mercoledì, 21 Aprile, 2021
Home Blog Page 3

Addio a Ismael Ivo, sintesi di eleganza e potenza

GIAMBATTISTA MARCHETTO | In molti lo ricordano ancora vestito del suo completo bianco candido mentre si aggirava tra le calli di Venezia. Ismael Ivo ha lasciato un segno forte nel cuore della città lagunare dai tempi in cui era direttore del settore Danza per la Biennale e la notizia della sua morte è piombata sull’ambiente culturale veneziano e non solo come un fulmine inatteso.
L’artista 66enne è morto in Brasile per le conseguenze del Covid-19. Dopo una carriera che lo ha portato alla fama internazionale, Ivo era infatti tornato nel suo paese natale nel 2017 per un incarico storico: è stato infatti il primo artista di colore ad assumere la direzione del Balé da Cidade de São Paulo.


Performer potente eppure elegante, capace di conciliare una fisicità esplosiva con una leggerezza del movimento che ne faceva un danzatore poliedrico, Ivo era nato a San Paolo del Brasile, ma prima di tornare in patria da protagonista ha costruito una folgorante carriera tra New York e Berlino. Approdò infatti nella Big Apple nel 1983 invitato da Alvin Ailey, che lo volle membro della sua compagnia. Scelse però l’Europa come “casa” per il proprio lavoro sul palcoscenico, fermandosi a Berlino dal 1985 al 1996 e collaborando con il maestro del teatro-danza tedesco Johann Kresnik e con Ushio Amagatsu, l’artista giapponese dei Sankai Juku, noto per la sua particolare danza butoh. Affascinato dalla carne di cui son fatti gli incubi, nel 1994 ha anche dedicato un lavoro all’artista irlandese Francis Bacon, dal titolo omonimo, ancora in collaborazione con Kresnik. Un’esplorazione delle opere sfuggenti e fosche del grande pittore, tra potere e vizio, vergogna e ‘scorrettezza’.

La sua flessibilità interpretativa e un affascinante intreccio tra le esperienze europee e le sue radici afro-brasiliane lo portarono a collaborare come artista ospite e solista in opere firmate da Kresnik, George Tabori, Márcia Haydée, Yoshi Oida e Koffi Koko, ma ha condiviso progetti anche con Pina Bausch, William Forsythe e Marina Abramovic. 
Nel 1984 ha dato vita con Karl Regenburger al Vienna international dance festival (che ha diretto per oltre 15 anni) ed è stato anche direttore del Deutsches Nationaltheater di Weimar.


A Venezia Ismael Ivo aveva fatto la sua prima, folgorante apparizione nel 2002 con l’assolo Mapplethorpe. Dal 2005 ha assunto la direzione del Festival internazionale di danza contemporanea della Biennale, scegliendo come focus l’esplorazione del corpo, e nell’arco di otto anni ha ringiovanito e allargato il publico della danza festivaliera, ma soprattutto ha conquistato la città con il suo carisma e la sua gioia di vivere. Sono nati in quegli anni la trilogia Body attack, Under skin, Body & eros (2005-07), Beauty (2008), il ‘laboratorio delle emozioni’ Capturing emotions (2010), Awakenings (2012) e Biblioteca del corpo (2012), spettacolo legato alla formazione dell’Arsenale della Danza.
Venezia, la Biennale e l’Italia si uniscono al mondo della danza che perde un protagonista assoluto, intelligente e ironico, vitale e costantemente alla ricerca di nuovi stimoli. 

Una vita bastarda: una favola noir a Balarm Town. Intervista a Gianni Allegra

RITA CIRRINCIONE | Può un romanzo a fumetti raccontare pienamente la ferocia di un’umanità dedita al malaffare, al crimine, al saccheggio sistematico del territorio, al mercimonio dei corpi, all’uso smodato di droga, al maltrattamento e all’abuso di minori? Può rappresentare una realtà in cui degrado, violenza e sopraffazione la fanno da padroni? Gianni Allegra ci prova, anzi ci riprova, con La vita bastarda, appena pubblicato da ComicOut di Laura Scarpa. 

Nel nuovo graphic novel l’autore palermitano torna a raccontare le gesta di Minkiaman – alias Totuccio – supereroe sui generis con cappellino da baseball, maschera, mantellina e pattini a rotelle che abbiamo già visto in azione ne La guerra di Minkiaman, prima tappa della saga. E continua a raccontare le vicende di violenza, droga e sesso in una Balarm Town (antico nome arabo di Palermo) cupa e feroce dominata da una mafia farsesca e spietata in lotta per il potere. Lo fa con una crudezza di immagini e di linguaggio e con uno stile così allucinato da sembrare eccessivo.

