpico, ed è invero titolo poco proposto in generale, che arriva qui grazie a una produzione ABC Produzioni in collaborazione con il Teatro Quirino di Roma, in prima nazionale dopo l’anteprima a Catania di inizio settembre, a sancire un legame fra i Classici all’Olimpico e i Teatri di Pietra siciliani.

Il dramma fu scritto nel 1935, in forma di tragedia classica, e in Italia ebbe fortuna abbastanza presto nel dopoguerra grazie all’allestimento che ne fece Giorgio Strehler nel 47-48 con un debutto nella chiesa di San Francesco a San Miniato, cui seguì nella stagione successiva quella in Sant’Ambrogio.
Arrivò poi una versione cinematografica nel 1966, per la regia di Orazio Costa con tanti interpreti diventati poi protagonisti del teatro italiano (da Herlitzka a Pagliai, Crast, Rigillo), anche questa versione girata in ambientazione ecclesiastica, a dimostrazione della forte vocazione del testo ad adattarsi, se non proprio a cercare, un allestimento fuori dallo spazio teatrale tradizionale, cosa che paradossalmente si dà in qualche modo anche per l’Olimpico di Vicenza, il primo e più antico teatro stabile coperto in Italia, ultima opera di Andrea Palladio, progettato in stile di un anfiteatro romano, con le sue celebri scene fisse opera di Vincenzo Scamozzi, unica testimonianza di scena lignea d’epoca rinascimentale ad essere giunta fino a noi, che donano però a questo sito un’atmosfera particolarissima e in qualche modo extrateatrale.

Moni Ovadia disegnato live da Renzo Francabandera

È in questo spazio che  Moni Ovadia interpreta i panni di Thomas Becket, il celebre arcivescovo cattolico inglese proclamato poi santo per volere di papa Alessandro III nel 1173, soli tre anni dopo il suo omicidio avvenuto nella Cattedrale di Canterbury, e dovuto al conflitto con l’allora regnante Enrico II, di cui pure Becket era stato anni addietro un fedelissimo.

Ma come si arrivò all’omicidio? La parentesi storica risulta utile sia ad analizzare il fatto scenico che perchè la vicenda si inscrive nel  quadro internazionale dell’epoca molto complesso con Becket stesso che ebbe un percorso di vita finanche controverso, come la drammaturgia pone solo in parte in luce.
Il culmine di questo percorso conclusosi tragicamente all’età di soli 52 anni si ebbe in meno di un ventennio: avviato alla carriera ecclesiastica diventò a 36 anni arcidiacono di Canterbury e quell’anno stesso, il 1154, fu nominato anche Lord e cancelliere del Regno d’Inghilterra, espressione della corona, custode del sigillo reale, ruolo che ricoprì con intensità tale da essere finanche accusato di trascurare i suoi doveri di uomo di chiesa. Anzi, contro le aspettative dell’episcopato e dei baroni che ne avevano sostenuto la nomina, una volta al servizio del regnante, ne assecondò l’opera riformatrice tesa a limitare l’indipendenza dei feudatari e a ristabilire l’ordine e l’autorità monarchica, scopo al quale fu funzionale la conoscenza di Becket del diritto romano. Ne derivò la creazione di una solida amministrazione centralizzata, controllata dal monarca e delle figure a lui più vicine. Dopo essere quindi riuscito nell’opera di ripristino del potere centrale su quello dei potentati locali, il re volle l’aiuto di Becket a completare l’opera anche verso la chiesa, tentativo a cui si stavano dedicando anche gli altri monarchi in Europa.
Dopo soli otto anni, nel 1162, quarantaquattrenne, venne eletto anche arcivescovo di Canterbury e primate d’Inghilterra. Ma qui ecco un’altra svolta: contro ogni aspettativa del re, che ne aveva appunto caldeggiato l’investitura ecclesiastica per completare il percorso di assoggettamento della chiesa, Becket, dalla nomina arcivescovile in avanti, divenne strenuo paladino degli interessi del clero, avviando una serie di dispute giurisprudenziali con la corona circa l’obbedienza che gli ecclesiastici avrebbero dovuto dare, per giuramento, ai costumi del reame. La disputa divenne talmente aspra da spingere Becket a fuggire in Francia, dove rimase per diversi anni. Siamo ai tempi di Federico Barbarossa e dei conflitti con il papa Alessandro III, uomo di chiesa dalle grandi capacità strategiche, fautore della supremazia del papato che difese strenuamente tessendo rapporti politici in tutta Europa, compresa la Francia, dove si dovette rifugiare anche lui, proprio fra il 1162 e il 1165.

disegno live Renzo Francabandera

Qui Alessandro III incontrò Becket. Tempi vivaci, di papi e antipapi, di lotte in tutta Europa fra papato-impero. E così fu anche in Inghilterra dove Enrico II e Becket si fronteggiarono a lungo a distanza, fino a quando all’arcivescovo non fu garantito, nel dicembre del 1170, una sorta di salvacondotto per tornare in patria. Qui però, in poche giornate di fuoco, si succedettero accadimenti molto convulsi, dovuti a vicende ulteriori legate sia alla corona (con la nomina del quindicenne Enrico III ad opera del vescovo di York) che alla supremazia dei vescovi in Inghilterra, e così nella messa di Natale, Becket denunciò pubblicamente sui nemici. A quel punto la sua presenza era diventata ingombrante e quattro militari decisero di ucciderlo il 29 dicembre, mentre era impegnato nelle sacre funzioni.

Tutta questa controversa vicenda, che si inseriva in un quadro geopolitico internazionale molto complesso, nell’opera di Eliot è ovviamente semplificata, se non quasi eliminata, per trasformare invece Becket nel paladino delle questioni dello spirito e della fedeltà alle istanze della sua missione spirituale, in contrasto con quelle del potere imperiale e per antonomasia dello stato, dei burocrati e dei militari. È una scelta che in scena anche la regia di Guglielmo Ferro enfatizza attraverso i costumi (Sartoria Pipi), distinguendo da un lato Becket, le tre pie donne (Marianella Bargilli, Viola Lucio, Alice Ferlito) e i frati (Pietro Barbaro, Giampaolo Romania, Plinio Milazzo), che indossano abiti d’epoca, e dall’altro i dignitari di corte tentatori e i militari, espressione del potere statale, della logica opposta a quella dello spirito in senso lato (Agostino Zumbo, Rosario Minardi, Giampaolo Romania, Giovanni Arezzo, Giuseppe Parisi).

Disegno live Renzo Francabandera

Le scene di Salvo Manciagli, sono in realtà minimalissime, pochi oggetti, funzionali a rendere lo spettacolo trasportabile in qualsivoglia contesto (teatrale e non), cui adattare di volta in volta il disegno luci, per porre accento sui momenti più intensi dello spettacolo.
Gli stessi vengono enfatizzati anche dalle scelte musicali di Massimiliano Pace, che si affida per larga parte alle composizioni di Arvo Pärt, che fanno da sottofondo in particolare alla parte centrale e finale dello spettacolo, rispettivamente con Für Alina e My Heart’s in the Highlands.
La vicenda cui lo spettatore assiste è ambientata proprio nell’ultimo mese di vita del vescovo, allorquando la figura di Becket aveva assunto un’aura tragica ulteriormente nutrita, in questo allestimento, dal sembiante anagraficamente assai più maturo rispetto a quella che fu la realtà storica, con l’interpretazione dell’allora cinquantaduenne Becket affidata a un Ovadia di oltre vent’anni più adulto, e dalla fluente e sciolta chioma bianca. La scelta, tuttavia, nella finzione teatrale, si rivela funzionale a enfatizzare il cuore filosofico del dramma, che assume una sua dignità separata, disconnessa dall’originaria vicenda, per cercare finanche una sua drammatica attualità.
Se infatti in generale la drammaturgia ha al suo interno diversi e particolari tributi impliciti agli scrittori con cui Eliot si confrontò nella sua opera, fra cui Dante e Shakespeare (le tre donne all’inizio che ricordano le streghe del Macbeth, il discorso sul corpo di Becket morto, nel finale, che ricorda quello di Marco Antonio nel Giulio Cesare, rivolto direttamente all’uditorio), è soprattutto il pensiero di Seneca a leggersi in controluce in Assassinio nella cattedrale.
Negli anni precedenti alla scrittura di questo testo, che è del 1935, Eliot aveva dedicato nel 1927 al grande filosofo latino ben due studi, Seneca in Elizabethan Translation e Shakespeare and the Stoicism of Seneca.
Seneca è preso da Eliot a modello per il dramma moderno in versi, ma anche come riferimento sulla relazione fra filosofia e poesia, e ancor più come ispiratore della rappresentazione dell’eroismo davanti alla morte, che è di fatto il cuore di questo lavoro, perchè da subito la figura ieratica di Becket, cui Ovadia conferisce una particolare profondità spirituale, viene minacciata e spiritualmente tentata (bene la Bargilli che qui svolge anche il ruolo della tentatrice del desiderio carnale) dagli uomini dello Stato, cui il protagonista si oppone con un linguaggio stoico, che cerca una pace che non è sopportazione silenziosa, ma azione, azione che di per sè è sofferenza.

Ovadia e Bargilli con i costumi di scena

Le parole del testo hanno una capacità di risuonare di grande attualità in diversi momenti della rappresentazione: seppur dentro uno schema recitativo tradizionale ed enfatico, il pubblico assiste attento, e spinto a relazioni e pensieri sull’attualità, che testimoniano la potenza della scrittura. La regia, fedele al copione, indirizza la squadra di interpreti sul gioco della coralità e sul movimento di scena, mescolando attori di esperienza e qualche interprete giovane, e in questa mescolanza di esperienza e gioventù, appare di particolare vivezza e misura la prova mimica e fisicamente calibrata di Alice Ferlito.

Il cartellone dei Classici prosegue fino al 16 ottobre 2022, in scena al Teatro Olimpico e in alcune sedi storiche e monumentali della Città di Vicenza (la Basilica Palladiana, Palazzo Thiene e il suo Caveau, il Giardino del Teatro Olimpico, Villa Lattes). Sono previsti appuntamenti aperti al pubblico per aprire un dibattito culturale e affrontarlo con strumenti e visioni anche non convenzionali: la Biblioteca Civica Bertoliana organizza una serie di Incontri sui temi del percorso drammaturgico del Ciclo Classici 2022, di cui sono protagonisti studiosi, interpreti e registi teatrali, introdotti da giornalisti.

