sabato, 6 Marzo, 2021
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La bolla del lockdown in un film: “Nello specchio” di Teatro Periferico

ELENA SCOLARI | Gli umani ridono. Questa, secondo le teorie scientifiche più accreditate, è la caratteristica che davvero solo l’uomo (ci siamo capiti, non tiratemi fuori gli *) può vantare. Certo, nell’ultimo anno c’è stato poco da ridere per noi animali sociali, anche perché quasi sempre si ride in compagnia, e da febbraio 2020 lo stare in compagnia ha subìto un forte ribasso. Così c’è stata una risalita (molto dichiarata, non sappiamo quanto reale) di una seconda attività abbastanza tipica dell’umano e che si può mettere in atto anche da soli: riflettere. Riflettere su se stessi, magari guardandosi allo specchio, oggetto che riflette meglio di chiunque altro, pure metaforicamente.
Nessuno può sentire in modo soddisfacente la propria identità se non ha gli occhi chiusi: come se l’oscurità fosse davvero l’elemento proprio delle nostre essenze, sebbene la luce sia più congeniale al fango che è in noi“, scrive Herman Melville nella sua strabiliante storia di baleneria, Moby Dick. Tempo per tenere gli occhi chiusi e riflettere ne abbiamo avuto anzichenò, e specialmente ne hanno avuto gli artisti del mondo dello spettacolo dal vivo, ancora oggi a digiuno di attività aperte al pubblico; en passant ricordiamo che ne è digiuno anche il pubblico, anche se nessuno – tranne gli artisti stessi – chiede l’opinione degli spettatori sulla forzata dieta dello spirito cui sono sottoposti.

opera di Slinkachu

Teatro Periferico (sede a Cassano Valcuvia, Varese) ha sentito il bisogno di dare una forma non solo ai propri pensieri sul periodo del primo spettrale lockdown ma a quelli di tante persone, anche fuori dalla comunità teatrale.
PAC ha parlato con alcuni dei componenti del gruppo per raccontare come è nato Nello specchio, un progetto a firma collettiva curato da Federico Iris Osmo Tinelli con la collaborazione di tanti attori e attrici.

Che cos’è “Nello specchio”?

Paola Manfredi (ideatrice del progetto e direttrice della compagnia) lo descrive così: “Nello specchio è un film. E nasce dal desiderio di raccontare il periodo della pandemia. Il confinamento ci ha costretto a vivere dentro una bolla, intrappolati e congelati in uno spazio che ha rischiato di isolarci, di renderci meno disponibili al contatto, più diffidenti. Invece, inaspettatamente, molti artisti hanno cercato il modo di collaborare e di trovare risposte comuni, anche (perché no?), per sentirsi meno soli in un momento di grande incertezza.
Federico Iris Osmo Tinelli, videomaker milanese, ha assunto la cura del film e, con la lucidità che può avere solo un occhio esterno, ci ha aiutato affinché le interviste autobiografiche potessero “risuonare” in noi che le avevamo raccolte. In un periodo di estrema solitudine, questo lavoro è stato un intreccio di relazioni, un prisma dai molti riflessi. Abbiamo aperto gli armadi, le finestre e cercato di respirare meglio”.

Come avete deciso di procedere per creare questo racconto?

PM: Sono stati coinvolti 23 artisti, di cui 13 appartenenti a compagnie con cui Teatro Periferico non aveva mai lavorato. Il risultato è stato una raccolta di 33 interviste  rivolte a persone in Italia e all’estero, alle quali abbiamo chiesto di dirci come hanno attraversato il primo lockdown: medici, infermieri, psicoterapeuti, madri con bambini piccoli, cassiere del supermercato, educatori, ospiti di centri diurni, insegnanti, studenti, malati di Covid, parrucchiere…
Ragionando insieme (il pensiero condiviso è stato fondamentale nella prima parte del progetto) abbiamo preso atto di essere nel mezzo di una pandemia mondiale che ci riguarda tutti e per la prima volta noi intervistatori ci siamo trovati nella stessa condizione degli intervistati. Come dire che il trauma ha segnato la vita di tutti: raccontando loro, raccontiamo noi stessi.

E cosa avete trovato dentro i loro armadi?

PM: Tutti ci hanno raccontato di passatempi, abiti, orari, spazi della casa, del loro lavoro, delle loro paure, di parenti, pensieri e riflessioni, trasgressioni, segreti e vizi, cose nuove imparate e cose buttate via, dolori e gioie. Ciò che è emerso più fortemente è la solitudine ma anche l’affollamento nella condivisione degli spazi domestici; la paura, la morte, ma anche la presenza benefica della natura; i suoni delle autoambulanze e dei fiumi, degli animali; la mancanza d’aria in tutti i sensi; le relazioni familiari; le difficoltà degli studenti in dad e lo smart working per i genitori; il vicinato e i piccoli atti d’amore.

Come era naturale aspettarsi, tante sono state le idee sviluppate intorno all’esigenza di raccontare qualcosa di mai vissuto prima, dai libri (anche troppo instant, il più delle volte) ai video alle installazioni, ma la specialità di Nello specchio è nella pluralità delle voci: “Credo che l’originalità stia nel taglio così variamente sfaccettato che ognuno di noi ha dato al suo piccolo pezzo. Credo sia come un canto polifonico, in cui ogni voce è fondamentale per ottenere l’insieme”, ci dice Barbara Menegardo.

Gli artisti coinvolti hanno avuto sensazioni diverse, lavorando a questa riflessione sui concetti di chiusura, di casa, di impedimento a muoversi e a confrontarsi col prossimo, Silvia Baldini (Residenza QuieOra) definisce così il suo approccio: “Abbiamo prestato le nostre visioni e i nostri corpi per la costruzione di un’opera video collettiva. Un’opera particolare, che racconta quello che è stato trasportandolo nel presente. Si guarda indietro, si guarda da un presente in cui siamo ancora poco saldi perché è un presente difficile, dove niente è ancora stato risolto o risanato e da qui si cerca. In forma collettiva, perché fare comunità è un modo”. Del resto, entrare nelle case, nelle stanze, negli spazi delle persone porta a guardare più attentamente anche dentro al proprio specchio: “Soltanto quando mi sono messa in gioco sul piano intimo, quando mi sono trovata a pensar quale rapporto avessi io con quelle storie, il processo che avevo intrapreso ha trovato una sua direzione”, afferma Sara Parziani.
“Credo che questa esperienza debba andare ad aggiungersi alle altre realizzate nel corso di quest’ultimo bizzarro anno per formare un repertorio, o meglio un serbatoio di memoria collettiva che serva da un lato a non dimenticare mai questo “disastro” e dall’altro che ci offra sempre un punto fisso da cui ripartire”, dice Stefano Panzeri.

Osmo Tinelli, il lavoro di raccolta è stato fatto su contributi audio, come è arrivato alla produzione di un film, fatto dunque di immagini da fondere con le interviste?

OT: Mi sono proposto dal principio di “attivare” la soggettività creativa dei partecipanti. Negli artisti non c’è mai assenza di fantasia, ho chiesto quindi a ciascuno degli intervistatori (attori, registi, disegnatori, musicisti, registi, drammaturghi) di scrivere una sceneggiatura da cui trarre altrettanti film brevi, da montare separati o in una struttura in cui si trovassero intarsiatati gli uni agli altri, in un gioco di riverberazioni reciproche.
Le interviste trattavano della prima quarantena, anche le proposte narrative e di messinscena dovevano quindi rivisitare quel periodo: cosa facevano gli artisti in quei momenti? Mi pareva interessante mettere in scena in autunno-inverno quel che è accaduto in primavera-estate.
Ho lavorato sulla descrizione della propria “bolla”: comprendere fino in fondo l’isolamento poteva essere definito un processo di purificazione, inteso come momento anti-sociale di scandaglio interiore. Questa bolla doveva quindi essere “contaminata” e fatta esplodere nel rapporto con gli intervistati che rappresentavano un’alterità, una diversità, anche perché non strettamente legati al mondo dell’arte. Le bolle sono entrate in contatto a distanza con altre bolle. Nello specchio guarda in faccia la realtà e nel medesimo tempo la trasfigura.

Dopo questa esperienza pensate sia meglio cercare di dimenticare questo disastro (appena sarà davvero finito) o continuare a ragionarci sopra?

Barbara Eforo: “Non penso che si possa decidere razionalmente di dimenticare. Pezzetti rimarranno dentro di noi e ogni tanto emergerà una loro immagine, un loro odore. Noi artisti lavoriamo con questi pezzetti. Attingiamo costantemente da immaginari, ricordi, nessi apparentemente bizzarri e senza senso”; le fa eco Matteo Curatella: “Credo che continueremo a ragionare per molto tempo su quello che è successo. Sentiremo i veri “lividi” tra qualche anno e dovremo usare i nostri strumenti artistici per elaborare tutto quello che è accaduto”.

Il film Nello specchio sarà reso pubblico on line tra la mezzanotte del 9 marzo e le prime ore del 10 marzo 2021, giorno in cui cade l’anniversario di inizio del lockdown nazionale italiano del 2020.

 

NELLO SPECCHIO
Film a firma collettiva

a cura di Federico Iris Osmo Tinelli
su iniziativa di Teatro Periferico
con il coinvolgimento creativo delle artiste e degli artisti: Alessandra Anzaghi (delleAli Teatro), Silvia Baldini (Quieora Residenza Teatrale), Lorenza Cervara, Matteo Curatella (LeMat), Marco Di Stefano (La confraternita del Chianti), Barbara Eforo, Luca Marchiori (Residenza R.A.M.I.), Michela Marelli (teatro in-folio), Valentina Maselli, Barbara Menegardo (Compagnia Piccolo Canto), Raffaella Meregalli, Stefano Panzeri, Sara Parziani, Carmen Pellegrinelli, Enzo Biscardi, Giorgio Branca, Elisa Canfora, Alessandro Luraghi, Paola Manfredi, Laura Montanari, Raffaella Natali, Loredana Troschel, Dario Villa (Teatro Periferico)

Labile Linguista #31 – Ma l’hai letto su Topolino?

GIORGIO FRANCHI | È inutile che facciate finta: vi ho sgamati. Siete tutti attori pagati, pure tu che leggi e che fai l’indifferente, pedine di un esperimento sociale perverso e sadico ordito da un’emittente senza scrupoli. Ora ne ho la certezza: l’Italia è un gigantesco set televisivo, e io sono il vostro Truman. Un’enorme candid camera, che ha richiesto la chiusura dei teatri perché fossero trovate le comparse, che ogni giorno si chiede quanto sia possibile alzare l’asticella dell’assurdità prima che l’ignaro protagonista realizzi che tutta la sua vita non è altro che una menzogna.

Questo spiegherebbe, tra le altre cose, la sottosegretaria alla cultura che non legge un libro da tre anni e il sottosegretario all’istruzione che confonde Dante e Topolino.

