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venerdì, 24 Settembre, 2021
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Rete Critica 2021: i segnalati da PAC – paneacquaculture.net per il primo turno

REDAZIONE | Sarà un’edizione strana e a suo modo straordinaria quella di Rete Critica 2021, che si impegna, in un contesto complesso come quello che ha contraddistinto lo scorso anno spettacolare, a segnalare, in questa edizione, le realtà della scena che si sono contraddistinte per la caparbietà progettuale, per il fare ostinato, nonostante tutto.

Dopo la versione digitale del 2020, l’edizione chiamata 9 e 3/4 per sottolineare il momento di sospensione che la scena ha vissuto, Rete Critica torna al Teatro Stabile del Veneto, il 3 e 4 dicembre 2021, per festeggiare la X edizione. Dal 2011 Rete Critica, la rete dei blog e siti web indipendenti di informazione e critica teatrale, segnala l’avanguardia della scena teatrale italiana. In questi ultimi anni di incertezza la Rete si è interrogata sul proprio ruolo, iniziando una mappatura dei progetti che abbiano saputo rappresentare e incarnare il cambiamento che stiamo vivendo, guardando verso il futuro per superare una fase difficile per il settore culturale. Torna quindi il Premio, in una versione nuova e condensata in due giornate, in cui i protagonisti più votati dalla Rete si presenteranno al pubblico padovano presentando i loro lavori più significativi e innovativi, con particolare attenzione a progetti e percorsi che abbiano messo al centro la ricostruzione di una comunità culturale, sociale e teatrale in un tempo in cui le relazioni sono state messe a dura prova.
In occasione della decima edizione del Premio Rete Critica verrà riproposto lo short doc sulle prime dieci edizioni, a cura di Simone Pacini, scritto e diretto da Andrea Esposito. Sarà un’occasione per ripercorrere la storia e l’origine del Premio fin dalla sua prima edizione attraverso le immagini e le testimonianze dei vincitori e di coloro che hanno animato questo appuntamento.

PAC partecipa dall’inizio a questa sfidante avventura, a questo link tutte le segnalazioni della rete ed ecco i voti del nostro magazine per il primo turno:

  1. KANTERSTRASSE: per l’importante lavoro di formazione del pubblico con il Festival Diffusioni nella provincia aretina, per l’alta qualità con cui hanno saputo costruire la proposta digitale OZz nei tempi di chiusura e per il percorso artistico originale, capace di rileggere i classici trovando i sentieri laterali, quelli dell’ironia e dell’assurdo, per spogliare i testi da ogni enfasi, per evidenziare le incongruenze, per parodiare senza mai svilire. Citiamo Amletino, Ubu re ubu chi?, I promessi sposi.
    2. STIVALACCIO TEATRO: per la capacità di portare capillarmente in tutta l’Italia (e non solo) la commedia popolare di ottima levatura mescolando grandi classici e tecnica della commedia dell’arte con sapienza e per l’abilità nel dare concretezza al vero coinvolgimento del pubblico nella maniera più diretta, aiutando così a rinsaldare la comunità degli spettatori, in un periodo in cui il contatto è mancato totalmente. Citiamo la trilogia Romeo & Giulietta, Don Chisciotte, ll malato immaginario.
  1. TEATRINGESTAZIONE: fondato a Napoli da Anna Gesualdi e Giovanni Trono, è un organismo creativo che produce, indaga e dà forma a opere e interventi artistici di natura teatrale e interdisciplinare, progetti curatoriali, laboratori di ricerca e formazione e progetti di teatro in ambito sociale. Con il non-festival Altofest hanno creato non già un evento occasionale, ma piuttosto un campo di relazioni tra artisti e cittadini residenti, i “donatori di spazio”, per manifestare la propria presenza come atto di cittadinanza poetica, di testimonianza del possibile ruolo della poesia in questo tempo di crisi. Il decennale di Altofest è coinciso con l’insorgere della pandemia: la X, diventato segno di incognita, ha inspirato il superamento della parola “edizione” in parole come transito, passaggio, transizione. “Altofest 202X NOWHERE Nessun Luogo Qui Ogni Luogo Ora” ha così sperimentato diversi formati, in ambiente virtuale e reale, con l’obiettivo di espandere la sfera del sensibile, generando un flusso poetico tra dimensione materiale e immateriale, agendo da remoto e dal vivo, sia in simultanea che in differita, fino alle residenze artistiche e la programmazione nei luoghi consueti di Altofest, in situ, a Napoli, di questa estate.

    Altofest

4. ANDREA PENNACCHI: attore versatile e trasversale, poco noto per la sua intensa e ricca carriera teatrale fuori dalla tv, che ha condotto sempre con costanza e tenendo il teatro come faro; è autore di fortunate riscritture shakespeariane, interprete eccellente in vari ruoli drammatici, da decenni affianca alla recitazione una preziosa attività di formatore per i giovani attori. È in tournée con Mio padre, appunti sulla guerra civile, toccante monologo sull’epopea di una banda partigiana finita in un campo austriaco, raccontata in modo asciutto e senza sconti. Esempio virtuoso di attore/autore che fa fruttare la notorietà acquisita da un lato per poter veicolare e produrre spettacoli importanti per il valore storico, civile e artistico dall’altro.

Accademia minima

5. ACCADEMIA MINIMA: una bottega di artigianato teatrale e di strumenti di dialogo. Guidata da Francesco Chiantese, risiede alla Corte dei Miracoli di Siena. Vive di artigianato delle relazioni, per questo sia la pedagogia che il mestiere vengono agiti con umanità e condivisione. È necessario considerare l’altro come un dono da accogliere con delicatezza. Gli spettacoli di Accademia Minima sono riti sociali quasi esoterici, alla ricerca di uno sguardo “spirituale” sulla realtà che si accompagni all’immaginazione, per cogliere la fonte della necessità di esprimersi attraverso l’arte. Non sono immediati, chiedono piuttosto di essere aspettati con pazienza e partecipazione. Quando ogni cosa è possibile quanto il suo contrario, l’ispirazione è dono inspiegabile, scommessa con il destino. È pura, autentica visione.

>>> PAC propone poi di fare un omaggio a Giuliano Scabia. Crediamo dovremmo ricordarlo.

Sotterraneo e il dizionario illustrato delle parole intraducibili

RENZO FRANCABANDERA | Qui adesso toccherà tirar fuori un po’ di fuffa critica su lingua, parole, importanza della parola nel contesto sociale.
Fuffa: Merce dozzinale, di scarsissimo o nessun valore. Figurato: Chiacchiera senza alcun fondamento o significato, discorso risaputo, luogo comune. Es: “I blog sono pieni di fuffa”.

Allora mi incuriosisco, e cerco l’etimologia di fuffa.
Secondo il dizionario De Mauro è da cercare nel sostantivo maschile fuffigno, che indica un ingarbugliamento dei fili di una matassa o di un tessuto.
Ma come? È una delle prima parole che viene presentata (ma in tedesco) in Dizionario illustrato della Pangea, la produzione ERT di Sotterraneo, il cui debutto era originariamente previsto a novembre 2020 e poi sospeso a causa della pandemia, e ora programmato allo Storchi di Modena per la ripresa della stagione. Esiste in tedesco una parola traducibile come l’azione dell’aggrovigliare oltre, nel tentativo di sbrogliare una matassa.

Al succo dello spettacolo: vengono proiettate su uno schermo parole di varie lingue del mondo, quelle la cui traducibilità è quasi impossibile, perchè incarnano la descrizione di una visione del mondo stesso, dello spazio emotivo umano, delle relazioni fra l’uomo e ciò che lo circonda.
Un gruppo di attori, i quali a un certo punto della recita si autodefiniscono «borghesi che propongono uno svago ad altri borghesi», sviluppa azioni che hanno per lo più relazione anticipata o ritardata con le parole proiettate.
Si parte quindi da un elenco di parole intraducibili nella lingua italiana e si cerca di darne spiegazione attraverso la rappresentazione, l’azione teatrale, la perifrasi logorroica.
Una sorta di resa al senso fulminante della parola, quando questa è precisa, appuntita.
Ora l’effetto didascalia fisica, ora il ritardo, ora l’anticipazione dell’azione scenica in relazione alla parola proiettata di cui si cerca di rendere il significato drammatizzato, creano un generale effetto di appuntita e goffa ironia, che sfocia nella intellettuale riflessione finale su quanto si vada a smarrire nella perdita dei dialetti, delle lingue, delle espressioni specifiche, quando la torre di parole e ricchezze geospecifiche cederà il passo all’esperanto anglofono planetario.
Un’ardita costruzione plurimillenaria di verbi, sostantivi, aggettivi crollerà sotto il peso di una banalizzazione lessicale, di una disperante perdita di valore, inestimabile: è come il fine di vita dell’ultima anziana depositaria di una lingua che con lei morirà, e che avverte la solitudine di non poter realmente parlare con nessuno nella sua lingua natale. Buio.