 

ASSASSINIO NELLA CATTEDRALE

di Thomas Stearns Eliot
regia di Guglielmo Ferro
con Moni Ovadia, Marianella Bargilli, Agostino Zumbo, Alice Ferlito, Viola Lucio, Rosario Minardi, Pietro Barbaro, Giampaolo Romania, Giovanni Arezzo, Plinio Milazzo, Giuseppe Parisi
scene Salvo Manciagli
costumi Sartoria Pipi
musiche Massimiliano Pace
produzione ABC Produzioni
in collaborazione con Teatro Quirino di Roma

Il Lemming completa il viaggio Nel labirinto della memoria, ripercorrendo 35 anni di storia artistica

RENZO FRANCABANDERA | Il progetto Metamorfosi – nel labirinto della memoria avrebbe dovuto debuttare nel giugno del 2020. Dopo diversi Studi preparatori lo spettacolo aveva trovato la sua forma definitiva in un percorso labirintico dedicato a un piccolo gruppo di spettatori, ma l’esplodere dell’emergenza sanitaria rese subito evidente che sarebbe stato impossibile realizzare lo spettacolo per come era stato ideato da Massimo Munaro e gli attori del Teatro del Lemming di Rovigo. I loro storici allestimenti, centrati sulla ritualità esperienziale, sul coinvolgimento pieno dei sensi dello spettatore, costrinse a rimandare il debutto della versione completa. Ne fu proposta una prima versione, intitolata Di forme mutate di cui abbiamo dato testimonianza. Era una prima risposta alle limitazioni pandemiche, ma pur sempre un ripensamento della creazione originaria, ispirata alle Metamorfosi di Ovidio, e che comunque proponeva un’immersione intima in uno spazio oscuro, rituale, cui si aveva accesso in gruppi di soli cinque spettatori a replica.
Questa scelta è rimasta anche nella versione definitiva del lavoro, in scena fino a Domenica 25 settembre a Rovigo, presso il Teatro Studio.

Fedeli al precetto di Artaud che preconizzava la necessità di raggiungere da ogni lato la sensibilità dello spettatore, gli artisti del Lemming teorizzano lo spettacolo mobile, capace di fondere in un unico luogo simbolico palcoscenico e platea, non più visti come due mondi chiusi, ma come un’unico spazio di intenzione: i cinque spettatori vengono fatti preparare da Munaro in uno spazio anticamera, dove indossano una tunica bianca, quasi a voler anticipare l’accesso ad un evento che li pretende in qualche modo candidi, uguali. Via gli anelli, via i cellulari, via ogni orpello disturbante al contatto. Si entra, tenendosi per mano e si viene, con un passo assai svelto, portati in uno spazio illuminato da candele che ha un evidente rimando simbolico alla funzione religiosa. Attorno a questo spazio rettangolare centrale, cinque cerchi, in ciascuno dei quali, su indicazione perentoria del regista, gli ospiti prendono posto. A quel punto la costruzione si alimenta della presenza scenica di cinque performer che intervengono in dialogo fisico con gli spettatori, che vengono avvicinati e cui i cinque si rivolgono ora direttamente con una gestualità rituale, ora servendosi di un medium oggettuale. Al centro Munaro rompe un’anguria nello spazio rettangolare sacro delimitato da un lenzuolo bianco steso per terra e circondato da candele. L’odore del frutto si mescola alla terra che viene gettata sul telo, dando vita ad un miscuglio di vita e morte, un fango che una performer cosparge sul proprio corpo nudo e mascherato da ovino.

Una voce off con riverberi ed echi riporta alla testualità ispiratrice: alcune parole vengono ripetute dai performer, altre vengono anticipate, un gioco che tornerà nel finale, quando, dopo l’esperienza labirintica che di lì a poco gli spettatori vivono, gli stessi verranno ricondotti intorno a questo rettangolo, per così dire, sacrificale.
Tornano i simboli ricorrenti della poetica del Lemming, dal contrasto luce buio agli elementi delle prime forme filosofiche basate sugli elementi, aria, acqua, terra, fuoco.
Torna lo specchio, presente in non pochi lavori del regista, le bambole, e poi la corporeità, vissuta in modo libero e quasi senza barriere e inibizioni.

Lo spettatore inizia un vero e proprio viaggio dove l’unica regola che deve seguire è quella di non lasciare mai la mano di chi lo accompagna nel buio. Il gruppo si frammenta e in un vagare vorticoso ma che ha un suo tempo giusto, lo spettatore viene portato dentro una serie di ambienti/stazioni, inquietanti e coinvolgenti, in cui viene posto in relazione diretta, finanche intima, con i performer. La meccanica alla base della costruzione di Edipo, il grande classico del Lemming, torna qui con il viaggio misterico, il percorso iniziatico. Più che di labirinto della memoria, si dovrebbe parlare qui di viaggio nell’oscurità dell’inconscio psichico, che Jung divideva in due strati: quello individuale, che poggia su uno strato più profondo, personale e per certi versi innato, e quello collettivo, che ha contenuti e comportamenti che sono gli stessi ovunque e per tutti gli individui. Il labirinto della memoria messo in piedi dal Lemming, gioca su queste analogie costitutive dell’inconscio tra individui, nonché tra culture ed epoche diverse, che costituiscono il profondo strato comune alla psiche umana, costellato di ‟immagini dinamiche”, gli archetipi, i modelli funzionali innati che costituiscono la natura umana. E se è vero, come dice Hillman che ogni immagine è archetipica, il lavoro psichico è sempre un lavoro “imagistico archetipico” e tanto più forte affiora quanto più veniamo spinti in spazi in cui perdiamo il controllo di quello che ci succede, perchè ci troviamo al buio, o veniamo spinti velocemente in qualche direzione senza poter controllare noi il movimento, la velocità, o perchè dormiamo. E non a caso l’ultima delle stazioni di questo labirinto ha a che fare con il confine con l’esperienza del sonno. Ovviamente non entriamo qui nel dettaglio delle esperienze che lo spettatore vive nel labirinto anche per non togliere il gusto del vivere l’intensità dell’esperienza.

Si tratta di un ritorno al pensiero originario, proprio quest’anno che ricorre il 35esimo anniversario dalla fondazione del Teatro del Lemming, da quel 1987 in cui Munaro e Martino Ferrari diedero vita al sodalizio artistico a Rovigo. Dieci anni dopo sarebbe arrivato l’Edipo, costruzione centrale della loro estetica, i cui riverberi sono assai vivi in questa nuova creazione.
Questo debutto nazionale, che segue al Festival Opera Prima di inizio estate, è il primo di una serie di eventi che fino a dicembre alimenteranno un cartellone denso di appuntamenti, per festeggiare questa ricorrenza che dice tutto sulla costanza dell’impegno artistico sul territorio. La programmazione spazierà tra lavori storici della Compagnia e ospitalità di altri artisti della scena nazionale.
Talvolta come spettatori frequenti dell’arte dal vivo, si vorrebbe perdere la memoria, riuscire a ri-osservare le cose senza doverle per forza collegare ad un già-vissuto, al sistema ricorrente di segni che ogni artista alimenta nel corso della vita. Questo permetterebbe di guardare le creazioni con uno sguardo sempre stupito, specie per gli artisti, come Munaro, che abitano un sistema simbolico e di costruzione del fatto scenico che ha a che fare con il rito, con un codice piuttosto stabile di riferimenti iconici, tesi al coinvolgimento drammaturgico e sensoriale dello spettatore nell’evento scenico, in una sorta di rievocazione dell’antico che ci abita. E d’altronde Jung diceva: “Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita, e tu lo chiamerai destino”.

Ma non c’è dubbio che il grande labirinto in cui è trasformato lo spazio del Teatro Studio, sfruttandone le potenzialità in ogni direzione possibile, rappresenti comunque per lo spettatore abituato alla tranquillizzante poltrona in sala e alla distanza dall’azione scenica, un elemento dirompente, un viaggio per dirla con Munaro “che prevede la presenza viva e concreta di attori e spettatori in uno spazio condiviso. A teatro si è presenti con il proprio corpo e con i propri sensi, …un incontro ravvicinato e una relazione, che può essere pensata come cura: il farmaco di cui abbiamo bisogno per restare umani.”

L’appuntamento… con un cazzo ebreo. La dialettica d’identità nella regia di Cherstich

CHIARA AMATO | La Sala AcomeA del Franco Parenti di Milano propone fino al 16 ottobre lo spettacolo L’appuntamento ossia la storia di un cazzo ebreo, tratto dal bestseller d’esordio della scrittrice tedesca Katharina Volckmer, per la regia di Fabio Cherstich.
L’opera ha riscosso molto successo già al Festival di Spoleto ed è basata sul testo, provocatorio, fin dal titolo, adattato dall’autrice stessa in collaborazione con il regista.
Cherstich ha collaborato con numerosi teatri italiani ed esteri facendo emergere la passione per l’arte visiva, il design e i linguaggi artistici contemporanei, che bene si fondono col tratto marcatamente postpunk del romanzo della Volckmer.

La scena, composta da pochi oggetti, è costruita dal laboratorio del Teatro Franco Parenti.
Il fondale è diviso da tre rettangoli in metallo, rivestiti da una tela lattiginosa, dal cui retro viene emessa una luce fioca. Al centro si trova la nostra protagonista di schiena, a cavalcioni su una sedia; alle sue spalle e davanti a lei, due strutture circolari in acciaio la incorniciano.
A lato un uomo è seduto, rivolto come uno spettatore verso la scena. Completano il tutto sei stivali da guerra e due poggiapiedi da studio ginecologico.

Ph. Luca Del Pia

Una musica tedesca anni ’30 rompe il silenzio, portandoci in epoca nazista con Marta Pizzigallo, che interpreta la protagonista della vicenda, intenta a sfogliare una rivista piena di immagini con corpi statuari, di divinità classiche e body builder contemporanei. Il costume pensato per lei dalla sartoria del Teatro Franco Parenti, diretta da Simona Dondoni, si compone di un bustier color carne che presenta un foro sulla vagina e parte del fondoschiena.

Lo spettacolo è un flusso di coscienza vero e proprio indirizzato al dottor Seligman (interpretato da Riccardo Centimeri), in cui la protagonista parte dalla descrizione di un sogno in cui emergevano sue pulsioni erotiche nei confronti di Hitler, dissacrando qualsiasi opinione politically correct sull’olocausto: “pensa che ci sia qualcosa più stimolante di un genocidio?”.
In un’intervista al The Guardian la Volckmer afferma “si tratta di una confessione, e il dottor Seligman è “il confessore perfetto”, anche perché è ebreo”.
Ma l’olocausto e il senso di colpa nei confronti delle vittime sono in realtà solo una cornice, dove ciò che predomina è una fisicità sensuale, contraddittoria e sofferta di una donna che non sente di dover assecondare ciò che “coloro che hanno il cazzo” si aspettano dalla sua vita.

Mentre scorre il fiume di parole masticate, sia con la bocca che con i movimenti nevrotici e contratti del corpo viene accennato allo spettatore che sta per accadere qualcosa con il suo muto interlocutore.

È un climax che mischia rabbia, passione, ma anche ironia e debolezze dell’essere umano, a prescindere dal genere che lo intrappola.