Ma, si sa, accanirsi sul citazionismo lascia il tempo che trova. Concentriamoci su un altro aspetto della vicenda. Che l’opera A venga confusa con l’opera B richiede sempre, indipendentemente dal livello di ignoranza di chi si sbaglia, quantomeno un minimo grado di somiglianza tra le due. Per chi non ha almeno un briciolo di passione per i fumetti Disney, questo è inconcepibile: il fumetto rientra in varie espressioni colloquiali come l’emblema dell’inesattezza, il classico “Ma l’hai letto su Topolino?”

Chi conosce la rivista in questione sa che non c’è modo di dire meno veritiero. Le storie pubblicate sull’albo sono, per tradizione, ricolme di termini ormai in disuso: la pagina Facebook Ventenni che piangono leggendo la saga di Paperon de’ Paperoni (il nome omaggia un classico Disney firmato da Don Rosa) raccoglie da anni le espressioni auliche che Topolino trasmette ai bambini. Tanghero, pecunia, turlupinare sovrabbondano nelle storie a strisce, come anche telare e gaglioffo che, per rimanere in ambito citazionistico, vengono adoperate da Pascoli e Machiavelli. Nientemeno.

Insomma, un buono strumento per farsi una cultura, ha pensato il sottosegretario Rosario Sasso senza sbagliare. L’oggetto della sua confusione è L’Inferno di Topolino, pubblicato nel 1949 con i disegni di Angelo Bioletto e i testi di Guido Martina, professore piemontese che militò nella redazione del fumetto nei suoi primi anni. A lui si deve un’ampia fetta del merito per la dovizia espressiva dei primi paperi italiani, riassumibile nell’iconica nota di biasimo di Paperino verso suo zio: «Disgustosa ostentazione di plutocratica sicumera», nella storia Paperinik il diabolico vendicatore (1969, disegni di Giovan Battista Carpi).

La parodia colloca la famiglia allargata Disney – il trio Topolino, Paperino e Pippo, accompagnati da comprimari provenienti da fumetti e cartoni dell’epoca – tra le pagine del capolavoro del poeta fiorentino, ripercorrendone fedelmente trenta canti su trentaquattro (proemio incluso). L’atmosfera del fumetto è estremamente dark, considerato che nasce come prodotto per tutte le età, con echi che più che al magico Walt riportano a Gustave Doré: ma ancor più stranianti sono le didascalie in terzine dantesche, tutte in rima e metricamente impeccabili. La vignetta incriminata riprende il canto XV, in cui un alter ego zoomorfo di Brunetto Latini conversa con Topolino sotto una pioggia di fiamme. La didascalia recita:
«Ed egli a me: se vuoi saper per quale
colpa patisco queste ardenti pene
Dirò che in vita razzolavo male

Quantunque agli altri predicassi bene»

Il finto Latini, intanto, indica al suo interlocutore un blocco di pietra su cui è inciso: «Chi si ferma è perduto, mille anni ogni minuto».

Una proprietà lessicale che va oggi scemando, in Topolino come in altri prodotti per l’infanzia (e non solo). Difficile trovare, tra libri e fumetti rivolti ai bambini del 2021, una simile panoplia di arcaismi come quelli del Martina. Il motivo è semplice: l’intrattenimento per l’infanzia, con un secolo di ritardo, vive oggi la sua fase “espressionista”: personaggi e ambientazioni vengono dal mondo visto dagli occhi di un bambino. Un cambio di paradigma interessante, che ribadisce allo stesso tempo la necessità di consegnare in altro modo un vocabolario ricco e variegato alle nuove generazioni.

Daniele Timpano legge il primo canto de L’inferno di Topolino

Viziosismi nr. 112: L’anno della marmotta

ANTONIO CRETELLA |  Nella costruzione di una sit-com corale non può mancare nella caratterizzazione dei personaggi quello che incarna il tipo freak, sopra le righe, talvolta poeticamente stralunato, il più delle volte patentemente stupido, la cui virtuosistica stupidità mette a dura prova la logica attraverso paradossali associazioni di idee che offrono il pretesto per una comicità dell’assurdo, da quella più fisica e clownesca a quella più raffinatamente nonsense. Personaggi come la bionda svampita Chrissy di Tre Cuori in Affitto, archetipo di un tipo umano ripetuto fino alla nausea o il Joey Tribbiani di Friends (in concorrenza col suo omologo femminile Phoebe). Tipica gag iperbolica di questi personaggi è costruita attorno a un film o a un libro che questi continua a rivedere o a rileggere in modo quasi maniacale confessando poi a chi gli chiede il perché di tanto accanimento, di farlo per vedere se il finale cambia, con conseguente scuotimento del capo da parte degli astanti.
Nel corso dell’attuale pandemia da Covid-19 si è avuta più volte l’impressione di avere a che fare con personaggi simili calati nella realtà, quando come intrappolati in un loop temporale ministri e governatori continuavano a riaprire le scuole e le attività produttive senza modificare in nessun modo i protocolli che solo poche settimane prima avevano portato alla repentina chiusura delle stesse in conseguenza di prevedibilissime risalite della curva dei contagi, convinti di una convinzione quasi fideistica che con un opportuno quanto miracoloso cambio di tinta la volta successiva i risultati sarebbero stati diversi. A costoro qualcuno dovrebbe dire, anche a costo di procurare loro uno shock esistenziale, che continuando a rileggere Piccole Donne, Beth morirà sempre e comunque di scarlattina. È forse arrivata l’ora di cambiare libro.

Spedizioni notturne nella mia stanza – #1

MARCO IVALDI |

Doverosa premessa, solo per questa volta.

Sto iniziando una rubrica. Mi sono sempre allenato a correre, sempre più forte, per fuggire dall’orrore dell’appuntamento ricorsivo. L’abitudine rende l’uomo ladro, questo lo sapete e le rubriche sono come un vizio triviale volto ad ammorbare il lettore, una pessima abitudine; o forse no… Forse sto solo invecchiando e le rubriche stanno prendendo il sopravvento, mi stanno acchiappando.

Prometto che cercherò di smettere il prima possibile, ci tengo alla vostra salute mentale. Però…

… però lo scorso anno il direttore di questo spazio virtuale, uomo potentissimo e vendicativo, era in vena di novità. E quale novità tra le novità possibili poteva accogliere, se non un mio pezzo su una situazione decisamente temporanea e ordinaria che stavamo vivendo? Ma a chi potevano interessare noiose riflessioni intorno ad una pandemia mondiale? Accolsi l’invito per pura piaggeria, scrissi per stucchevole cortesia, intanto, pensavo stupidamente, tutti scrivono qualcosa da qualche parte e nel marasma bulimico chi avrebbe mai avuto l’ardire di approfondire proprio le mie parole… Solo che…

temporary collage di Renzo Francabandera

…solo che circa tremila persone hanno fino ad oggi ritenuto di non avere nulla di meglio da fare che passare un’intera ora della loro esistenza a leggere di estemporanei pensieri, arzigogolati ragionamenti, acute ovvietà che, forse, avete intravisto anche scarabocchiate su fogli da riciclo, vecchi scontrini e tovaglioli della colazione, in un’immagine pubblicata su queste pagine. La faccenda più interessante era che, in fin dei conti, l’invito del livoroso deus ex machina servì a dare ordine ad un vortice di pensieri caotico e ridondante altrimenti infruttuoso.

Insomma, alienavo lettori invece di fare, come tutti, la mia brava psicoterapia.

Ciò che ne scaturì furono dodici brevi ragionamenti, che, curiosamente, potevano bastare per tutti i mesi dell’anno.

Siccome gli anni avanzano e gli scarabocchi aumentano, accolgo l’invito al ballo di corte. Con fatica, lo ammetto; ma accettando l’esercizio di disciplina che ne consegue: ordine, sintesi, sintropia (un po’ togli la cera – metti la cera, per essere chiari).

Nasce così questa rediviva Bustina di Minerva, con tutte le dovute e ovvie proporzioni del caso. L’intento è però lo stesso: mettere in bella copia quella serie di appunti che riempiono la mia stanza e che scaturiscono da osservazioni su ciò che accade intorno a noi e dai collegamenti (Barabási li chiamerebbe link) che ne derivano.

Il titolo di questa esplorazione mensile è “Spedizioni notturne nella mia stanza” e forse qualcuno tra voi sorriderà riconoscendo ciò a cui il titolo fa riferimento; prendetelo come un omaggio ad una persona che ho sempre stimato.

Tra i concetti che mi hanno da sempre affascinato quello forse più sfuggente e impalpabile è il tempo. Anche se cerco con la mente di allargare i confini, ristretti, dei miei pensieri, sfronda di qui e pota di là, il nocciolo della questione rimane ancorato a pochi elementi ed uno di questi è, appunto, il tempo. Per questo motivo sarà il tema di questo primo, e forse ultimo, appuntamento di Spedizioni notturne.

 

 

disegno di Renzo Francabandera
temporary collage di Renzo Francabandera

La teoria einsteiniana della relatività generale
è una delle più armoniose teorie della fisica
concepite dall’uomo; questo, ovviamente,
non significa che la natura la debba rispettare.                 

Robert Wald – Space, Time and Gravity

The University of Chicago Press – Chicago and London – 1977

 

 

 

1 – Paramanu

Paramanu[1] è una parola interessante. È una unità di misura usata negli antichi Veda[2] e corrisponde a 26,3 ųs (un ųs è un milionesimo di un secondo).

Secondo i compilatori originari, sarebbe la più breve frazione di tempo che l’uomo possa riconoscere. Corrisponde al tempo necessario a quello che gli inglesi chiamano blink, una parola che mi ha sempre fatto simpatia e che in italiano chiamiamo, più prosaicamente, battito di palpebre.

Il passaggio che intercorre tra la poetica del battito di palpebre, intesa come unità di misura, e la freddezza data dal Sistema Metrico Internazionale dei 23 microsecondi rappresenta, forse, quello che abbiamo perduto negli ultimi 4000 anni.

2 – L’orologio di Jeffrey Preston Bezos[3]

All’interno di una montagna della Sierra Diablo, in Texas, di sua proprietà, l’imprenditore sta costruendo una sua personalissima piramide: un orologio basato sui progetti risalenti al 1986 dello scienziato Danny Hillis. L’orologio costerà al termine della sua costruzione 42 milioni di dollari e avrà meccanismi alti 152 metri. La particolarità di questo orologio è insita nel fatto che emetterà un ticchettio una volta all’anno, un’unica lancetta si sposterà una sola volta ogni secolo ed un cucù, con suoni sempre diversi, canterà ogni 1000 anni. Bezos ha affermato che l’orologio è un simbolo per il pensiero a lungo termine (…a symbol for long-term thinking…); io credo che la storia di quest’uomo sia coerente con questa visione e penso che Kahneman ne possa essere fiero.

Che tempo fa – creazione temporanea di Renzo Francabandera

3 – Un embrione anziano.

Negli Stati Uniti ci sono due sorelle, rispettivamente di 24 e 27 anni, quasi coetanee della loro mamma, che di anni ne ha solo due in più.

