domenica, 16 Maggio, 2021
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“Danza pubblica/Graces”, ovvero l’energia creativa in una residenza online

PAOLA ABENAVOLI | Un’ondata di energia, forse inaspettata, che arriva attraverso un mezzo inimmaginabile fino a qualche tempo fa: il format delle residenze digitali, in questo tempo di pandemia, è ormai noto ma applicarlo a una residenza di danza contemporanea è sicuramente meno consueto. Inedita, poi, la formula che ha visto l’apertura a tutti i giovani under 35 che hanno chiesto di parteciparvi: non i previsti 15, ma oltre 40.
C’era dunque attesa e molta curiosità per Danza pubblica/Graces, la residenza promossa da Scenari Visibili, nell’ambito del progetto “Per Chi Crea – Residenze Artistiche – Edizione 2018” sostenuto da Ministero della Cultura e Siae, e condotta da Silvia Gribaudi. Un’iniziativa che era stata programmata per il 2020 ma che l’emergenza Covid ha costretto a posticipare: un progetto importante voluto dalla compagnia teatrale guidata da Dario Natale e che si sarebbe dovuto svolgere al Tip Teatro di Lamezia, punto di riferimento per il teatro contemporaneo calabrese. Poi la scelta di realizzarlo online, per le difficoltà di farlo in presenza, in una situazione ancora emergenziale: ma è stato come se i partecipanti arrivassero comunque da tutta Italia nel cuore della Calabria, portando molto di se stessi e delle loro città. Sì, perchè questa residenza è andata oltre il consueto, ha fatto di necessità virtù e, come rilevato da Silvia Gribaudi (con cui hanno collaborato Siro Guglielmi, Matteo Marchesi, Andrea Rampazzo), ha dato vita a un nuovo modo di creare e anche di interagire con gli spazi, i luoghi, superando i limiti e stringendo un forte legame tra arte e ambiente.
Insomma, Danza pubblica/Graces è stato un viaggio, una scoperta: due settimane di lavori, dal 13 al 27 aprile, suggellati da un video proposto online dal 2 maggio sul canale youtube di Scenari Visibili, che mostrano la creatività e la voglia di mettersi in gioco.

“Abbiamo coordinato questo progetto insieme ai ragazzi – racconta Silvia Gribaudi – Ci siamo concentrati sul senso che ha una residenza, ovvero essere una ricerca: eravamo abbastanza aperti, volevamo prenderci il tempo per capire cosa poteva venire fuori. Ci aspettavamo, dato che abbiamo deciso di aprire a tutti, di essere di meno alla fine, una cosa che può avvenire durante un laboratorio; poi, magari, stando online tante ore, non sapevamo quanti avrebbero continuato. Quello che ci ha sorpreso è che invece c’erano sempre tutti; ci hanno sorpreso l’entusiasmo, lo spirito di ricerca, la dedizione. Questo ci ha colpito tantissimo: la generosità, l’impegno, la professionalità, il gioco, il divertimento e anche la loro seria responsabilità di prendere parte al progetto mi hanno dato forza, mi hanno confermato che davvero possiamo costruire qualcosa con tante persone. Non pensavo fosse possibile creare online questo entusiasmo. È stata una sorpresa continua ogni giorno, una sfida nel trovare nuove idee da trasmettere”.

Una serie di sguardi, di esercizi, di lavoro sul corpo ma soprattutto sulla creatività, a partire proprio da Graces, lo spettacolo di Silvia Gribaudi. “Abbiamo cercato di trovare le parole chiave per ogni quadro di Graces: il tempo dell’attesa, dell’ascolto, della relazione, della resistenza, del coinvolgere gli altri; il gioco, cosa è una sorpresa, come far ridere, quando facciamo ridere. Al centro di tutto, la gioia, creare una vitalità nelle relazioni. E questo si connette con i concetti di Graces – prosperità, gioia, splendore – in maniera ironica: cosa vuol dire oggi portare a una società prosperità, gioia e splendore? Abbiamo giocato con i superpoteri di questi esseri umani che vanno in giro per la città, a rivitalizzare, a destabilizzare, a destrutturare, a vedere che è ancora possibile fare sorprese, realizzare azioni di danza, di teatro nella città senza creare disagio o assembramenti, ma nello stesso tempo sorprendere, giocare, dare la possibilità agli altri di parlare di te anche se fai una cosa strana: vieni visto come un clown che ha deciso di prestarsi a un servizio con la sua umanità, per farsi carico della risata degli altri. Un atto di responsabilità consapevole”.

Uno screenshot di uno dei momenti della residenza

Il mettersi in gioco e la scoperta del proprio corpo sono stati altri temi centrali: “Abbiamo giocato con le barriere che ci sono dentro di noi, nella relazione da remoto, cercando di usarle come uno slancio, un trampolino per spingerci verso qualcosa di più grande, per scoprire che la relazione è più grande dei limiti, della problematica del remoto, della paura del proprio corpo, del corpo degli altri, di non essere abbastanza giusti per stare con gli altri. Grazie a queste azioni artistiche puoi andare anche oltre: scoprire che l’arte, la scena artistica è relazione dentro le barriere”. E l’ironia, come sempre nel lavoro di Silvia Gribaudi, è un aspetto fondamentale: “Ironia, comicità, humor… non so come chiamarla: mi piace il concetto di sorprendere, non necessariamente devi far ridere. È proprio un ritmo nel guardare quello che accade, che crea le endorfine”.

Un lavoro che ha fornito ispirazioni all’artista, soprattutto l’idea delle persone che viaggiano nelle città facendo “blitz artistici”: “lo trovo molto semplice ma anche necessario – aggiunge – Per il nuovo lavoro, un assolo, ispirato alla morte del cigno, che si chiamerà Peso Piuma, vorrei che il cigno avesse questa libertà di andare in giro per la città in un momento in cui c’è paura: questa residenza mi ha dato spunti su cosa significhi oggi essere liberi nelle nostre città, ma nello stesso tempo stare attenti, quindi su dove sia questa relazione interna nella danza, nel movimento nello spazio cittadino, in che modo si conciliano l’attenzione e le distanze, la possibilità di esplorare distanza e libertà, proporzioni e libertà, in che modo mi relaziono agli altri nello spazio. E farlo con un costume da bagno in giro per la città mi diverte: in questi giorni farò le foto e a luglio l’assolo molto breve, 15 minuti, a Operaestate Festival, a Bassano del Grappa, all’interno del progetto biennale Swans never die“.
La relazione, il dialogo, il confronto, saranno alla base anche di altri lavori, come il debutto di Mon Jour l’8 ottobre, a Torinodanza, incentrato su “quale sia la relazione tra performer e pubblico, in quale modo creare dialogo”, e poi un lavoro nuovo che debutterà nel 2023, su “cos’è un corpo di ballo oggi, nella società, nella danza: quando siamo all’unisono? Cos’è una collettività all’unisono che però mantiene le proprie diversità? E questo è un po’ emerso nella residenza. Tutti, durante il laboratorio, hanno fatto insieme un movimento – che caratterizza Graces -, “cavalli”, in una location diversa: è magnifico vedere una grande potenza, una collettività che agisce all’unisono, in contesti diversi, ma con una stessa motivazione, quella di non mollare, di andare avanti”.

In tutto questo, alla fine, il rapporto con la tecnologia sembra aver aperto possibilità: “nel nostro caso – spiega – il remoto è stato molto importante nella gestione del tempo, per cui non per forza sei costretto a stare in sala: l’arte diventa parte della tua quotidianità. È un’altra forma d’arte, è un altro modo di creare”. E qualcosa resterà negli spettacoli futuri? “Grazie a Matteo Maffesanti, c’è sempre stato un lavoro di immagine molto importante. Sto elaborando nuovi progetti con Margherita Landi, con la realtà virtuale, per il 2022: la curiosità è nata durante questo periodo pandemico e mi attrae perchè porta il corpo nella tridimensionalità; lo trovo un mezzo potente, lo stiamo elaborando per la danza. Sono tecniche che continueranno ad accompagnarmi nel futuro, spero che si possano utilizzare sempre di più nei processi creativi: prima era inimmaginabile fare incontri online per provare, fare una residenza, parlare per un’ora con una drammaturga che sta a Berlino. La gestione e la sostenibilità dei progetti può cambiare, questa dimensione dell’incontro online, sporadico naturalmente, del processo creativo da remoto, per la gestione dei tempi, mi ha molto incuriosita”.