In questo contesto si incastona la conoscenza con K, un uomo di cui sappiamo poco, ma del cui legame con la giovane donna sappiamo invece molto.
“Le uniche conversazioni vere sono quelle fra estranei, di notte”, quelle in cui non c’è bisogno di nascondere pulsioni istintive. Quelle in cui si può piangere e ci si può sculacciare. Quelle in cui non bisogna scambiarsi necessariamente piacere, ma anche fermarsi prima dell’orgasmo dovuto all’altro.
In questo racconto dei loro incontri, sullo sfondo schizzano i colori di un live painting di Francesco Maisetti, nascosto dietro le quinte, che ricordano le macchie di Rorschach o le opere di Pollock, e che diventano essi stessi parola.
L’utilizzo dei colori si fa narrazione anche nelle luci di Oscar Frosio, che gioca con le musiche e con lo sfondo mutevole in perfetta sincronia. Comunicano fra di loro e con la loro narratrice che, dopo la prima metà dello spettacolo, è un fiume in piena irrefrenabile.
Nulla viene risparmiato dalla protagonista che, al di là di ogni luogo comune, vuole urlare il suo diritto all’infelicità, la ribellione a un patriarcato che la vuole madre e in armonia con il suo corpo.

Pizzigallo riesce a trasmettere, in un singulto di tic e movimenti dei piedi, che non trovano pace in ogni singolo passo, il tormento del personaggio cui dà vita, il bisogno di abbandonare quella vecchia immagine di sé stessa che le sta solo stringendo la gola.
La vagina non è più ciò che riesce a farla sentire nel corpo giusto. Proprio il grande lavoro interpretativo sulla fisicità fa percepire la grande fatica allo spettatore, fatica nel trovare un’identità, fatica nell’accettarla.
Il tema del corpo trasuda nel ritmo delle parole che scivolano come in un romanzo di Joyce, nella contraddizione incolmabile di tutta l’esistenza della protagonista, nel senso di inadeguatezza anche nei confronti poi dell’esperienza sessuale vissuta con K.
La scena si chiude quando l’impassibile dottor Seligman, indossando i guanti con un fare quasi da carnefice assassino, dà inizio alla transizione da giovane ariana a uomo circonciso.

Per tutta la rappresentazione l’ironia del testo e del registro interpretativo spingono la platea fino alle risa fragorose e in particolare il parterre femminile annuisce col capo in molti momenti, a dimostrazione del fatto che molte delle tematiche rappresentate vanno affrontate decisamente.
Al termine, si perde il conto del numero di applausi riservati all’interprete che lascia letteralmente il pubblico attaccato alla poltrona, ognuno toccato in punti nevralgici dell’esistenza.
Lo scossone dato da questo testo e dalla Pizzigallo è impossibile da non portare con sé fuori dalla sala.

L’APPUNTAMENTO OSSIA LA STORIA DI UN CAZZO EBREO

testo di Katharina Volckmer, Éditions Grasset & Fasquelle, 2021
adattamento Fabio Cherstich, Katharina Volckmer
da un’idea di Andrée Ruth Shammah
regia, spazio scenico Fabio Cherstich
con Marta PizzigalloRiccardo Centimeri e Francesco Maisetti
luci Oscar Frosio
musiche originali Luca Maria Baldini
assistente alla regia Diletta Ferruzzi
macchinista Marco Pirola
fonico Emanuele Martina
elettricista Luca Asioli
sarto Giacomo Pietro Viganò
scene costruite presso il laboratorio del Teatro Franco Parenti
costumi realizzati presso la sartoria del Teatro Franco Parenti diretta da Simona Dondoni
si ringrazia Artemide per la luce, nel ricordo di Ernesto Gismondi
produzione Teatro Franco Parenti

21 settembre 2022

PRIMAVERA PAC | Partschòtt, il guardiano del tempo di Andrea Dante Benazzo a Short Theatre 2022

ELISA LICCIARDI* | L’edizione 2022 di Short Theatre si propone tra i principali obiettivi, quello di raccontare “affetti, accordi sottili e microstorie che brulicano nella materia”. Una particolare riuscita sotto questo aspetto ha avuto, ospitato all’interno dello Studio 2 della Pelanda, Partschòtt di Andrea Dante Benazzo.
Attore e regista diplomatosi presso l’Accademia Nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico, Benazzo arriva a questo lavoro d’esordio in co-creazione con Laura Accardo, artista visiva e videomaker. I due parlano la stessa lingua fatta di documentazione, esplorazioni di archivi privati e catalogazione di ricordi. In questo universo si colloca Partschòtt.

Partschòtt- Andrea Dante Benazzo, ph Carolina Farina

Durante l’ingresso in sala cattura subito l’attenzione una video proiezione di strade di montagna riprese dall’interno dell’abitacolo di una macchina che sembra condurre lungo un percorso di cui non si conosce la meta: l’inconscio dello spettatore intuisce che sarà un viaggio profondo, ma solo dopo qualche minuto si accorge che Benazzo è già in scena, intento a sistemare oggetti sul pavimento della sala. Apparentemente ignaro di non esser solo immerso com’è nei suoi pensieri. Ed è proprio questa atmosfera così intima, resa anche da una momentanea assenza di luci, a far sentire quasi a casa.

Gli oggetti che Benazzo posiziona secondo un suo preciso ordine mentale sono i ricordi di un tempo passato: scarponi da sci, cuscini, coperte, un piccolo pupazzetto, una lampada e tante videocassette Disney. Nel mentre, il video prosegue, l’auto avanza nel suo cammino, quando ad un certo punto si ode una voce; è la voce di Benazzo intenta a porre domande a un uomo. Quell’uomo è suo padre, conducente della misteriosa macchina che attraversa le montagne, a cui viene chiesto di raccontare la storia del Passo di Costalunga, che ha ospitato le vacanze di tre generazioni della famiglia Benazzo.

Partschòtt- Andrea Dante Benazzo, ph Carolina Farina

Narra un’antica leggenda che fra le montagne delle Dolomiti fiorisse un giardino pieno di rose talmente splendenti che il loro bagliore rosseggiante si rifletteva sulle pareti rocciose delle montagne. Il roseto si diceva appartenesse al Re Laurino, il quale innamorato della bella Similde figlia del Re della Val d’Adige decide di portarla via con sé. Nonostante i suoi tentativi di fuga viene catturato dai soldati del sovrano proprio all’interno del giardino pieno di rose che avrebbe dovuto nasconderlo e proteggerlo. Irritato da questo tradimento, Re Laurino trasformò il roseto in pietra così che nessuno potesse più ammirarne la bellezza. Sì era però dimenticato di Partschòtt, il suo fedele guardiano che nonostante abbia trovato il meraviglioso roseto ormai ridotto a un cumulo di pietre continua da sempre a essere il custode fedele di un meraviglioso ricordo.

Il 29 ottobre del 2018 la raffica di vento più forte mai registrata sulle Dolomiti, ha sradicato oltre quattordici milioni di alberi e colpito diverse zone tra cui il Passo di Costalunga. Benazzo come Partschòtt diventa il guardiano del ricordo di un luogo che prima che la natura si ribellasse, brillava come il roseto di Re Laurino.
Seduto di spalle, davanti al pc e illuminato da una tenue luce, l’attore guida in un viaggio fatto di filmati che lo ritraggono da piccolo insieme ai genitori durante le vacanze estive nel suo luogo del cuore;  mostra fotografie ingiallite dal tempo che ritraggono i suoi avi, filmati dei suoi genitori sorridenti e spensierati mentre trascorrono le vacanze tra le montagne.
In ultimo viene mostrata la sentenza nei confronti del padre in seguito al fallimento della Gibiemme, la ditta di famiglia fondata settant’anni prima dal bisnonno. Vedere l’attore-regista di spalle ha reso lo spazio ancora più intimo e familiare. La sensazione è di non trovarsi più di fronte a uno sconosciuto, ma piuttosto ad un amico, un fratello, un conoscente  bisognoso di raccontare proprio quella storia per lui importante. E quindi l’averlo di spalle non disturba, resta l’unica soluzione possibile se si pensa che poi il silenzio, le immagini, e non la parola, fanno da padroni.

Partschòtt- Andrea Dante Benazzo, ph Carolina Farina

Quello di Andrea Dante Benazzo è un archivio enorme di ricordi raccolti e protetti sapientemente in un tempo e in uno spazio soltanto suoi. Come in Ashes – ceneri di Muta Imago, anche qui l’inafferrabile tempo è travolgente, muovendosi ora lento ora veloce tra archivi di famiglia, ricordi, cambiamenti climatici e trasformazioni. Con un’unica differenza, ovvero che qui si fa appello al passato visto come spinta e come motore da cui partire per costruire o ricostruire un nuovo futuro e non come zona di comfort in cui fermarsi e attendere qualcosa di meglio.
Lo spettacolo è intriso di un linguaggio poetico e delicato che forse potrebbe essere l’antidoto giusto per curare il nostro mondo malato. La sensazione è quella di un lavoro non ancora finito del tutto e che ci sia tanto altro da raccontare e tanti altri cassetti dei ricordi che ancora non sono stati aperti. Benazzo mette il suo pubblico di fronte all’imprevedibilità e ai cambiamenti della vita, suggerendo che possono essere affrontati senza mai perdere di vista l’origine di tutto.

A dimostrazione di ciò, alla fine dello spettacolo gli oggetti posizionati sul pavimento e coperti delicatamente con un telo di plastica vengono illuminati da piccole lampadine che sono sempre state lì al loro fianco. La vita cambia, ma non l’essenza di ciò che si è vissuto.

PARTSCHOTT

di e con Andrea Dante Benazzo
collaborazione artistica e video Laura Accardo
supporto drammaturgico Mattia Colucci
sound design Federico Mezzana
progetto selezionato da European Young Theatre 2019/ Powered by Ref 2020/Animali Teatrali Fantastici e Dove Trovarli 2021/Direction Under 30 2022
con il sostengo di Carrozzerie n.o.t ,Olinda/TeatroLaCucina e Periferie Artistiche-centro di resistenza della Regione Lazio e Laboratori Permanenti

Roma, Short Theatre 2022 | 11 settembre La Pelanda Studio 2

* PRIMAVERA PAC è il progetto ideato da PAC Paneacquaculture in collaborazione con docenti e università italiane per permettere la formazione di nuove generazioni attive nella critica dei linguaggi dell’arte dal vivo. Il gruppo di lavoro di Pac accoglie sul sito le recensioni di questi giovani scrittori seguendone la formazione e il percorso di crescita nella pratica della scrittura critica.