A prima vista può sembrare uno di quei giochi matematici che i severi maestri delle elementari ci propinavano durante le vacanze estive, col fine ultimo di rovinarci un pomeriggio di sole. Invece Molly ed Emma sono nate, a distanza di 3 anni l’una dall’altra, da embrioni congelati nell’ottobre del 1992.

Quando inizia la vita di un essere umano? Per alcuni scienziati la loro vita è iniziata nel momento del parto, forse neuroscientificamente dimenticando l’importanza vitale del tempo trascorso durante la gestazione; per questi non vi è alcuna differenza tra loro e voi che leggete queste righe, od io che le scrivo. Per altri, invece, la loro vita sarebbe potuta iniziare dopo la prima meiosi, a brevissima distanza dal concepimento[4]. In mezzo passano, mediamente, 9 mesi di vita; anche qui non vi sarebbe alcuna difformità tra la loro e la nostra vita.

Ecco che qui c’è il nucleo di questo breve ragionamento: chiamiamo concepimento l’atto della fecondazione. Il verbo concepire significa, etimologicamente, prendere a sè, accogliere. Non dovremmo quindi, avere molti dubbi: come momento del concepimento esiste un unicum temporale definito, l’istante dell’impianto dell’embrione nella cavità uterina, ovvero il tempo in cui la madre accoglie, prende a sé. Ma se per concepimento intendessimo l’atto, umanamente divino, della creazione, quel concepire che è proprio di un’idea, l’atto di comprensione, di immaginazione di una realtà, l’atto di ricevere nell’animo, allora i dubbi dovrebbero essere ancora meno. Dovrebbe essere chiaro, infatti, che la vita di queste due sorelle è iniziata molto tempo prima di quanto si sarebbe portati a credere, solo che è rimasta fisicamente congelata.

4 – HD 140283

1/10/2020 – Tramonto, Val d’Orcia. Ph: Marco Ivaldi

HD 140283 è una stella particolare, appartenente alla costellazione della Bilancia. Viene chiamata affettuosamente dai cosmologi Stella matusalemme. Uno studio dell’astronomo Bond[5], Howard Bond, ha stimato l’età della subgigante bianca in 14,46 ± 0,8 miliardi di anni. L’età del nostro Universo è stimata essere di 13,798 ± 0,037 miliardi di anni. HD 140283 potrebbe essersi quindi formata 0,17 miliardi di anni dopo la nascita dell’Universo oppure fino a 1,5 miliardi di anni prima.

Questione di punti di vista, di limiti della nostra attuale tecnologia o di confini della nostra immaginazione.

5 – La banda

Un giorno di un paio di anni fa mi ritrovai, involontariamente, bloccato su un marciapiede in attesa del passaggio di una banda musicale a corredo di una manifestazione di cui, fortunatamente, non serbo memoria. Ero indaffarato in mille facezie e l’attesa mi sembrava molto più prolungata di quanto già non fosse. A fianco a me un bambino di 5, o forse 6 anni, stava anch’egli attendendo il passaggio del chiassoso corteo, con una impazienza opposta alla mia: io avrei voluto che il tempo si affrettasse per poter proseguire oltre, il bambino che il tempo si affrettasse per poter finalmente vedere il padre suonare (origliando le parole della madre pareva che il marito fosse un rinomato fagottista). Stavo quindi fantasticando aritmeticamente sulla differenza temporale tra le due frette (concedetemi l’inelegante plurale): la mia era data dalla somma dell’attesa dell’arrivo della banda + il tempo necessario allo svolgimento del corteo, per il bambino invece era soltanto l’attesa dell’arrivo.

disegno di Renzo Francabandera bambino
disegno di Renzo Francabandera

Il risultato di questa assurda operazione matematica era, quindi, dato dal tempo di percorrenza sulla via della banda; inoltre, per il bambino quel tempo avrebbe dovuto essere il più lungo possibile, essendo oltre il tempo della sua attesa, mentre per me il più breve possibile, essendo ancora nel tempo della mia attesa.

Ero quindi intento in questi astrusi ragionamenti quando si udì in lontananza il suono della grancassa, anche il bambino lo sentì distintamente ma, anzichè guardare con impazienza verso la direzione del suono, stranamente si voltò verso di me; come se avesse udito i miei più nascosti pensieri (ma non dubito che possa averlo fatto), mi guardò un istante eterno fissandomi negli occhi e, senza che la madre lo ascoltasse, mi disse: “Se io ora vado verso la banda, vado nel futuro!”.

Lo guardai, annuii e continuai a tenere il suo sguardo nel mio. Anche lui rimase immobile, fino a che non si accertò che avessi compreso, quindi si voltò verso la madre e ridivenne bambino. 

 

Consigli di lettura:

Stefan Klein, Il tempo. La sostanza di cui è fatta la vita, 2018, Bollati Boringhieri

Consigli di visione:

Richard Kelly, Donnie Darko, 2001, Flower Films

Consigli di ascolto:

Porcupine Tree, Time Flies, Album: The incident, 2009 – Label: Roadrunner/Victor author: Steven Wilson.

Consigli di azione:

Si scelga un percorso nella natura da fare a piedi, ci si tolga dalla vista ogni elemento che possa scandire artificiosamente il tempo come orologi, telefonini, dopo aver segnato su un quaderno l’orario di partenza. Si incominci a camminare verso la direzione voluta, prendendo come riferimento qualsiasi elemento possa determinare una scansione temporale: il respiro, il battito cardiaco, i passi, l’abbaiare dei cani, il moto apparente del sole, il rintocco di una campana in lontananza, i filari delle vigne. Arrivati a destinazione si segni sul quaderno l’ora percepita e, volendo, la si confronti con quella misurata. La discrepanza che ne risulterà sarà la differenza tra il proprio tempo interiore ed il tempo sociale misurato.

 

NOTE:

[1] Gupta, Dr. S. V. (2010). Units of Measurement: Past, Present and Future. International System of Units. Springer Series in Materials Science: 122. Springer. ISBN 9783642007378.

Srivastava, S. K. (2017). Measurement units of length, mass and time in India through the ages. Int. J. Phys. Soc. Sci.

[2] I Veda sono una antichissima raccolta di testi sacri scritta in sanscrito vedico. Costituiscono un’opera fondamentale per quello che poi sarebbe divenuto l’induismo indiano.

[3] Secondo l’enciclopedia online Wikipedia, Jeffrey Bezos è un imprenditore statunitense, fondatore e presidente di Amazon, la più grande società di commercio elettronico al mondo. Secondo Forbes, inoltre, al 19 febbraio 2021, con un patrimonio netto stimato di 193,4 miliardi di dollari, risulta essere l’uomo più ricco al mondo.

[4] Papis, K., Lewandowski, P., Wolski, J. K., & Kozioł, K. (2013). Children born from frozen embryos stored for 10 years–analysis of 5 cases. Ginekologia polska, 84(11).

Michelmann, H. W., & Nayudu, P. (2006). Cryopreservation of human embryos. Cell and tissue banking, 7(2), 135-141.

[5] Bond, H. E., Nelan, E. P., VandenBerg, D. A., Schaefer, G. H., & Harmer, D. (2013). HD 140283: a star in the solar neighborhood that formed shortly after the big bang. The Astrophysical Journal Letters, 765(1), L12.

 

Se la scuola non può andare a teatro, è il teatro che va a scuola: su un interessante progetto del Teatro della Tosse

LAURA BEVIONE | Tra le molte conseguenze negative della pandemia da Covid-19 è necessario annoverare anche la cancellazione di viaggi d‘istruzione, gite e uscite didattiche, magari per visitare una mostra, per assistere a un film seduti al cinema o per andare a teatro in occasione di una recita “scolastica”. Un’indubbia perdita, non soltanto per musei e teatri ma per gli stessi studenti, molti dei quali entravano per la prima volta in questi luoghi proprio grazie alla scuola…

Per non spezzare il legame consolidato negli anni passati grazie alle “scolastiche” e per ripensare anche le modalità di una collaborazione fra teatro e scuola sovente sclerotizzata in formule assai poco stimolanti per gli studenti, la Fondazione Luzzati Teatro della Tosse ha ideato lo scorso autunno il progetto Una voce dal palco, pensato per offrire un supporto didattico alle scuole secondarie di secondo grado impegnate nella famigerata DAD – didattica a distanza. Un’iniziativa proposta a titolo completamente gratuito e avviata, in fase sperimentale, nello scorso dicembre, coinvolgendo circa venti insegnanti di istituti superiori genovesi e alcuni attori della Compagnia stabile del Teatro della Tosse che, insieme, hanno tratteggiato e realizzato gli interventi con le classi.

Per comprendere meglio il progetto e capirne potenzialità e ricadute positive, tanto sulla didattica quanto sulle politiche scolastiche degli enti teatrali, abbiamo dato la parola a ciascuno dei tre soggetti coinvolti in Una voce dal palco: l’attore Pietro Fabbri, la prof.ssa Enrica Dondero e due studentesse, Carola e Greta.Pietro Fabbri, attore e responsabile dei laboratori di teatro al Teatro della Tosse

Quali riflessioni e/o urgenze vi hanno mosso nell’ideazione e nella progettazione di Una voce dal palco?

L’esperienza della chiusura dei teatri e la consapevolezza che questa sospensione non avrebbe probabilmente provocato grandi reazioni nella politica e, soprattutto, nella società, mi hanno portato a ripensare il nostro ruolo sia come artisti che come strutture. Se i teatri possono restare vuoti senza che questo preoccupi più di tanto la collettività, si rende necessario far fruttare questo periodo di interruzione per ricostruire un rapporto diretto con le persone, immaginando che anche chi solitamente non pensa al teatro come a un luogo dove sia interessante andare, possa trovare nel nostro lavoro un motivo diverso per apprezzarlo. Bisognava in pratica scendere dal palco per cercare di connettere le nostre professionalità con le persone comuni e in luoghi diversi dal consueto.

Il secondo pensiero è stato di rivolgerci prima di tutto a una realtà altrettanto messa a dura prova dalla pandemia, ma molto vicina al nostro ambito: la scuola. Non solo perché gli studenti saranno i nuovi spettatori del teatro di domani ma anche perché il teatro può direttamente contribuire, e in modo molto diverso dalla scuola, alla formazione degli studenti e alla diffusione della cultura.

Quali sono state le risposte da parte del mondo della scuola e ci sono state differenze nell’approccio al progetto da parte di istituzione scolastica, insegnanti e studenti?

La risposta immediata degli insegnanti è stata molto positiva, anche se della nostra proposta si intuiva che percepivano solo la potenzialità, senza riuscire a comprendere quale modalità potesse essere attivata. In parte, questo smarrimento è normale e serve a costruire qualcosa di nuovo.

Il nostro modo di operare è stato semplice: chiedere agli insegnanti di cosa avevano bisogno e immaginare con loro cosa si sarebbe potuto fare con i ragazzi. Dopo questa apertura di disponibilità totale alle esigenze dei ragazzi e della classe, abbiamo incontrato gli studenti e lo spaesamento è stato altrettanto grande: improvvisamente un autore, che di solito è oggetto di studio lontano da chi lo studia, diventa una persona come noi, le parole che ha scritto diventano parole dette da noi. Per arrivare a questo livello di immedesimazione sono necessari esercizi pratici: fisici e vocali e anche molta fantasia. Ma ecco che proprio da questi esercizi sono scaturite delle emozioni che hanno permesso agli studenti di avvicinarsi all’autore.