Dal 1500 ad oggi la vibrante realtà culturale della Sabina laziale

LAURA NOVELLI  | «La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare», scrive Pietro Calamandrei nei suoi celebri Discorsi sulla Costituzione. E non c’è dubbio che lo stesso valga anche per la cultura. Nei lunghi mesi di silenzio cui la pandemia ha condannato ogni forma di attività culturale e di spettacolo dal vivo ce ne siamo accorti in modo violento, avvertendo un vuoto, una mancanza, una nostalgia a tratti insopportabili. Certamente molti operatori del settore hanno avuto la capacità di non arrendersi, di inventare nuovi format, di sperimentare linguaggi svincolati dalla necessità della presenza. Oppure di rivolgersi al passato, di cercare nella Storia qualche zona franca da esplorare, da far conoscere, da rendere viva, il più delle volte proseguendo un percorso avviato da tempo. Insomma, il Covid-19 ha senza dubbio congelato le azioni culturali sul territorio ma, in molti casi, non ha interrotto quelle del territorio. 

E tanto più ciò è potuto succedere in quelle realtà piccole e provinciali dove il rapporto tra progettualità e fruizione risulta meno complesso rispetto a quanto capiti nelle grandi città. Prendiamo ad esempio il Centro Studi Ercole Nardi che opera a Poggio Mirteto (Rieti) e nella Bassa Sabina in stretta sinergia con il Museo Civico omonimo e l’Associazione Amici del Museo. L’ultima fatica del Centro è stata la pubblicazione di un corposo volume dedicato al teatro di padre Bernardino Stefonio, importante gesuita attivo tra 1500 e 1600 e originario proprio di Poggio Mirteto.
Dopo il Crispus uscito per Bulzoni nel 1998 (curatela di Lucia Strappini), questa Flavia Tragoedia pubblicata ora da Esperia con edizione, introduzione e traduzione di Mirella Saulini, contribuisce in modo significativo a ricostruire il valore di una figura e di una drammaturgia nevralgiche nell’ambito non solo del teatro gesuitico ma dell’intera civiltà culturale romana e laziale dell’età controriformistica. Valore che anzi travalica i confini regionali e nazionali per lasciare un segno quanto mai forte nella cultura europea tout-court. Siamo infatti in presenza di una tragedia «martirologica e storica» che, andata in scena per la prima volta presso il Collegio Romano nel 1600 (anno del giubileo indetto da papa Clemente VIII) e scritta ovviamente in latino, conferma la grande rilevanza della “riforma” stefoniana: «Egli raccoglie l’eredità classica – scrive Saulini nella documentata introduzione al testo – inserendosi in tal modo, come afferma Marc Fumaroli, nella tradizione del teatro umanistico ma nelle forme della tragedia antica cala al contempo un contenuto storico (e questa è una novità per il teatro dei Gesuiti) e un messaggio nuovo, quello cristiano». 

Ma chi era Bernardino Stefonio? Quanti lo conoscono o ne hanno sentito parlare? “Era una personalità molto illustre nel ‘600, soprattutto nell’ambiente delle scuole cattoliche e dei collegi gesuitici ma sconosciuta, allora come oggi, alla grande massa”, ci racconta Andrea Leopaldi, referente dell’ufficio Cultura del Comune e responsabile del Museo: “Da qualche anno ci interessiamo ai personaggi più emblematici della Sabina, per riscoprire quell’identità culturale e locale di cui si è persa traccia, proprio come nel caso di Stefonio. Grazie alla collaborazione con la professoressa Saulini, abbiamo potuto approfondire la sua opera e abbiamo scoperto anche lettere in cui ricorda il Monte Soratte, il monte identitario della nostra regione, dimostrando un forte legame con la sua terra. Di qui il nostro desiderio di farlo conoscere: dopo un primo volume di carattere generale, pubblicato qualche anno fa, ora arriva questa importante nuova pubblicazione di cui siamo davvero felici”.
Coraggiosa è stata anche la scommessa della casa editrice. “Devo riconosce – riprende Leopaldi – che possiamo contare su una casa editrice molto sensibile, la Espera, con la quale fino a oggi abbiamo mandato in stampa ben quattordici volumi. Per quanto riguarda le vendite, la Flavia sta andando molto bene, soprattutto in Inghilterra e in Francia. È incredibile pensare come all’estero ci siano così tanti appassionati di un certo nostro teatro. D’altronde, tra i maggiori studiosi di Stefonio, non possiamo non annoverare il grande Marc Fumaroli, spesso citato dalla Saulini”. 

Altro motivo di orgoglio è il vivo interesse per la cultura che il Comune stesso dimostra da sempre: “Ci tengo, inoltre, a dire che la nostra attività fa leva anche su un’amministrazione molto attenta, la quale ha sostenuto con estrema energia questa nostra ultima avventura. Dirò di più: sempre allo scopo di rendere Stefonio un personaggio familiare alla cittadinanza, si è deciso di intitolargli una sala polivalente ricavata da una chiesa del XV secolo ormai sconsacrata. Credo sia un passo importante, perchè in questo modo Stefonio entra nella consuetudine, nella quotidianità della gente”.
E non è tutto. Per avvicinare ancor più questa figura alla realtà contemporanea, il Comune ha indetto una bella iniziativa per i più piccoli. “Abbiamo conivolto le scuole medie in un concorso dal titolo Dai un volto a Bernardino Stefonio. Partendo da alcuni documenti originali in cui abbiamo descrizioni molto dettagliate della sua corporatura, i ragazzi si sono ingegnati a immaginare il “loro” Stefonio e il lavoro del vincitore diventerà un logo per la sala a lui intitolata. C’è stata tanta partecipazione e ciò ci rende particolarmente orgogliosi visto che si tratta di giovani”.  
Le iniziative legate al gesuita e alla promozione del libro proseguiranno anche nei prossimi mesi: “A dicembre del 2020 – spiega ancora Leopaldi – sono ricorsi i seicento anni dalla morte di Stefonio (era l’8 dicembre 1620) e, se non ci fosse stata l’emergenza sanitaria, avremmo fatto senz’altro un convegno. Adesso che in Italia le manifestazioni culturali stanno ripartendo quel progetto sarà sicuramente ripreso e realizzato”. Insieme a molte altre attività interrotte dal Covid. Parola d’ordine: eclettismo. D’altronde, sia il Museo sia il Centro sono intitolati a Ercole Nardi, altra figura di grande pregio che della poliedricità fece la sua ragione di vita. “Era un ricercatore, per così dire, “principe” – riprende Leopaldi – che visse a Poggio nel XIX secolo e ne fu sindaco per ben ventisette anni: medico con una grande passione per l’archeologia, lavorò come ispettore dei beni archeologici e scrisse innumerevoli studi sul nostro territorio. Ci ha lasciato anche due importanti manoscritti che avremmo intenzione di pubblicare. Sarà la nostra prossima fatica editoriale”.

Eclettismo da queste parti vuol dire però, innanzitutto, musica. “Sì, la musica è da sempre un’arte molto significativa nel tessuto sociale della Sabina. Già nel 1500 a Poggio c’era una scuola per maestri di cappella e per coro e, nel XIX secolo, la tradizione della banda assunse un’importanza davvero rilevante. La Sabina, inoltre, è da sempre famosa per i suoi fiati e sono tanti i talenti che iniziano a suonare nelle bande dei nostri centri per poi spiccare il volo verso orchestre nazionali o internazionali”. Proprio per tutelare tutto questo antico patrimonio musicale, nel 1996 venne istituito il Museo Civico e qualche anno dopo si affiancarono il Centro e l’Associazione. Subito dopo la nascita del Museo, si capì che rischiava di non accontentare le richieste dei cittadini, desiderosi di avere uno spazio di incontro e di dibattito, un luogo che proponesse iniziative in grado di metterli  in contatto con il loro territorio e la loro storia. Ecco dunque la creazione del Centro Studi e, ancor prima, di un’Associazione chiamata a occuparsi di progetti popolari, semplici, aperti a un pubblico quanto più possibile eterogeneo: rassegne cinematografiche e teatrali, presentazioni di libri, conferenze. Sempre, però, di alto livello, se solo pensiamo ad appuntamenti come la serie di letture pirandelliane curata da Andrea Renzi, il ciclo di film introdotti da Amedeo Fago, Erri De Luca in persona a parlare del suo La natura esposta, e ovviamente – immancabilmente – la conferenza di Mirella Saulini sul concittadino Stefonio. E si tratta solo di qualche esempio.  