Hystrio Festival parte 1: tra essere e non essere in una realtà cangiante come una nuvola

EUGENIO MIRONE | Negli spazi del Teatro Elfo Puccini di Milano torna il premio Hystrio, quest’anno in una veste particolare, la “30+1”: per il suo trentunesimo anniversario la rassegna “cambia pelle” e si trasforma nella prima edizione di Hystrio Festival. Un’evoluzione a lungo ponderata dalla direzione artistica curata da Claudia Cannella e finalmente portata a termine. Lo sguardo fisso sul futuro non è indifferente al passato. La struttura del festival, infatti, ricalca quella degli agoni drammatici antichi.
Nei cinque giorni di rito teatrale, dal 15 al 19 settembre, interamente dedicati alla scena italiana under 35, sul palco si alternano i sei spettacoli selezionati dai critici della rivista, affiancati ogni sera da una delle quattro letture sceniche curate da Tindaro Granata nell’ambito del progetto Il copione per la promozione della drammaturgia contemporanea. Chiude il festival la serata finale dedicata alle premiazioni e preceduta dalla mise en espace di Paesaggio estivo con allocco che ascolta, testo vincitore del Premio Hystrio Scritture di Scena 2022.

Ad aprire la programmazione di venerdì 16 settembre è stata la lettura scenica di Tom, testo scritto da Rosalinda Conti tra i quattro selezionati per essere parte del progetto Il copione promosso dall’associazione Situazione Drammatica. All’ingresso in sala a ogni spettatore viene consegnato il copione del testo; l’idea cardine è quella di rendere il pubblico partecipe del lavoro sul copione che precede la creazione dello spettacolo. In gergo tecnico si chiama lettura a tavolino: il testo viene recitato, non agito, mentre gli attori non ricercano la relazione tra loro ma solamente con il pubblico.
Tom è un testo dall’atmosfera sottile e assurda, basti pensare che comincia con un gatto, Tom per l’appunto (Edoardo Ribatto), che riflette sulla sua esistenza. Leo, Gio e Anna (rispettivamente Angelo Di Genio, Michele Di Giacomo e Marta Malvestiti) sono tre amici di adolescenza che non si vedono da moltissimi anni e si ritrovano nella casa al mare di Leo. Quest’ultimo è afflitto da un grave male e ha bisogno di qualcuno che si prenda cura del suo gatto Tom. A ciascuno spontaneamente viene da chiedersi se possano dire di conoscersi ancora o se siano diventati completi sconosciuti.

Ogni elemento, dal tempo allo spazio fino alle relazioni tra i personaggi, rimane inespresso in un alone vago e indefinito. I flussi di coscienza che si alternano a ritmi elevati nella mente di Tom, l’animo irrequieto di Gio, il continuo arrovellarsi cervellotico sulle cose di Anna si focalizzano tutti sempre su un altrove. Domande, ripensamenti, dubbi e verbi utilizzati sempre nella forma condizionale sembrano rimandare continuamente a ciò che non è stato o a ciò che potrebbe esser stato.
Tante le pause, i silenzi di una scrittura leggera ma non superficiale, che accenna più che mostrare, lasciando che siano i personaggi a doversi mettere in ricerca. Come Tom, quel gatto che tanto era convinto di aver trovato la sua sicurezza in casa di Leo, costretto improvvisamente a trasferirsi e a rimettersi in discussione. E non è perché la casa senza Leo sia diversa – forse leggermente -, ma perché senza Leo Tom è cambiato.

Il gioco sull’identità, il mescolarsi tra realtà e finzione sono temi trasversali anche in  E cammarere, la riscrittura de Le serve di Genet proposta da Fabio Di Gesto, che cura anche la regia dello spettacolo. Dal purgatorio all’inferno: l’atmosfera astratta di Tom lascia spazio a un antro oscuro che vibra di carnalità. Un armadio consumato al centro della scena, un paio di sedie, uno stendino e una scopa indicano che la piccola sala Bausch si è trasformata nello stanzino di un basso napoletano. Un gioco macabro si consuma al suo interno.
Due cameriere, Francesca Fedeli e Maria Claudia Pesapane, si alternano nel ricoprire il ruolo della loro padrona – “La signora” nel testo di Genet – quando lei non è in casa. Una volta indossata una pelliccia nera e una parrucca a caschetto, a turno le due donne si scambiano insulti, violenze e sevizie. La scelta del linguaggio contribuisce ad accentuare la natura ferina dei due personaggi. Essi parlano la lingua del “vascio” napoletano, una parlata antica e viscerale, caratterizzata da un registro grave e da suoni gutturali.

La pièce esplora i misteri della mente umana, mostrandone il delirio e la capacità di falsificare la realtà. Il fatto è che non esiste alcuna padrona; quel che è certo è che in tutto il quartiere le cammarere sono considerate due psicopatiche. Come il Norman Bates di Psyco anche le due donne nutrono per la loro “creazione” un rapporto ambiguo che mescola il timore all’ammirazione. La forza di questo thriller teatrale dal sapore hitchcockiano consiste proprio nel clima pesante e pauroso che viene amplificato all’interno della piccola sala Bausch.
Lodevole l’interpretazione delle due attrici, chiamate a una prova di altissima intensità, contraddistinta soprattutto dall’uso della voce e del corpo. Proprio la fisicità maschile che tradisce la femminilità delle due cameriere sembra instillare un ultimo dubbio prima che cali il sipario: e se si trattasse, invece, di due fratelli travestiti?

Un invito a rileggere il presente in funzione del concetto d’identità – personale, nazionale e comunitaria – viene proposto anche ne Le Etiopiche, spettacolo vincitore del Premio Scenario 2021. L’opera è pensata come primo capitolo di un trittico che attraverso la danza, il teatro e i linguaggi multimediali rilegge le vicende epiche di Alessandro Magno. L’ardente desiderio di Mattia Cason, ideatore nonché curatore di regia, drammaturgia e coreografia del progetto, di far risaltare tanto nella forma quanto all’interno della struttura stessa della pièce il tema della mescolanza emerge in primis dalla stratificazione multietnica della compagnia EN-KNAP e in secondo luogo dal plurilinguismo adoperato dagli attori (sul palco italiano, tedesco e inglese incontrano il greco antico, l’arabo e il turco).

La storia riecheggia nel mito, così l’incontro tra l’eroe macedone e Memnone di Rodi, comandante greco al soldo dei persiani, trova un parallelismo nelle pagine dell’Iliade dove si narra dello scontro tra Achille e Memnone, re d’Etiopia. Tempi, luoghi e storie s’intrecciano in una trama perfettamente intessuta in cui sono forti i richiami all’attualità. Anche nella forma si mescolano fra loro diversi linguaggi artistici, sebbene la danza risalti leggermente sugli altri canali comunicativi: una danza mistica più che razionale, che nella sublime scena dell’incontro tra un sufi e una guardia di frontiera greca raggiunge il culmine d’intenzione teatrale. Il corpo di Mattia Cason non danza ma racconta per mezzo di movimenti vibranti di vita.
Tutti i linguaggi sono in dialogo tra loro in questo splendido viaggio articolato tra danza contemporanea, teatro, performance e videoarte, riflesso formale di quanto si auspica possa avvenire anche nella società. La proposta riprende ciò che lo stesso Alessandro Magno arrivò a comprendere a conclusione delle sue campagne: superare il concetto obsoleto di identità nazionale e riscoprire la matrice africano-asiatica della civiltà occidentale che giace sepolta nelle migrazioni di quei popoli che millenni di anni fa giunsero nel “nostro” continente. La speranza è quella di creare qualcosa che non sia più Macedonia, Grecia o Europa, ma qualcosa di diverso e diventando altro ritrovare sé stessi.

TOM
lettura scenica di Rosalinda Conti
a cura di Associazione Situazione Drammatica/Progetto Il Copione
con Edoardo Ribatto, Angelo Di Genio, Michele Di Giacomo, Marta Malvestiti
voce e musica Federica Dominoni e Luigi Aquilino

‘E CAMMARERE
Regia e drammaturgia di Fabio Di Gesto
con Francesca Fedeli e Maria Claudia Pesapane
costumi e trucco di Rosario Martone
scenotecnica di Gennaro Oliviero
luci di Giuseppina Farella
Spettacolo vincitore Premio Intransito 2021
Miglior regia e Migliore attrice Roma Fringe Festival 2021
Miglior Regia Premio Teatrale Nazionale Calandra 2021

LE ETIOPICHE
ideazione, coreografia e regia Mattia Cason
creazione e interpreti Mattia Cason, Katja Kolarič, Rada Kovačević, Tamás Tuza, Carolina Alessandra Valentini
assistente alla regia Alessandro Conte
drammaturgia Mattia Cason
disegno luci Aleksander Plut
video Mattia Cason
una produzione EN-KNAP Produzioni /CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, con il sostegno di Dialoghi – Residenze delle arti performative a Villa Manin

HYSTRIO FESTIVAL
15-19 settembre 2022

Da Le Alleanze dei corpi a Milano nasce Walk the (red) line, festival su diritti, cura e bene comune

RENZO FRANCABANDERA | A Milano nasce e muove i primi passi proprio in questi giorni un nuovo festival, interamente dedicato al territorio urbano in cui l’arte, la performance, la danza e la video arte si fanno strumenti per aprire al pubblico un discorso articolato e complesso su diritti, bene comune, giustizia sociale e “cura” intesa come pratica artistica.
Il festival si chiama Walk the (red) line e nasce da Le Alleanze dei Corpi, un progetto annuale che dal 2019 -con continuità- lavora sulle pratiche relazionali, artistiche, performative ed etnografiche, che prende il via in questi giorni con un programma fitto di eventi e che proseguirà con appuntamenti fino a Dicembre.

Le Alleanze dei Corpi è un progetto di DiDstudio e ZEIT nato nel 2019 in via Padova che invita a riflettere sulla cura intesa come bene comune, diritto universale, patrimonio di conoscenza.  Quest’anno, dopo il riconoscimento del FUS nell’ambito danza e coesione sociale per il triennio 2022- 24, il progetto prende forma anche come festival, grazie anche al sostegno di Milano è viva.
Walk the (Red) Line si allarga a nord-ovest, rispetto a questa geografia originaria, sul quartiere di San Siro, intensificando la componente di pratiche artistiche e laboratoriali trasformative del tessuto sociale e del territorio, coinvolgendo il territorio in una programmazione di spettacoli e performance gratuiti e interamente dedicati alla città.

Pac ha incontrato la curatrice Maria Paola Zedda e il curatore Emanuele Braga, che in questi mesi coordinano un gruppo orizzontale di professioniste, professionisti e art workers che lavorano mettendo un’attenzione particolare ai linguaggi contemporanei e ai cambiamenti sociali e politici.

Il progetto Le alleanze dei Corpi quest’anno cambia forma e si fa festival, per far precipitare in un’altra dimensione -gratuita e aperta al pubblico- le sue istanze creative e politiche. Cosa comporterà questa trasformazione?