Senza troppa fuffa e anche con un’indulgenza al lirico nel finale, si potrebbe dire essere questo il senso di Dizionario illustrato.

foto di Francesca Cappi

Come loro stessi raccontano all’inizio della replica, doveva essere programmato l’anno scorso, ma poi… e qui toccherebbe riproporre la solita solfa dei teatri chiusi, del tempo sospeso, del bisogno di ricominciare, del teatro indispensabile, ecc.
Lo spettacolo viene ora riprogrammato con in scena Claudio Cirri e Giulio Santolini di Sotterraneo e gli attori della Compagnia permanente di ERT Paolo Minnielli, Maria Vittoria Scarlattei e Cristiana Tramparulo

L’idea della creazione era nata dalla lettura di un libro durante il primo lockdown (forse Lost in translation ed. MarcosYMarcos?); poi ci avevano preso gusto, dopo aver individuato più di 200 realia (in lessicografia sono appunto i termini intraducibili), e a ottobre 2020 hanno lanciato una call su Facebook per arrivare agli idiomi più difficili da rintracciare.
Videointerviste con gente di tutto il mondo, che in alcuni casi vengono anche riproposte in scena. Incontri con tantissime lingue, comprese quelle parlate in territori o da popolazioni assai circoscritti, come Tuareg e ‘Ōlelo Hawaiʻi, fino a quelle appunto in estinzione, come lo Yaghan.
Vengono in mente i genitori della generazione precedente alla mia, i settantenni di oggi, il loro bisogno di affrancamento dalla cultura contadina, il loro voler segnare una distanza rispetto al dialetto, visto come lingua dell’arretratezza, dell’economia povera.
La lingua segue i poteri: si sceglie di parlare una lingua per costituire un potere, oppure per opporvisi. Per entrare a far parte di una comunità. Darsi una identità.
Sotterraneo pare darci ragione quando nelle note del foglio di sala leggiamo:”La ricerca e lo studio di questi termini nella fase iniziale di progettazione e il lavoro sul palcoscenico poi, ha messo in luce quanto il linguaggio sia un elemento essenziale per l’uomo per descrivere e creare la realtà in cui vive”.

foto di Francesca Cappi

Detto dunque dello spettacolo, del suo significato, della scena povera con i tradizionali oggetti o elementi mobili capaci di costruire piccoli ambienti immaginari, come in tutti i lavori di Sotterraneo dal fulminante Post-it di un decennio fa ad oggi; detto dell’estetica che come allora prevede il forsennato dentro e fuori dalla scena e la recitazione al bordo del finto vero o del vero finto; tutto quello che dovessimo aggiungere sarebbe un po’ fuffa.

Ma mentre scrivo vengo incuriosito dal vocabolo basorexia. Corro a cercarne il significato.
E penso che molto dell’intraducibile con una sola parola abbia a che fare con le emozioni che non si riesce a tenere a freno: in lingua inuit iktsuarpok significa “il senso di aspettativa che ti spinge ad affacciarti ripetutamente alla porta per vedere se qualcuno sta arrivando”.
L’intraducibile è sempre al confine, e di solito va oltre noi stessi.

DIZIONARIO ILLUSTRATO DELLA PANGEA

concept e regia Sotterraneo
drammaturgia Daniele Villa
con Claudio Cirri, Paolo Minnielli, Giulio Santolini, Maria Vittoria Scarlattei, Cristiana Tramparulo
produzione ERT/Teatro Nazionale
con il contributo di Sotterraneo
luci Marco Santambrogio
costumi Eleonora Terzi
sound design Mattia Tuliozi
elementi scenici a cura del Laboratorio di Emilia Romagna Teatro Fondazione
grafica Lorenzo Guagni, Jacopo Jenna
direttore tecnico Massimo Gianaroli
responsabile del Laboratorio e capo costruttore Gioacchino Gramolini
macchinista costruttore Sergio Puzzo
produzione ERT/Teatro Nazionale
con il contributo di Sotterraneo

Sotterraneo fa parte del progetto Fies Factory ed è residente presso l’Associazione Teatrale Pistoiese

Il volto di Archivio Zeta, un percorso spirituale dentro la pietà guardando a Dostoevskji

RENZO FRANCABANDERA | Torna meritatamente in replica a Villa Aldini di Bologna i prossimi 12 e 19 settembre Il volto, ultimo atto del progetto triennale Topografia Dostoevskij che la compagnia bolognese Archivio Zeta ha dedicato ai testi del grande scrittore russo e che si conclude quest’anno proprio in concomitanza con il bicentenario della sua nascita (1821-2021).
La drammaturgia originale è ispirata principalmente a suggestioni tratte da L’idiota e da un frammento di Delitto e castigo.

Lo spettacolo, come tutte le creazioni della compagnia, ha un potente riverbero ambientale, ed ha avuto in questa estate due allestimenti: quello ospitato al Cimitero Germanico della Futa, dove la compagnia ha potuto riprendere a fare spettacolo come da molti anni a questa parte, con la sola pausa dell’anno scorso, quando per la pandemia il luogo non fu concesso; il secondo allestimento, a cui si riferiscono queste riflessioni, è quello ambientato nella stupenda villa che l’avvocato Antonio Aldini, deputato della Repubblica Cisalpina e fedele di Napoleone Bonaparte, decise di far costruire nei primi anni dell’Ottocento per i futuri soggiorni bolognesi di Napoleone.

Foto di scena Franco Guardascione

Il tema ambientale è cruciale in generale nella creazione spettacolare di Archivio Zeta, che abbiamo anni fa definito “architettonica” in una videointervista al duo registico. E ancora di più il rapporto con il luogo è fondamentale in questo allestimento, in cui le questioni etico-morali riferibili al sentimento della fine, alla cura per la fragilità umana e alla speranza si intrecciano in un dialogo con il circostante che in alcuni momenti diventa assolutamente spirituale.
La traccia dello spettacolo non è per così dire narrativa, seppure finga a tratti di esserlo, quasi ad attirare lo spettatore in un ambiente dentro il quale ci si aspetta una storia che non arriverà. Arrivano invece quadri, quadri che letteralmente vengono anche portati in scena per poi essere semplice cornice di un affresco dentro le tematiche più esistenziali della parola del grande romanziere; fino a partire all’intreccio fra autobiografia e scrittura che si riferisce a quello che sotto molti aspetti è il momento chiave della sua vita, ovvero l’arresto e la condanna a morte per attività sovversiva che Dostoevskij patì nel 1849, graziato quando ormai era davanti al plotone d’esecuzione.

A questo episodio, che sconvolse Dostoevskij, si riferisce il primo nucleo narrativo, ospitato nel prato antistante la villa, dove, attraverso le parole estrapolate sia dalle lettere al fratello che da alcuni passaggi espliciti de L’idiota, grazie alla sempre viva partitura sonora di Patrizio Barontini che da anni collabora con la Compagnia, e alle percussioni di Luca Ciriegi, si respira profondamente un’atmosfera drammatica e sospesa, in cui grazie ad alcune trovate sceniche semplici ma di grandissimo effetto, veniamo davvero catapultati dentro una scena gelida e di vita sospesa.
“In scena abbiamo un idiota-Cristo che torna in patria dopo un lungo soggiorno all’estero e una pittrice: davanti a loro si squaderna una San Pietroburgo innevata dove non esiste più il tempo e dove si materializzano le annunciazioni apocalittiche” dicono Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti nelle note di regia.

Da questo racconto legato al trauma biografico la traccia drammaturgica (come lo spettacolo) si sposta dentro quella che è a tutti gli effetti una riflessione sepolcrale sul tema del compianto, della trasfigurazione della morte sull’essere umano. Spunto di questa seconda parte della riflessione è anche in questo caso un quadro, Il corpo di Cristo morto nella tomba di Hans Holbein (1521).

La seconda scena dello spettacolo, si ambienta dentro uno dei gioielli architettonici e misconosciuti di maggior valore della città di Bologna, recuperato dallo stato di abbandono in cui versava proprio a seguito dell’intervento di iniziale bonifica delle aree destinate allo spettacolo da parte della Compagnia, un’azione meritoria di valore assoluto, un atto d’amore profondissimo verso la città e i suoi tesori, e che permette l’accesso ad un luogo stupendo: la Rotonda della Madonna del Monte, una chiesa sconsacrata in stile romanico a pianta circolare in cui sopravvive un’ampia superficie affrescata che per la maggior parte degli studiosi è databile fra il secolo XI e XII. Si tratta dell’unica parte sopravvissuta di un complesso conventuale di fondazione benedettina, la Madonna del Monte, appunto, edificato intorno al 1116 sul colle dell’Osservanza a Bologna e che, fra il 1400 e il 1700, ebbe momenti di grande splendore, e portò al convento un progressivo arricchimento in cappelle e affreschi oggi andati perduti: infatti nei primi anni del XIX secolo, come si diceva, durante il governo napoleonico, il convento venne demolito. Solo il piccolo gioiello della Rotonda sopravvisse, architettonicamente inglobato nella villa neoclassica.