L’ampia libertà d’azione con le classi ci ha permesso di mettere in atto modalità differenti di lavoro: lezioni sulla poesia con esercizi sulla voce; lezioni sulla riscrittura di un testo teatrale da parte degli allievi con la prova pratica in presenza di due attori professionisti che agli studenti chiedono la ragione di certe scelte di testo, evidenziandone le criticità e le positività; lezioni in cui la lettura di un testo in prosa ha aperto possibili collegamenti con le esercitazioni pratiche da svolgere in città per conto della scuola; lezioni su diverse modalità di lettura dalla propria lingua a quella straniera. Sono solo alcune delle diverse modalità che abbiamo per ora messo in atto con le classi, mentre altre sono in futuro da immaginare e sperimentare.

Al di là delle circolari ministeriali degli anni passati che invitavano a inserire il teatro nelle scuole, quale pensate possano essere – nel momento in cui si tornerà alla “normalità” – le modalità di collaborazione creativa e fattiva fra scuola e teatro?

Pensiamo che questo esperimento si possa ripetere e, anzi, si debba ripetere: sia perché il teatro è un modo di fare cultura di cui il mondo della scuola ha bisogno, sia perché per chi fa teatro è fondamentale mantenere un contatto diretto con il mondo che sta fuori dai teatri. Gli studenti, in particolare, hanno un potenziale emotivo veramente eccezionale e questo dà al teatro la necessaria utilità nella trasmissione culturale, perché quello che leggono diventa immediatamente patrimonio loro. Se leggi Dante e non diventi Dante e non diventi le donne e gli uomini che ha incontrato, difficilmente riuscirai a penetrare a fondo la sua poesia.

Enrica Dondero, docente di Italiano e Storia all’Istituto di Istruzione Secondaria di Secondo grado Firpo – Buonarroti di Genova

Era la prima volta che collaboravate a un progetto proposto da un teatro? Com’è avvenuta concretamente la progettazione degli interventi degli attori nelle lezioni?

La partecipazione della scuola ad attività proposte dal teatro è ormai prassi; ma questa è stata un’esperienza diversa, una collaborazione nel senso profondo del termine. Una voce dal palco è stata ospitata in diversi contesti dell’Istituto Secondario Firpo-Buonarroti a indirizzo Turismo, con declinazioni specifiche in base alla disciplina e al docente di riferimento. In comune c’è un elemento di novità: l’integrazione del teatro nella didattica non ha avuto origine dallo sfogliare la programmazione degli spettacoli per recepire le iniziative di interesse per la classe, l’attività non è stata un complemento alla progettazione annuale. Nel nostro caso si è trattato, prima di tutto, di immaginare una situazione inedita: come lo specifico della competenza del professionista del teatro avrebbe potuto conferire valore a un tassello della progettazione didattica di Lingua e Letteratura italiana. Da lì è nata la fase del confronto e dell’avvicinamento progressivo a un’ipotesi concreta assolutamente sperimentale. In quanto tale, ha richiesto l’attenzione costante al divenire, per non perdere di vista, da una parte, il contatto con gli obiettivi formativi e, dall’altra, la partecipazione e l’apprendimento reale dei ragazzi.

Si può dire sia diventata effettiva a posteriori, dopo averla agita e osservata, quando ci siamo resi conto del valore aggiunto apportato alla lezione.

Quali erano obiettivi e aspettative prima dell’inizio dell’attività Una voce dal palco? Se e come sono stati raggiunti e/o soddisfatte?

L’attività affrontata si colloca nell’ambito della comprensione del testo poetico. L’obiettivo era quello di accompagnare i ragazzi, mediante un approccio coinvolgente e capace di toccare anche l’emotività, alla scoperta di prospettive di osservazione, di analisi e di comprensione del fatto poetico; era loro espressa opinione che la poesia sia un linguaggio lontano dalla vita dei giovani e che, d’altronde, anche nelle librerie la poesia «occupa un angolino al buio». Su questa potente metafora abbiamo voluto lavorare, accogliendo nel progetto didattico l’opportunità fornita dal Teatro della Tosse. Le indicazioni ministeriali richiedono che gli alunni siano progressivamente accompagnati a interpretare testi poetici; si tratta di affrontare, fra l’altro, elementi di non facile comprensione, come la funzione delle figure retoriche. Il lavoro svolto ha mostrato una chiave d’accesso innovativa.

Nella lingua italiana l’aggettivo “retorico” crea, fra le diverse accezioni, un alone di artificiosità e di depotenziamento intellettuale del contesto e per gli studenti basta a prefigurare la sensazione di noia, accettata come ineluttabile.

L’animazione dei versi, invece, ha restituito vita al testo nel suo complesso, lo ha arricchito di elementi legati alla sensorialità e al vissuto sensibile di ciascuno. Gli studenti stessi, attraverso la loro voce, hanno conferito vitalità alle parole e ai versi, si sono avvicinati alla relazione tra significato e figure del ritmo e del suono, hanno intuito aspetti di elevata complessità. È insomma accaduto che da spettatori siano diventati protagonisti di un percorso di apprendimento.

L’esperienza è risultata sicuramente fondativa e promettente, ricca di potenzialità.

Aldilà delle circolari ministeriali degli anni passati che invitavano a inserire il teatro nelle scuole, quale pensate possano essere – nel momento in cui si tornerà alla “normalità” – le modalità di collaborazione creativa e fattiva fra scuola e teatro?

Innanzitutto, va precisato che l’attività si è svolta interamente a distanza. Generalmente, nella didattica a distanza si riconosce come elemento debole l’assenza della corporeità, che indubbiamente ridimensiona la relazione educativa. Questo lavoro ha messo in mostra risorse sorprendenti. Porre la voce al centro non è scontato nella scuola secondaria di II grado, dove la parola è usata strumentalmente per rispondere, per dialogare, per esporre; scoprire che ognuno di noi è dotato di una ricchezza espressiva che spesso rimane latente, al di là della ritrosia iniziale, ha almeno aperto una breccia nella percezione del modo di comunicare di sé stessi e degli altri.

I ragazzi, attraverso gli schermi, si osservavano stupiti e divertiti, davanti alla rivelazione di aspetti sconosciuti dei loro compagni; a posteriori, è affiorata una parola – emozione – del tutto inattesa in un contesto scolastico.

È rimasto sostanzialmente inesplorato, per la relativa brevità dell’esperienza, tutto il campo dell’espressività corporea che, in età adolescenziale, ricopre un ruolo forte nella percezione del sé e dell’altro. Questi aspetti possono essere ripresi in caso di prosecuzione della didattica a distanza o di integrazione con quella in presenza, ma ancor di più quando si tornerà alla normalità.

L’esperienza ha messo in evidenza che, per una collaborazione efficace, è necessario uscire dagli stereotipi che spesso accompagnano il rapporto fra scuola e teatro; il punto cruciale è capire cosa si colloca fra due differenti competenze e come questo possa potenziare l’apprendimento degli studenti e la loro relazione con la cultura. Gli ambiti di applicazione sono innumerevoli; al di là della formazione in ambito disciplinare, di cui abbiamo sperimentato una “pillola” e che potrebbe essere ulteriormente sviluppata anche attraverso forme di aggiornamento dei docenti, nello specifico di un Istituto indirizzato al Turismo immagino che si potrebbe dar vita a contesti innovativi di relazione con il patrimonio culturale, a percorsi di PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali per l’Orientamento, ex Alternanza Scuola-Lavoro) nei quali gli studenti e le studentesse si confrontino realmente e imparino a interagire in modo efficace con gli altri, a porsi con atteggiamento creativo di fronte alle situazioni.

É necessario, a mio parere, prima di tutto ampliare il dialogo fra gli attori della scuola e quelli del teatro, in quanto ricco di prospettive al momento ancora quasi inespresse, forse appena intuite. Conoscersi reciprocamente, confrontarsi, inventare vie d’accesso e prospettive didattiche per ridefinire progetti formativi che incontrino gli interessi degli studenti e delle studentesse e che li rendano maggiormente curiosi, perché possano provare che la scuola e la cultura possono sorprenderli.Studentesse: Carola e Greta, a nome dei compagni della classe 2D Turismo dell’Istituto di Istruzione Secondaria di Secondo grado Firpo – Buonarroti di Genova

Come vi è stato presentato il progetto Una voce dal palco e quali aspettative avevate sviluppato al riguardo?

È stata una sorpresa, il lavoro ci è stato spiegato la prima volta che avevamo lezione. Si può dire che, dalle anticipazioni della prof, avevamo vagamente intuito fosse un progetto inerente alla poesia. Avevamo qualche aspettativa che ci portava a pensare che saremmo entrati nell’argomento per seguirlo a fondo. Quando ci è stata spiegata l’attività, ci siamo resi conto che era qualcosa di nuovo, mai fatto da nessuno di noi in ambito scolastico; ci ha stupiti perché occasioni del genere capitano poche volte.

Come avete vissuto gli interventi degli attori nelle lezioni dei vostri insegnanti?

All’inizio era tutto un po’ strano, un cambiamento di punto in bianco della normale lezione di italiano, non ce l’aspettavamo. Eravamo un po’ in imbarazzo, a disagio, soprattutto quando ci è stato chiesto di fare gli esercizi vocali di riscaldamento. Abbiamo dei compagni in classe che in passato hanno avuto esperienze di teatro, ma sono comunque rimasti colpiti da questa modalità di fare lezione. Dopo la sorpresa iniziale, abbiamo capito che l’attività non andava trattata come un semplice compito e che questo metodo ci faceva sentire più coinvolti; ci siamo divertiti molto.

È stato fuori dagli schemi, interessante, un modo attivo per permetterci di capire a fondo come interpretare un testo. Adesso non ci sembra più di leggere cose senza senso (molte volte, quando si tratta di poesie, ci perdiamo e non riusciamo a capirle facilmente); con questa nuova intonazione che abbiamo imparato a usare intuiamo più velocemente il significato delle parole, come dare un ritmo differente a ogni verso, come interpretare vocalmente le emozioni racchiuse in un testo. É molto diverso dal classico metodo scolastico in cui si segue il libro stando seduti al banco; e, forse, anche per questo motivo, è stato affrontato come più di un semplice compito.

Eravate state a teatro prima di vivere questa esperienza? Pensate che, quando le sale saranno riaperte, andrete ad assistere a qualche spettacolo?

Sia noi che più o meno tutti i compagni eravamo già stati a teatro a vedere degli spettacoli con la scuola. Ad alcuni il teatro ha sempre ispirato creatività, ci affascina il fatto che certe persone possano farti entrare in una storia. Grazie al progetto abbiamo imparato delle cose nuove, abbiamo capito quello che queste persone fanno dietro la scena. Ora, dopo le lezioni, ci rimane più che mai la curiosità di vederli su un palco; sarebbe interessante, in futuro, andare come classe.