Maria Paola Zedda: Le Alleanze dei Corpi è un lavoro nato nei territori con una stratificazione di lavoro sul campo di quattro anni. Tornare in piazza, occupare lo spazio pubblico senza il timore delle chiusure, lasciare emergere dalle strade e dai contesti territoriali le voci, le danze, i cammini, rappresenta il richiamo a un’adunanza, alla rivendicazione del diritto alla città come luogo politico, ma anche come spazio di creazione di immaginari. Questa accensione speriamo sia anche un momento di gioia, di festa, di utopia concreta, uno spazio di intersezioni, di corpi, pensieri, azioni.

Artiste, artisti e progetti in programmazione sono stati scelti secondo le linee guida del progetto, ma le pratiche e le discipline sono estremamente differenti e pronte a dialogare con un pubblico eterogeneo, in due luoghi precisi della città: San Siro e Via Padova. C’è un pubblico non ancora alla portata del progetto che vorreste intercettare?

Emanuele Braga: devo dire che sono anni che la comunità artistica internazionale ha scelto di essere indisciplinata. Nel senso di non stare più all’interno di canoni disciplinari stretti. La coreografia riflette spesso spesso sulla valenza politica del corpo, l’arte contemporanea passa attraverso la performance con più complessità e libertà della tradizione specificatamente teatrale, la discussione teorica si fa pratica attraverso rituali e sculture sociali. Questo programma di Le Alleanze dei Corpi, credo, cerca di interpretare questo spirito, ma lo fa rifiutando che questo sia semplicemente uno stile o una moda. Cerchiamo cioè di mettere al servizio azione performativa, ricerca teorica e arte visiva alle tensioni sociali dei quartieri in un processo generativo e di emancipazione sociale.

Il progetto conta una rete di partner che rivelano una strategia di lavoro profondo sulla città: chi sono?

Maria Paola Zedda: ci sono realtà che hanno lavorato nel progetto da anni: Progetto Aisha, realtà dedicata alla lotta alla violenza e discriminazione di genere, CURE, attiva in via Padova. Le associazioni fondatrici del progetto DiDstudio e ZEIT hanno tessuto nuove alleanze, prima tra tutte quella con Landscape Choreography, partner progettuale, quella con Standards, la cui ricerca è dedicata al suono e al corpo del suono, Kinlab, spazio culturale nel cuore di San Siro, Qcode, magazine di geopoetica, Micambio, realtà artistica di San Siro. Le maglie di ogni realtà sono estese e radicate, per cui il progetto assume una forma e una prospettiva tentacolare.

Emanuele Braga: sono le persone e le comunità più invisibili e più irrequiete. Spero. Lavorando con le associazioni, i collettivi artistici, i comitati di quartiere che stanno co- organizzano il programma scopri che sono reti informali di persone molto differenti fra loro, sia locali che internazionali. Sempre meglio non fermarsi al rappresentante legale, o ai frontmen. Quando queste sanno fare il loro mestiere di solito ti introducono altri attivisti, altri abitanti dei quartieri, altri artisti. Di solito è nella seconda o terza cerchia che si nascondono le sorprese e le energie più preziose.

PRIMAVERA PAC | We want it all! Emio Greco e Pieter C. Sholten aprono Romaeuropa Festival 2022

FLAVIA POLDI* | Vogliamo tutto! Con questo grido collettivo si è dato il via al REF Romaeuropa Festival 2022, giunto alla sua trentasettesima edizione, con un intenso programma artistico che accompagnerà per settanta giorni la città di Roma. Un invito a volgere lo sguardo su un futuro tutto da scrivere e in cui sperare. Dall’ 8 settembre al 20 novembre oltre 400 artiste e artisti tracceranno una linea immaginaria in grado di collegare e mettere in connessione realtà artistiche e culturali provenienti da tutto il mondo. Musica, teatro, danza, arte digitale e sezione Kids dedicata ai più piccoli, ma anche a tutti i tipi di famiglia. Sì, perché quest’anno il peso di dover lanciare messaggi sociali e culturali è ancora più forte e l’arte in ogni sua forma, come da sempre fa, si fa portavoce di un “manifesto” che rifiuta ogni tipo di coercizione e omologazione. Il presidente Guido Fabiani, il direttore generale e artistico Fabrizio Grifasi e tutto il gruppo della fondazione Romaeuropa pensano la 37esima edizione in nome della ricerca di un dialogo e della pluralità umana che non conosce confini geografici o temporali, né tantomeno divisioni culturali.

“Credere fermamente che un futuro diverso sia ancora possibile e che lo si possa costruire attraverso il dialogo e il confronto culturale significa testimoniare l’opposizione netta e determinata ad ogni forma di aggressione, di guerra, di atrocità, in Europa e ovunque nel mondo, e rivendicare la centralità umana, con la sua unicità nel saper creare e immaginare”.

Ph. Cosimo Trimboli

Inaugura questa lunga e intensa programmazione l’evento/manifesto We want it all!, un urlo collettivo per riscrivere il futuro, definito così dal duo italo-olandese Emio Greco e Pieter C. Sholten che insieme fondano la ICK Dans Amsterdam.
Vogliamo tutto e ancora di più. Un futuro migliore da scrivere, come cantava Freddie Mercury. La coppia artistica, che celebra 25 anni di sodalizio, premiata con la massima onorificenza per la danza in Olanda con il golden Swan, costruisce e immagina questo nuovo percorso coreografico riavvolgendo il nastro della loro vita artistica.
Come diceva Gianni Rodari: “Mai farsi spaventare dalla parola fine”. E loro, il possibile domani, lo immaginano partendo proprio da lì, in particolare, selezionando 12 finali tra le loro 60 creazioni ideate tra il 1995 e il 2020. Un passato che si fa forte di ciò che è stato con la presenza dei danzatori storici della compagnia e che si proietta in un presente rappresentato dalla generazione di nuovi e giovani ballerini della ICK-Next (la compagnia junior) che fondendosi per questa nuova creazione si aprono a nuove prospettive che vedono nella fine un nuovo inizio.
I finali scelti vengono intrecciati secondo una logica non logica, pur avendo ognuno un proprio messaggio, sono ripresi e rielaborati per dar vita a una nuova visione e offrendo una nuova chiave di lettura. Un lavoro concepito nel 2021, quando la pandemia ha costretto il gruppo a interrompere la loro attività, ha portato a riflettere su ciò che avevano costruito fino a quel momento.
Fermandosi hanno ricordato ciò che all’epoca li aveva portati a prediligere determinate forme estetiche invece di altre, a ricordarsi ciò che li aveva smossi internamente a prendere certe decisioni, a cercare di capire da dove e come ripartire. Il lavoro con le danzatrici e danzatori giovani che si sono uniti ai veterani della compagnia è stato fondamentale per attivare quel processo di ritrasmissione, per avviare un nuovo scenario possibile e nuovi sensi che si rispecchiassero nel mondo attuale.

Una enorme bandiera bianca sventola a centro palco, dietro, quasi nascosta, si svela una sagoma ferma, anch’essa centrale ma posizionata sul fondo della scena. Mentre la cavea dell’Auditorium Parco della Musica “Ennio Morricone” si riempie nella gioia del ritrovarsi, pian piano, quasi per sbaglio, il pubblico si accorge del personaggio lì impalato come un Cristo sulla croce e vestito di iuta, è Emio Greco.
Lo spettacolo comincia ancor prima di iniziare. Una bandiera bianca dichiara fin dall’inizio l’intento pacifista, ma non è solamente questo. Greco come uno spirito, un Dio, un demone del passato guiderà il gruppo di danzatori in questo viaggio spazio-temporale e la bandiera mossa dal vento, attraversando avanti e indietro il palcoscenico, ci dà l’idea di una nave che prende il largo e che si muove nel mare del passato, del presente e che guarda al futuro. Un futuro messo a repentaglio da un mondo che fa paura e che sembra naufragare senza una meta.
I membri della compagnia indossano costumi minimali che alludono alle epoche vissute dal coreografo e dal regista, e così per le musiche scelte, sonorità che spaziano da Bach ai Pink Floyd, al rock di Marilyn Manson contrapposto ai classici. L’allusione ai Queen e a Freddie Mercury, che influenzerà tutto il percorso creativo di Greco e Sholten, non è solo parte di questa opera in cui il titolo è ripreso e declinato alla prima persona plurale, ma ha a che fare con un discorso collettivo necessario per il periodo storico in cui stiamo vivendo: gli artisti sono chiamati a rivendicare il loro spazio creativo e il loro giusto valore nei confronti della società odierna. Dalla musica e dal suo ritmo prende corpo la forza vitale dei performer che esaltano la dinamica, l’espressività e l’impressione di uno spazio sconfinato, di un qualcosa che c’è e che potrebbe esserci. L’oltre, quel “vogliamo tutto, ancora, ancora di più”.

ph. Cosimo Trimboli

Emio Greco, come un maestro, come uno spirito guida, mostra loro un passato da cui si può imparare, da cui ripartire per costruire altro. A volte scompare, a volte ritorna e interrompe la dinamica del gruppo in movimento, altre volte danza con loro. Ma lui c’è, la sua presenza è forte. I contrasti e i cambiamenti tra i vari quadri sono molteplici: senso di armonia, caos, smarrimento, forza, stasi, combattimento, ribellione alla tecnica accademica che fa riemergere l’aspetto più umano e primordiale e poi la pace. Una pace che viene evocata dall’autocelebrazione data dai frame delle produzioni realizzate negli anni dal duo e che scorrono su di un telo bianco. Emio Greco ci parla di questi finali-passati come fossero porte, squarci e mai soluzioni definitive o muri: sono possibilità.

In fondo, se ci pensiamo bene, c’è la vita di ognuno di noi in questo evento/manifesto; la vita che non è una linea retta dove tutto scorre senza inciampi, ma che anzi, costantemente ci mette alla prova e richiede forza, passione e lotte interiori ed esterne.

We want it all! We want it all! We want it all! Noi vogliamo tutto, ma per ottenerlo dovremmo lavorare e collaborare tutti insieme per cambiare il sistema economico, politico e sociale che sta collassando sotto i nostri piedi e provare a prendere come riferimento il nostro passato per immaginare nuovi possibili futuri.
Questo è il viaggio intrapreso da REF Romaeuropa Festival 2022, un percorso che volge tutto in avanti, qui il programma https://romaeuropa.net/programma/.

Ideazione e coreografia Emio Greco | Pieter C. Scholten
Danza ICK Ensemble e la compagnia giovanile ICK Next
Costumi Clifford Portier
Luci Henk Danner
Sound design Pieter C. Scholten
Ricerca e sviluppo Jesse Vanhoeck, Ellen McGrath
Produzione ICK Dans Amsterdam
Foto Cosimo Trimboli

Romaeuropa Festival 2022 | Cavea, Auditorium Parco della Musica – 8 settembre 2022

* PRIMAVERA PAC è il progetto ideato da PAC Paneacquaculture in collaborazione con docenti e università italiane per permettere la formazione di nuove generazioni attive nella critica dei linguaggi dell’arte dal vivo. Il gruppo di lavoro di Pac accoglie sul sito le recensioni di questi giovani scrittori seguendone la formazione e il percorso di crescita nella pratica della scrittura critica.