È mozzafiato quindi l’ingresso in questo luogo segreto e sconosciuto, dove si riprende un altro pezzo di biografia dostoeskijana, ovvero la visione del quadro dipinto dal pittore Hans Holbein il Giovane, datato 1521, e che lo scrittore vide in Svizzera con Anna Grigor’evna Dostoevskaja, seconda e ultima moglie di Fëdor: lei stessperaltro di quella visione lasciò una palpitante testimonianza scritta.

A quell’incontro con il quadro, lo scrittore torna due volte ne L’idiota, affidandone una prima veloce descrizione al protagonista, il principe Myškin: «Quel quadro! esclamò d’un tratto il principe preso da un pensiero improvviso. «Quel quadro! Ma quel quadro potrebbe anche far perdere la fede a qualcuno!»; e poi successivamente una più approfondita e drammatica a Ippolit, nella parte III del romanzo, in cui si riflette sulla potenza della natura come macchina gigantesca che sovrasta il destino umano, simboleggiato proprio da una raffigurazione della drammaticità della morte di Cristo che è davvero troppo umana, in cui sono leggibili le torture, le sofferenze.
È per questo che la grandiosa, diremmo per certi versi sinfonica, pausa, il grande largo della scena successiva, la terza, con la visione angelicata e la rivelazione, il primo grande affresco muto della produzione di Archivio Zeta degli ultimi anni, irrompe con una potenza compositiva che è emblematica della maturità del linguaggio della compagnia.

La combinazione fra la scena terza e seconda segna la maggior differenza fra l’allestimento del Cimitero Germanico e quello di Villa Aldini, perchè nel primo dei due luoghi la scena viene, per via del pubblico più numeroso, sdoppiata, con una parte degli spettatori che fruisce quella che a Villa Aldini è la scena terza, ma percependo parte del sonoro della seconda, e poi inverte la fruizione con l’altra parte degli spettatori che era entrato nella cella. A Villa Aldini invece la costruzione ha una consecutio logica e formale che diremmo ineccepibile, che fa conseguire alla scena seconda dell’epifania sepolcrale, il tema della resurrezione, dell’angelo della terza scena.

Nella versione proposta a Bologna, la profonda ed equilibrata alternanza fra parola e silenzio, così come la rinuncia alla cadenza della parola proferita – che era stata cifra ampia della prima proposta del sodalizio Guidotti/Sangiovanni – a favore di una cadenza interna del lavoro affidata quasi completamente alla partitura musicale e ai silenzi, portano lo spettacolo a una silenziosa grandiosità, capace, come di rado avviene, di trasportare in modo compiuto la riflessione letteraria in un allestimento teatrale.
Quasi mai la parola dei romanzi trova nella declinazione scenica un riverbero felice. Il volto invece è uno di questi casi, un viaggio che condensa l’esperienza della Compagnia, ne matura il tratto e la potenza del freno dell’istinto creativo, a tutto vantaggio di un segno misurato, equilibrato, capace di farsi spirito, e quindi di avvicinare con assai più intensità a sua volta lo spirito degli spettatori.
Il finale ci riporta nello spazio antistante la villa ma si è dentro un camposanto, immagine che probabilmente al Passo della Futa avrà potuto riverberare di un senso drammatico e assoluto, ma che qui rimane un ambiente sospeso e onirico, in cui veniamo avvicinati al tema della speranza.

Il tema si ricollega alle parole che troviamo nelle note di regia: “In questi mesi che hanno sconvolto il mondo siamo stati costretti a incontrare gli altri senza mai mostrare il volto. Questo spettacolo è dedicato a tutti noi, senza volto, smarriti e isolati. Il teatro è il luogo aperto in cui vorremmo essere: il vuoto il verbo il nostro volto.”

Bene nel complesso la compagine attoriale, composta oltre che dai due registi e interpreti, anche da Andrea Sangiovanni, Giacomo Tamburini e Alessandro Vuozzo, cui si uniscono, come da alcuni anni a questa parte ormai in una delle rare realtà di famiglia di scena, anche i giovani e dotati figli Antonia ed Elio Guidotti, e anche la piccola Ida.

Intenso per documentazione e ricerca il lavoro sui costumi condotto con les libellules Studio, che da diversi anni realizza i costumi per gli spettacoli di Archivio Zeta e quello sulla scenografia, cui hanno contribuito Camilla Roversi Monaco e del Laboratorio degli Angeli,oltre alla collaborazione con l’artista e scultrice con il filo di ferro Elena Fregni.
Per chi fosse a Bologna nelle prossime date del 12 e 19 settembre, consigliamo l’occasione di questa visione.

 

 

IL VOLTO

drammaturgia e regia Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni
con Gianluca Guidotti, Enrica Sangiovanni, Antonia, Ida e Elio Guidotti, Andrea Sangiovanni, Giacomo Tamburini, Alessandro Vuozzo
partitura sonora Patrizio Barontini
percussioni Luca Ciriegi
costumi e collaborazione scenografica les libellules Studio
ali dell’Angelo dell’Apocalisse realizzate da Elena Fregni
assistenti Giulia Piazza, Giulia Conforto, Marta Zaramella
foto di scena Franco Guardascione
si ringrazia
Camilla Roversi Monaco e il Laboratorio degli Angeli per alcuni elementi scenografici
Paolo Nori per tutto il suo lavoro e per averci fatto incontrare Dmitrij Dmitrieviç Achšarumov
produzione archiviozeta 2021
con il contributo di Regione Emilia Romagna – Emilia Romagna Creativa e Comune di Bologna – BolognaEstate 2021

A passeggio per la Brianza, itinerari teatrali con l’Ultima Luna d’Estate

ROBERTA RESMINI| Carnate, martedì 31 agosto 2021, ore 21. Sul palco, dopo i saluti istituzionali, Luca Occelli inizia la lettura di alcune pagine da Taccuino di un vecchio sporcaccione, la raccolta di pezzi scritti negli anni Sessanta da Charles Bukowski.
A far da cornice al reading non è un teatro, una biblioteca, una libreria o qualsiasi altro luogo abitualmente consacrato ai libri e al loro racconto: i personaggi di Porcherie prendono vita su un palco allestito nel Parco di Villa Banfi, in occasione di un Festival ormai giunto alla XXIV edizione: fin dai suoi albori, L’ultima luna d’estate utilizza luoghi non usuali a fini artistici come base per i propri eventi. E ogni volta con grande entusiasmo da parte del pubblico.
Taccuino di un vecchio sporcaccione non ha una vera e propria trama, è una raccolta di pensieri e spaccati di vita in cui Bukowski, con il suo stile onesto e disincantato, racconta di ultimi e disadattati.
Luca Occelli della Compagnia Santibriganti di Torino riesce nell’intento di creare uno spettacolo godibile e toccante, portando in scena quattro situazioni: una giornata alle corse di cavalli; un papà alcolizzato e la sua bimba; un disperato allo sbando, alla ricerca di una sistemazione in una gelida notte newyorkese; un dialogo con la Giustizia suprema. Quattro situazioni per quattro racconti, in bilico tra il sudiciume e l’alcool, il sesso e lo squallore, la tenerezza e la disperazione. Pochi gli elementi in scena: un water su cui siede per la maggior parte del tempo, un rotolo di carta igienica, un libro, tante lattine di birra, le sigarette e l’accendino. È uno spazio di esecuzione minimo, notturno, silenzioso. Utilizzando l’espediente del monologo e del dialogo, raddoppiandosi con voci registrate fuori campo, Occelli/Hank racconta senza illusioni e ipocrisie di vite alla deriva, dominate da giornate sempre uguali tra fiumi di alcol scadente e sesso volgare. A segnare il cambio di situazione alcuni frammenti musicali delle Variazioni Goldberg di J.S.Bach e l’utilizzo delle luci blu.

Si sente con forza che l’attore si immedesima per 55 minuti – questo il tempo dello spettacolo – con i personaggi che interpreta, portandoli con tutta la loro essenza sulla scena. Complice il suo aspetto trasandato – barba leggermente incolta, blue jeans sformati, felpa con sotto una T-Shirt (con la scritta I love Barolo) e scarpe vecchie, riesce a raccontare senza patetismo ma con onestà e verità la vita degli umili, lasciando anche spazio all’ironia, in un lavoro scorrevole e coinvolgente che si guadagna l’approvazione del pubblico.