Ma quando la realtà è quella di una città che ha assistito al sacco selvaggio di un patrimonio architettonico unico al mondo; quella di un popolo che per decenni ha visto i corpi crivellati dalla lupara insanguinare androni, cortili, marciapiedi, automobili; quella di una terra che ha assistito all’esplosione di centinaia di chilogrammi di tritolo e visto saltare in aria autostrade, palazzi e pezzi dello Stato, è difficile che la rappresentazione della realtà superi per orrore e oscenità la realtà stessa.

Ne La guerra di Minkiaman Totuccio è un bambino abbandonato nella campagna alla periferia di Balarm Town – una Palermo trasfigurata ma riconoscibile – e accudito da un vecchio che lo alleva insieme ai suoi tre cani. Pur nell’abbandono e nella trascuratezza e con una istruzione tardiva e disordinata ricevuta da un “mancato maestro”, Totuccio sviluppa un talento e una sensibilità speciali. Da adolescente, si sposta in città dove è in corso una guerra tra bande mafiose per il controllo del territorio e dove viene iniziato al sesso e alla durezza della vita. Imparerà a farsi rispettare trasformandosi in Minkiaman.

Ne La vita bastarda, da quel bambino timido e trascurato che era, Totuccio diventa un ragazzo che vuole capire la propria storia personale e familiare. Dovrà fare i conti con la realtà drammatica di una famiglia “tossica” dove convivono promiscuità, abuso sessuale e violenza. Rivestirà ancora i panni di Minkiaman ma questa volta lo farà di malavoglia. Ha scoperto di avere in sé altre risorse che lo salveranno: una forza interiore innocente e tenace e l’amore per la poesia.

Pittore, fumettista, autore di graphic novel, storico vignettista di Repubblica Palermo dove, come Matita Allegra, dal 1997 al 2017 ha pubblicato le sue vignette di satira politica, Gianni Allegra inizia la sua attività collaborando con la rivista I Siciliani diretta da Giuseppe Fava e successivamente con il quotidiano palermitano L’Ora. Seguiranno collaborazioni con Comix, Linus, L’Unità, Avvenimenti, Cuore, Tango e Smemoranda. Ha vinto il Premio Zac per la satira nel 1999. Ha disegnato Il Giocatore, scritto da Roberta Torre e Diario della pioggia, su testi di Marcello Benfante.

Gianni Allegra

Il segno grafico carico e deciso, la scelta del bianco e nero (molto nero, poco bianco), lo stile espressionista, i volti mostruosi e grotteschi come i gargoyles delle cattedrali gotiche che affollano certe scene di violenza: Gianni Allegra, possiamo definire “La vita bastarda” un noir gotico?

Sì, “La Vita bastarda” è un noir gotico. Le creature mostruose che popolano gli incubi e gli insight psicotici del protagonista sono i suoi demoni, le sue terribili paure, il suo panico quotidiano. Totuccio è schiacciato dai sensi di colpa la cui rappresentazione non poteva che essere quella di creature terribili e deformi. Qui e lì emerge anche qualche eco dei mostri di Villa Palagonia (villa barocca di Bagheria famosa per la sequela di statue mostruose e grottesche che sormontano le mura di cinta – n.d.r.). In questo romanzo Totuccio è ormai cresciuto, non è più quel ragazzino dal talento smodato che doveva salvare la pelle per sopravvivere in un mondo non certo a sua misura: è un giovane adulto sopraffatto dai sensi di colpa, dai tormenti e dalle ansie legate a un passato in cui fu pure carnefice e assassino. Un noir gotico, certo, ma anche una fiaba nerissima. Per quel che attiene al segno deciso e nero, non poteva che essere questa la scelta: un espressionismo carico, emotivo, nervoso e sporco. D’altra parte, anche nella pittura l’espressionismo con influenze pop è ciò che prediligo.

Da Dr. Jekyll/Mr. Hyde a Dorian Gray e il suo ritratto; da Superman/Clark Kent ad altri supereroi e i loro alter ego, nel campo letterario come in quello del fumetto, l’espediente narrativo del doppio è chiamato a svolgere una funzione che può essere di tipo risolutivo, trasgressivo, liberatorio. Qual è nel caso di Totuccio/Minkiaman?

È l’ambiguità non risolta, il dubbio. La scelta timorosa e titubante. La paura di sprofondare ancora in un abisso di efferatezze non più sostenibili. La ricerca di sé e l’angoscia di un vissuto da dimenticare e che invece riaffiora. E se non è un doppio con i caratteri risolutori e liberatori, possiede i crismi della trasgressione. Difatti ne La Vita bastarda inizialmente Totuccio si rifiuta di tornare a essere il supereroe stravagante e grottesco della storia precedente ma per contingenze stringenti, suo malgrado, rivestirà ancora i panni prosaici di Minkiaman. È il doppio del tormento, del ripensamento, da cui non può prescindere. Forse un Mr Hyde lucido, consapevole, non una creatura mostruosa da laboratorio, per quanto supportata da un uso bizzarro di pillole blu.