Neighbours e Un discreto protagonista: a TorinoDanza dialoghi tra vicini lontani

ENRICO PASTORE | Nel terzo appuntamento a TorinoDanza vanno in scena due prime nazionali, Neighbours e Un discreto protagonista, coreografie nate da incontri importanti e casuali in altre opere cruciali nella danza degli ultimi anni: da una parte Brigel Gjoka e Rauf “RubberLegz” Yasit si sono trovati a lavorare per William Forsythe in A quiet evening, mentre Damiano Ottavio Bigi e Lukasz Przytarski durante Transverse orientation di Dimitri Papaiouannou.

Neighbours nasce anche dall’incontro di due diversi linguaggi coreografici: Brigel Gjoka ha una formazione tecnica focalizzata sul contemporaneo e sulle tecniche di improvvisazione, mentre Rauf “RubberLegz” Yasit è un B-boy esponente della corrente astratta della breakdance. Sono dunque vicini, come recita il titolo, Neighbours, ma nello stesso tempo i loro linguaggi corporei sono tangenti, ma mai intersecanti. Così come le loro origini (albanese Gjoka e curdo Rauf) sono prossime, ma l’eccezionalità curda, popolo senza terra in perenne stato di guerra e di difficile convivenza con gli stati che li ospitano con ostilità, rende distanti le loro radici (per quanto anche gli albanesi nei Balcani conoscano la difficoltà delle convivenze etniche forzate).
Linguaggi, pratiche e origini differenti, forse lontane nella loro prossimità, hanno generato una coreografia (supervisionata dallo sguardo dello stesso Forsythe) tesa all’incontro. A fare da anello di congiunzione la musica originale suonata dal vivo dal musicista e compositore turco Ruşan Filiztek.

Neighbours. Foto Brian Ca

Neighbours appare al pubblico inizialmente come un’opera tecnica e ostica. Nel silenzio i due danzatori cercano di usare i loro complessi codici espressivi alla ricerca di un incontro. Un difficile equilibrio di geometrie e flessibilità, di pause e accelerazioni improvvise, di spigoli e curve, di muscolarità e grazia.
Solo con il perdurare di tali incastri subentra la musica ad addolcire il dialogo, rendendolo più intimo e personale, così come la luce diviene più delicata, espressiva, meno asseverativa.
Solo a partire da questo momento Neighbours si trasforma in un oggetto coreografico caldo, sfuggente alla grande tecnica messa in campo dai due eccellenti danzatori, e pronta a concedere allo sguardo sfumature commoventi, persino carezzevoli, nonostante certa maschia ruvidezza. Solo a questo punto, quando la tecnica va oltre sé stessa, si abbandona, si dimentica, ecco l’incontro, non solo tra i danzatori in scena, ma con il pubblico in sala.
Neighbours è un’opera di pazienza: racconta come solo tramite l’attesa e lo sguardo attento possa avvenire la vera conoscenza tra le persone. Il primo sguardo concede, spesso e volentieri, un’immagine deformata dai pregiudizi. Si vedono i luoghi comuni e non le eccezioni. In quest’epoca frettolosa in cui siamo costretti a voltare pagina in fretta, a dare un’immagine di noi stessi in un secondo, Brigel Gjoka e Rauf “RubberLegz” Yasit ci ricordano l’importanza del tempo affinché una verace comprensione possa emergere dopo le prime impressioni dettate dall’impulso.

Di natura diversa Un discreto protagonista di Damiano Ottavio Bigi, Lukasz Przytarski e la regista e drammaturga Alessandra Paoletti. L’incontro e la relazione sono anche in questo caso i protagonisti della coreografia, ma se in Neighbours si parte da un dato concreto, umano e tecnico insieme, in Un discreto protagonista abbiamo come base un elemento astratto e sfuggente come il vuoto.

Un discreto protagonista. Foto Fabio Melotti

I due danzatori sviluppano incontri, dialoghi, collisioni, lotte, su uno spazio vuoto, il quale assume aspetti differenti proprio grazie agli eventi che in esso capitano. La sviluppo è però freddo e le premesse restano opache e ostiche. Non è chiaro quale tipo di vuoto sia oggetto di riflessione. Si parla di vuoto matematico e di vuoto sapienziale, ma l’impressione è che ognuno debba trovarsi la sua strada in solitudine.
Un discreto protagonista è un’opera di grande livello tecnico incapace, nell’opinione personalissima e fallace di chi scrive, di proiettarsi empaticamente al di là del proscenio, dimenticando i presupposti intellettuali e filosofici per essere realmente oggetto caldo, aperto e vuoto per un incontro con l’altro. È prigioniero del suo stesso disegno e delle sue proprie aspirazioni.

NEIGHBOURS

coreografia e interpreti Brigel Gjoka, Rauf “RubberLegz” Yasit
creato in collaborazione con William Forsythe
compositore e musicista Ruşan Filiztek (Accords Croisés)
luci Zeynep Kepekli
costumi Ryan Dawson Laight
una produzione Sadler’s Wells con il supporto di Dance Reflections by Van Cleef & Arpels
coproduzione Torinodanza Festival / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Torino
Fonderie Limone
Sala Grande
17 settembre 2022

UN DISCRETO PROTAGONISTA

concetto e direzione Alessandra Paoletti & Damiano Ottavio Bigi
danzatori Damiano Ottavio Bigi & Lukasz Przytarski
collaborazione al disegno luci Evina Vassilakopoulou, Amador Artiga Tuset, David Blouin
composizione e progettazione sonora David Blouin
musica Antonio Vivaldi, Brian Eno, Antonio Caldara, The Nicholas Brothers and Cab Calloway, David Blouin
coproduzione Torinodanza Festival, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale ONE DANCE WEEK Festival Plovdiv, Compagnia Simona Bucci/Degli Istanti
con il supporto di 2WORKS / Dimitris Papaioannou; il Funaro – Pistoia, Fabbrica Europa / PARC Performing Arts Research Centre, Ministerium für Kultur und Wissenschaft des Landes Nordrhein Westfalen, TeatroBiblioteca Quarticciolo – Roma

Torino
Fonderie Limone
Sala Piccola
17 settembre

Danza Urbana 22: un racconto, inseguendo l’arte nei luoghi e non luoghi della città

RENZO FRANCABANDERA | Si è completato a Bologna il programma della XXVI edizione di Danza Urbana, un festival storico che presenta i protagonisti più interessanti della nuova danza d’autore (italiana e non) in contesti urbani, spesso in spazi aperti, cercandone una sovrascrittura di senso attraverso l’intervento degli artisti stessi.
Quello che oggi risulta un dato estetico acquisito, con sempre più frequenti ambientazioni nello spazio cittadino di performance e spettacoli dal vivo site specific, è stato invece un pensiero originario a suo modo pionieristico, quasi trent’anni fa, per la nascita di questo festival, non tanto nella forma, che era già stata accolta dalla cultura degli happening degli anni Settanta, quanto nel tentativo specifico del dialogo coreografico creativo e aperto.
L’obiettivo era quello di attraversare non solo i centri, i luoghi storici e d’arte, ma anche ambienti metropolitani e periferie spesso prive di connotati, per restituire – anche agli occhi di chi ne conosce le aspre geometrie – un’altro punto di vista.
Questa operazione si deve all’idea di Massimo Carosi e Luca Nava (rispettivamente Direttore Artistico e Direttore Organizzativo della manifestazione), insieme a un gruppo di studenti del corso di Storia della Danza di Eugenia Casini Ropa al DAMS di Bologna.

Danza Urbana è stato quindi il primo festival in Italia incentrato sul rapporto tra danza e spazio urbano: in esso culmina il lavoro che viene svolto dall’Associazione Danza Urbana per tutto l’anno su un doppio binario e che si fonda, per una parte, sulla selezione e il sostegno degli artisti, e per altro verso sul recupero e la valorizzazione degli spazi cittadini, con l’intento di porre in dialogo i luoghi con il sistema di pensiero dei cittadini, con riferimento particolare all’ampio tema dell’abitare. La danza diventa la lente che trasforma e rinnova i luoghi anche in un tentativo di dialogo intergenerazionale, sia fra gli spettatori che fra gli artisti invitati. E davvero in 25 anni si arriva alla terza generazione di spettatori, come dichiara qualcuno dei presenti il terzo giorno alle performance in piazza Lucio Dalla, e che ricorda di quando assisteva ai primi spettacoli accompagnata dalla mamma, mentre ora arriva con i piccoli figli.

E qui di seguito raccontiamo proprio i primi tre giorni del festival, che è iniziato il 7 settembre sotto la pioggia, con una surreale ma affascinantissima performance in Piazza Maggiore pensata da Fabrizio FavaleThe Rose Alien Tour: arrivano su un vecchio camper Westfalia che trasporta per città e luoghi sconosciuti, oltre al coreografo, otto danzatori e un musicista.
A ogni tappa il musicista tiene un concerto utilizzando i suoni dell’ambiente in cui si trova, mentre i danzatori realizzano coreografie e assetti sempre diversi.
Il sonoro viene diffuso con dei dispositivi bluetooth che sembrano radioline e che propagano prima un suono industriale tenue, che diventa via via più forte. Ma qui a Bologna la pioggia arriva inesorabile, come spesso accaduto all’esordio del Festival: scrosciante bagna gli artisti e i tappeti danza, disposti sul gradone della piazza, rendendoli scivolosi. La performance assume una sorta di poetica tragica, con i danzatori che dovrebbero avere una movenza quasi disumana, meccanica, ma che raccontano una fragilissima e umanissima resilienza all’incombere della natura. Nella piazza vuota le loro tutine metallizzate spiccano e regalano un atto poetico generoso, fra pose singole, composizioni di gruppo, pause, riprese, singulti. Sembrano quadri viventi di opere pittoriche rinascimentali, primavere di Botticelli riallestite dal vivo da esseri bionici e non ancora giunti alla perfezione del movimento umano. Escono uno ad uno, in fine di performance, per risalire sul pulmino che poco dopo essere ripartito li fa scendere per far tributare loro il giusto plauso del pubblico.

Sotto la pioggia e una tempesta di fulmini il pubblico raggiunge lo spazio DumBo, dove in uno dei vecchi capannoni industriali si ambienta If there is no sun, cocreazione dell’artista visivo e regista teatrale romano Luca Brinchi, della cantante e beatmaker italiana di origine liberiana Karima 2G aka Anna Maria Gehnyei e della performer e coreografa pugliese Irene Russolillo il cui incontro risale al 2020: in If there is no sun convergono le esperienze e le visioni dei tre artisti che si mettono in gioco insieme per la prima volta, in una creazione tumultuosa e di segni forti, decisi, un tributo a tutte quelle forme dell’esistenza diverse dalla nostra.