Tutt’altro scenario per Passeggiata con Otello, lo spettacolo di sabato 4 settembre, nell’adattamento della tragedia di Shakespeare curato da Andrea De Manincor.
Sono le 18.30 e il sole splende ancora nel cielo del piccolo paesino della Brianza. Il Museo della Tradizione Contadina di Bulciago si trasforma idealmente nella residenza del Doge di Venezia, padre di Desdemona, colei che diventerà la moglie di Otello. La vicenda poi è nota: ruota attorno alla gelosia di Otello, fiero condottiero militare della Repubblica di Venezia, per l’amata Desdemona, che, a causa delle insinuazioni dell’invidioso Iago, viene sospettata di avere una relazione con Cassio, luogotenente di Otello. Si concentra così sui tormenti interiori e sui processi psicologici di Otello, che sfociano in fraintendimenti e incomprensioni con Desdemona.
A presentarci lo spettacolo il Direttore artistico del Festival, Luca Radaelli, poi in men che non si dica ecco comparire “in scena” (o meglio, sullo spiazzo antistante il Museo) Solimano Pontarollo: in calzamaglia e pantaloncini beige, camicia a maniche lunghe con sopra un gilet e calzari dell’epoca (i costumi sono a cura di Angela Giulia Toso), unico attore per uno spettacolo con tanti personaggi. Poche battute e la scena si sposta da Venezia a Cipro: il pubblico, attraversando la strada come fosse il mar Mediterraneo, spostandosi verso la piazza prima e sostando davanti ai cancelli della bella Villa Taverna Ricciardi poi, giunge a Famagosta, dove diventa testimone della vicenda che vede coinvolto Cassio e dove assiste, impotente, al divenire realtà del piano di vendetta di Iago… ma anche a quello di Otello. Perché il focus si sposta dall’odio di Iago per Otello a quello di Otello per Desdemona e la frase emblematica di Iago, “Io non sono quello che sono” pare appartenere anche a Otello. “L’idea nasce dalla dualità del vissuto dei protagonisti. Tanto che, scambiandosi i ruoli, forse avrebbero avuto lo stesso percorso”, si legge sulla presentazione dello spettacolo. Davvero centrata la scelta di riunire i due personaggi nello stesso interprete e potente la scelta di dipingere il volto per metà di nero, quasi a rendere ancora più forte il legame tra i due, l’esistere dell’uno, Iago, in funzione dell’altro, Otello: manifestare il doppio che alberga in noi, il bene e il male, lo specchio amplificato del nostro sé.
Con un ulteriore elemento: il pubblico, che segue il percorso, affronta passo passo la discesa nell’abisso allucinatorio creato e subìto, voluto e creduto, giocato e pagato. Senza filtro alcuno. Fino alla fine. Fino all’omicidio-suicidio che si consuma davanti alle porte aperte della Chiesa dei Santi Cosma e Damiano (l’unico edificio, tra quelli attraversati nella passeggiata, di epoca contemporanea a Shakespeare) e che regala un effetto eco alla voce di Pontarollo assai forte e che dona drammaticità al momento dell’epilogo.
Uno spettacolo ben riuscito, emozionante, intimo, coinvolgente, tremendamente seicentesco eppure potentemente attuale. Una serata che si merita il 10 e lode, grazie a Solimano Pontarollo, per l’interpretazione, e a Teatro Invito per avercelo proposto. Grazie, arrivederci all’anno prossimo!

PORCHERIE
Pagine da Taccuino di un vecchio sporcaccione di Charles Bukowski
di e con Luca Occelli
produzione Santibriganti Teatro

Carnate, 31 agosto 2021

PASSEGGIATA CON OTELLO
Casa Shakespeare
adattamento testo Andrea De Manincor
diretto e interpretato da Solimano Pontarollo
costumi Angela Giulia Toso
stoffe Rubelli, Venezia
calzature Atelier Nicolao, Venezia

Bulciago, 4 settembre 2021

L’ULTIMA LUNA D’ESTATE
26 AGOSTO-5 SETTEMBRE 2021

Impressioni di settembre: Short Theatre 2021_CRATERE pt.1

ELENA D’ANGELO | Per la sedicesima edizione Short Theatre ha scelto come suo territorio d’indagine la voce, non come oggetto da vivisezionare, ma come soggetto che agisce sullo spazio urbano. Non l’artista che esplora le possibilità della voce, bensì la voce che scardina la visione da suoi consueti percorsi, senza che si possano in alcun modo avanzare obiezioni teoretiche.
E questo è quello che è accaduto il 3 settembre, intorno alle 18, a Largo Ascianghi, in una Trastevere di inizio settembre, ripresa dalla foga dei tram e degli aperitivi, dei motorini elettrici, delle comitive, del vento di un temporale che poi non ce l’ha fatta a venir giù.

Sono nella piazzetta.

Sofia Jernberg - Chasing the Phantoms - ph. Claudia Pajewski

Sofia Jenrberg, compositrice e performer, affacciata al balcone delle aquile del WEGIL, con il lungo vestito che la copre tutta dalla testa ai piedi, è alta almeno due metri, è gigante, è immensa, eppure minuscola. Con il  solo ausilio di un microfono e di tracce sonore crea dal nulla un’abbazia gotica; lo fa utilizzando sapientemente tecniche molto precise. Il canto diafonico, per primo, poi sonorità etiopi e vocalizzazioni non verbali sullo stile del jazz moderno. Una babele affascinante e allo stesso tempo disturbante, martellante come uno che ti picchia sulla spalla per chiamarti, come quelli che ti urtano sull’autobus. Qualcosa che ti costringe a realizzare che “Hey,non ci sei solo tu qui”. Coscienza attiva.

La voce di lei si lega coi suoni tutti intorno, non si sovrappone né copre i rumori, ma si mescola a essi, come se fosse necessaria: la necessaria trama che dà finalmente un senso agli avvenimenti sonori della città. Cosa succederà quando lei se ne andrà? Piomberemo nuovamente nel caos? Il pubblico della Piazzetta in adorazione è dentro questo quadro a olio dove tutto è fluido, elettrico e allo stesso tempo immobile come durante una Messa domenicale.

La piazzetta - Chasing the Phantoms - ph. Claudia Pajewski

L’ascolto è un’esperienza che si precisa in ogni singola parte del corpo – nella mani, nei piedi, persino nei capelli -, tuttavia sfugge, non si può toccare. Chiunque è passato di lì non ha potuto evitare, anche solo tangenzialmente, di essere coinvolto in questo Chasing the Phantoms – mai titolo fu più azzeccato.

Entro dentro CRATERE, spazio relazionale realizzato all’interno del WEGIL, allestito per accogliere performance, dibattiti, letture, conferenze.
Mi danno un bicchiere di plastica trasparente con dell’acqua e delle precise istruzioni: devo sussurrare all’interno il nome di una persona che voglio tenere con me. Poi col pennarello, come alle feste di compleanno, scrivo sul bicchiere un segno che che dirà al mondo che quel bicchiere è mio. Tutti facciamo lo stesso, poi ci sediamo.

I posti sono segnati da cuscini in terra. La sala è illuminata dalla luce di fuori, c’è musica di sottofondo, alcuni operatori audio/video stanno catturando immagini e suoni, qualcuno mi offre dello zucchero filato fatto lì per lì con una macchina piazzata sul fondo della sala. La fontana zen satura lo spazio sonoro restante col suo gorgoglio che si insinua tra le chiacchere del pubblico, prima sommesse poi via via sempre più rilassate.

Osservo quella tipica situazione da spazio performativo, in cui non si sa mai da dove arriverà l’azione vera e propria. Non si sa di preciso dove guardare, così si guarda un po’ tutto, primi fra tutti si guardano gli altri. E i dettagli iniziano a diventare enormi macchie dalle quali è impossibile distogliere l’attenzione. Calzini di spugna colorati tirati su fin quasi sotto alle ginocchia, infilati in sandali aperti. Li hanno quasi tutti. Identikit del performer.