 

A Marsciano, dove la scuola sfratta il teatro: la storia di Isola di Confine

RENZO FRANCABANDERA | Il Teatro Laboratorio isola di Confine nasce nel 2007 in Umbria ed è diretto da Valerio Apice e Giulia Castellani. Valerio Apice è attore, autore, regista, poeta ed educatore teatrale. Dal 1998 lavora sulla maschera di Pulcinella per un recupero della tradizione scritta e orale. Giulia Castellani è attrice, educatrice teatrale e si occupa di pedagogia teatrale per l’infanzia.  È Dottore di ricerca in discipline dello spettacolo e laureata in Scienze dell’Educazione.

Isola di Confine opera con l’obiettivo di creare spazi di incontro tra i linguaggi artistici e le culture del territorio, attraverso l’organizzazione di eventi culturali, spettacoli, laboratori, attività di formazione del pubblico e opera in Umbria con un forte radicamento nella comunità e con progetti sulla maschera e l’accessibilità del linguaggio dello spettacolo dal vivo anche per i bambini e i giovani. Negli ultimi giorni, proprio mentre in tutta Italia si accendevano le luci delle sale teatrali con il tentativo di ridare luce a questi luoghi costretti alla chiusura forzata da un anno per via della pandemia e delle restrizioni imposte a livello nazionale, Teatro Laboratorio isola di Confine ha ricevuto la paradossale notizia dello sfratto dalla scuola che attualmente fornisce loro lo spazio, la Sala Eduardo De Filippo, che si trova appunto all’interno della Scuola Primaria “IV Novembre” della Direzione Didattica Primo Circolo di Marsciano e che questa piccola ma combattiva realtà manda avanti da dieci anni.

Abbiamo intervistato Valerio Apice.

Valerio, non si è fatto in tempo a illuminare il vostro teatro per questa “festa” delle porte chiuse che vi è arrivata la notizia dello sfratto, quasi a dire che le porte devono restare chiuse. Cosa è successo?

Il 31 dicembre 2020 si doveva rinnovare per altri tre anni il contratto di comodato d’uso della Sala Eduardo De Filippo, che si trova all’interno della Scuola “IV Novembre” di Marsciano, sede operativa della nostra associazione. La Giunta Comunale ha espresso parere favorevole, ma il Consiglio di Circolo della Direzione Didattica ha rifiutato il rinnovo triennale, concedendo il nulla osta solo fino al 2021, con la motivazione di aver necessità di ulteriori spazi per l’attività didattica dovuti all’emergenza covid-19. La pandemia ha creato uno stato di allerta generale che offusca la visione a lungo termine del bene comune. Gestiamo la Sala De Filippo da circa dieci anni. Il rinnovo del comodato d’uso è essenziale per la continuità e la stabilità economica del nostro lavoro, per dare un servizio di qualità artistica al territorio. Non è giusto privare una Comunità di uno spazio di cultura, di socialità e aggregazione, che ha visto transitare giovani, artisti, importanti personalità del teatro e della cultura internazionale con cui collaboriamo da anni.

Julia Varley, Eugenio Barba e Marco Martinelli ospiti di Isola di Confine

Come può secondo voi un’istituzione culturale come la scuola fare a meno del dialogo interno, visibile, con un’altra istituzione culturale? Specie in un piccolo comune. Come si superano questi corto circuiti?

Abbiamo sempre creduto nel dialogo con la scuola. I progetti teatrali per la scuola sono parte fondante del nostro lavoro. Dal 2009 portiamo avanti il progetto “Il Teatro va a scuola” che ha coinvolto fino al 2019 circa mille bambini ogni anno tra Marsciano, Todi e San Venanzo. Con la Direzione Didattica Primo Circolo di Marsciano abbiamo scritto il progetto Il Villaggio del Teatro vincitore del bando del MIUR Promozione del Teatro in classe. Proprio con parte delle risorse di questo progetto è stato possibile trasformare una palestra in una sala di spettacolo inferiore a 99 posti. La sala De Filippo è stata spazio di incontro e di dialogo tra noi e il territorio. Sicuramente è la situazione di emergenza ad aver creato difficoltà di dialogo. La scuola è impegnata a risolvere problemi contingenti, perdendo la visione più ampia dell’alleanza educativa con altri soggetti della comunità. Siamo in attesa di un ulteriore incontro con la Direzione Didattica, sperando di poter trovare una soluzione e di superare questo corto circuito con la pazienza e la determinazione.

Che cosa avete fatto durante questo anno di lockdown? Che risposta avete avuto dalla comunità?

Non ci siamo mai fermati. Da marzo 2020 abbiamo realizzato Buonanotte Nicolino un progetto di narrazioni video rivolte ai più piccoli con un grande riscontro di pubblico del nostro territorio e non solo.

A luglio in collaborazione con la Zona Sociale n. 4 dell’Umbria abbiamo realizzato il documentario So-stare nell’infanzia con la partecipazione di Giuliano Scabia, Marco Martinelli e Bruno Tognolini. Ad agosto abbiamo realizzato la prima edizione del Teatro Comunità Umbria Fest ospitando il premio Ubu Lino Musella, Roberto Piumini e contando più di 500 presenze di pubblico. Da giugno siamo ripartiti con i laboratori alla Sala De Filippo, punto di riferimento per la socialità di bambini e adolescenti che in questo momento non possono incontrarsi nemmeno a scuola.

Pensi esistano spazi alternativi in cui potreste continuare il vostro percorso?

La Sala De Filippo, grazie alle nostre intuizioni e alla collaborazione di professionisti, è una sala di spettacolo a norma.Trovare un altro luogo nel territorio che possa ospitare spettacoli e laboratori non solo della comunità locale ma provenienti da tutto il mondo è un’impresa ardua. Siamo assolutamente disponibili ad una collaborazione con scuola e amministrazione comunale per trovare una soluzione che possa permetterci di continuare a lavorare, con una garanzia che possa dare stabilità e continuità ad un’attività già di per sé precaria.

Che dialogo c’è fra voi e le altre comunità del territorio in cui siete? Esiste davvero un bisogno di teatro o è più un sogno dei teatranti?

Vorrei citarti dal nostro libro Il Villaggio del Teatro. Laboratorio Scuola Comunità un contributo dell’ex-sindaco di San Venanzo Francesca Valentini, un comune a dieci chilometri da Marsciano: «Adesso che non sono più Sindaco da oltre tre anni, cosa rimane della collaborazione che c’è stata con Giulia e Valerio e con il loro teatro? Intanto una grande ammirazione per il lavoro che svolgono, tanto da indurmi a frequentare un loro corso di teatro. E poi, ricordando le tante cose fatte insieme, un sincero sentimento di riconoscenza per la passione che mettono in tutto ciò che realizzano e per l’amore che dimostrano nei confronti della nostra comunità, contribuendo a creare una fitta rete di relazioni». Potreicitarti anche le parole dell’attuale sindaco di Marsciano Francesca Mele ad apertura del nostro Teatro Comunità Umbria Fest. Parole di solidarietà per il lavoro di rete che svolgiamo da annicon il coinvolgimento di diverse generazioni. Il bisogno di teatro esiste, ed è testimoniato dalla numerosità dei partecipanti ai laboratori, dalla partecipazione delle famiglie, dalle relazioni intessute nelle progettualità realizzate, dai numerosi messaggi di solidarietà giunti in poche ore dalla comunicazione dello sfratto sui social network, sia da teatranti da tutta Italia che da gente comune, cittadini del territorio.

Che pensi abbia regalato questa esperienza di pausa forzata al vostro linguaggio, al vostro fare arte? Cosa hai scoperto?

Lavorare con gruppi ristretti mi ha fatto ritrovare una dimensione del laboratorio meno frenetica, più attenta ai dettagli, agli impulsi, alle vibrazioni di ogni singolo allievo. La limitazione mi ha fatto ritrovare i principi che leggevo sui libri dei maestri come fuochi d’artificio in corpi pronti al volo. Fuor di metafora, la presenza, la gestione del corpo in azione, l’armonia tra silenzio e parola, l’ascolto dell’altro, la disciplina, sono soltanto alcuni aspetti che sono emersi in questo tempo a-sociale e che sono stati rafforzati nel nostro linguaggio artistico. Spero in una ripartenza non solo delle strutture teatrali, ma anche delle persone che di questo mestiere accolgono la bellezza.

Come può il teatro, se può, tornare centrale dentro le dinamiche di una comunità sempre più digitale, connessa, che fatica a scollegarsi dai social, che preferisce filmare la gente che applaude invece che applaudire, fotografare il cibo invece che assaporarlo in silenzio, immortalare la Gioconda con lo smartphone invece che contemplarla con lo sguardo dopo due ore di fila fuori dal museo?

Fare teatro pone l’accento sul fare, sull’azione di coinvolgimento della mente e dell’emotività. Abbracciarsi era un’azione che davamo per scontato, un’azione partecipante che il teatro può restituirci. Il teatro può avere un ruolo centrale in questo momento nel ritrovare una socialità smarrita, una rinnovata qualità delle relazioni tra esseri umani. Per guardare al futuro il teatro ci spinge a ritornare all’antico “mestiere” dell’incontro: una nuova speranza dove l’essere umano diventi protagonista del saper fare comunità.

La preziosa piccolezza della cura e dell’amore: Il Piccolo Re dei Fiori di Teatro Gioco Vita e Balletto di Roma

ILENA AMBROSIO e GIORGIO FRANCHI
IA:«Fatti piccolo, tutto piccolo piccolo e passa da qui. Ogni inizio, in fondo, è solo un seguito».
Una scritta in bianco che circonda un buco su un cartoncino nero, un passaggio piccolo, minuscolo che fa da accesso a un regno in cui la piccolezza è preziosa, feconda e in cui lo scorrere del tempo è attesa e insieme cura, ritrovamento di ciò che manca, riconoscersi… un regno da fiaba ma forse non solo.

Particolare da The art of Květa Pacovská, biblioteca Sala Borsa Ragazzi

È da quel buco che la storica compagnia Teatro Gioco Vita e il Balletto di Roma sono entrati e invitano a entrare nel mondo dell’illustratrice ceca Květa Pacovská, riproponendone Il Piccolo Re dei Fiori nella forma di una Fiaba per musica, ombre e danza ideata da Fabrizio Montecchi e Valeria Longo con l’apporto alla drammaturgia di Enrica Carini. Debutto in streaming il 14 febbraio dal Teatro dei Filodrammatici di Piacenza.
La storia: un re piccolo, con le tasche grandi piene di bulbi di tulipano, decide di prendersi cura di un piccolo giardino. Attende la fioritura, ne ammira la bellezza ma si rende conto che gli manca qualcosa, l’amore di una principessa che poi scopre essere sempre stata lì, proprio in uno dei suoi tulipani.
Piccolezza, cura, attesa, amore…

GF: Un re, ma un piccolo re. Non di Norvegia, non di Danimarca, bensì dei fiori. Un doppio ossimoro, un calembour con cui Květa Pacovská detronizza gli anacronistici monarchi del regno delle fiabe. Il giovane lettore è il vero protagonista: non ha bisogno di gerarchie indiscutibili che gli dettino lezioni morali, impara da sé trasformando ciò che lo circonda nel suo regno, esercitandosi ogni giorno a curarlo con amore e gentilezza.
Sulla carta, l’idea di piccoli personaggi per piccoli lettori sembra nata dall’intramontabile vizio degli adulti di romanticizzare l’infanzia, senza in fondo crederci troppo. Rischio forse presente in altri settori ma non nel teatro, dove le produzioni per il giovane pubblico sono spesso la punta di diamante dell’offerta italiana, grazie a un occhio attento e curioso sulle nuovissime generazioni. Lo spettacolo cofirmato Teatro Gioco Vita – Balletto di Roma non fa eccezione, decidendo di riproporre questo gioiello della letteratura per ragazzi nel 2021, a trent’anni dalla sua pubblicazione.