“La pandemia – ci dice Leopaldi – ha bloccato questo fiume di iniziative anche se qualcosa abbiamo proposto on-line. Ora, vista la riapertura annunciata lo scorso mese, stiamo progettando nuove attività e speriamo di avere il consueto successo. Fino ad oggi, infatti, i cittadini di Poggio e del territorio vicino ci hanno seguito sempre con molto interesse. Certamente in questo momento bisogna lavorare per riportarli verso la cultura e gli eventi, magari iniziando col coinvolgere realtà che possano metterci a disposizione spazi esterni e luoghi dove far incontrare natura ed arte”.  

L’operosità della ripartenza post-Covid qui, insomma, già si assapora con decisione (basti dare uno sguardo alla voce “cultura e manifestazioni” nel sito https://www.comune.poggiomirteto.ri.it/) e fa ben sperare che anche in altri piccoli centri della nostra splendida Penisola stia succedendo lo stesso. Perchè si riparte sempre da ciò che ci è prossimo, familiare, affine. Tanto più se può essere una finestra affacciata su ciò che, viceversa, ci sembra lontano e diverso. 

Rapporti familiari senza nessuna possibile rigenerazione: Sorelle di Rambert per la riapertura del TPE

LAURA BEVIONE | La riapertura delle sale – tanto improvvida quanto benvenuta – ha permesso a teatri nazionali e Tric non soltanto di accogliere nuovamente il proprio pubblico ma anche di fare debuttare gli spettacoli progettati e provati durante i mesi di chiusura.  Così la Fondazione Teatro Europa ha riaperto martedì scorso il proprio spazio cittadino, il Teatro Astra, per ospitare una sua nuova produzione, allestita nei mesi passati e ripresa in vista dell’inatteso debutto la settimana passata: si tratta di Sorelle, testo scritto dal francese Pascal Rambert che, com’è sua prassi, ne ha anche curato la regia, in modo da operare quei piccoli-grandi cambiamenti generati dalla nazione e dalla città in cui si trova a lavorare e, in primo luogo, dalla personalità delle sue interpreti – in questa prima edizione italiana, Sara Bertelà e Anna Della Rosa.

Foto Luca Del Pia

La scena – volutamente spoglia e squintata – è una sorta di ring: un telo bianco a ricoprire la piattaforma che occupa quasi per intero il palcoscenico e, sull’angolo in alto a destra, una tribuna da conferenze, un appendiabiti e due pile di sedie di plastica colorate che, a un certo punto dello spettacolo, una delle due protagoniste – Sara – inizierà con zelo forsennato a disporre. Una scena essenziale, lungo le quali le due protagoniste si muovono lungo traiettorie che mai si incrociano e, soltanto per brevi frangenti, si avvicinano: una prossemica che immediatamente rivela la natura tutt’altro che pacificata della relazione fra le sorelle, cui Rambert attribuisce i nomi delle interpreti, immaginando che le due abbiano trascorso l’infanzia proprio a Torino, nel quartiere di San Salvario.

Foto Luca Del Pia

Una “contestualizzazione” che, in verità, nulla aggiunge – né tanto meno approfondisce – alla spietata radiografia di una famiglia indiscutibilmente alto borghese – secondo il gergo ora in uso, decisamente radical chic – sviluppata in scena: Sara e Anna – che, nell’edizione francese, erano Marina e Audrey, nomi di battesimo delle due interpreti, di cognome rispettivamente Hands e Bonnet – sono figlie di un archeologo e di una scrittrice; hanno trascorso lunghi periodi in Medio Oriente per seguire le spedizioni del padre e da questi viaggi hanno maturato tanto una giustificata insofferenza verso la “maledetta geopolitica” quanto una qualche consapevolezza sessual-sentimentale.

Sara è stata un’ottima e ineguagliabile nuotatrice, sviluppando un’invidiabile “struttura ossea”, mentre la sorella minore Anna, meno atletica, si è concentrata sugli studi e sull’assistente del padre, un certo Ugo, che sposerà malgrado – o forse proprio a causa di – il sostanziale disprezzo verso di lui dei suoi familiari, che considerano il giovane uomo banale e non sufficientemente brillante. Nell’oggi della pièce Sara convive con Isabel e si occupa con zelo di volontariato – lo scontro con la sorella avviene proprio nella sala in cui lei si appresta a tenere una conferenza di sensibilizzazione sui problemi dei migranti – mentre Anna è diventata giornalista, una donna sempre in giro per il mondo.

La madre delle due, assistita da Sara, è morta da poco, senza che Anna potesse darle l’ultimo addio ed è proprio questo l’innesco dello scontro fra le due: la più giovane accusa la maggiore di non averla avvertita e, dunque, giunge come una furia, con un trolley bianco che pare allo stesso tempo arma e corazza, sul luogo di lavoro della sorella.

Quelli che si susseguono sul palcoscenico-ring sono allora accorati e rabbiosi monologhi, scagliati quali frecce appuntite l’una contro l’altra: un vero e proprio duello che, anziché il corpo – anzi, le due donne rimangono sempre distanti l’una dall’altra – coinvolge mente e cuore. Anna e Sara rievocano infanzia e giovinezza, sottolineando come il reciproco astio abbia origine fin dalla nascita della secondogenita, che la maggiore avrebbe tentato più volte di strozzare nella culla…

Foto Luca Del Pia

Le due sorelle sottolineano con spietatezza limiti e viltà, scelte esistenziali sbagliate e ipocrisie l’una dell’altra, rivelando di conoscersi molto più profondamente di quanto avrebbero la sincerità di ammettere. E, non solo: il loro argomentare serrato e linguisticamente raffinato, a tratti compiaciutamente sofistico – in particolar modo nel caso di Anna – evidenzia per paradosso l’irresolutezza e l’immaturità sentimentale delle due, abili nel celare sotto una sintassi e un lessico curatissimi l’incomprensione verso sé stesse.

Le due interpreti – entrambe pantaloni neri e maglia bianca, una “neutralità” che occhieggia alla indeterminatezza delle rispettive personalità – attribuiscono ai propri personaggi forza nervosa e impeto, infantilismo rabbioso e accenni di languido sentimentalismo, impegnandosi in una prova attorale che richiede forza e concentrazione costanti così come una dose di empatia che, al termine, lascia estenuate.  Lo spettacolo, infatti, concede nei suoi novanta minuti appena cinque minuti di quiete – apparente – alle protagoniste, quando, eccezionalmente vicine, l’una di fronte all’altra, condividono gli auricolari per ascoltare insieme una canzone, abbandonandosi a qualche catartico passo di danza.
Ma non si tratta che di un momento di tregua, poiché la crepa fra le due non soltanto si è originata troppi anni prima ma, con il trascorrere del tempo, si è inesorabilmente ampliata, rendendo vano qualsivoglia tentativo di sanarla: Rambert, d’altronde, fin dall’inizio scoraggia implicitamente lo spettatore a sperare in un lieto fine. Non ci può essere riconciliazione né consolazione allorché ci si impedisce di osservarsi davvero e di mettersi in discussione e, dunque, un catartico abbraccio finale fra Anna e Sara sarebbe risultato fastidiosamente falso. Poiché, sembra dirci con intelligente spietatezza Pascal Rambert, è la vita vera quella che lo specchio del palcoscenico restituisce, non le favole…

www.fondazionetpe.it

SORELLE
Testo, messinscena e spazio scenico Pascal Rambert
Traduzione italiana di Chiara Elefante
Con Sara Bertelà e Anna Della Rosa
Produzione TPE – Teatro Piemonte Europa, FOG Triennale Milano Performing Arts

Torino, Teatro Astra, 4 maggio 2021

Le undici di Sheffield: Ladies football club di Massini e Sangati con Maria Paiato

ELENA SCOLARI | Io ho fatto l’arbitro. Sì, quando avevo 16 anni fui tra le prime arbitro donna in Italia, ho ancora i ritagli di quelle foto sui giornali locali con il braccio teso a mostrare il cartellino rosso e un sorriso adolescente assai incosciente. Mi piaceva il calcio e costrinsi una mia compagna di liceo a partecipare al corso FIGC. In tutta sincerità pensavo anche (erroneamente) che fosse un buon modo per rimorchiare. Che brivido quei lunghissimi lunedì sera a rivedere la moviola delle partite per capire la regola del fuorigioco! Arbitravo i giovanissimi, le partite erano la domenica mattina (nota che illanguidiva la mia passione per lo sport, specialmente d’inverno) e – quando possibile – davo dei gran pareggi per non ritrovarmi le gomme del motorino bucate. Ma i papà spettatori erano molto rispettosi, probabilmente più per lo stupore che per reale stima ma tant’è. La carriera è durata poco ma è stata un’esperienza da pioniera controcorrente di cui conservo un ricordo gioioso.