Loreto Martinez Troncoso - Alma - ph. Claudia Pajewski
Mentre mi perdo dietro questa riflessione – potrei dire con estrema certezza chi nella sala è danzatore – arriva Loreto Martinez Troncoso. Non arriva propriamente, bensì appare, distruggendo tutte le mie teorie: non ha calzini di spugna. Ferma nello spazio, esplora i nostri sguardi, costringendoci in un silenzio di pietra. Un racconto muto senza interpunzioni; una pagina di Joyce letta tutta d’un fiato in quel corpo quasi immobile, trafitto dal micromovimento del respiro.
Cosa sta facendo di preciso? Ci sta obbligando a rispondere alla sua presenza con la nostra, a entrare in relazione con la sua fissità – nessun corpo è davvero immobile, è sempre percorso da tensioni dovute all’aggiustamento della posizione di equilibrio, posizione quanto mai illusoria. Crea col suo corpo lo spazio necessario alle nostre relazioni, tutto si ridimensiona e lo sguardo raggiunge finalmente il privilegio di una direzione.
La potenza del non atto ci impone una nudità quasi imbarazzante. La nudità dell’Alma, per l’appunto. I suoi occhi cercano i nostri, uno per uno, nessuno può sfuggire a una così stringente necessità di un qui e ora che tutti, io per prima, bramiamo con ogni fibra del nostro corpo.

 

CHASING THE PHANTOMS
di e con Sofia Jernberg 

é-cri-tures: ALMA (PRIMI TENTATIVI)
di e con Loreto Martinez troncoso
con il supporto di Reale Accademia di Spagna a Roma

3 settembre 2021
spazio WEGIL – Roma
per Short Theatre 2021

Marche Teatro porta Timi e Mascino dal teatro al cinema: intervista a Giuseppe Piccioni e Velia Papa

RENZO FRANCABANDERA | Sarà presentato giovedì 9 settembre alla 78° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Orizzonti fuori concorso il cortometraggio Preghiera della sera (Diario di una passeggiata) diretto da Giuseppe Piccioni.
Il corto è nato nel corso della realizzazione dello spettacolo teatrale Promenade de santé scritto da Nicolas Bedos prodotto da Marche Teatro, con Filippo Timi, Lucia Mascino, con la regia di Giuseppe Piccioni.
Dallo spettacolo teatrale, di cui ci eravamo peraltro occupati, portato in scena a settembre 2020 nel periodo a cavallo delle due ondate di pandemia da Covid-19 è stato tratto quindi il cortometraggio prodotto da Esmeralda Calabria per Akifilm, da Velia Papa per Marche Teatro con Rai Cinema, e sostenuto da Comune di Ancona, Regione Marche e Fondazione Marche Cultura.
Protagonisti del cortometraggio sono gli stessi interpreti dello spettacolo, Lucia Mascino e Filippo Timi; soggetto, e anche la sceneggiatura e la regia restano affidati a Giuseppe
Piccioni.
Marche Teatro, non è nuova ad operazioni di commistione tra cinema e teatro. Già nel 2019 l’ente teatrale aveva collaborato alla produzione del  film Gelsomina Verde di Massimiliano Pacifico girato quasi integralmente a Villa Nappi a Polverigi e aveva prodotto il docufilm diretto da Angelo Loy Paragoghé|Depistaggi, tratto dall’omonimo spettacolo di Marco Baliani, oltre alla serie tv tratta dallo spettacolo teatrale 456 di Mattia Torre e alla collaborazione con Cinematica alla produzione di Scalamare, il corto del grande coreografo Jiri Kylián.

Abbiamo intervistato Giuseppe Piccioni e Velia Papa a pochi giorni dalla proiezione.

Piccioni, come nasce l’idea del film a margine dello spettacolo teatrale? Quanto il teatro è testo e quanto è pretesto in questo lavoro?

L’idea del film nasce nei primi incontri con Lucia e Filippo, poco prima dell’estate, quando ci è sembrato di cogliere i segni, ancora incerti, di una possibile ripartenza. Testimoniare l’avventura di tornare al lavoro, in quelle particolari condizioni, mi è sembrata un’occasione, qualcosa che, già dalle prove fatte in casa, si accompagnava a un sentimento condiviso di lieto stupore. Non c’era un piano studiato a tavolino, bisognava filmare, raccontare quel clima, senza preoccuparsi del punto di arrivo, se non il momento in cui sarebbe andato in scena lo spettacolo, con la sensazione che avevamo i giorni contati e una nuova interruzione, di lì a poco, avrebbe di nuovo congelato il teatro italiano.
Poi c’era l’idea di una voce da me registrata sul cellulare, poco “professionale”, nella forma di un diario, per dare diritto di cittadinanza anche a ciò che apparentemente sembrava inutile, come digressioni, momenti quotidiani, dove in molti casi era presente un’idea di messa in scena, come nelle prove fatte all’aperto, in contesti diversissimi da quelli dello spazio teatrale.
Lo spettacolo un pretesto, ma sì… anche se il film ha nutrito, non so dire in che misura, l’immaginazione, fortificato l’esigenza di una rappresentazione che non fosse in una stretta corrispondenza con il testo di Bedos, e dove anche il cinema potesse fondersi con lo spazio scenico, mettendosi totalmente al suo servizio.

Realmente, cosa si voleva raccontare nel pensiero registico? Se un po’ è vero che il medium è il messaggio, cosa di Promenade racconta il teatro e cosa il film? Cosa si è scoperto del testo con il cinema?

Fin dall’inizio mi è sembrato che il testo di Bedos fosse aperto a un’idea di messa in scena meno rituale, non volevo mai che i conflitti di una coppia suggerissero l’idea inoffensiva che potesse anche solo evocare il tono di una commedia in cui pare di intravedere un paesaggio riconoscibile, che sia quello di un interno borghese o quello, appunto, di una clinica psichiatrica con le sue possibili letture fin troppo ovvie. Niente sociologia, e tantomeno richiami all’attualità o al costume. Forse nello spettacolo c’è una piccola, epica, disperata lotta tra due esseri umani intorno a un sentimento assoluto, e assolutamente patologico come l’amore, patologico e necessario nello stesso tempo. Tutto avviene in uno stato di dormiveglia in cui ci sfugge la distinzione tra ciò che sembra reale e ciò che è solo immaginato. E forse, nascosto, mimetizzato, in qualcosa di quello che vediamo c’è il clima generale che il Paese ha vissuto, mi riferisco alla pandemia, allo stato di cattività, di impedimento, una specie di sogno a occhi aperti.

E per quanto riguarda gli attori? Quali cadenze si sono modificate nelle ripresa davanti alla telecamera? Cosa è stato fatto da loro apposta per la cinepresa e in che modo la cosa ha influito sul recitato scenico, se è successo?

Mah… forse per me è stata un’assoluta iniziazione, ho dovuto dimenticare il mio modo di lavorare nel cinema, quello di preferire l’underplay nel modo di dire le battute e ho scoperto anche, nella voce teatrale, una possibile convincente verità. Impossibile però prescindere dal lavoro di Lucia e Filippo, dalla loro felice, invadente fisicità, dall’andamento musicale dei loro dialoghi. Ma, lo confesso, non sarei riuscito a fare a meno dei microfoni, senza quelli, in alcuni momenti recitati sottotono – anche se sempre con una misurata enfasi – avrei dato allo spettatore l’idea che i due attori stessero parlando di fatti loro.
Sono stato felice di ritrovare nello spettacolo, nel modo di dire le battute, alcune intuizioni che avevamo messo a frutto nelle prove filmate. In particolare poi c’è un’intera scena che è inserita nello spettacolo per raccontare un presumibile momento di realtà nella vita dei due personaggi che viene presentato al pubblico come, appunto, la scena di un film. Tuttavia questa scena non è poi finita nel film, possiamo vederla solo a teatro.

Velia, come è nata questa pazza idea? Il dialogo fra questi due medium è nato per caso, per volontà precisa?

È stata una scelta precisa. Giuseppe Piccioni è soprattutto un regista di cinema. È stato inevitabile, quindi, chiedergli di filmare il processo di produzione, il dietro le quinte dello spettacolo, in un momento, poi, in cui il mondo teatrale era alle prese con la necessità di ricorrere alla camera per potersi mostrare al pubblico. Nel mio caso volevo andare più lontano. Non sono mai stata molto attratta dalla semplice video ripresa del singolo spettacolo. Il teatro sullo schermo perde la potenza, la ritualità e la forza del rapporto scena platea. Volevo invece che venisse raccontata un’altra storia, solo per lo schermo, ma a partire dal teatro.
Devo dire che non è la prima volta che tento operazioni simili. In passato ho prodotto una serie tratta dallo spettacolo 456 scritto e diretto da Mattia Torre. Una bellissima avventura. Mattia, artista straordinario che è venuto a mancare troppo presto, aveva scritto, una sorta di estensione del testo teatrale pensata proprio per lo schermo.
Dopo quel successo aspettavo solo un’altra occasione.

Dove sta, secondo te, il valore aggiunto di questa operazione? Quale prospettiva vedi per questo genere di creazioni crossmediali?