Per temi, linguaggio, estetica, La vita bastarda è fortemente connotata in senso fallocentrico: personaggi maschili e femminili sembrano il prodotto di stereotipi sessisti creati da un immaginario decisamente maschilista. In tempi di gender fluidity o di identità di genere non binaria come si colloca la tua scelta?

“La vita bastarda”, come “La Guerra di Minkiaman”, è un romanzo dal mood ancestrale e selvaggio dalla forte impronta patriarcale, dunque sicuramente fallocentrica. È a misura di un maschio il cui fallo è appendice del proprio io, un maschio che schiaccia e sottomette la donna (qui è il caso di dire “femmina”) in quanto predatore e detentore di un potere assoluto, pensato più con i genitali che con la mente. In realtà la donna-femmina ha la stessa idea di potere del maschio, adopera lo stesso linguaggio e ne rappresenta in definitiva l’immagine speculare. Vedremo, infatti, donne matriarcali che usano il proprio corpo per esercitare il potere. Un potere uterocentrico? La cosa che balza agli occhi è che sia i maschi che le femmine provano piacere più nel comandare che nel fare sesso, secondo il precetto: Megghiu cumannari ca futtiri! Direi che patriarcato e matriarcato convergono e si sovrappongono in un delittuoso quanto insopportabile unicum. È un contesto distopico, senza tempo, che per comodità di lettura possiamo collocare alla fine degli anni cinquanta. Totuccio, anima sensibile e poetica, sarà l’eccezione che avvalora le regole bestiali che fanno di Balarm Town un pauroso girone infernale. A me interessava soprattutto raccontare il mistero del talento: come possa restare vivo in una creatura fragile e indifesa e in un contesto ostile e disumano.

Parliamo del linguaggio usato nel girone Balarm Town: è un linguaggio poco articolato, diretto e brutale, che si esprime per assunti; è un italiano impoverito e grezzo, quello che faceva parlare Tullio De Mauro di catastrofe culturale e di emergenza sociale e politica; è un siciliano residuale e snaturato misto a un anglo-americano da mafia movie. “Un populu diventa poviru e servu/ quannu c’arrubbanu a lingua/ addudata di patri:/ è persu pi sempri” come ammoniva Ignazio Buttitta?

Il linguaggio rifugge dalla stucchevolezza e dagli equivoci indotti da certe fiction ambientate in una Sicilia da cartolina consolatoria. Si parla un italiano basico, da basso ventre, quello che si concepiva in certi quartieri di periferia di una Palermo povera, devastata, mafiosa e ingrugnita degli anni cinquanta. È una lingua che sentenzia, che non prevede la dialettica, lo scambio dialogico; una lingua tutta epiteti, esclamazioni forti, minacce e ordini perentori, ma – per scelta mirata, per il desiderio di giungere a lettori di ogni latitudine – non è una lingua dialettale. Lo slang è riconducibile a un siciliano residuale ma non ha nulla di elegiaco, agreste e popolare. È il parlato dell’hard boiled, se possibile, più essiccato. Viceversa il linguaggio di Totuccio è complesso ed evoluto, ricco di sfumature liriche: il linguaggio che gli deriva dai suoi studi e dalle sue letture alte. Sarà proprio la lingua dei padri – da Dante a Leopardi – a salvare Totuccio.

Tra due visioni di Palermo, quella che potremmo definire neo-romantica, magica e folclorica, e la visione tragica di una città irredimibile, sulla scia di un approccio neo-illuministico riconducibile a Sciascia, dove si colloca la tua Palermo/Balarm Town? E, parafrasando ancora Sciascia che si riferiva alla Sicilia con i suoi problemi e con le sue contraddizioni, Palermo come metafora del mondo?

Per quanto riconducibile a Palermo, Balarm Town potrebbe essere la cattiva evoluzione di altre città e metropoli difficili del Sud e del Mezzogiorno, ma non solo.
Balarm Town è una città irredimibile. Più di quella odiata-amata dal più illuminista dei nostri scrittori. È una città senza legge dove ogni illegalità è lecita, ogni desiderio è il più sfrenato, ogni efferatezza è la più aberrante. Una città cornucopia che puoi depredare e saccheggiare senza una polizia che la protegga o una politica che la governi. Un cartello invidiato e agognato anche dai più incalliti narcos. Una città bordello di maschi predatori e femmine sirene e meretrici in un’unica enorme bolgia. Vi chiederete come il giovane Totuccio possa vivere in un simile contesto: la risposta è in grado di fornirla il suo alter ego, il prosaico e furioso Minkiaman.