ph. Masiar Pasquali

Ecco perché sono corsa a vedere Ladies football club di Stefano Massini per la regia di Giorgio Sangati con la fuoriclasse Maria Paiato; ma più che le minute chiose autobiografiche conta il fatto che lo spettacolo ha finalmente riaperto al pubblico le porte del Piccolo Teatro di Milano, nella sala del Teatro Studio Melato dove tra tutti pulsava un certo friccicore per la felicità di essere di nuovo seduti in platea – in uno dei teatri più belli d’Italia, tra l’altro – con un’attrice in carne e ossa a pochi metri di distanza. Dimenticando per qualche ora i metri regolamentari da mantenere per la nostra dannata sicurezza.
Una lunga passerella ricoperta di bitume nero riempie l’area scenica, Maria Paiato la percorre dal fondo, camminando lenta verso di noi, in abiti dimessi, i capelli fermati da un pettinino sulla nuca.
Racconta una storia che comincia nell’aprile del 1917, a Sheffield, Inghilterra, la Prima Guerra Mondiale è ancora in corso e tutti gli uomini abili sono al fronte. Undici donne operaie in una ditta di munizioni si imbarcano in questa impresa sportiva dando il primo calcio nel cortile della fabbrica, tra mura di mattoncini rossi proprio come nell’arena del Teatro Studio. La squadra è un po’ male in arnese, non ha divise, non ha allenatore ma soprattutto non ha pallone! Le ragazze giocavano infatti con una ‘palla’, diciamo un oggetto tondo, e l’oggetto è uno dei prodotti della fabbrica: il fac-simile di una bomba. Già, la “Sister K”. Quella vera porta un’etichetta con la bandiera inglese ma per studiare e perfezionare la traiettoria dell’ordigno si utilizza una copia dello stesso peso e volume ma distinta da un’etichetta bianca, senza Union Jack. Un po’ pesantina ma insomma è tonda, rotola.

Maria Paiato potrebbe essere la zia di quelle undici giovani donne che diedero vita al Ladies Football Club, le iniziali LFC si devono a un marchio riciclato sulla divisa arrangiata che in realtà si riferiva a ben altro ma anche in questo le giocatrici non si formalizzano e anzi, l’aquila gialla di quel simbolo diventa il loro animale mascotte.

ph. © Masiar Pasquali

Maria Paiato è una fuoriclasse perché sa dare personalità alle undici donne di cui racconta con una misura così sottile e disinvolta da riempire lo spettatore di goduria: minimi gesti e minuscoli tic, precisissimi, che immediatamente regalano al personaggio il suo personale carattere: un tono di voce grave, una postura imperiosa, un fremito di timidezza, un’enfasi retorica nel parlare, un dito ingenuo appoggiato su un labbro, un’espressione disincantata, uno sguardo di sfida oppure di sgomento. Piccoli movimenti, dettagli. Quei dettagli che fanno grande un’interpretazione. Dettagli che dicono anche quanto un bravo regista possa esaltare un attore dirigendolo con discrezione, con sicurezza, con quella grazia attenta e sempre presente che può rendere uno spettacolo ineccepibile.

La formazione vede in campo (o in scena) Rosalyn Taylor, detta big Rosaliyn per la stazza e ovviamente sta in porta, Olivia Lloyd, Justine Wright, Penelope Anderson, Abigail Clarke, Haylie Owen, Melanie Murray, Violet Chapman, Brianna Griffith, Berenice MacDougall. Ma sono dieci! Ah già, l’undicesima è Sherill Bryan, l’invisibile, nessuno la vede, ce ne si dimentica, non è solo timida, si mimetizza. All’occasione sa trasformarsi anche in cancello, in siepe, pur di non farsi notare.
Sono nomi belli, sanno di quell’epoca e suonano bene insieme. Massini cura ogni particolare di un testo costruito con i crescendo al momento giusto, disegna i personaggi con ironia facendoli diventare persone, identificandoli ognuno per la propria cifra. La sua è una scrittura che sa come “marcare a uomo” lo spettatore, trattenendolo (ma senza far fallo) in modo che non si distragga e che si senta accompagnato a entrare dentro il racconto; un manuale molto acuto (e furbo) su come si deve dipanare un plot, su come inserire quel po’ di emotività senza mai scadere nel sentimento troppo facile.

Ladies football club è una storia di riscatto, la squadra vince, appassiona, stupisce, richiama pubblico e dà alle singole calciatrici la possibilità di fare quello che non avrebbero mai osato fuori dal campo. Le Ladies sono una scelta giusta per riaprire il teatro, che il cielo solo sa quanto bisogno abbia di riscattarsi dopo la lunga sconfitta a tavolino subìta senza poter discutere.
Il monologo dura un’ora e quarantacinque, come un partita di novanta minuti più l’intervallo (con qualche azione ripetuta), non sappiamo se sia un caso ma è una coincidenza indicativa. Ci sono due colpi di scena finali, uno narrativo e uno scenico: il primo è una chiusa inappuntabile che si ferma appena prima della ola dribblando abilmente il cliché, e il secondo è il teatro. La sorpresa registica che nessun video (nè moviola nè var) potrà mai far sentire e vibrare in quel modo.

LADIES FOOTBALL CLUB
di Stefano Massini
regia Giorgio Sangati
scene Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci Luigi Biondi
con Maria Paiato
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Teatro Studio Milano, 4 maggio 2021

Un viaggio alla ricerca di innovazione, arte e bellezza: Cauteruccio racconta Brunelleschi

PAOLA ABENAVOLI | Una vita dedicata alla ricerca della bellezza, della perfezione nella proporzione, dell’arte: l’arte sublimata nell’architettura, nelle forme geometriche, nel tentativo di innovare sempre, di guardare al futuro, all’uomo del futuro. Un’immagine poco nota di un artista che nascose se stesso, i propri segreti, i propri studi, dando al pubblico, e alla storia, solo il frutto di questa grande passione: Filippo Brunelleschi diviene così un personaggio da scoprire, insieme al senso dell’arte, all’indagine su ciò che essa ha rappresentato e rappresenta ancora, in uno spettacolo teatrale che supera – così come il suo protagonista – i canoni della classica messinscena. E non potrebbe essere diversamente, dato che ideatore e regista è Giancarlo Cauteruccio, che della unione tra teatro e innovazione visiva ha fatto il filo conduttore della sua produzione.

Cauteruccio dà vita a questo particolare viaggio nell’opera di Brunelleschi nel 2020, in occasione dei 600 anni dalla fondazione della Cupola di Santa Maria del Fiore in Firenze. Quella cupola, che con la sua carica innovativa rende immortale l’artista, è fulcro anche di Filippo Brunelleschi – Nella divina proporzione, il progetto con cui la compagnia Teatro Studio Krypton è risultata prima nell’ambito del bando Vivere all’Italiana sul palcoscenico del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, una iniziativa di promozione e diffusione della cultura italiana all’estero.

Foto Massimo Bevilacqua

Proprio grazie a questo risultato lo spettacolo è stato prodotto e registrato sul palco del Teatro della Pergola, approdando poi in prima visione televisiva su Rai 5 (attualmente è visibile su Raiplay): e lo schermo in questo caso è mezzo che riflette e sottolinea quell’incontro tra teatro e video-proiezione (attraverso la scenografia digitale curata da Massimo Bevilacqua e le elaborazioni visuali di Nadia Baldi e dello stesso Bevilacqua) di cui si parlava e che caratterizza la messinscena.

A muoversi sul palco è Roberto Visconti, che tratteggia la figura del protagonista e rimarca, con la sua interpretazione, ogni sfumatura della drammaturgia originale firmata da Giancarlo Di Giovine e adattata dallo stesso Cauteruccio: un intenso percorso non storico-cronologico bensì ricco di riflessioni sull’arte, sulla ricerca di un’essenza di vita attraverso la stessa arte, abbandonando passioni terrene o quotidianità, per dedicarsi esclusivamente a questa missione. E attraverso queste riflessioni, che si rivelano letture del mondo (dal rapporto tra artisti e mecenati, tra artisti, mercanti e banchieri, allo sguardo al futuro), si dipana la storia personale di Brunelleschi, ma soprattutto il suo viaggio dentro l’architettura, dentro questa sapiente unione tra scienza e arte, sulla strada della bellezza.
Un testo denso, che si riflette e si fa tutt’uno con le video-proiezioni che non solo scorrono sullo schermo alle spalle dell’interprete ma anche davanti a lui: diventano quarta parete, si integrano con il resto della scena, inglobano il protagonista, ne seguono il racconto; costruiscono, insieme alle sue parole, archi, volte, immagini che non restano un sogno nella mente di Brunelleschi ma diverranno realtà. Il pensiero che man mano si concretizza nelle immagini, proiezioni non solo in senso tecnico ma anche metaforico. Creano la scena ed insieme il racconto: i disegni, gli schemi, prendono vita, si muovono come pianeti, come un universo che avvolge i pensieri, dando loro ritmo insieme alla musica, elemento sempre presente e che con i suoi crescendo enfatizza il “furore” artistico e intellettuale.
Ma le proiezioni non rappresentano l’unico elemento visivo che si somma al racconto più “classico” sul palcoscenico: a metà dello spettacolo si inseriscono riprese del momento recitativo del testo, realizzate da una diversa prospettiva o in un luogo differente, accanto a un elemento che ricorda costruzioni architettoniche. Ed è così che il testo sembra sovrapporsi, appunto, oppure andare in leggera differita da quello recitato sul palcoscenico. Come un’eco, quasi un ricordo, una sottolineatura di un pensiero.