Da tempo sono interessata ai punti di contatto tra il cinema e il teatro, anche perché credo che i due ambiti debbano poter dialogare e mantenere sempre viva l’attenzione dell’uno sull’altro. Una pratica che dovrebbe diventare consuetudine in un continuo nutrirsi reciproco.  Il teatro italiano potrebbe ricavare un grande vantaggio da questo avvicinamento in termini di  prestigio culturale e popolarità.
Il cinema, d’altra parte, da una maggiore attenzione alla pedagogia e alla pratica teatrale, ricaverebbe interpreti più versatili e una maggiore ricchezza narrativa. È chiaro che le specificità del cinema, in particolare tutti gli aspetti tecnologici postproduttivi, non hanno molto a che vedere con il teatro. Ma sono gli ambienti artistici che devono essere permeabili. Ci sono tanti esempi straordinari che vanno in questa direzione e artisti riconosciuti che, già da tempo,  si muovono trasversalmente tra i due settori, basta citare in Italia, Mario Martone. Mentre all’estero, dove questa  modalità di lavoro è più diffusa, emergono casi eclatanti come quello di Martin McDonagh celebrato drammaturgo teatrale, pluripremiato regista di cinema e di teatro o quello di Simon Mcburney attore, drammaturgo, regista molto noto anche fondatore dell’ attivissima e longeva  compagnia teatrale Complicité.

Appuntamento al cimitero: Spoon River in Brianza per l’Ultima luna d’estate

GILDA TENTORIO | Volge al termine la ricca programmazione del festival L’ultima Luna d’Estate (26 agosto – 5 settembre, promosso dal Consorzio Brianteo), che ha l’obiettivo di “illuminare” di teatro luoghi incantevoli immersi nel verde nelle province di Lecco e Monza Brianza: cascine, parchi, ville del Parco Regionale di Montevecchia e della Valle del Curone. Perché il teatro ama viaggiare e attraversare i boschi della fantasia. E oggi, mentre siamo ancora in bilico fra gli spettri della pandemia e l’incertezza del futuro, più che mai dinamismo e poesia paiono cifre indispensabili per andare oltre, come ha sottolineato il direttore artistico del festival, Luca Radaelli.

Necessariamente il Festival quest’anno è dedicato alla figura gigantesca del Maestro Giuliano Scabia, scomparso lo scorso maggio (qui un commosso addio di PAC), pioniere di un’espressività nuova e itinerante, un narrare fantastico nel connubio di teatro e poesia. Una poesia leggera ma terrigna e radicata nelle viscere popolari, fragile ma attiva e combattente.

L’offerta del Festival è assai variegata: le voci di Didone (Maddalena Crippa) e Antigone (Debora Benincasa), omaggi a Scabia, Dante e a Shakespeare, ma anche a Pulcinella, Bukowski, Pasolini, musica e caccia al tesoro poetico… E il pubblico ha risposto con grandi numeri di affluenza.
Il 3 settembre l’appuntamento è al cimitero di Sirtori per Dormono sulla collina…, una “narrazione itinerante” (produzione Teatro degli Acerbi) che si ispira all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, adattata in veste langarolo-astigiana (testi di Pietro Giovannini) e con le musiche dello straordinario album di Fabrizio De André Non al denaro, non all’amore né al cielo (1971).
Tre orari per tre atmosfere suggestive diverse. C’è il gruppo degli spettatori romantici, che sceglie l’ora del crepuscolo; poi quando sul camposanto comincia a calare il buio, ecco la squadra degli spavaldi curiosi; l’ultima replica alle 22:30 è per la compagnia dei temerari, che ama il brivido delle atmosfere gotiche. Ma forse non sarà così. Questi orari un po’ inconsueti ci invitano a esplorare uno spazio ordinario con un’altra ottica.

Di cimiteri ne esistono tanti: abbarbicati su un fazzoletto di terra a strapiombo sul mare, immersi in parchi con alberi secolari e panchine, adagiati fra le campagne. Ciascuno ha la sua identità e viene “vissuto” in forme diverse: la distesa di croci bianche tutte uguali nei cimiteri militari conserva un respiro poetico, come pure l’affollamento colorato e festante dei camposanti messicani. Quale sarà la veste cangiante del cimitero di Sirtori, comune di duemila anime a venti chilometri da Lecco? L’idea di questa performance ha creato scompiglio nella piccola comunità, qualcuno ha gridato addirittura alla profanazione e allo scandalo, pensando forse a un cabaret di funamboli e ballerine; o forse in periodo pre-elettorale gli animi si accendono con più facilità. Ma, fortunatamente per noi, l’evento ha avuto luogo.
Mentre passeggiavo con gli altri spettatori fra le lapidi, ho ricordato che il filosofo Michel Foucault definisce il cimitero come eterotopia, cioè uno spazio altro, circoscritto e separato da quello ordinario, che ci accoglie con altre regole, ritmi, tempi e, pur non cessando di essere reale, tuttavia racchiude uno spazio che si dilata verso un oltre metafisico, instaurando una «corrispondenza d’amorosi sensi» fra vivi e trapassati. Che cosa succederà ora?

Due figure vestite di nero ci guidano per i sentieri del cimitero e ci invitano alla sosta. Quattro attori e un musicista appaiono e scompaiono fra le tombe. Osservo gli altri spettatori. Cessato il chiacchiericcio, c’è chi si ferma su una fotografia o una lapide, chi ritrova un amico, chi osserva statue e cappelle, chi cammina in punta di piedi. Il cimitero è piccolo ma tenuto bene, con grandi cappelle signorili, loculi, tombe semplici o pretenziose, un ricordo di un paesano morto a Mathausen e le recenti vittime di Covid-19. Intanto il cielo al tramonto comincia a tingersi di rosso e si alza una brezza leggera.

Non importa se la Spoon River ricreata non ha i nomi inglesi. Si crea una sorta di filtro di familiarità: le figurine di Masters ora hanno i nomi di Fermo, Giuan, Cecco, Ada, gli abitanti defunti di Rocca Rotonda, paese immaginario del Piemonte, che ci raccontano poeticamente le loro storie. Ci sono il dottore, il giudice, la sarta, la prostituta, il matto, la poetessa, il predicatore, mariti e mogli. Bravi e sciolti gli attori nelle continue metamorfosi: basta un cappello, un mantello o un palloncino, un cambio di voce o espressione, ed ecco un nuovo personaggio. Questi “ritratti” di parole vanno in qualche modo a sovrapporsi alle nostre lapidi, anche se i cognomi di qui sono Riva, Limonta, Maggioni, Sesana, e avrebbero storie simili da raccontare. Si ha come l’impressione che anch’essi siano in ascolto.

Nulla di macabro. La morte viene descritta come un incidente, e con una buona dose di ironia, oppure come un buio sipario che non ha permesso di realizzare molti sogni. Nulla di tragico. Si respira un velo di malinconia, ma non mancano i toni forti della recriminazione, del pettegolezzo, della malizia, passioni e vizi per nulla offuscati nell’aldilà.

Mentre cammini fra le lapidi, senti che in fondo non sei estraneo a questa città dei morti né a quella che ascolti, perché tutti siamo accomunati dagli stessi palpiti e slanci. Noi e loro, una sola umanità, separati solo da una differenza temporale. Come dice a conclusione il regista Fabio Fassio, gradatamente si crea una comunità verticale, che affonda le radici nel tempo.

In effetti, più che ragionare sul mistero della morte, attraverso questo campionario di esperienze si riflette sulla mutevolezza della vita e in definitiva sulla poeticità dell’esistere. E intanto la scenografia paesaggistica cambia. Il sole declina, si alzano in volo gli uccelli, una timida farfalla volteggia intorno ai fiori… Ciò che si apprezza di più negli attori, impegnati come Virgilio a guidarci in questo rituale di immersione e di ascolto, è la delicatezza, nei gesti, negli sguardi, nei toni, in un profondo rispetto per il luogo e le storie, anche per quelle che resteranno questa sera mute.

Ben riuscita anche l’idea di alternare le tappe narrative alle canzoni di De André, che funzionano da cerniere di accesso o di commento, accompagnate dalle belle voci degli attori (fra tutti, notevole Patrizia Camatel) e chitarra e clarinetto. Intorno a due canzoni in particolare si è sentita vibrare la magia. Appena fuori dal cancello del cimitero si apre uno slargo incolto, circondato da alberi e cespugli, orlato di una vite. In questa piccola oasi extra-moenia, inondata dalla luce mielata del tramonto, viene intonata la canzone Il blasfemo, la storia di un tale che urla la sua rabbia contro Dio che «ci costringe a sognare in un giardino incantato», e l’abbinamento è perfetto. Come pure il commiato, affidato alla lancinante canzone del Malato di cuore che lascia la vita sulle labbra dell’amata e canta la gioia di aver vissuto pienamente, almeno per pochi istanti. Anche Fabrizio, ascoltato qui, ha un altro effetto.