La vita bastarda è la seconda tappa del ciclo di Minkiaman. L’happy end sembra escluderne una terza. È così?

La duologia è sufficiente a raccontare la vicenda umana di Totuccio-Minkiaman. La storia del piccolo abbandonato dai suoi genitori depravati, che si è fatto Minkiaman per sopravvivere e vendicarsi e poi, schiacciato dai sensi di colpa, come solo gli uomini possono, ha compiuto il suo destino.
Ma c’è un certo interesse sul versante cinematografico. E se mai dovessi essere coinvolto nella scrittura della sceneggiatura, beh, a quel punto un terzo capitolo potrebbe saltare fuori! Mai dire mai?

Recuperare il passato per costruire il futuro: nasce l’archivio di Fondazione Cirko Vertigo

LAURA BEVIONE | La memoria dello spettacolo dal vivo è materia apparentemente effimera e pare quasi un paradosso per un’arte che vive nell’istante, irripetibile, in cui si mostra. Eppure è necessaria – non soltanto per gli storici delle performing arts – e, soprattutto, possibile: fotografie, video, articoli possono aiutare a ricostruire la concreta materialità di una performance, permettendoci anche di subodorarne umori e sentimenti. Ecco, allora, che non possiamo che accogliere come un’ottima notizia l’imminente disponibilità – a partire dal 12 aprile – di un nuovo archivio dello spettacolo dal vivo.

Foto di Andrea Macchia

Si tratta dell’Archivio della Fondazione Cirko Vertigo che permetterà ad artisti, studiosi o semplicemente curiosi di immergersi nei vent’anni di attività di questa realtà torinese, creata da Paolo Stratta, che ne è tuttora l’appassionato animatore: gli abbiamo chiesto di raccontarci la genesi e le peculiarità di questo nuovo forziere di preziosi reperti sull’arte del circo e del teatro di strada.

Spesso i creatori di importanti realtà artistiche, inevitabilmente concentrati sulle questioni contingenti, trascurano la “memoria” di quanto realizzato. Quando e come è nata l’esigenza di raccogliere in maniera sistematica le attività di Cirko Vertigo?

Lo spettacolo dal vivo è un esempio privilegiato di quanto l’esperienza fra artista e pubblico sia fatta di “occasione”, di momenti rubati che lasciano la fotografia del momento e dell’incontro allo scatto della memoria. Fermare gli attimi di queste esperienze è stato un tema ricorrente sin da quando ho iniziato a occuparmi di spettacolo dal vivo nel 1991 e, già a partire dal mio saggio Una piccola tribù corsara, avevo chiaro quanto fosse importante provare e fermare le tracce dell’effimero.

Questo tema, rimasto sotto traccia per tanti anni, è diventato centrale nel momento in cui a teatri sigillati e con tutte le compagnie e gli artisti fermi ai blocchi di partenza ci siamo interrogati su quanto fosse importante recuperare la dimensione della testimonianza. Da qui è nata, per ragioni poetiche, storiografiche, organizzative e occupazionali, la volontà della memoria. C’è qualcosa di coerente in questa scelta: la necessità del teatro.

Con una certa sorpresa positiva, abbiamo scoperto che poco era stato perso fra documenti, fotografie e video. Punteggiando i momenti centrali della mia carriera personale per poi sfociare in quella della Fondazione, stiamo trovando tracce e reperti che ci riconducono a tutte le fasi fondamentali.Com’è stato concretamente creato l’Archivio di Cirko Vertigo?

L’archivio è stato creato, dal punto di vista dell’architettura tecnologica, ex novo, con una piattaforma, NicePlatform, che consente allo staff della Fondazione di lavorare in contemporanea in rete: professionisti diversi possono caricare in back-end i materiali da una delle sedi della Fondazione per farli visionare da altri colleghi in un’altra sede e fare così un vero e proprio lavoro di rete e non fermarsi mai.

La creazione dell’archivio ha previsto una prima fase di chiamata alle armi di tutti i fotografi e videomaker che in questi anni hanno documentato il nostro lavoro, quindi è stata realizzata una prima raccolta di materiali digitali.

Avevamo ereditato dal progetto europeo Pass par Cirque un primo archivio, sul quale abbiamo rilavorato molto, agendo su più livelli: un livello di inventario vero e proprio, uno di caricamento dati, uno di analisi dei materiali e, ancora prima, abbiamo lavorato sulla determinazione dei campi di ricerca. L’archivio, infatti, potrà essere fruito attraverso l’utilizzo di chiavi di ricerca che vanno a intercettare tutte le informazioni presenti sul sito attinenti alla parola chiave inserita dall’utente.