Foto Massimo Bevilacqua

Un percorso, dunque, in cui si immagina un Brunelleschi che per la prima volta si svela. Lui, l’artista che distrugge i suo studi, i suo bozzetti, sceglie di lasciare solo le sue opere: precorre i tempi, costruisce il futuro guardando al passato, riprendendo dalla classicità le forme e teorizzando la bellezza artistica legata alla ragione, al calcolo.
Il futuro, dunque: «È la scienza che si fonde con l’arte, che ci porta al centro dello spazio e del tempo. Il bello è la conquista dello spazio e la formazione del tempo». Il futuro è proprio nella visione che Brunelleschi ha del mondo, in cui centrale è l’uomo, aperto all’innovazione. E quel futuro sembra quasi essere enfatizzato, al termine dello spettacolo, dal blu di cui si colorano i disegni – come il cosmo che lui stesso ha studiato – dallo sfondo che ingloba il protagonista, e sembra trasportarlo in quel futuro di cui ha tratteggiato i contorni e creato i presupposti.

 

FILIPPO BRUNELLESCHI – NELLA DIVINA PROPORZIONE

ideazione e regia di Giancarlo Cauteruccio
drammaturgia originale di Giancarlo Di Giovine
adattamento del testo di Giancarlo Cauteruccio
con Roberto Visconti
musiche di Gianni Maroccolo
scenografia digitale e costumi di Massimo Bevilacqua
elaborazioni visuali di Nadia Baldi e Massimo Bevilacqua
produzione Teatro Studio Krypton

Progetto promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese in collaborazione con la Direzione Generale Spettacolo del Ministero della Cultura nell’ambito del progetto Vivere all’italiana sul palcoscenico
Rai 5 – 25 aprile 2021

Rinascere ancora ballando: sul Gala della danza organizzato da EgriBianco

LAURA BEVIONE | Era il 1982 quando il CID – Conseil International de la Danse – dell’Unesco volle riconoscere il 29 aprile – data di nascita di Jean-Georges Noverre, creatore del balletto moderno – quale Giornata Mondiale della Danza, con l’obiettivo di sottolineare il valore dell’arte della danza come «linguaggio universale che unisce i popoli al di là di confini e differenze di qualsiasi natura». Di quello stesso CID fu membro dal 1976 – e per un certo periodo anche vicepresidente – Susanna Egri che insieme a Raphael Bianco con cui co-dirige la compagnia EgriBiancoDanza, da qualche anno celebra questa giornata con un Gala della Danza, organizzato lo sorso anno e di nuovo in questo 2021 in diretta streaming, testimoniando la volontà di non rinunciare a questo significativo appuntamento.
Una granitica costanza testimoniata dallo stesso Bianco: «la consuetudine di celebrare questa giornata dedicata alla danza è stata da sempre fortemente voluta dalla nostra presidente Susanna Egri. Sono felice di perpetuarla nel tempo, e oggi più che mai, in questo momento di profonda incertezza ma allo stesso tempo di desiderio di ritornare sulle scene».

Ecco, dunque, che, in collaborazione con la Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani, il coreografo si è prodigato per avere sul palco, insieme ovviamente ai propri danzatori, «gli artisti e le compagnie di danza professionali del nostro territorio che investono risorse e vivono di danza, che stanno subendo la difficilissima clausura di questi mesi. Siamo insieme a condividere questa giornata e questo non può che darci gioia ed essere di buon auspicio per una nuova rinascita e nuove opportunità di vivere la danza».

Una visione del ruolo dell’arte e della danza nella complessa contingenza condivisa pure dall’altro fondamentale partner del Gala, ossia Piemonte dal Vivo-Lavanderia a Vapore, che per celebrare la giornata Unesco della danza ha promosso una vera e propria maratona online con spettacoli e interviste conclusa appunto con l’evento promosso dalla EgriBiancoDanza e così descritta dal suo direttore Matteo Negrin: «per noi la giornata Unesco della Danza rappresenta da anni un appuntamento importante, in cui i cittadini si incontrano in piazza grazie al progetto collettivo Danzare la memoria, ripensare la storia. Per il secondo anno questo non è possibile, ma grazie al digitale vogliamo provare a mantenere viva questa relazione, in attesa di poterla celebrare nuovamente».

Ecco dunque che, nella sala grande della Casa Teatro Ragazzi e Giovani, la vostra cronista teatrale, in compagnia di un’altra giornalista torinese, ha potuto assistere alla diretta del Gala, godendo non soltanto del privilegio di vedere “dal vivo” le performance dei danzatori coinvolti ma anche di testimoniare delle tecniche e delle abilità richieste dallo streaming.
Intervallate dalle interviste a direttori artistici – Raphael Bianco ma anche il succitato Negrin e il padrone di casa, Emiliano Bronzino e a coreografi come Paolo Mohovic, Viola Scaglione e Stefano Mazzotta ma pure a Cristiana Candellero, presidente dell’associazione di videodanza COORPI – si sono susseguite le esibizioni scelte dalle compagnie coinvolte per celebrare l’arte della danza e per sottolinearne la capacità di rispecchiare, pur nell’apparente astrattezza del suo linguaggio, umori e sentimenti della realtà in cui si trova a essere creativamente praticata.

Introdotte da due opere di video danza proposte dall’Associazione COORPIWasteplanet, diretto da Susanna della Sala e Anche meno di Valentina Corrado – sul palco della Casa Teatro si sono avvicendate Ekodance, con un estratto da Del portar la voce al cor/Farinelli alla corte del re coreografato da Paolo Mohovic; Zerogrammi con Elegìa. A small picture on lost things con la coreografia di Stefano Mazzotta; il Balletto Teatro di Torino con un estratto da Kiss me hard before you go, coreografato da Jose Reches; e infine EgriBiancoDanza con Apparizione #5, uno dei sei quadri che compongono Apparizioni, spettacolo che «sollecita la fantasia degli spettatori proponendo una riflessione su ciò che appare e scompare ai nostri occhi in forma concreta o impalpabile presentando una danza priva di narrazione ma profondamente intrisa di significati, in parte oscuri e misteriosi».

APPARIZIONI – Foto Simone Vittonetto

Una performance, quella disegnata da Raphael Bianco per i suoi danzatori, che accosta, per la maggior parte del tempo simultaneamente, sullo stesso palco, un assolo, un duetto e un terzetto, accomunati da disorientamento e sbalordimento, da subitanea frenesia e incredula esplorazione di una realtà che non si riesce più a riconoscere. Quindici minuti tesi e pulsanti, inquieti e increduli, davvero specchio – anche se forse non del tutto consapevole e proprio per questo tanto più rivelatore – dell’inusitato frangente storico che stiamo vivendo.
Uno stupore ansioso che i danzatori della EgriBiancoDanza condividono con i colleghi che li hanno preceduti: l’incredulità e il timore di trovarsi di nuovo su un palcoscenico per esibirsi e non soltanto per provare e, allo stesso tempo, la consapevolezza dell’assenza di un pubblico reale in platea – una decina di addetti ai lavori non può contare – ma della viva presenza di spettatori aldilà del piccolo monitor della videocamera…

Sensazioni e sentimenti potenti e contrastanti che inevitabilmente attraversano la danza, donandole una sostanza viva e un’urgenza palpitante che paiono proclamare che quest’arte debba essere celebrata non perché museale manufatto umano bensì quale proteiforme espressione di quanto si muove oggi nelle nostre anime fragili.