Rimango a guardare il cimitero che si svuota mentre cala la sera e viene allestita la scenografia per il secondo gruppo. Perché il percorso, le fermate, i passi sui sentieri, sono stati studiati anche in funzione di un “palcoscenico” speciale e in divenire.
La porpora in cielo tende al viola, si sono accesi i lumini nel cimitero e altri verranno accesi dagli attori, che più tardi dovranno recitare con lanterne che manderanno solo un fascio di luce intorno. Ma nessuno avrà paura: il calore e la delicatezza avranno semplicemente una voce più soffusa, e sotto le stelle ci si sentirà più vicini.

 

DORMONO… SULLE COLLINE
narrazione itinerante di poesia e canti ispirati all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters

regia Fabio Fassio
con Patrizia Camatel, Matteo Campagnoli, Fabio Fassio, Elena Romano
musiche dal vivo Tiziano Villata 
ideazione, selezione e adattamento testi Pietro Giovannini 
produzione Teatro degli Acerbi

Festival L’ultima Luna d’Estate
Cimitero di Sirtori (LC) 03 settembre 2021

Sara Sguotti alla ricerca della “stranezza” nello spazio

GIAMBATTISTA MARCHETTO | Quale immagine genera nella mente di uno spettatore il concetto di “stranezza”? La domanda emerge come uno sgambetto inevitabile approcciando lo spettacolo Space Oddity_live – dedica lontana di e con Sara Sguotti, presentato al festival Danza in Rete di Vicenza.
Se il titolo richiama immediatamente il riferimento alla canzone di David Bowie, non c’è (purtroppo) alcun collegamento con l’ambiente sonoro curato da Steve Pepe che, giocando su sonorità elettroniche elementari, sembra richiamare un ambiente da videogame spaziale. Viene allora da chiedersi se la “oddity” di cui si parla sia quello straniamento dal mondo che (sulle orme del Major Tom) sembra essere un soffuso gioco nella partitura coreografica.

Seguendo le dichiarazioni programmatiche dell’autrice, lo spettacolo è una «dedica al pubblico dal vivo». È infatti la relazione con lo spazio, il tempo e le persone che decidono di condividere questa esperienza, unica e irripetibile, che dà vita alla performance. Il movimento “danzato” si ispira a tutto quello che è il contorno, «si nutre dell’estetica del luogo e dell’intimità dell’individuo, lega ciò che è lontano con ciò che è vicino, generando connessioni invisibili che vivono soltanto nell’immaginazione di chi assiste, in quel preciso momento».

Emerge allora un interrogativo sostanziale: se il paradigma si mette in discussione ad ogni azione rappresentata, investendo lo spettatore di un ruolo germinativo con la sua presenza, dove si traccia il confine della stranezza? È forse un rimando a quella a-topia come dimensione filosofica che Socrate indica come via di saggezza? O è piuttosto un richiamo alla figura del fool, interprete di una stranezza che aiuta a leggere con maggiore lucidità il mondo?
«La rielaborazione dello spazio vicino e dello spazio dell’altrove – sembra replicare Sguotti – si tramutano in chiave di lettura e interpretazione degli accadimenti e l’atteggiamento per avvicinarsi a questa possibile comprensione è la sincerità».
Pensiero ambizioso, su cui gioca una coreografia che mostra più tecnica (buona) che coinvolgimento, spostando su una prospettiva ampia il concetto di stranezza. È un gioco di specchi non più semplice da gestire del distacco dal mondo reale che sembra tanto odd visto dalla platea. E l’ambiente luminoso di Mattia Bagnoli aggiunge distanza al contesto.

Sara Sguotti è danzatrice, performer e autrice; ha lavorato – tra gli altri – con Virgilio Sieni, Anton Lachky, Roberto Magro, Cristina Kristal Rizzo, Simona Bertozzi; ha preso parte al remake del film Suspiria diretto da Luca Guadagnino firmando le coreografie in collaborazione con Damien Jalet. Dal 2019 ha iniziato a lavorare sul rapporto con il pubblico con Space Oddity.

SPACE ODDITY_live – dedica lontana
di e con Sara Sguotti
ambiente sonoro Steve Pepe
ambiente luminoso Mattia Bagnoli
consulenza artistica Elena Giannotti, Sa.Ni. Nicola Cisternino
produzione Danza in rete festival, Twain_Centro di Produzione Danza con il supporto di Atelier delle Arti

24 luglio alle 20.30
Teatro Comunale di Vicenza
per Danza in Rete festival

Trasparenze Festival 2021, solo l’andare resta

MATTEO BRIGHENTI | Quando le parole non hanno paura, il cammino degli uomini calpesta strade che rincorrono il sogno di libertà, di giustizia, di fratellanza. A qualunque costo.
Nel primo sabato d’agosto la terra d’America, della Statale 66, la Strada Madre, si è alzata fino a Gombola, il borgo in provincia di Modena costruito su di una cima rocciosa a strapiombo sul fiume Rossenna, rifugio magico di Trasparenze Festival per il secondo anno consecutivo, per la IX edizione Abitare Utopie (27 luglio – 8 agosto, anche a Modena città e a Castelfranco Emilia). Furore – Racconti e ballate dal romanzo di Steinbeck di Accademia Minima ha attaccato i microfoni e le chitarre all’impegno di raccontare le piccole storie che fanno la Storia, quelle degli operai, dei contadini, dei migranti o dei precari, lungo un panorama di cactus e di solitudine, di benzina e di hot-dog.
Siamo tra gli ultimi, tra la bellezza delle persone che hanno coscienza di essere schiacciate e però si ribellano, per citare il grande fotografo Tano D’Amico ricordato sul palcoscenico.

Matteo Pecorini in Furore. Foto Elisa Magnoni

Dalla riflessione e dall’attualizzazione dei temi e della lingua di Furore, sono nati i testi di Francesco Chiantese e di Matteo Pecorini, e le musiche di Antonio Speciale e dello stesso Chiantese, per quello che è un lavoro all’incrocio tra il reading musicale e il concerto parlato. I tre in scena si guardano, si ascoltano, si accompagnano l’uno con l’altro, mantenendo una misura di splendore anche quando riportano la rabbia che si mescola alla disperazione.
Se Chiantese e Speciale, entrambi voce e chitarra, procedono “in battere”, Pecorini vola “in levare”, parla con la grazia semplice del filo d’erba, ma il suo dire si fa roccia, staccionata, lampione a cui si aggrappano, alla fine di tutto, quei perdenti che non amano più nulla eccetto la loro sconfitta.

Di Malavoglia. Foto Elisa Magnoni

Ammettere, riconoscere, accettare le nostre disfatte è l’invito che Michele Santeramo ci ha rivolto con il suo Di Malavoglia prodotto da mowan teatro. Più che una lettura, è stato un momento di intensa condivisione per rivelare tutti insieme qualcosa che, da soli, non ci siamo mai raccontati prima.
Basta un attimo, uno soltanto, e la vita finisce. Non sappiamo che quello è il momento, l’ultimo possibile, e ciò che vorremmo dire ci resta in testa e in gola. Simili parole Santeramo le conosce e le restituisce con profonda responsabilità e commozione sincera, ridando dignità a diseredati comuni che si specchiano ne I Malavoglia di Giovanni Verga, a cui si è ispirato, per cercare una qualche consolazione.
«Le brutte storie servono a farci sopportare la nostra», sancisce sconsolato e lucido dal palco. Per questo, si immagina che i Malavoglia, i personaggi in persona, siano andati fino a Milano dal primo editore, Treves, a chiedere, senza successo, di non essere stampati, e quindi dimenticati per sempre.
Siamo di fronte a voci che si accendono tra le crepe di questo nostro tempo impantanato, dentro un modo di fare teatro che prova a ridisegnare con coraggio e poesia un nuovo incontro con il pubblico.

Polittico della Felicità. Foto Elisa Magnoni

Proprio nella relazione sta la felicità per il Teatro dei Venti, che ha organizzato anche quest’anno il Festival con ATER Fondazione. Nel Polittico della Felicità Oxana Casolari, Francesca Figini, Davide Filippi, Antonio Santangelo, indossano i panni lacerti delle quattro virtù cardinali (Prudenza, Fortezza, Giustizia, Temperanza), affrescando una tavola vivente con pochi elementi e povertà di gesti, come relitti alla deriva o cicatrici non rimarginate.
Si tratta di un primo studio con la drammaturgia di Azzurra D’Agostino e la regia di Stefano Tè. Insieme a Odissea, che ha unito Modena e Castelfranco Emilia alle rispettive carceri, a Passione, spettacolo collettivo con i cittadini di Gombola e della vicina Polinago, entrambi presentati a Trasparenze, e a Padri e Figli, è parte di un processo di ricerca che porterà a Il Figliol Prodigo, la prossima creazione per spazi urbani che già si annuncia più imponente del formidabile Moby Dick.
I quattro interpreti vengono avanti a turno sulla musica dal vivo di Andrea Biagioli e ognuno porta in dote la propria verità, brandita come una spada per aprirci gli occhi sulla decisione di andare avanti, anche quando la strada non c’è più.
Sono corpi che agiscono e risuonano la felicità che semplicemente sta, non sale, ma cade tra di noi, cioè accade. Non è divina: è umana. Quanto la danza che, durante i saluti finali, ha unito attrici e attori, spettatrici e spettatori, in un girotondo gioioso e giocoso, da dentro a fuori scena.