IA: L’immaginario artistico della Pacovská ­­­– vincitrice nel 1992 dell’Hans Christian Andersen Award il più importante riconoscimento per illustratori e scrittori per bambini – impregna la scena: le figure geometriche e i colori sgargianti decorano la credenza di cartone, dove si conservano desideri, che sta a centro palco; sulla destra un variopinto orologio, elemento ricorrente nei disegni dell’artista, segna il trascorrere delle stagioni; il pavimento disegnato di linee rosse; i costumi, in particolare i colori vivaci indossati da Isabella Minosi, interprete insieme a Marcello Giovani. Le illustrazioni dell’artista prendono vita nelle sagome e nei disegni realizzati da Nicoletta Garioni e Agnese Meroni che, sempre più vividi e variopinti, animano, insieme al disegno luci di Anna Adorno i pannelli posti a fondo scena. Un’altra prova di come Teatro Gioco Vita abbia trovato una strada del tutto originale e alternativa al teatro d’ombre comunemente considerato di “dominio” della cultura orientale. Una strada che plasma con la luce più che con l’ombra le proprie figure e che si dimostra particolarmente adatta a ridisegnare le opere della Pacovskà.

Ma la messa in scena non punta unicamente su questo aspetto estetico e, sconfinando le pagine della storia del Re, abbraccia l’intero universo poetico della Pacovskà in una costruzione che concatena il progredire dalla fiaba animata dalle ombre a quello della storia dei due giovani in scena.
La realtà dei danzatori è, infatti, una dimensione parallela alla fiaba: lui un giovane che decide di prendersi cura di una piccola aiuola, lei un’artista che lo osserva dal suo studio e che, non vista, gli lascia bigliettini legati da fili rossi. Su quei cartoncini donati con la premura di chi ama teneramente ma di nascosto, parti di fiaba cui danno voce Valeria Barreca e Tiziano Ferrari: voci, anche queste, accurate, che accolgono la parola porgendola con l’espressività necessaria affinché giunga semplice e diretta insieme alle immagini luminose. I due giovani: suggestioni di Claude e Laura, giovani ritratti dall’artista. I bigliettini: i paper wish pensati dalla Pacovská per conservare i propri desideri e regalarli al momento opportuno, facendoli in qualche modo avverare. Tutti questi elementi si intrecciano alla fiaba in una dimensione di preziosa “piccolezza”, di esaltazione di quell’essenziale che è poco visibile e che coinvolge non solo il senso ma anche il gesto, il dettaglio scenico, il suono.

GF: La seconda guerra mondiale ha lasciato ferite profondissime nella nostra storia nazionale, che solo spostando lo sguardo dalla glorificazione dell’impero verso la dimensione intima famigliare hanno potuto essere sanate. Nasce così il neorealismo di De Sica, Rossellini e Visconti: un ritorno al senso di comunità e alla grazia dei piccoli gesti, di cui c’è disperato bisogno nell’epoca in cui la pandemia tronca di netto il miraggio di eterna beatitudine dell’occidente.

Vedendo Il piccolo re dei fiori appare subito questo filo narrativo tra realtà e favola: il bisogno di stringersi vicini, di aiutarsi, la responsabilità intesa come cura del prossimo, riparando dalla pioggia i tulipani appena sbocciati con un’elegante arabesque, analogia di un giardino di sogni che ha bisogno di un’intera comunità per fiorire. E ancora, il senso di una realtà che ora si restringe e che per questo va amata e difesa, con il cuore e non con i denti, che si tratti del pianeta Terra o di un ricordo d’infanzia. L’educazione a una nuova filantropia, come la intendeva Menandro in tempi lontani dai fasti della polis, in cui ciò che rimaneva era fare del proprio meglio per prendersi cura dell’altro. E non è un segreto che i bambini, nel captare la sofferenza altrui, siano dei professionisti.

IA: Questa realtà da difendere è nelle azioni mute degli interpreti – disegnate con una semplice eleganza che richiama il cinema degli anni ’20 – che acquistano senso nel racconto orale e visivo della fiaba. La loro danza, lieve e soave, sfiora l’espressività del mimo, dando a sua volta corpo alla bidimensionalità delle immagini e trasponendo la fantasia nella realtà. Un soffio vitale sembra rimbalzare da una parte all’altra, dalla scena ai pannelli, fluendo come lungo il pentagramma della brillante partitura musicale realizzata da Paolo Codognola, composta di sonorità cangianti e generose nell’assecondare le tinte emotive della vicenda, il progredire delle stagioni segnato puntualmente dall’orologio illuminato.
L’andare di lui è un passeggiare svagato, con le mani spesso infilate nelle tasche e un’espressione di stupore sempre dipinta sul volto. Lei, leggiadra e sorridente, è invece consapevole e attenta, lo osserva e, senza che lui se ne renda conto, lo sostiene e incoraggia nella scoperta di ciò di cui ha bisogno. Una Beatrice danzante.
Così, lungo lo scorrere delle stagioni, vanno come fluttuando, fino al momento in cui il ricongiungersi del Principe e della Principessa coincide con il loro, il loro passo a due è anche quello in cui riescono a toccarsi realtà e fantasia. Un ricongiungersi che è scoprirsi e riconoscersi, ritrovarsi dopo un’attesa che era stata cura assidua e attenta di un piccolo, minuscolo giardino.

GF: Uno spettacolo bello non ha bisogno di tante parole. L’esecuzione è toccante, gli interpreti impeccabili, le ombre, marchio di fabbrica del Teatro Gioco Vita ispirate ai disegni di Pacovská, fanno per gli adulti il lavoro di lente di ingrandimento della realtà che per i bambini fa la fantasia: se per Julia Roberts in Notting Hill l’amore ideale è stato dipinto da Chagall, l’immaginazione che si spegne quando finisce l’infanzia brilla di nuova luce nei disegni dell’illustratrice ceca, dosati con saggezza dalla regia. Un inno al guardare al proprio fianco prima ancora che avanti, permeato da una nota di speranza, non slegata, tuttavia, dalla responsabilità individuale.

IA: Giuro che io salverò la delicatezza mia
la delicatezza del poco e del niente
del poco poco, salverò il poco e il niente
il colore sfumato, l’ombra piccola
l’impercettibile che viene alla luce
il seme dentro il seme, il niente dentro
quel seme. Perché da quel niente
nasce ogni frutto. Da quel niente
tutto viene.

Cascano a pennello le parole di Mariangela Gualtieri per chiosare questo lavoro. Il poco di un bulbo, la delicatezza di un tulipano, il niente che può sembrare un desiderio scritto in forma di fiaba su un cartoncino decorato da nastri rossi… Dalla cura del poco e del niente tutto viene: viene un giardino che diventa un regno e vengono due cuori che possono disegnarsi addosso i nomi l’uno dell’altro, così come nella danza i due giovani immaginano di disegnare sulle loro braccia la fine della storia: «E insieme da quel girono il piccolo re e la piccola regina si presero cura del loro giardino e dei loro desideri.
E vissero felici nel regno dei fiori».

 

IL PICCOLO RE DEI FIORI
Fiaba per musica, ombre e danza
da Il Piccolo re dei Fiori di Květa Pacovská

una creazione di Valerio Longo e Fabrizio Montecchi
con Marcello Giovani e Isabella Minosi
drammaturgia Enrica Carini e Fabrizio Montecchi
coreografie Valerio Longo
regia e scene Fabrizio Montecchi
musiche Paolo Codognola
sagome Nicoletta Garioni e Agnese Meroni (tratte dai disegni di Květa Pacovská)
costumi Sara Bartesaghi Gallo e Nicoletta Garioni
voci Valeria Barreca e Tiziano Ferrari
luci Anna Adorno
collaborazione alla drammaturgia Valerio Longo e Francesca Magnini
realizzazione scene e oggetti scenici Giovanni Mutti, Nicoletta Garioni e Agnese Meroni
coproduzione Balletto di Roma e Teatro Gioco Vita

NUOVA PRODUZIONE 2021

pubblico: da 4 a 8 anni
durata: 50’

Spenti per spirito di Contraddizione – un intervento di Marco Maria Linzi – Teatro della Contraddizione

MARCO MARIA LINZI (Teatro della Contraddizione – Milano) – Oggi la maggior parte dei Teatri accenderanno le luci per ricordare il giorno in cui sono state spente dal primo decreto di chiusura dei Teatri.
Noi le luci le terremo spente.

Non crediamo in una manifestazione che nasce senza un confronto tra chi vi partecipa, che dà l’idea di una unità che non esiste. Ma siamo pronti, insieme a tutti, a organizzarci sul serio, a metterci il nostro pensiero e accogliere quello degli altri, per costruire un territorio che sia comune e che sia per il bene di tutti, Teatri, Artisti, Pubblico.

Per molti, non per tutti, sia chiaro, è così facile accendere le luci dopo aver chiuso le tende del proprio teatro e preso comunque le sovvenzioni ministeriali senza dare un minimo di supporto logistico ed economico a chi era rimasto fuori. (Compagnie indipendenti, artisti non scritturati). Noi non accendiamo le luci con questi Teatri senza un confronto su questo punto.