Labile Linguista #33 – L’ottomana turchese

GIORGIO FRANCHI | È quasi una legge matematica: più si progredisce nell’apprendimento di una lingua, più si allunga la lista di figuracce sul curriculum del poliglotta. I false friend, terrore delle ore di inglese a scuola, si appostano dietro ogni angolo della conversazione con lo sgambetto in canna. Spesso non tanto per i risvolti comici della castroneria appena proferita (solitamente più imputabili alla pronuncia, se stiamo chiedendo uno sheet o la strada per la beach), quanto per il marcatore geo-linguistico che vi è insito. Se mi riferisco a un incidente come incident, che al contrario di accident indica semplicemente un evento, il mio errore tradisce smaccatamente l’italianità.

Italianità che viene intesa in senso trasversale quando l’errore è voluto e applicato alla lingua madre. Penso per esempio, nella settimana a cavallo tra 25 aprile e 1° maggio, a tutte le storpiature semantiche di liberazione. L’italianità, in questo caso, è quella della commedia dell’arte: lo spirito truffaldino di chi fa della furbizia il proprio vanto, abile a battere in ritirata in caso di sbugiardata. Abbiamo ascoltato, nell’orchestra di politici, opinionisti e influencer vari, confondere liberazione e liberismo, tracciando il parallelismo tra la fine dell’occupazione tedesca e la riapertura dei ristoranti all’aperto.

Forse un accostamento linguistico in ambito politico sarebbe stato più rilevante se indirizzato a quelle situazioni di nebulosità sui diritti civili di cui l’Europa è spesso e volentieri complice. Comodo parlare di liberazione quando il nemico è qualcosa che non gode del nostro appoggio, come il virus: meno fare luce su cosa sta impedendo la scarcerazione di Patrick Zaky, o sui rapporti che l’UE continua ad avere con la Turchia, 37 giornalisti arrestati nel 2020 secondo il CPJ (Committee to Protect Journalists). L’attenzione è piombata su Ankara circa due settimane fa, quando la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen è stata costretta a sedersi su un divanetto lontano da Charles Michel e il presidente Erdoğan.

Otello e Desdemona, Daniel Maclise

L’ondata di legittima indignazione ha scoperchiato l’abisso, ormai apparentemente insanabile, tra la Turchia e il progetto europeo. Una divergenza radicale sui valori ritenuti fondamentali, almeno a parole, che ci riporta a tempi in cui turco era il termine ombrello per tutto ciò che stava oltre il Mediterraneo ed era, di conseguenza, alieno alla cultura europea e cristiana e pertanto spesso deplorevole. Recentemente va di moda dire che Shakespeare è stato profetico, e in questo caso è innegabile:

Siam forse diventati tutti turchi
per farci tra di noi l’uno con l’altro
quel che il ciel ha impedito agli Ottomani?

Il Bardo fa dire queste parole a Otello, condottiero della Repubblica Veneta impegnato nella riconquista di Cipro, allora interamente sotto il dominio ottomano. Turco, qui, equivale con tutta probabilità a musulmano, non-cristiano, altro termine ombrello per indicare invece ciò che è giusto (comportarsi cristianamente, parole cristiane).

Un Topolino datato 1935.

Proprio per questo, o forse per la lingua che alle orecchie di un italiano suona eccessivamente gutturale e ruvida, si diceva un tempo bestemmiare come un turco, abbastanza in contraddizione con il forte sentore religioso che impera oggi in Anatolia: lo stesso per bere come un turco, specie ora che Erdoğan ha vietato la vendita di alcolici nei protocolli anti-covid. Lo studioso Vincenzo D’Aurelio propone, come etimologia per fumare come un turco, gli eccessi durante i festeggiamenti per la morte del sultano Murad IV nel 1640, con cui terminava un’era di feroce proibizionismo. Chissà se la caduta del presidente attuale verrà festeggiata a brindisi di rakı.

Non può mancare, neanche qui, il false friend. In questo caso si tratta di turchese, colore che viene da una pietra iraniana (ritorna qui l’ombrello turco) assimilabile all’azzurro. Lo stesso azzurro della bandiera greca, assente al pari del rosso nella bandiera cipriota proprio nel tentativo di sanare le divergenze fra greci e turchi ciprioti. Zona di confine tra il rosso rubino di Ankara e Nicosia occupata e il turchese che oggi è simbolo dell’Unione Europea, chiamata nel suo momento più buio a scegliere bene le proprie amicizie. Evitando le false ones.

SCRITTURE SULLA SCENA: ecco chi ha vinto!

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REDAZIONE | Alla fine il voto dei lettori ha decretato un vincitore.
Fra le scritture dei giovani studenti e futuri critici delle arti sceniche che hanno partecipato al progetto Scritture sulla scena, nato della collaborazione pluriennale fra il Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale di Pontedera della Fondazione Teatro della Toscana e il Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa, in collaborazione con PAC, i lettori della rivista (e sicuramente anche gli amici dei concorrenti) si sono battuti numerosi fino all’ultimo clic.
Una tenzone che ha visto, oltre che i lettori, anche molti dei sostenitori dei 15 studenti universitari dei corsi di studio DISCO (Discipline dello Spettacolo e Comunicazione) e SAVS (Storia e Forme delle Arti Visive, dello Spettacolo e dei Nuovi Media) sfidarsi per sostenere la candidatura dei loro giovani amici.
Se non avete ancora letto le loro recensioni degli spettacoli scelti per l’esperienza critica, le trovate linkate qui.

Ma c’è stato di più. Insieme ai partner abbiamo scelto di assegnare un doppio premio, che desse sostanza al vivo coinvolgimento dei lettori con il voto online, e desse anche spazio ad una scelta ulteriore, espressione di una giuria di esperti, composta da persone della Redazione di PAC e dal Teatro Era.

I vincitori, anzi, le vincitrici sono:

PREMIO DELLA GIURIA CRITICA: Ilaria Nenna su ASPETTANDO GODOT – link

PREMIO DEI LETTORI DI PAC-paneacquaculture.net: Martina D’Antonio su KATIE’S TALES – link

Di seguito i dettagli degli esiti del voto online, che hanno visto la vincitrice trionfare con 93 voti.

L’autore della recensione votata dalla giuria tecnica composta da PAC e Teatro Era vince in premio i quattro volumi dei Testi di Jerzy Grotowski editi da La Casa Usher e tradotti da Carla Pollastrelli, oltre ad un ingresso omaggio al Teatro Era per uno spettacolo della stagione della riapertura 2021/22; l’autore più votato dai lettori, invece, vince due biglietti omaggio per uno spettacolo della prossima stagione al Teatro Era.

A entrambe i complimenti nostri e di tutti i partner e soprattutto l’augurio, che estendiamo ovviamente anche agli altri partecipanti al concorso, di tenere sempre viva la fiamma del pensiero critico, dell’osservazione attenta, dello studio approfondito e della pratica costante della scrittura creativa.

Viva il teatro!

Il teatro si fa interattivo per salvare il pianeta: su Il migliore dei mondi di Barile-Di Giacomo

LAURA BEVIONE | La chiusura forzata dei teatri ha avuto almeno un aspetto positivo, ossia quello di convincere gli artisti a ripensare il proprio linguaggio, ibridandolo con i vocabolari apparentemente ostici e “freddi” delle nuove tecnologie così da inventare originali idioletti spettacolari.  Un esempio è Il migliore dei mondi, progetto che verrà realizzato venerdì 30 aprile in diretta dal Teatro Testori di Forlì, sul cui palco sarà messo in scena il primo spettacolo “interattivo” proposto sulla piattaforma Twich – canali mondoteatro e Victorlaszlo88real (reaction) -, leader nel settore delle live stream e punto di riferimento per l’intrattenimento delle nuove generazioni, cui l’evento è specificatamente – ma non esclusivamente – dedicato.

Frutto della collaborazione fra Elsinor – Centro di Produzione Teatrale e Mondoteatro, l’appuntamento del 30 aprile rientra nel progetto europeo Playon!, ideato da una rete di nove partner intenzionati a coinvolgere creativamente la generazione dei nativi digitali, sperimentando dinamiche interattive di videogioco: il pubblico, infatti, potrà determinare lo sviluppo della trama de Il migliore dei mondi, interagendo appunto attraverso la piattaforma Twich. Non solo, gli spettatori potranno anche sfruttare la diretta per fare del bene, donando qualche euro alla onlus One Tree Planted e dimostrando così concretamente di essere stati coinvolti dalla tematica dello spettacolo, incentrato proprio sull’attuale crisi ambientale.