Quali materiali contiene l’Archivio?

Nell’archivio si trovano gallerie fotografiche; schede di libri consultabili fisicamente a Grugliasco su appuntamento e che riportano, oltre alla scheda vera e propria, anche la copertina e l’indice del libro stesso; le schede degli spettacoli contenenti trailer, sinossi, crediti obbligatori; lo spettacolo integrale nel minutaggio più ampio possibile e, per alcune produzioni, le schede biografiche e fotografiche degli artisti e dello staff.

Secondo quali modalità e da chi potrà essere consultato?

L’archivio potrà essere consultato da tutti, gratuitamente, previa registrazione sulla piattaforma NicePlatform (www.niceplatform.eu). Abbiamo deciso di mantenere una distinzione netta fra l’archivio, ovvero gli spettacoli non più in produzione, e gli spettacoli in attività, a pagamento.

Quali sono i materiali dell’archivio a cui sei più affezionato?

Ci sono alcuni momenti fondativi della nostra storia e che hanno segnato dei punti di svolta e trasformazione. Da un lato ci sono i primi spettacoli, realizzati a partire dalla nascita dell’accademia: il primo, Northen Star (2003), è una vera pietra miliare.

Andando a ritroso rispetto a quella data non possiamo non ricordare Pino(k)io (2002), spettacolo dal quale è nata tutta l’esperienza della Fondazione, coprodotto da Asti Teatro tramite Eugenio Guglielminetti e dal Festival delle Colline Torinesi; e, ancora più a ritroso, le prime esperienze in cui, da interprete e regista, ho mosso i primi passi per arrivare alla creazione dello spettacolo Pino(k)io. Mi riferisco alle prime sperimentazioni in qualità di artista di strada, in solo e con la compagnia Stratta e Molari, ma ancora prima con il collettivo artistico che si chiamava Iati Bialo blu, da cui sono nate altre realtà di spettacolo dal vivo e altri artisti. Cito fra tutti Luca Regina, uno dei comici più stimati nell’ambito dello spettacolo popolare.

Andando in avanti rispetto a Northen Star, gli snodi sono stati The Circle (2006), spettacolo creato per le Paraolimpiadi e con cui abbiamo inaugurato Luci d’Artista; Una piccola tribù corsara (2011) creato per i 150 anni dell’Unità d’Italia.

Fra tutti gli spettacoli creati per il Festival Mercanzia di Certaldo quello più riuscito, anche a detta del festival stesso, è stato Le Spose (2006), in cui si metteva in scena il matrimonio con un malcapitato spettatore che si trovava in presenza di ben tre spose e di tutta la loro famiglia.

Infine l’incontro importantissimo con Caterina Mochi Sismondi e la compagnia blucinQue, con la creazione di VertigoSuite,# (2015), che ha aperto una seconda fase di creazione artistica, facendo sì che dopo più di dieci anni si tornasse, oltre che alle creazioni pedagogiche, anche a quelle professionali in seno alla Fondazione.

L’archivio rappresenta il passato della Fondazione Cirko Vertigo: come ti immagini il suo futuro, in un’auspicabilmente vicina era post-Covid?

Il futuro lo vedo sicuramente con delle radici molto più salde, grazie all’attività svolta per la realizzazione del nostro archivio digitale. Il recupero della memoria e della nostra storia significa andare in profondità e quindi ripartire sul futuro avendo una maggiore consapevolezza del passato. Soltanto fermandosi ad analizzare quello che è fatto, si ha consapevolezza di quello che si sta facendo e di quello che si andrà a fare.

Sicuramente il futuro sarà influenzato anche positivamente dall’esperienza vissuta, sapremo goderci di più le cose.

L’obiettivo in futuro sarà sempre più radicato nella produzione dello spettacolo dal vivo, dopo aver incentrato il focus in tutti questi anni sull’investimento sulle nostre sedi, lo staff e l’organico e il lavoro di pedagogia.

Il triangolo d’oro su cui vive la Fondazione, fatto di formazione, diffusione e creazione artistica, in questo momento ha la volontà di mettere accento sulla creazione artistica e professionale, che sono alla base tanto del riconoscimento dell’arte del circo contemporaneo a tutto tondo, quanto della chiusura in pienezza di un percorso che porta dalla formazione di un giovane fino alla sua realizzazione artistica e alla sua circuitazione sulle platee internazionali.