In scena ci sono, con le loro differenti corporeità, Antoine Danfa, Karima DueG, Irene Russolillo, Mapathe Sakho e Ilyes Triki. Strutture di corpi che reclamano un diritto all’esistenza scevra da sensi di colpa: non è colpa mia se esisto, e in quanto essere vivente divento portatore di diritti, a maggior ragione in un mondo che ne predica l’esistenza senza però davvero riempirla di contenuti. Una invocazione/rivendicazione a tratti rabbiosa, in cui l’essere umano si animalizza, si vegetalizza, diventa emblema assoluto delle forme viventi, le stesse che cannibalizza e porta all’estinzione.

Ma qui il discorso diventa noto al lettore e dunque lasciamo l’intuibile sostrato filosofico, per tornare ai segni scenici che si nutrono di un costante rapporto con i video e le luci, che nei crediti di locandina, giustamente, vanno sotto l’ampia definizione di “ambiente”, la cui firma è appunto di Brinchi. In questo ambiente ora suggestivo, ora angosciante, ora di paesaggi marini ora di mosaici di luce, ora di castellucciane parole proiettate in rapida, e poi ribadite in forma di rap dalla cantante performer, il gesto diventa immediatamente politico. Ad un certo punto, dopo un drammatico urlo a perdifiato, la creazione vorrebbe ritrovare una sorta di largo sinfonico, sebbene lo scalino concettuale risulti un po’ sconnesso rispetto al sistema di segni precedente.

Ci si sposta il giorno seguente in Piazza Lucio Dalla, vivacissima area coperta e luogo nuovo della street culture bolognese, per due duetti al maschile. Il primo è Moi-Je, passo a due coreografato da Fabian Thomé / Full Time Company (primo premio al 33° Concorso Coreografico di Madrid nel 2019 e premio con menzione speciale al concorso Masdanza 2020, Humos 2020), e danzato dal coreografo stesso con Gonzalo Peguero Pérez. I due danzatori giocano di rincorse e intersezioni, prossimità e distanze, unioni e lontananze.

Una armonia di segni tenue che prelude al successivo e più vivace micro duetto di Gil Kerer che danza con Lotem Regev il Concerto per mandolino e archi in Do Maggiore di Vivaldi. Anticipato da una onestamente inutile polemica sull’ospitata, che costringe un ingente numero di camionette di carabinieri ad assistere allo spettacolo (esercizio comunque sempre utile di ingentilimento del sentire, e che forse è la vera ricaduta positiva della polemica) lo spettacolo –presentato in anteprima come parte del Curtain Up Project 2020 a Tel-Aviv – è un duetto in tre movimenti che ha vinto sia il 3° premio per la coreografia che il Premio di produzione Theatre Pforzheim nell’ambito del 35° Concorso Internazionale di Coreografia di Hannover. Nel 2021 ha ottenuto il Premio per l’interpretazione del Ministero della Cultura in Israele (l’origine geografica e la copertura delle spese di viaggio, il motivo della polemica).

Per fortuna il fatto artistico sgombra la mente da ogni polemica, lasciando all’intreccio fra la musicalità a un tempo classica e popolare del mandolino con il segno fisico elegante ma sportivo, di pliè in sneakers di coinvolgere gli spettatori. I tre movimenti sono eseguiti con precisione in un danzato che cerca il pubblico in un rito che diventa in qualche modo partecipato pur nella semplice funzione di assistere.

Una performance ludica ed estremamente consapevole, fatta di libertà di gesto e di virtuosismi, presentata nell’ambito di Masdanza Platform in collaborazione con il Certamen Coreografico – MASDANZA, che qui raccoglie un calorosissimo riscontro di pubblico, critica e forze dell’ordine. Bello, infatti l’ho rivisto integralmente nella replica che ne è stata fatta di lì a un’ora.

Ispirati al principio della creazione di azioni performative site specific sono gli eventi del giorno successivo, il venerdì, in riva al fiume Reno, in un’area periferica della città, al confine con il comune di Borgo Panigale. Una grande area verde di paesaggi insoliti, resi stranianti dalle secche di questi mesi, che hanno permesso, ad esempio, a Lorenzo Morandini di ambientare La Möa, ispirato allo specchio d’acqua nel torrente, in cui il corpo osserva il paesaggio e si osserva dentro a esso.
Dal 2018 al 2021 Morandini è fra gli autori di Incubatore CIMD a Milano in cui sviluppa il progetto Idillio, selezionato per la Vetrina di Anticorpi XL 2021 e in contemporanea un percorso personale di ricerca di movimento ispirato a esperienze di training svolte in natura.
Il pubblico viene qui radunato nel parco al bordo del fiume dapprima attorno a una funzione di narrazione, con una voce off che arriva da una cassa bluetooth portata a tracolla dal danzatore, che indossa uno strano vestito da simil fauno/alpino. Sono voci di memorie di questo luogo, il cui sonoro si corrompe, arriva imperfetto; il danzatore con fare giocoso conduce, tipo pifferaio magico, sotto un albero, dove gioca con delle pietre in movimento rotatorio con le braccia, a farle sbattere, suonare, per poi lasciare tutti e dirigersi nel greto del fiume, in azione più solitaria e immersiva, da fauno.
Il sistema di segni è fresco, leggero, rasenta una naïveté che lascia però anche una sensazione di non sufficiente elaborazione di secondo livello, che è compito dell’artista, specie nel rapporto diretto con lo stimolo naturale, superando il semplice gioco stimolo naturale/reazione data dalle sensazioni fisiche. La forza del torrente che agisce sul corpo e la sua potenza trasformativa danzata restano più idee ispiratrici del fatto artistico che concreta descrizione delle stesse: l’immagine finale si condensa nel rinvenimento casuale di un flacone plastico di bagnoschiuma Vidal, arrivato lì per caso trascinato dalla corrente e lì restato, e che il performer restituisce inesorabilmente alle acque.

Segue, in altra zona del parco, di profonda suggestione architettonica, la visione di Sull’irrequietezza del divenire di Fabio Brusadin / Edoardo Sansonne / Elisa Sbaragli, nato da una riflessione sugli spazi interstiziali. Parliamo di un progetto giovane, di una creazione vincitrice del bando DANCESCAPES/Bodyscape, azione a sostegno della ricerca coreografica, promosso dall’Associazione Danza Urbana.

Anche qui una dantesca funzione di medium, introduttiva, porta gli spettatori prossimi all’atto performativo vero e proprio. Veniamo condotti fra i due ponti del tracciato ferroviario e della metropolitana leggera Marconi Airport nel punto in cui, vicini e paralleli, attraversano il fiume. Uno spazio imboscatissimo, nascosto allo sguardo del passante, dell’uomo comune in macchina. Bisogna arrivarci. Invero senza reale fatica, nessuna scarpinata, ma è posto di quelli da cui ci si tiene alla larga, architettonicamente stupendo per le sue linee di fuga: la sensazione che trasmette è quella di non-luogo periferico a ridosso del fiume, posto di isolamento, abbandono, possibile autoemarginazione spirituale e anche emarginazione reale. Sono tutte sensazioni che il pubblico respira durante l’atto artistico.

Lo spettacolo nasce dopo una passeggiatina con gli spettatori che guardano un corpo in movimento su due tablet mostrati da due uomini e in cui, si scoprirà di lì a poco, sono riprodotti i movimenti della danzatrice, nascosta allo sguardo. I due registrano una parte vocale (invero non concretamente significativa nel  sistema simbolico del lavoro) che per un pezzo accompagna i successivi pochi passi che portano il gruppo attorno al corpo della Sbaragli: si alza dalla sua posizione a terra per iniziare a camminare dentro il gruppo, in modo meccanico, cercando l’incidente fisico, il contatto, come fosse robot.
Questo bordo irrequieto fra umano e disumano, letteralmente, diventa il protagonista dell’ultima parte dell’azione, una sorta di solitaria morte e rinascita del cigno, se il paragone in piccolo è permesso, anche qui un tentativo di comunicazione con il non-umano, che nella replica cui assistiamo avviene in controcanto con il fin di vita, realissimo, di un volatile, di cui si è tutti casuali e inermi spettatori, a pochi metri. Uno spazio mentale feroce si apre in questo stare nel luogo, accoglierlo con tutto l’inesorabile che solo il confronto con la realtà fuori dallo spazio teatrale permette. Pur con qualche ingenuità formale e ripetizione di segni su cui si può ancora lavorare in sottrazione, la creazione arriva a un nitore compositivo interessante, sia per l’ambiente che per il sistema di geografie pensate dentro un appropriato intreccio di linguaggi ibridi (visivo, corporeo, sonoro).

 

THE ROSE ALIEN TOUR

Invenzione e coreografia
Fabrizio Favale
Live electronics dal vivo
Massimo Carozzi
Danzatori
Daniele Bianco, Daniel Cantero, Claudia Gesmundo, Francesco Leone, Mirko Paparusso, Andrea Rizzo, Valentina Staltari, Po-Nien Wang
Scene, costumi e adattamento
First Rose
Driver Westfalia
Luca Li Voti
produzione
KLm – Kinkaleri / Le Supplici / mk
fotografo
Paolo Cortesi
con il contributo di
Comune di Bologna – Area Metropolitana di Bologna – Destinazione Turistica nell’ambito di Bologna Estate 2022 / MiC / Regione Emilia-Romagna
durata
30′

 

IF THERE IS NO SUN

creazione
Luca Brinchi, Karima DueG, Irene Russolillo
performance
Antoine Danfa, Karima DueG, Irene Russolillo, Mapathe Sakho, Ilyes Triki
musiche
Drexciya, Kawabate, Karima DueG
testi
Sun Ra, Ladan Osman, Felwine Sarr, Keorapetse Kgositsile, Karima DueG
ambiente
Luca Brinchi
movimento
Irene Russolillo
suono
Edoardo Sansonne / Kawabate
costumi
Marta Genovese
ideato nell’ambito di
CRISOL – creative processes Un progetto di internazionalizzazione dei processi creativi finanziato nell’ambito del programma Boarding Pass Plus 2019 promosso dal MiBACT Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo
produzione
Fondazione Fabbrica Europa per le arti contemporanee, Gruppo Nanou, Spellbound Associazione
con il sostegno di
Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Danza Urbana, Menhir Dance Company / Talos Festival – Ruvo di Puglia
residenze
Centre Culturel Blaise Senghor, Dakar Compagnie 5me Dimension, Dakar MADA Théâtre, Tataouine PARC Performing Arts Research Centre, Firenze
In collaborazione con
Istituto Italiano di Cultura di Dakar, Istituto Italiano di Cultura di Tunisi
durata
50′

 

MOJ JE

regia e coreografia
Fabian Thomé
cast
Gonzalo Peguero Pérez e Fabian Thomé
musiche originali
Miguel Marin Pavon
video e fotografia
Ignacio Urrutia
manager
Valeria Cosi/Agenzia TINA
durata
20′