Per meglio comprendere la genesi e la natura di questo articolato e innovativo progetto, abbiamo intervistato l’autrice del testo, la drammaturga Magdalena Barile, e il regista e interprete – insieme a Camilla BerardiMichele Di Giacomo.Magdalena, il tuo testo è stato scritto appositamente per questo progetto di teatro “interattivo” oppure si tratta del riadattamento di un copione già esistente?

Il testo di questo spettacolo è originale. Il titolo, Il migliore dei mondi, invece, è una citazione dal Candido di Voltaire. Ho scritto in passato un adattamento teatrale del Candido o dell’Ottimismo, opera geniale che parodizza le dottrine filosofiche ottimistiche dell’epoca, secondo le quali questo nostro mondo non può che essere il migliore dei mondi possibili perché è volontà diretta di Dio. Forse alcuni la pensano ancora così, ma siamo in molti a credere che la responsabilità sia piuttosto di chi lo abita e che molte cose debbano cambiare. La formula “il migliore dei mondi” è ormai un celebre paradosso e si presta bene al nostro progetto di teatro/gioco che si rivolge a chi il mondo è ancora in tempo a renderlo migliore: le nuove generazioni.

Come hai lavorato sull’”interattività” del testo, ossia sei stata obbligata a prevedere sviluppi alternativi della trama?

Nello spettacolo il pubblico è chiamato a partecipare all’azione in modi diversi: all’inizio sceglie le caratteristiche fisiche e il carattere della protagonista, come accade nei videogiochi, e poi la segue (è una femmina, si chiama Sofia, questo non si può cambiare) lungo un arco di narrazione che a più riprese apre questioni e domande, chiede partecipazione, intuito e nella parte centrale pone un dilemma di carattere etico che determina la linea principale dell’azione. Non tutte le interazioni dello spettacolo prevedono variazioni di trama, a volte sono approfondimenti o giochi nel gioco, come scatole cinesi, che affondano su un tema o al contrario portano fuori tema per allargare la visione. Questo per due ragioni: volevamo restituire il più possibile la complessità del reale con un testo che fosse di natura ibrida, solo per metà drammatico e che per il resto si nutrisse di frammenti di cronaca, scienza, botanica, pasticceria, ecc.

La seconda ragione è più pratica: se avessimo dovuto avere continue variazioni di trama come una serie su Netflix la produzione avrebbe dovuto sostenere il montaggio, oltre che la scrittura, di un numero esorbitante di ore di spettacolo “possibile” contro l’ora e mezza che di volta in volta sarebbe andata in scena. Detto questo lo spettatore non vedrà mai due spettacoli uguali, molte sono le variabili e moltissime le combinazioni, ma il destino di Sofia è in qualche modo già tracciato. Quello che invece cambia a ogni replica sono gli autori di Sofia (gli spettatori suoi coetanei), il loro modo di fare rete intorno a lei per sostenerla, guidarla, prendere le decisioni che, in questo dispositivo è più chiaro che mai, non riguardano il destino di un solo personaggio ma di tutta la comunità/platea connessa, non solo dal web.

Michele, come avete immaginato l’allestimento di uno spettacolo di cui il pubblico potrà decidere lo sviluppo?

Il migliore dei mondi nasce dalla volontà di trovare una forma ibrida tra teatro e videogioco. Nell’allestimento, realizzato al Teatro Testori di Forli, abbiamo quindi sperimentato, cercando un equilibrio tra i due linguaggi, con l’obbiettivo di creare uno spettacolo-gioco.

La messa in scena ha un impianto teatrale classico: attrice e attore sono sul palcoscenico e il pubblico è seduto in platea. Questo anche per le regole dettate dalla situazione pandemica. Ma abbiamo cercato di trasformare il palco in un luogo digitale. A fare da sfondo alla scena c’è infatti un grande fondale che incornicia personaggi e scene come dentro lo schermo di un pc. Sul fondale è proiettata una video-scenografia formata da grafiche, quiz, didascalie, suoni, video, pools, chat, videocall. Il viaggio fisico di Sofia assume così per il pubblico l’aspetto di un videogioco dal vivo.

Nel videogioco però il giocatore o la giocatrice non osservano soltanto ma partecipano: hanno un joystick con cui guidano il loro avatar. Quale sarebbe stato il nostro joystick? La risposta l’abbiamo trovata tra le nostre mani: lo smartphone. In fondo già lo usiamo ogni giorno per interagire, o sui social o su youtube o su Netflix. Sofia con il suo smartphone chiede al pubblico di rispondere ai sondaggi tramite i loro smartphone.

Quando lo spettacolo sarà dal vivo utilizzeremo mentimeter. Gli spettatori e le spettatrici si collegheranno a www.menti.com e inserendo un codice partita potranno giocare con noi. Su Twich invece il sistema di interazione sarà ancora più diretto: la chat. Tutti vedremo la risposta più votata in chat e noi in teatro, in diretta, agiremo di conseguenza.

Certo, provare uno spettacolo che è condizionato dalle scelte del pubblico, senza pubblico, non è stato facile e ci ha costretto a fare molte repliche al giorno per esplorare le diverse combinazioni ma anche questa modalità di prova è stata molto stimolante.Il testo è legato alla tematica ambientale: credete che il teatro possa ancora avere un ruolo “proattivo” nella società odierna?

Magdalena: Oh, yes. Il teatro è e deve rimanere un’esperienza forte, invasiva. Possibilmente destabilizzante. Se non si esce un po’ diversi, non per forza migliori, da come si è entrati, cosa si va a teatro a fare?

Michele: Sì. Ci credo fortemente. Nei miei spettacoli tento sempre di stimolare riflessioni sul presente e d’immaginare possibili futuri, perché sono certo che il teatro possa incedere sulla realtà. Credo che in questo momento di isolamento e di forzata relazione con il multimediale e gli schermi, molti si siano resi conto dell’importanza che ha la presenza. Il teatro è spettacolo dal vivo, una visione condivisa, in presenza, di corpi in azione, anch’essi in presenza. Ed è proprio la presenza che rende il teatro un mezzo potente di proazione.

Ne Il migliore dei mondi c’è un elemento che è ugualmente potente: l’interazione. Il pubblico ha la possibilità di prendere scelte che vedranno realizzarsi in diretta. Essendo il tema dello spettacolo la relazione tra l’essere umano e l’ambiente, sono certo che la parte di interazione live stimolerà riflessioni sulle conseguenze delle azioni umane nei confronti del pianeta.

Come immaginate il teatro dell’era post-Covid? Credete che l’interattività e il ricorso a piattaforme social e a nuove tecnologie diventeranno pratiche diffuse, realmente creative e capaci di coinvolgere un pubblico più ampio?

Magdalena: Il teatro è già interattivo per sua natura: il pubblico è tradizionalmente investito di un ruolo preciso perché il meccanismo della finzione funzioni. Il patto di sospensione della credulità è il primo gioco che si fa con lo spettatore e da lì a crescere, ai pubblici di tutti i tempi sono stati attribuiti tantissimi ruoli da protagonista: giudice, giuria, coro, vittime e carnefici.

Il teatro è già tecnologico per sua natura. Prima di tutto richiede strumenti: un palco, delle luci, dei corpi, delle conoscenze, ecc. L’uso di questi strumenti porta alla realizzazione di un oggetto fisico – lo spettacolo – che prima non esisteva e che è distinto dalla persona che lo produce. Il teatro è già tecnologia perché è il risultato di una costruzione artificiale e non di un processo naturale. La natura tecnologica del teatro mostra come le nuove tecnologie non cambieranno l’essenza e la funzione della pratica teatrale ma sicuramente, come in ogni altro ambito della nostra vita quotidiana, assistiamo nel vortice delle nuove e nuovissime  tecnologie a una trasformazione delle nostre coscienze.

Michele: Quello che stiamo vivendo condizionerà inevitabilmente il teatro del domani cosi come condizionerà la nostra socialità. Artisti e teatri si stanno confrontando da più di un anno con il digitale: sia come mezzo, coinvolgendo videomaker, programmatori, programmatrici, sound designer e utilizzando piattaforme, sistemi e social; sia come fine, creando dirette, podcast, stagioni on line, video spettacoli e altri forme ibride. Modalità che sono state una necessità per arrivare al pubblico in tempo di zone rosse ma che hanno costretto artisti e teatri italiani a confrontarsi con mezzi e ambiti che già in Europa molti artisti stavano esplorando.