Dal Veneto sfida al Piccolo Teatro. Intervista a Giorgio Ferrara, neo direttore del TSV

GIAMBATTISTA MARCHETTO e ELENA SCOLARI | Tutto è iniziato grazie all’ ispirazione della nonna, che lo invitava a darsi al teatro. E inseguendo quello spunto Giorgio Ferrara è finito davvero in Accademia, abbandonata però ben presto per seguire Luca Ronconi.

Il direttore nominato del Teatro Stabile del Veneto lancia un guanto di sfida proprio al Piccolo di Milano. E all’inizio dell’insediamento – avvenuto il 2 aprile – annuncia di voler riportare il TSV agli antichi fasti, posizionandolo nel gotha del teatro italiano e facendone un centro di relazioni produttive e culturali internazionali.

Direttore, quale sarà la sua impronta sul TSV, ci sarà una linea più orientata alle relazioni internazionali?

Il Teatro Goldoni di Venezia sarà la vetrina internazionale; il Teatro Verdi di Padova si concentrerà su produzioni e coproduzioni ma anche ospitalità nazionali; per il Teatro Del Monaco di Treviso lavorerò sulla riscoperta del repertorio musicale veneto – non troppo frequentato negli ultimi anni – e su commissioni ad autori contemporanei per tre nuove opere o pezzi musicali.
Vorrei poi creare una piattaforma tra i tre teatri per cercare di far vedere in ognuno tutti gli spettacoli che vanno in scena nei tre diversi cartelloni.

Cosa porterà con sé l’esperienza che ha fatto al Festival di Spoleto? Cercherà un posizionamento meno “locale” e di più ampio respiro?

Certo, non tralasciando l’aspetto territoriale, che fa parte del Veneto e ha il diritto di avere visibilità. La linea della vetrina internazionale è una linea che paga e vorrei che diventasse il segno fondamentale della programmazione.

Tornare a essere un Teatro Nazionale è uno degli obiettivi del suo mandato, come pensa di conciliare questo fine con l’attenzione al territorio? 

C’è tanta scelta tra le compagnie che agiscono in Veneto, e ci sono la Compagnia dei giovani del TSV e gli allievi della Scuola d’Arte Drammatica. Attraverso queste formazioni cercheremo di dare visibilità al repertorio regionale e al teatro più giovane.

Ci sono relazioni internazionali già intrecciate? 

Sì, con il mondo russo e quello francese stiamo già dialogando. Per esempio con Boris Yuchananov, direttore artistico dell’Electrotheatre di Mosca (il teatro in questi giorni è aperto e ospita una sua versione di Pinocchio, n.d.r.). Con il lituano Rimas Tuminas, direttore del Teatro Vachtangov svilupperemo un progetto ed è probabile che lavoreremo anche con Robert Wilson. Stiamo poi immaginando una collaborazione con Fanny Ardant, ma naturalmente anche con figure di protagonisti italiani come Serena Sinigaglia.

Ci ha parlato prima della ripartizione tra le tre sale di Venezia, Padova e Treviso, con particolare attenzione alla materia musicale, ci sarà una spinta verso la multidisciplinarietà?

Dipenderà dal budget complessivo e dal programma. A Treviso vorrei mettere in scena opere liriche contemporanee, senza trascurare il recupero del repertorio dimenticato. Lavorando sulla multidisciplinarietà sarà più facile anche coinvolgere mecenati che possano contribuire a incrementare il bilancio, avremo un ventaglio ampio e adatto a cercare appassionati di prosa ma anche di danza o di lirica, costruendo con i privati anche coprogettualità per iniziative particolari.

In questi anni lo Stabile si è mosso per musica e danza. Il teatro di figura potrà tornare ad aver rilievo riacquistando identità e forza nelle programmazioni?

Penso proprio di sì, lo ho già fatto a Spoleto. L’importante è che si tratti di operazioni di alta qualità, che siano sorprese e prime assolute. Sarebbe molto bello vedere al TSV opere prime di puppet russi, giapponesi o cinesi.

Ora i teatri sono ancora chiusi, ha un’idea forte per il rilancio al momento della riapertura?

Io sto facendo un programma che va da maggio a dicembre e lavoro facendo finta che sarà tutto aperto, come spero. Bisogna fare così, senza stare appesi al probabile. L’obiettivo del Teatro Nazionale è il mio primo pensiero: il TSV non può essere considerato un TRIC (Teatro di Rilevante Interesse Culturale, n.d.r.), deve essere riqualificato, sappiamo che dipende pure dagli algoritmi ma io mi impegnerò al massimo.

Pensa che il pubblico riprenderà subito a frequentare le sale o ci sarà bisogno di ri-sedurre gli spettatori?