La maggior parte dei Teatri, quando il nostro di Teatro stava per spegnere le luci per sempre, non è intervenuto, né concretamente né politicamente perché questo non accadesse. Questo non significa che chi non c’era nel momento del bisogno non sia considerato da noi un interlocutore, al contrario, ma non possiamo nemmeno essere ipocriti e metterci in una lista e far credere che ci sia unità e solidarietà tra di noi.
Noi e non solo noi, siamo scesi in piazza e abbiamo manifestato il nostro pensiero contro la chiusura dei teatri osteggiati dalle forze di sicurezza e controllati dalla Polizia. Questo è un atto concreto, dove si mettono in piazza i propri corpi, le proprie facce, il proprio pensiero controcorrente. Diverso dal chiudersi nel proprio teatro e aspettare la solidarietà del pubblico. Per questo noi ci uniremo alla piazza “Operaia” di martedì 23, che ci rappresenta molto di più.
Questo è solo il nostro punto di vista, non per forza il migliore, ma ogni azione che facciamo racconta chi siamo, e per derogare a una parte della nostra identità ci vuole un vero incontro, non una chiamata via web, di cui vieni a conoscenza per caso, tutto qui.
Quando siamo scesi in piazza non l’abbiamo fatto solo in considerazione del tempo della presente emergenza, ma per significare la necessità quotidiana di considerare essenziale e prioritaria l’arte e la cultura per la crescita di consapevolezza di un Paese.
Siamo scesi in piazza per sottolineare il fatto che quando la politica, per anni, ha relegato la cultura a mero intrattenimento, o al più a merce, non puoi illuderti di poter infondere la coscienza civile, la considerazione dell’altro, dettando queste priorità con un Dpcm.
Per questo non accederemo le luci stasera, perché un anno fa è stato solo ribadito un pensiero già noto a tutti e di cui tutta la comunità artistica già soffriva da tempo: la mancanza di un progetto serio che mettesse la cultura al posto che gli compete, che la rendesse disponibile per tutti come il fondamento di una società civile.
Non mi ricordo che il Piccolo Teatro, la Scala o il Teatro Carcano, solo per fare qualche esempio, abbiano acceso le luci in tutti questi anni per denunciare ciò che stava accadendo nel nostro Paese.

Un forte abbraccio solidale va in ogni caso a quei piccoli Teatri che oggi accenderanno le luci, e che la luce la pagheranno di tasca loro, come hanno sempre fatto in tutti questi anni.

Il teatro d’opera in tempo di pandemia. Intervista a Francesco Giambrone

RITA CIRRINCIONE | A dispetto della sua impassibile monumentalità e dell’imponenza della sua macchina organizzativa, nelle alterne ore della pandemia il Teatro Massimo di Palermo ha mostrato una straordinaria dinamicità e un incessante processo di adeguamento al succedersi delle disposizioni dei vari DPCM.

Dopo la sospensione di tutte le attività dal vivo avvenuta con il lockdown di marzo, all’inizio di luglio, in una prima riprogrammazione frutto di un lungo lavoro di adeguamento alle misure anti Covid, prende il via il festival dal titolo beneaugurante Sotto una nuova luce, con l’intero repertorio ripensato e lo spazio teatrale rivoluzionato: la platea, libera dalle poltrone, destinata all’orchestra; il pubblico spostato nei palchi; il numero dei posti ridotto a duecento.

Ph Rosellina Garbo

Ma a seguito dei DPCM 24 ottobre e 3 novembre, la seconda parte del Festival che prevedeva una serie di appuntamenti con opere in forma semiscenica, concerti e balletti in presenza del pubblico, viene cancellata.

Ecco ancora un cambiamento che vede il Teatro Massimo trasformarsi in un grande teatro di posa: aderendo all’iniziativa dell’ANFOLS Aperti nonostante tutto, prende il via un programma di produzioni ad hoc in diretta streaming sulla Web Tv del Teatro in assenza di pubblico ma con gli artisti “in presenza”.

Sempre in live streaming si arriva agli appuntamenti natalizi con lo spettacolo della Massimo Youth Orchestra nella straordinaria cornice del Duomo di Monreale e al Concerto di San Silvestro-Wellber.

Ph Rosellina Garbo

All’interno di un Teatro chiuso ma non impermeabile all’emergenza sanitaria in corso, il concerto diretto da Omer Meir Wellber innesta nel consueto repertorio natalizio interventi elettroacustici con le voci e i suoni di questo tempo speciale e la proiezione delle drammatiche immagini di questi mesi di pandemia entrate ormai nell’immaginario collettivo che conferiscono allo spettacolo una paradossale ambientazione onirica e allo stesso tempo creano un’osmosi quasi alchemica tra “dentro” e “fuori”.

E forse, sapendolo abitato, illuminato e animato dalla musica, diventa accettabile l’idea di restarne fuori a quel pubblico palermitano che, come in un rituale laico, ama iniziare l’anno all’interno del proprio Teatro.

Ph Rosellina Garbo

Con il nuovo anno, sotto l’imperativo Non vi lasciamo senza musica, ancora altri appuntamenti in diretta streaming e un’inconsueta inaugurazione della stagione 2021 con lo spettacolo Il crepuscolo dei sogni sotto la regia di Johannes Erath e la direzione musicale di Omer Meir Wellber.

Pensato come performance site specific con l’utilizzo di tutti gli spazi del teatro come un grande palcoscenico, lo spettacolo ha messo in campo un poderoso dispiegamento di masse artistiche (l’Orchestra, il Coro, il Coro delle voci bianche e il Corpo di ballo oltre ai tre solisti – il soprano Carmen Giannattasio, il baritono Markus Werba e il basso Alexandros Stavrakakis) sviluppando il percorso musicale su una traccia drammaturgica che ritrae un’umanità smarrita, sospesa tra sconforto e attesa, in uno scenario lunare quasi post catastrofico, che alla fine lascia intravedere una luce di speranza e una possibilità di rinascita.

Ph Rosellina Garbo

Principale artefice di questo dinamismo organizzativo e instancabile adeguamento programmatorio è Francesco Giambrone. Membro del Consiglio di Amministrazione dell’Ente Autonomo Teatro Massimo sin dagli anni novanta, nel 1997 ha partecipato alla sua riapertura divenendone Sovrintendente due anni dopo. Nel 2014 è tornato a ricoprire la carica che – dopo la terza nomina nel settembre 2019 – tuttora riveste.

Oltre all’attività accademica e come critico musicale, il cursus honorum professionale di Francesco Giambrone testimonia un costante impegno nella salvaguardia e nella valorizzazione dei teatri e di altre istituzioni culturali (è stato sovrintendente della Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino; presidente del Conservatorio di Musica di Palermo; vicepresidente del Théâtre des Italiens di Parigi; presidente dell’Associazione Teatri Aperti).

A un profondo radicamento nel territorio e nel tessuto intellettuale e politico della città – è stato Assessore alla Cultura del Comune di Palermo nella Giunta Orlando tra il 1995 e il 1999, il 2012 e il 2014 – Giambrone unisce una visione culturale di respiro nazionale ed europeo. Dal settembre 2019 è Presidente dell’A.N.F.O.L.S., Associazione Nazionale Fondazioni Lirico Sinfoniche che riunisce i dodici teatri d’opera presenti sul territorio nazionale, e dal novembre 2020 è membro del Board of directors di Opera Europa, l’organizzazione internazionale che ha sede a Bruxelles e che raccoglie tra i suoi associati più di duecento teatri d’opera europei.

Francesco Giambrone – Ph Salvatore Militello

Chi meglio di lui per fare il punto su una realtà – quella dei teatri d’opera e delle fondazioni lirico-sinfoniche – che per tanti versi può essere considerata privilegiata ma che non sfugge alle profonde criticità che la pandemia ha portato nel mondo dello spettacolo dal vivo?

Francesco Giambrone, la pandemia che ormai imperversa da un anno ha profondamente scosso il mondo della cultura e dello spettacolo dal vivo suscitando in coloro che in quel mondo si muovono sentimenti disparati che vanno dalla rabbia alla rassegnazione, dall’autocommiserazione allo slancio creativo. Con quale animo ha vissuto e sta vivendo questo tempo?

Certamente all’inizio, quando ancora non sapevamo bene come affrontare questa sconvolgente novità, la reazione è stata di grande smarrimento e preoccupazione. Poi col passare del tempo la prolungata chiusura del Teatro e il bisogno di riappropriarci degli spazi di incontro e condivisione ha spinto tutti noi a trovare soluzioni e nuove strade per poterci ripensare e per reimmaginare la nostra missione. L’ulteriore chiusura degli ultimi mesi ha creato un nuovo smarrimento e ci sta facendo sentire con molta sofferenza la prolungata mancanza del pubblico ma quello che prevale è la sensazione di essere davanti ad una grande sfida che ci impone l’obbligo di trovare formule innovative per mantenere attivi i nostri teatri e la nostra funzione di servizio pubblico. Ora siamo pienamente consapevoli che non è più il momento per farci prendere né dallo smarrimento né dalla rabbia, ma sentiamo forte e chiaro il bisogno e la responsabilità di andare avanti e di accettare questa sfida nel modo più creativo.

Sin dall’inizio della pandemia la scelta dell’Ente Teatro Massimo è stata quella di non fermarsi e di continuare le attività. Quanto questa decisione è maturata dalla condivisione di scelte da parte di organismi associativi di cui il Teatro fa parte e che lei presiede e quanto dalla valutazione del contesto locale? Penso alla memoria traumatica dei lunghi anni in cui le porte del Teatro Massimo sono rimaste sbarrate. Ritiene che quella chiusura in qualche modo, anche sotterraneo, abbia influito?

Neanche in modo tanto sotterraneo! La decisione ovviamente è nata nel contesto condiviso di un sistema nazionale che, seppur nell’eterogeneità di istanze e condizioni territoriali, ha ritenuto di condividere la scelta di rimanere in attività rispettando ovviamente le regole e le indicazioni che si sono succedute con i vari DPCM e ordinanze regionali. Ma gli aspetti legati al contesto locale, a quella ferita ancora così viva e presente, sono stati determinanti: non dimentichiamo che il Teatro Massimo ha subito 23 anni di chiusura non a causa di una pandemia ma per colpa di quel sistema mafioso e omertoso che ha fatto sì che il Teatro venisse negato alla città e al suo pubblico. Il ritorno a quel tempo in cui il Teatro era chiuso, in una specie di flash back drammatico e straniante, ci ha dato un’ulteriore spinta per essere più motivati a riaprire subito. Tant’è che a luglio siamo stati forse gli unici in Italia a riaprire al chiuso e non all’aperto. Sarebbe stato molto più facile e immediato allestire una stagione estiva all’aperto al Teatro di Verdura, invece abbiamo voluto riaprire il Teatro per dare un forte segno di riappropriazione simbolica dello spazio che ci veniva negato di nuovo e che sentivamo tutti il bisogno e l’urgenza di riprenderci.

Ph Rosellina Garbo

Amministrare una realtà complessa come l’Ente Teatro Massimo è già molto impegnativo in tempi normali; quali sono state le maggiori difficoltà incontrate in questo periodo – forse il più critico dal secondo dopoguerra – e in quale ambito specifico?

Considerata la grande complessità del momento che stiamo vivendo, le difficoltà sono state e sono ancora molte. Si tratta in primo luogo di difficoltà legate ai tempi e alle modalità di programmazione degli spettacoli: ci siamo ritrovati da un lato a dover cancellare intere produzioni, frutto di anni di lavoro, a poche settimane dal debutto e, al tempo stesso, a riprogrammare nuovi spettacoli nel giro di poche settimane. Il tutto in un contesto in costante mutamento, che quindi richiede di riadattare più volte le attività programmate a seconda delle contingenze legate all’evoluzione della pandemia e ai protocolli di sicurezza.