Queste competenze e queste nuove forme saranno un’eredità importante, non andranno perdute e si inseriranno nei racconti scenici futuri in modo sempre più frequente e naturale ma non credo che cambieranno l’essenza del teatro. Così come penso che se faranno entrare un nuovo pubblico in teatro (e credo sarà così) non saranno quelle competenze a farcelo restare. Quando potremo tornare a performare davanti a un pubblico in teatro sono certo che ricercheremo con forza quella relazione e quelle regole, che sono solo del teatro, che sono potenti, che ci sono da sempre, e che riescono a creare comunità, anche integrando nuovi mezzi e nuove competenze.

IL MIGLIORE DEI MONDI

di Magdalena Barile

regia Michele Di Giacomo

videoscenografie Cugeeno Benatti

direzione tecnica Bogdan Tudose

assistente alla regia Chiara Sarcona

ludologo Andrea Ligabue, con la consulenza di Game Science Research Center e Unimore

interpreti Camilla Berardi, Michele Di Giacomo

Per la live

progettazione e organizzazione Francesco Riccardi

organizzazione Emanuela Cardani

creazione contenuto digitale Federico Felletti

consulente tecnico e comunicazione Roberto Lucentini (iBoB)

divulgazione streaming Mattia Ferrari (VictorLaszlo88)

con la partecipazione di Teresa Agovino

produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale, in collaborazione con Mondoteatro spettacolo prodotto all’interno del Progetto Europeo Playon!

 

Il lato struggente dell’assurdo: su “Le sedie” di Ionesco secondo Valerio Binasco

LAURA BEVIONE | In attesa dell’annunciata prossima riapertura dei teatri – oggigiorno più wishful thinking che prospettiva concreta – la vostra cronista teatrale ha approfittato della sua appartenenza a una vera e propria setta di privilegiati cui è concesso ancora di assistere a uno spettacolo dal vivo e si è recata alle Fonderie Limone per seguire una filata de Le sedie, una nuova produzione del Teatro Stabile di Torino, con la regia del suo consulente artistico Valerio Binasco e l’interpretazione di Michele Di Mauro e Federica Fracassi.

Una “farsa tragica”, quella scritta nel 1952 da Eugène Ionesco, in cui l’insensatezza senza possibile catarsi dell’esistenza quotidiana è raccontata ricorrendo, nell’impossibilità della tragedia riconosciuta da Adorno, al grottesco e al comico. Una strada percorsa da Beckett e, appunto, da Ionesco, principali esponenti di quella variegata categoria di testi definita nel fondamentale e omonimo volume di Martin Esslin “teatro dell’assurdo”.

Una classificazione che, inevitabilmente, ha condizionato negli anni la messinscena dei drammi degli autori raggruppati sotto quella etichetta – anche Adamov, Pinter… – sclerotizzandone linguaggio e senso tanto da spingere alcuni a tacciare di anacronismo e inattualità testi in verità ricchi di potenzialità – di espressività e di significato – da indagare e da mettere in luce, magari abdicando alla filologia e non censurandosi nell’operare qualche piccolo taglio e/o variazione.

Michele Di Mauro, Federica Fracassi ©Foto Luigi De Palma

Una via, quest’ultima, che non ha avuto timore di esplorare Valerio Binasco nella sua lettura de Le sedie, ponendo in secondo piano l’aspetto “politico” del testo, vale a dire la sua denuncia dell’”assurdità” del potere e dell’inanità tanto dei suoi massimi rappresentanti – l’imperatore, evocato nell’ultimo atto – quanto dei suoi comunicatori “professionisti” – l’oratore, che compare nella parte finale del dramma, concludendolo con qualche suono biascicato e privo di significato; a favore, invece, del ritratto della coppia dei protagonisti.

Il Vecchio – “maresciallo d’alloggio” – e la Vecchia – la sua compagna Semiramide – sono sposati da una vita, forse da cento anni, e trascinano stancamente la propria esistenza in un’abitazione isolata, affacciata sul mare. Uno spazio che l’ispirato scenografo Nicolas Bovey ha immaginato come la sezione prospettica di un’ampia stanza, il pavimento ricoperto di macerie e le pareti scrostate; su un lato una vera e propria “montagna” di sedie accatastate l’una sull’altra, dalle fogge più diverse ma tutte polverose ed evidentemente molto utilizzate; sul fondo, da un lato, una finestra che rivela un cielo plumbeo.

Un luogo reale eppure evidentemente metaforico, così come allo stesso tempo carnalmente reali eppure dichiaratamente simbolici sono appunto i due protagonisti, cui Federica Fracassi e Michele Di Mauro donano un’eclettica gamma di umori e sentimenti, movimenti e posture. I volti pesantemente truccati e le parrucche esagerate così da trasformarli in clown malinconici, i due si muovono lentamente, sospesi in un tempo che appare immobile, paradossalmente, da un’eternità.

Seduti su due sedie affiancate, oppure in proscenio, fingendo di osservare il paesaggio esterno da invisibili finestre, il Vecchio e la Vecchia rievocano il proprio passato: lui si sarebbe meritato di più, visti i suoi talenti; lei lo ha amato come moglie e come madre, pur non potendo sostituirsi alla vera genitrice di lui; forse hanno avuto un figlio che, tuttavia, li ha abbandonati… I dettagli della loro esistenza passata non sono importanti e dunque è del tutto inutile sottolinearne incoerenze e lacune: ciò che davvero conta è il legame infrangibile che unisce i due, un sentimento solido e resistente sulla cui esplorazione Binasco concentra la propria regia.

Un amore pluridecennale che sopravvive agli acciacchi della vecchiaia e che quotidianamente si rinnova: il muto e impacciato amplesso fra i due, appassionatamente abbracciati sulle sedie, è uno dei momenti più poeticamente struggenti dello spettacolo ed esplicita quanto ciò che davvero interessa alla regia sia il miracolo di una relazione ancora viva dopo tanti anni.

I due sembrerebbero bastare a loro stessi eppure soffrono per il loro isolamento rispetto a un mondo che forse non esiste più – a tratti suoni inquietanti provengono dall’esterno e poi c’è quel cielo ognora tenebrosamente oscuro. Ecco, allora, che la coppia organizza una conferenza, durante la quale un “oratore professionista” avrà l’incarico di rivelare quel programma che, ideato dal Vecchio, dovrà finalmente modificare in senso positivo lo stato delle cose.

Nella seconda parte il ritmo dello spettacolo repentinamente accelera: arrivano l’uno dopo l’altro gli invitati – rigorosamente invisibili, proiezioni della mente dei due protagonisti – ed è necessario sistemare per bene le sedie prima disordinatamente accatastate. Il dialogo si svolge ora su piani distinti: i due protagonisti parlano fra loro, scambiandosi istruzioni sul da farsi, e, allo stesso tempo, rivolgono battute ai loro ospiti-fantasma, fra i quali “la bella” – il primo amore di lui – e il “colonnello”, ma anche il “fotografo”, per il quale Semiramide si mette – imbarazzata e lusingata allo stesso tempo – in posa.

 

L’arrivo dell’oratore – una luce abbagliante che percorre il palco e poi la platea – è anticipato da una surreale telefonata da parte dell’imperatore, ansioso di dichiarare il proprio apprezzamento per l’iniziativa del Vecchio…

Si tratta di eventi, questi ultimi, che concorrono a sottolineare ulteriormente la solitudine della coppia di protagonisti, forse stanchi di un’autosufficienza che tuttavia non li esonera né dai rimpianti e dalla nostalgia per un passato di solare benessere, né – e soprattutto – dalla paura della morte. Ecco, allora, che soltanto dopo essersi circondati di ospiti invisibili e avere ottenuto l’approvazione di entità “supreme” – e altrettanto ectoplasmatiche – quali l’imperatore e l’oratore, il Vecchio e la Vecchia saranno pronti per affrontare il loro ultimo viaggio insieme e, sorridenti e finalmente pacificati, sceglieranno di tuffarsi in quel nulla che risiede aldilà dell’ampia finestra sul fondo del palco.

Un finale – la coppia di schiena, due silhouette in penombra, ormai senza età né corporea consistenza – che suggella una messinscena poetica e introspettiva, che sa andare oltre la superficie “assurda” del testo, rivelando meritoriamente quanto il grottesco ritratto della società occidentale dipinto settant’anni fa da Ionesco poggiasse in verità su una intima e complice consapevolezza della fragilità umana.

 

LE SEDIE

di Eugène Ionesco
traduzione Gian Renzo Morteo
regia Valerio Binasco
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Alessio Rosati
musiche Paolo Spaccamonti
assistente regia Giordana Faggiano
assistente scene Nathalie Deana
con Michele Di Mauro, Federica Fracassi
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Fonderie Limone, Moncalieri (Torino), 18 aprile 2021

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