Guardi, credo che gli spettatori non vedano l’ora di tornare a teatro, ci sarà una corsa liberatoria. E una cosa da tenere senz’altro presente è la risata, dobbiamo  tornare con allegria.

Photo (c) Michele Crosera

Il progetto di regia permanente affidato a Irina Brook prevede un lavoro con i giovani basato sull’Amleto, ci può spiegare meglio cosa sarà House of us?

Sarà un laboratorio che si svolgerà ogni anno. Irina Brook starà quattro/cinque mesi a Venezia, lavorerà con i giovani della Scuola di teatro sull’esperienza degli spettatori; sarà una specie di installazione/spettacolo suddivisa in tre atti. Il lavoro prende spunto dall’Amleto shakespeariano che Irina rielaborerà secondo una sua interpretazione seguendo un percorso fatto di varie fasi. Il progetto sarà poi portato in luoghi diversi dal teatro, si tratterà di “camere” da visitare.

Ha preso questo incarico al TSV come una sfida o più come l’inserimento in una  struttura già autorevole e salda?

La struttura è senz’altro potente, ha circa 60 dipendenti, tre teatri che formano il circuito. Come mi è già capitato – all’Istituto Italiano di Cultura a Parigi come a Spoleto – vengo chiamato in strutture da risollevare. Questo Teatro Stabile è importante in una regione che lo è altrettanto ma oggi risulta un po’ trasparente, quindi la sfida è riportarlo a essere Teatro Nazionale e farlo diventare un soggetto di punta nell’ambito dello spettacolo italiano ed europeo.

Alcuni anni fa lei ricordava Togliatti che raccontava le favole a lei e a suo fratello Giuliano. Quanto ha contato quel fascino narrativo nella sua scelta di lavorare nel teatro?

Non saprei, quella era una fascinazione data dal personaggio, dalla curiosità di trovarsi in quella casa e di vederlo come fosse una specie di zio. Ha invece influito la mia nonna materna, piuttosto, la quale mi ha sempre detto che io avrei dovuto fare teatro, fare l’attore. Io mi ero in effetti iscritto all’Accademia di Roma come attore ma poi è arrivato Ronconi come insegnante e mi ha detto “No, guarda lascia perdere, vieni a lavorare con me”. Ho fatto l’attore, ma soprattutto ho iniziato con la regia.

Ma ce l’ha un sogno del cassetto, in qualità di nuovo direttore del TSV?

Vorrei rendere il TSV più importante del Piccolo Teatro di Milano.

Danzare nel vuoto del teatro: su Poesie anatomiche/progetto Lingua Madre del LAC di Lugano

LAURA BEVIONE | Continuare a lavorare anche in un teatro vuoto, prendendosi il tempo e la concentrazione per osservarsi più da vicino: le piccole pieghe e le macchie del proprio corpo così come gli slittamenti di senso e le modalità di utilizzo delle parole quotidianamente pronunciate. Un progetto realizzato nella solitudine e nell’”assenza” per cinque mesi e i cui frutti sono resi disponibili gratuitamente, online, uno a settimana, fino alla fine di maggio.

Una meditazione sul presente della pandemia e un’ipotesi sul possibile avvenire che ci attende sono sintetizzate nel titolo Lingua madre – capsule per il futuro, scelto da Carmelo Rifici e da Paola Tripoli – rispettivamente direttore artistico del LAC e direttrice artistica del FIT Festival – per denominare il proprio originale e composito progetto, alla cui concreta realizzazione ha contribuito un “comitato editoriale” formato da Lorenzo Conti, Angela Dematté, Riccardo Favaro e Francesca Sangalli.

Un piano artistico che vuole essere paradigmatico di un rinnovato pensiero creativo, quest’ultimo sintetizzato in un decalogo/manifesto, concepito dagli stessi ideatori e dai loro collaboratori, descritto quale «un elenco di suggestioni che apre spiragli a campi di ricerca più vasti; una dichiarazione di intenti» e redatto a partire dalla constatazione che «solo accettando il fallimento in cui siamo sprofondati potremo muovere ipotesi di prossime realtà».

Suggestioni, “frammenti di visioni”, che sono stati immediatamente sperimentati nell’architettare appunto l’articolato palinsesto di Lingua Madre, sviluppato in «in tre macro aree tematiche: Corpo, Rito, Linguaggio», dalle quali si diramano altri motivi pregnanti, quali l’”assenza”, la connessione perenne, l’analisi logica, la gestualità… Temi già presenti nella prima realizzazione del progetto – che consta di diciotto lavori inediti, quattro conferenze e altrettanti lungometraggi – ossia il video artistico Poesie anatomiche, diretto e coreografato da Alessio Maria Romano a partire da nove brevi liriche composte da Francesca Sangalli e incarnato dalla danzatrice/performer Camilla Parini.