Non di secondaria importanza la necessità di tenere vivo il rapporto con il nostro pubblico e, al tempo stesso, di permettere alle masse artistiche di continuare a lavorare. In tal senso ha sicuramente giocato un ruolo essenziale l’uso della tecnologia e dei canali di comunicazione digitali. Il lavoro già avviato negli anni scorsi con la web tv del Teatro è stato un ottimo punto di partenza per reinventarci e per costruire un percorso che ci ha permesso di continuare a lavorare e a interagire, anche se indirettamente, con il pubblico.

Non posso non fare riferimento, quando si parla delle difficoltà affrontate in questo periodo, alla complessità delle misure di sicurezza volte al contenimento della pandemia, che hanno rivoluzionato da più punti di vista le nostre abitudini e il nostro modo di lavorare. Si tratta di una dimensione assolutamente inedita della responsabilità personale e collettiva di tutti coloro che lavorano in Teatro, volta a garantire la tutela della salute pubblica.

Ultima, ma non per importanza, la preoccupazione legata alla sostenibilità economica. Abbiamo dovuto fare i conti, in questi mesi, con l’assenza di ricavi propri e con ammanchi di milioni di euro derivanti da biglietti e abbonamenti non venduti e visite guidate annullate.

Considerati “i parenti ricchi” della grande famiglia dello spettacolo, tanti teatri d’opera, e con essi il Teatro Massimo, in questo periodo stanno conducendo una campagna rivolta agli spettatori invitandoli a un sostegno concreto attraverso donazioni, destinazione del cinque per mille e altri sistemi. Verrebbe da chiedere con una battuta: “Anche i ricchi piangono”?

Direi di sì, ammesso che ci si possa definire ricchi. Le attività che portiamo avanti sono estremamente costose e richiedono risorse che i sovvenzionamenti pubblici non riescono mai a coprire del tutto, malgrado le istituzioni si siano dimostrate molto attente alla nostra situazione. A questo si aggiunge l’aver perso in questi mesi di chiusura al pubblico un asset fondamentale del nostro bilancio, quello dei ricavi propri della biglietteria e delle visite guidate.

Nessun teatro vive solo di ricavi propri ma nessun teatro può vivere senza ricavi propri, specie se deve anche affrontare costi imprevisti e ingenti come quelli connessi all’applicazione dei protocolli Covid.

La sua posizione all’interno delle associazioni che riuniscono le Fondazioni lirico-sinfoniche a livello nazionale ed europeo le consente uno sguardo davvero ampio.  Come immagina il futuro dei teatri d’opera da tale osservatorio? Quale eredità lascerà questa esperienza?

Non so, il futuro è per tutti noi una grande incognita. Mi pare però di poter dire con soddisfazione che i teatri italiani hanno fatto un grande sforzo, superiore a quello fatto da altri teatri in Europa e nel mondo che sono chiusi dall’inizio della pandemia e non hanno neppure optato per la produzione in streaming.

Ritengo che il sistema italiano possa essere fiero di aver saputo rispondere a questa situazione. I progetti che sono stati pensati, ad esempio, per le inaugurazioni di Stagione, pur nella loro grande eterogeneità, denotano una qualità molto alta della proposta: a cominciare dal progetto del Teatro dell’Opera di Roma con il Barbiere di Siviglia con la regia di Mario Martone, passando per il progetto del Teatro alla Scala, con il suo kolossal inaugurale, al progetto del Teatro Massimo di Palermo, appositamente pensato per questo momento di pandemia, che declina la messa in scena in modo tutto nuovo e inedito. Ma soprattutto c’è da apprezzare il fatto che tutti i teatri sono aperti, che, pur essendo chiusi al pubblico, sono a lavoro e continuano a programmare. Allora da questo mio osservatorio noto con orgoglio che i teatri italiani hanno saputo reagire alle difficoltà reinventandosi e dando una bella dimostrazione di come rispondere alle difficoltà.

La poesia del buffone contro la Pandemia: Leo Bassi per Solo in teatro

LAURA BEVIONE | La chiusura dei teatri ha spinto artisti e direttori a escogitare nuovi format, capaci certo di trattenere l’interesse e la passione degli spettatori, ma pure di riflettere sulla natura e sulle finalità del polisemico linguaggio della scena. Fra i vari esperimenti realizzati in questi lunghissimi mesi c’è Solo in teatro, ideato dalla regista e coreografa torinese Caterina Mochi Sismondi e prodotto da Cirko Vertigo.

Caterina, anche direttrice artistica del Café Müller, a pochi passi dalla principale stazione ferroviaria di Torino, ha pensato di far abitare gli spazi, forzatamente solitari, del teatro, da alcuni artisti – attori, registi, danzatori, musicisti – offrendo loro la possibilità di realizzare un periodo di residenza. Una-due settimane di lavoro in eremitaggio creativo, testimoniato da un docufilm e concluso da un esito performativo trasmesso in live streaming e poi reso disponibile on demand sulla piattaforma digitale niceplatform.eu, appositamente realizzata – e sulla quale sarà prossimamente ospitato anche l’archivio dei materiali multimediali di Cirko Vertigo.

È nata così la stagione di Solo in teatro, inaugurata lo scorso autunno, e che ha già visto muoversi negli spazi del Café Müller artisti, nazionali e internazionali, quali Jurij Ferrini e Paolo Oricco, Eugenio Allegri e Marigia Maggipinto. Teatro di prosa – ricerca e commedia dell’arte, tradizione rivisitata e sperimentazioni vocali – e danza contemporanea; le innumerevoli declinazioni del circo e della comicità così come della musica. L’obiettivo di Caterina Mochi Sismondi si rivela dunque non limitarsi a quello di “occupare” in qualche modo il proprio teatro, bensì, come accennavamo, sembra coincidere con una volontà di tratteggiare quello che è lo stato attuale delle arti performative, sempre più ibride e “sporche”, refrattarie a definizioni limitanti e, al contrario, disponibili a contaminazioni e prolifiche messe in discussione dei propri dogmi.

Si tratta ovviamente di un obiettivo ambizioso eppure necessario e che richiederà, al termine delle venticinque residenze previste, un’approfondita meditazione. Intanto, le sale del Café Müller continuano a ospitare gli artisti: l’ultimo è stato il poliedrico e cosmopolita Leo Bassi, circense, attore, comico… Ma come non è possibile indicare una nazionalità per questo maturo bambino di sessantotto anni – rivela di avere vari passaporti e dichiara che, in fondo, la sua vera patria è stata, fin dall’infanzia, il circo – analogamente eclettica è la sua identità artistica.

Nel docufilm che inaugura la serata a lui dedicata – trasmessa in diretta streaming il 13 febbraio e ora disponibile, per due anni, on demand – Leo Bassi ripercorre la propria eccentrica biografia di figlio d’arte, nato agli inizi degli anni Cinquanta in una famiglia di circensi da varie generazioni: fin da piccolo la sua esistenza è stata girovaga, fra gli Stati Uniti e l’Australia e l’Europa – fu tra i primi bambini a “volare” regolarmente fra le due sponde dell’Atlantico.

Foto di Andrea Macchia

Bassi rievoca la sua progressiva presa di coscienza della necessità di rivitalizzare il vocabolario circense: un concerto rock e poi il Théâtre du Soleil rivelano al giovane artista due verità. La prima è che, per avvicinare la propria generazione al circo, sia necessario staccarsi da esso; la seconda, determinante per la successiva carriera di Leo, è che «si può fare circo anche in teatro», contaminando le arti e non perdendo mai di vista il fine primo dell’artista, ossia quello di fare riflettere – con serissima comicità – sulla contemporaneità.

Gli spettacoli che arricchiscono il repertorio dell’artista – da qualche anno residente a Madrid, dove, nel 2012, ha fondato una chiesa, El Paticano, in onore di pagliacci, giullari e liberi pensatori – costruiscono infatti una sorta di manifesto politico-esistenziale, un inno alla poesia e all’innocenza, all’essenzialità e alla gentilezza, in opposizione al rapace “neoliberalismo” di questi ultimi decenni. Un atteggiamento verso la vita simboleggiato dal papero di gomma – il “Dio Pato” – che è protagonista della performance realizzata da Bassi e significativamente intitolata Pandemia.

Il papero – sovrano anche della succitata chiesa madrilena dell’artista – è prediletto in quanto «non è aggressivo, è giallo quindi ottimista, è infantile e simpatico». Una divinità buona e ingenua, cui chiedere aiuto per contrastare la pandemia di Covid-19 – questa simboleggiata da una pallina di gomma verde della stessa forma del micidiale virus – ricorrendo a quella stessa pratica messa in atto nel passato, quando le pandemie erano considerate castighi divini, ovvero la processione penitenziale.

Ecco allora che Bassi, con un suntuoso abito settecentesco bianco e oro, guida per i portici attigui al Café Müller e fino alla stazione di Porta Nuova, una solenne processione, allo scopo di chiedere scusa al Dio Pato per il consumismo e per il neoliberismo e di invocare la sua misericordia, in particolare per i più fragili, da sempre il pubblico privilegiato dai “buffoni”, dai comici, che non possono certo «stare con il potere» ma lottare costantemente per «un mondo più gentile».

Foto di Andrea Macchia

Bassi, tuttavia, non è gentile quando si tratta di denunciare le contraddizioni e le sperequazioni della contemporaneità, la sua colpevole ipocrisia: accomodato su un imponente trono circondato da tendaggi di velluto rosso, l’artista ricorre a un’immagine “schifosamente” escrementizia per descrivere la quotidiana realtà del nostro consumistico e cinico Occidente, che soltanto la poesia pare in grado di redimere. La performance, dunque, si conclude con un “atto poetico”: Leo Bassi, autodefinitosi “angelo dell’imperfezione”, si cosparge il corpo di miele e poi di piume, prospettando un volo – forse pindarico – verso una dimensione esistenziale magari apparentemente infantile eppure innocente e finalmente libera da virus esiziali – il Covid certo, ma anche l’egoismo e l’avidità.

Pandemia è dunque, per l’irriverente artista, un’ulteriore occasione per dispiegare la propria indisponente e testarda visione della vita – e dell’arte -; la propria autonomia di pensiero e la propria vena argutamente provocatoria; la dichiarazione di essere sì un buffone, ma mai un disciplinato buffone di corte. Ma, accanto a questa efficace riaffermazione della propria idea di società e di umanità, Bassi dice alcune importanti verità sui teatri: paragonando la differente politica adottata in Italia e in Spagna, dove le sale sono rimaste aperte malgrado il Covid, spiega come il pubblico spagnolo viva ora il teatro con maggiore e più consapevole intensità, riconoscendolo come una imprescindibile “priorità” nella propria esistenza. E, ancora, muovendosi nello spazio vuoto del Café Müller, rivela come la sua non sia una condizione di totale solitudine: i fantasmi degli spettatori che in quella sala sono transitati – persino quando era ancora un cinema porno, prima della chiusura e della ristrutturazione – palpitano e respirano appassionatamente. Il teatro, insomma, non muore davvero mai…

 

PANDEMIA

di e con Leo Bassi
produzione Fondazione Cirko Vertigo

Teatro Café Müller, Torino
13 febbraio 2021
on demand su www.niceplatform.eu

 

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