 

coreografia
Gil Kerer
danzatori
Gil Kerer e Lotem Regev
musica
Concerto di Vivaldi per mandolino e archi in do maggiore, eseguito da Avi Avital e l’Orchestra Barocca di Venezia
consulente artistico
Anat Cederbaum
direzione prove
Alex Shmurak
video
Kino Kitchen
durata
15′

 

 

 

MOA

di e con
Lorenzo Morandini
produzione
NINA
con il supporto di
Pluraldanza – Danzare A Monte
durata
30′

 

SULL’IRREQUIETEZZA DEL DIVENIRE

di e con
FABIO BRUSADIN, EDOARDO SANSONNE, ELISA SBARAGLI
ricerca sonora
EDOARDO SANSONNE
proiezioni, disegno luci ed interazioni
FABIO BRUSADIN
movement coach
ROSITA MARIANI
produzione
DANCEME (PERYPEZYE URBANE) con il sostegno del MiC
co-produzione
FESTIVAL VENERE IN TEATRO organizzato da LIVE ARTS CULTURES
Con il supporto di
ASSOCIAZIONE CULTURALE MASTRONAUTA e DRAGOLAGO nell’ambito del progetto Verde Vivente; MUSEO DEL PAESAGGIO
con il contributo e patrocinio del
COMUNE DI CITTA’ DI VERBANIA
Sostegno alla ricerca da parte di esperti
FRANCESCO BLARDONI, SIMONA FERRARI, PAOLA GIROLDINI, METAXI MARKAKI, IRENE PIPICELLI, ANDREA RUSCHETTI, FEDERICA TORGANO, NATALE ZOPPIS
durata
30′

 

 

Nuove ibridazioni al NAO Performing Festival: “The Garden”

VALENTINA SORTE | Si è aperta lo scorso 8 settembre la tredicesima edizione di Nao Performing Festival, la manifestazione promossa da DiDstudio che punta sulla pluralità dei linguaggi creativi – danza, performance e arti visive – con un’attenzione particolare per le nuove generazioni di artisti che esplorano e sondano i confini tra le arti. Il suo fil rouge è l’intersezione, l’ibridazione, l’obliquità.  

L’edizione 2022 si annuncia diversa dalle precedenti non solo per la sua durata – chiuderà infatti l’08 ottobre con l’ultimo lavoro di Ana Pi – ma per i temi toccati e gli spazi scelti per accogliere i diversi appuntamenti. Il giardino è il focus attorno a cui ruotano tutte le proposte in cartellone. Non lo spazio verde, ordinato e addomesticato, espressione di un orizzonte antropocentrico e borghese, ma un habitat interspecie e multispecie, luogo di coesistenza e interdipendenza tra mondo animale – uomo compreso – e mondo vegetale, giardino diffuso, ecosistema politico, spazio di resistenza e di cura. 

“Gli artisti coinvolti sono stati pensati a partire dal loro interesse a lavorare su ambienti e su pratiche corporee che considerassero la relazione tra biologico e artificiale, organico e inorganico, che pensassero all’ibridazione, al tropicalismo contemporaneo come giardino planetario, riflettendo sui temi dell’estinzione e della salvaguardia del pianeta.” Afferma Maria Paola Zedda che, insieme a Claudio Prati, ha curato il festival.  

In questa ottica emergono sicuramente diversi lavori: Jérôme Bel in Laura Pante ripensa la danza in una prospettiva di sostenibilità ambientale; Dogod di Barbara Berti rompe i confini culturali, sociali e linguistici tra esseri viventi per aprire a un dialogo performativo interspecie; la graphic novel ARCA di Simone Montozzi racconta l’estinzione delle specie viventi da una prospettiva animale; il workshop Pleasure Rocks di Barbara Stimoli e Cosetta Raccagni esplora il confine erotico tra organico e inorganico, umano e minerale, in un percorso di trans-intimità e di ri-sensualizzazione dei corpi e della materia. 

Pleasure Rocks © Antônio-Frederico-Lasalvia

Non è un caso che molte delle proposte appena citate siano state ospitate negli spazi della Cattedrale della Fabbrica del Vapore, trasformata letteralmente in un giardino interspecie in occasione della mostra You Will Find Me If You Want Me In The Garden, nel quadro della rassegna estiva Vapore d’Estate. Proprio in virtù di questa parentela elettiva, NAO Performing Festival “The Garden” si sviluppa all’interno del palinsesto di Vapore d’Estate. 

Lo spettacolo che ha aperto il festival – Laura Pante di Jérôme Bel– ha lanciato alla performer presente in scena e al pubblico in platea una sfida interessante. Cosa succede se il coreografo sparisce e si avvicina al “grado zero” della propria creazione? Cosa accade ai performer e al pubblico? Siamo pronti a questa nuova modalità di creazione e di fruizione? 

Il coreografo francese ha infatti creato a distanza, tramite Skype, una partitura di danza con e per Laura Pante. Gli artisti non si sono mai incontrati dal vivo, sul palco, ma hanno comunicato via mail e in video-collegamento. Questa nuova pratica coreografica è nata dalla volontà di Bel, già prima del Covid, di impattare il meno possibile sull’ambiente, eliminando i propri viaggi in aereo. Quando i confini si sono chiusi a causa dell’emergenza sanitaria, questa modalità è diventata ancora più urgente e necessaria. 

Dal punto di vista della creazione, gli incontri virtuali hanno portato il coreografo a perdere il controllo sui danzatori e di conseguenza, ad un maggiore spazio di autonomia dei danzatori. Si tratta in realtà di una ricerca che Bel conduce da molto tempo – basti pensare alla serie di ritratti di danzatori come Véronique Doisneau, Cédric Andrieux – anche nei confronti dello spettatore come in Le dernier spectacle. Nelle sue interviste il riferimento a Il grado zero della scrittura di R. Barthes è frequente.  

Laura Pante © Roberta Segata

Non è un caso che anche questo lavoro si inscriva nella serie dei ritratti. In scena la danzatrice italiana racconta la sua storia seguendo un taglio cronologico, dalla sua infanzia ad oggi, e attraverso la sua biografia si snoda la storia della danza contemporanea italiana degli ultimi 40 anni. All’interno del lavoro ci sono estratti da coreografie di Cristina Rizzo, Xavier LeRoy e Scarlet Yu, Silvia Costa La biografia alterna infatti una parte narrata, in cui Laura Pante è frontale al pubblico, a brevi sequenze performative che illustrano quanto narrato. La storia della danza non è semplice citazione ma è calata in un racconto intimo. 

La struttura è molto semplice, tanto che a volte la sua prevedibilità potrebbe annoiare lo spettatore, ma tra lo spazio scenico e la platea si crea un circuito più complesso, una sorta di triangolazione semiotica che chiede allo spettatore un ascolto differente. La narrazione della performer prima di diventare gesto performativo o azione scenica lascia anche al pubblico uno spazio di autonomia, gli lascia pescare immagini nel proprio immaginario o nei propri ricordi di spettatori. È questo disallineamento e riallineamento del gesto fra pubblico e performer a rendere interessante e più ritmato il lavoro di Bel, altrimenti il gesto diventerebbe didascalico. 

Rimane invece irrisolta la parte finale di questo lavoro. La danzatrice parla della genesi di Laura Pante e spiega l’architettura dell’opera. In questo caso il tempo della narrazione biografica diventa il tempo scenico, si sovrappongono e proprio per questo, la spiegazione dell’opera toglie all’opera la sua capacità di comunicare da sola. Peccato. 

L’intersezione, l’ibridazione e l’obliquità oltre ad essere il collante tematico del festival è anche una pratica culturale. La novità di quest’anno è la collaborazione con il Nuovo Armenia, un luogo di attivazione culturale, sociale e politica nel quartiere di Dergano, nelle ex stalle di Villa Hanau. Nuovo Armenia e Nao hanno lavorato ad un interessante dialogo tra corpi e visioni, tra arti performative e cinematografiche, condividendo spazi e programmazioni. Nel quadro della rassegna cinematografica Across Asia Film Festival, promossa dal Nuovo Armenia, è stata proposta la sonorizzazione dal vivo del film A page of Madness (Kuretta Ippei) di Teinosuke Kinugasa, capolavoro del cinema muto giapponese. 

La pellicola di Kinugasa del 1926, anche se ci è pervenuta incompleta, è notevole sia per la sua grande potenza emotiva che per l’audacia e la radicalità del suo linguaggio sperimentale. Il film racconta di un uomo anziano che svolge volontariamente lavori saltuari in un manicomio dove è rinchiusa la moglie, che molti anni prima aveva annegato il figlio neonato in un attacco di follia. Egli spera un giorno di liberarla. Kinugasa cerca di comprendere la natura della follia e al tempo stesso offre una narrazione diretta, quella della moglie, in flashback. Affidandosi alle immagini, il film non usa sottotitoli/intertitoli e mostra un virtuosismo tecnico mozzafiato, nello stile dell’espressionismo tedesco. Anche qui agli spettatori è stata richiesta la capacità, non solo di trovare il filo narrativo tra quelle parti della pellicola andate smarrite, ma anche quella di leggere la bellezza delle immagini mute e l’audacia dei loro accostamenti. 

Per fortuna la sonorizzazione eseguita dal vivo da Mike Cooper è servita da collante emotivo e narrativo del film. Tramite l’utilizzo di dispositivi digitali e campionamenti dal vivo, il musicista ha composto una trama sonora molto suggestiva che è riuscita a sottolineare e valorizzare la contemporaneità di una pellicola pur così antica. 

Dodog, Barbara Berti

Attendiamo con curiosità gli ultimi due appuntamenti di NAO per la loro visione obliqua e ibrida. Da una parte Barbara Berti presenterà una long durational performance in cui esplorerà le relazioni interspecie tra umani e non umani, dall’altra parte Ana Pi proporrà la sua ricerca poetica e politica su Haiti, tra gesti sacri ancestrali e la loro sopravvivenza nell’immaginario moderno. 

 

LAURA PANTE

concept Jérôme Bel
di e con Laura Pante
assistente Chiara Gallerani
consulenza artistica e direzione esecutiva Rebecca Lasselin
direttore di produzione Sandro Grando
con estratti da coreografie di Cristina Rizzo, Xavier
LeRoy e Scarlet Yu, Silvia Costa (suono di Lorenzo Tomio)
musiche originali Guglielmo Bottin, Beatrice Goldoni
una produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG
in collaborazione con l’Institut français Italia e Fondazione Nuovi Mecenati

MIKE COOPER PLAYS A PAGE OF MADNESS

Pellicola di Teinosuke Kinugasa
Sonorizzazione del film dal vivo Mike Cooper
in collaborazione con Nuovo Armenia e Across Asia Film Festival

nel quadro di
NAO PERFORMING FESTIVAL_THE GARDEN
Dall’8 settembre all’8 ottobre 2022

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