Un video girato negli spazi ampi e modernissimi, neutri e quasi asettici del Lac di Lugano – l’imponente centro culturale sulle rive del lago svizzero inaugurato nel 2015 – in particolare la sua eclettica sala teatrale, gli ascensori e i bagni, le scale e il retropalco, locali espositivi e magazzini: spazi còlti nella loro nuda essenza, svuotati di persone – spettatori e lavoratori – e dunque ricondotti a una primigenia neutralità, a una condizione di potenzialità non ancora tradotta in univoca funzione/finalità.

Nove liriche a cui vengono fatti corrispondere altrettanti “quadri” visivo-performativi, costruiti attorno allo sguardo – ingenuo eppure maturo – e al corpo – atletico eppure umanissimo – di Camilla Parini, tentando di riattivare e di ridisegnare quegli spazi: la relazione non usuale che la danzatrice intreccia con essi, infatti, ne problematizza la “destinazione d’uso” originaria, implicitamente evidenziando quanto l’approccio del nostro corpo a luoghi e cose – e, di conseguenza, all’”altro” – sia sclerotizzato da consuetudini e da stereotipi.

Riscoprire l’”anatomia” di corpi e di spazi significa concentrarsi sui dettagli – lineamenti di viso e schiena così come vetri e pareti, rubinetti e porte – decontestualizzandoli e attribuendo loro un’autonomia di significato che li sottrae alla loro pragmatica ordinarietà.

Alessio Maria Romano punta dunque a instaurare un dialogo inusuale fra la propria danzatrice e gli spazi del Lac, costruendo una coreografia minimale e precisissima, allo stesso tempo originale ed esplicitamente ispirata a una riconoscibile iconografia pittorica, qualità coerenti con la regia video che, anzi, le esalta, testimoniando della capacità del coreografo/regista di coniare un linguaggio felicemente ibrido.

Ecco allora, nell’esordio il moltiplicarsi dei corpi nudi che, ripiegati sulle poltrone della galleria della sala teatrale, paiono raffigurare una secentesca apocalisse; e, ancora, nel quasi ieratico finale, la visione reiterata di Camilla – e dello stesso Romano – raggomitolati, in posizione fetale, bozzoli in attesa di una nuova rinascita. Immagini curatissime ma non artificiosamente patinate, anzi dense e coinvolgenti, così come quelle che vedono la danzatrice – t-shirt e scarpe da tennis ma un’ampia e lunga sottana nera – correre per le scale del Lac oppure giocare a una sorta di nascondino nei bagni o, ancora, esplorare l’ascensore-gabbia.

Mani, gamba, braccia ridisegnano i contorni, l’”anatomia” – concreta e simbolica – di spazi che l’assenza obbligata dovuta alla pandemia ha privato della consueta familiarità, germinando così la necessità di una riscoperta, di un’esplorazione approfondita da compiere con sguardo nuovo, ché parametri e punti di riferimento precedenti hanno perso oramai qualunque consistenza.

Una riappropriazione della realtà che ci circonda e, in primo luogo, del nostro stesso corpo, indispensabile e forse, sembra suggerirci Romano, foriera di relazioni più schiette e consapevoli: una seconda nascita, inevitabilmente conscia della natura transeunte di ogni cosa e, nondimeno, decisa a coglierne e viverne soltanto l’essenza autentica.

POESIE ANATOMICHE
scrittura Francesca Sangalli
coreografia e regia Alessio Maria Romano
interprete Camilla Parini
produzione Lac/Lugano
visto online, 13 marzo 2021

Seguici su

14,919FansLike
1,287FollowersFollow
740SubscribersSubscribe

POPOLARI

Prove generali di solitudine: i testi segnalati della prima fase – CONTAGIO

1
RENZO FRANCABANDERA e ILENA AMBROSIO | Si è conclusa la prima fase del Concorso di scrittura teatrale Prove generali di solitudine ideato e promosso da Carrozzeria...

Una delle due deve essere vera per forza: o non lavoravate o vi...

1
RENZO FRANCABANDERA | Parto da una semplice constatazione. Pur se sottoposta a forme censuranti da parte di questa o quella istituzione partorita, per paradosso,...

Gli italiani non sono fieri della propria lingua. Intervista a Claudio Marazzini, Presidente Accademia...

0
MATTEO BRIGHENTI | Le parole sono il nostro segno più importante, sono il modo con cui condividiamo il pensiero e costruiamo la vita in...

Dodici brevi ragionamenti

0
MARCO IVALDI * | "La felicità la si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo uno si ricorda... di accendere la luce."  Albus Percival Wulfric...

InstaPAC