I Violini di Santa Vittoria. Foto Elisa Magnoni

Il ballo libera il corpo dalla forma, scioglie la fatica dalle costrizioni dei giorni. L’Emilia è terra di polka, di mazurka, di valzer, melodie e ritmi di origine popolare che arrivano dalla mitteleuropa e che si innestano in una cultura arcaica e contadina.
A Santa Vittoria di Gualtieri, in provincia di Reggio, quando sboccia il liscio si suona con gli strumenti ad arco in piccoli gruppi orchestrali che prendono vita quasi in ogni famiglia. Tra Otto e Novecento il borgo ha già assunto i contorni della leggenda, diventando il Paese dei Cento Violini.
I Violini di Santa Vittoria sono gli unici custodi di questa memoria e, nell’ambito del progetto Macinare Cultura – Festival dei Mulini Storici dell’Emilia Romagna, ne hanno fatto un racconto-concerto con la regia di Paola Bigatto nel mulino storico di Gombola, un inno appassionato al territorio attraverso il suo gusto e la sua impronta musicale.
Davide Bizzarri (I violino), Orfeo Bossini (II violino), Roberto Mattioli (III violino), Ciro Chiapponi (viola), Fabio Uliano Grasselli (contrabbasso), unendo melodramma e popolarità, alto e basso, recuperano una tradizione che continua a parlare all’oggi. Uno spettacolo sull’arte della gente comune, che Bossini, anche narratore e autore del testo, arricchisce con leggerezza, competenza e ironia.
Si tratta di fatti, di legami, di speranze, che esprimono lo scoprirsi di un uomo e di una donna, e di ogni uomo e di ogni donna. Una fortuna che comincia sempre fuori casa, mano nella mano, andando a tempo con il proprio tempo.

Furore
Racconti e ballate dal romanzo di Steinbeck

testi Francesco Chiantese e Matteo Pecorini
musiche Antonio Speciale e Francesco Chiantese
con Matteo Pecorini, Francesco Chiantese (voce e chitarra acustica), Antonio Speciale (voce e chitarre)
prodotto da Accademia Minima 

Di Malavoglia

ispirato a I Malavoglia di Giovanni Verga
di e con Michele Santeramo
prodotto da mowan teatro

Polittico della Felicità

testi Azzurra D’Agostino
con Oxana Casolari, Francesca Figini, Davide Filippi, Antonio Santangelo
musica dal vivo Andrea Biagioli
regia Stefano Tè
produzione Teatro dei Venti

I Violini di Santa Vittoria

testo e narrazione Orfeo Bossini
musiche Amedeo Bagnoli, Arnaldo Bagnoli, Enea Bagnoli, Davide Bizzarri, Aristeo Carpi, Fabio Uliano Grasselli, Giuseppe Verdi
eseguite da I Violini di Santa Vittoria
Davide Bizzarri (I violino), Orfeo Bossini (II violino), Roberto Mattioli (III violino), Ciro Chiapponi (viola), Fabio Uliano Grasselli (contrabbasso)
regia Paola Bigatto
produzione Associazione Musicale “I Violini di Santa Vittoria”

Trasparenze Festival
7 agosto 2021
Borgo di Gombola (MO)

L’immagine in evidenza è stata scattata da Elisa Magnoni e ritrae la visione d’insieme di “Furore – Racconti e ballate dal romanzo di Steinbeck”.

B Motion Danza: un percorso fra reale e virtuale nella coreografia contemporanea – parte 1

RENZO FRANCABANDERA | Avviene un po’ fra le piazze e il castello a ridosso del fiume, un po’ nei parchi, nel museo civico cittadino, o al teatro Remondini. Un po’ online. Bassano, fra reale e virtuale, si è animata anche quest’anno con gli eventi di B.MOTION, sezione di Operaestate dedicata ai linguaggi del contemporaneo e agli artisti emergenti, declinata nelle tre sezioni distinte di danza, teatro e musica, per un punto d’incontro a livello internazionale della scena emergente delle arti performative. Ed è davvero il caso di considerare il grandissimo lavoro di tessitura di legami come uno degli elementi fondanti di questa rassegna, una pratica progettuale densa, fatta di spettacoli, incontri, residenze, approfondimenti cui da anni non rinuncia Roberto Casarotto, che della sezione danza cura la direzione artistica e che ha sempre rivolto all’ambiente internazionale un focus di attenzione particolarissimo, proprio mentre invita i senior della comunità a riscoprire il valore del movimento con il bellissimo progetto DanceWell.

HOP di Sara Sguotti con Dance Well – Ph di Riccardo Panozzo

Bassano durante B Motion Danza è sempre stato un crocevia di incontri e convegni con ospiti internazionali, che vengono qui da ogni parte del mondo per discutere delle nuove tendenze e delle nuove progettualità del linguaggio coreutico. Un’emozione smorzata negli ultimi due anni dall’impossibilità della presenza fisica, ma caparbiamente tenuta in piedi attraverso sessioni di lavoro ampie ospitate online.

Quest’anno nello spazio digitale è stata data vita a una ampia rassegna di pratiche fisiche e conversazioni cui si poteva accedere ogni mattina su zoom, insieme a dialoghi e approfondimenti, e nel pomeriggio con un ricco palinsesto sui canali social del festival. Il tema di quest’anno era l’engagement e le pratiche hanno visto impegnate artiste come Chisato Ohno dall’Inghilterra, Bella Whawhai Waru dall’Australia e Sangeeta Isvaran dall’India, pensate per essere accessibili a chiunque voleva partecipare senza alcun tipo di vincol. Ma interessanti e vivi sono stati anche gli incontri con le dance dramaturg e artists Monica Gillette (GER/USA), Mia Habib (NOR), Merel Heering (NL) e Tyrone Isaac-Stuart (UK).

BMotion Danza invita gli artisti a investigare le esperienze personali e di comunità, in tempi di distanziamento. In programma lavori in dialogo con le nuove tecnologie o che propongono nuove forme di partecipazione: dalla realtà virtuale di Springback Ringside, alle partiture coreografiche di Masako Matsushita con Mugen Yahiro e Jesus De Vega. Tra digitale e spazio fisico si muove anche il meglio della danza internazionale e italiana: dai coreografi Aerowaves 2020/21 (Ingrid Berger Myhre & Lasse Passage, Lois Alexander, Joseph Simon, Adriano Bolognino), a Fabio Novembrini e James Viveiros, Sara Sguotti con i danzatori Dance Well, The Field di Zurigo, Stefania Tansini, Chiara Frigo e Marigia Maggipinto.

Nel programma 2021 la Danza ha ospitato grandi compagnie italiane, creazioni originali per gli scenari naturali e architettonici del territorio di cui siamo stati testimoni nelle date del 20 e 21, arrivando al teatro Remondini per il trittico composto da tre creazioni della durata di mezz’ora ciascuna: La grazia del terribile, Gli amanti e Chameleon.

Il primo, La grazia del terribile, nell’intenzione coreografica di Stefania Tansini che lo esegue è un solo che vuole raccontare un percorso di trasformazione di un corpo che traccia il proprio viaggio attraverso pulsioni uguali e contrarie, fra scultura e dinamica.
I gesti della fissità nascono da posizioni che ricordano la pratica yoga, rimandano ad una statuaria orientale per disciplina ed essenzialità. Vivo dunque risulta il contrasto con le contorsioni con cui questo corpo, nella seconda parte della costruzione, si agita in balìa delle metamorfosi distoniche di quei gesti eleganti. Il finale del lavoro, eseguito in modo felice dal punto di vista compositivo, dentro il percorso meditativo, torna alle posizioni della pratica ginnico meditativa, quasi a chiudere un cerchio coreografico ben eseguito e che porta in sala una grandissima attenzione sia al tema compositivo che a quello spirituale che gli è sotteso.

Segue il duetto Gli Amanti creato da Adriano Bolognino e affidato alle precise interpretazioni di Rosaria Di Maro e Giorgia Longo. La creazione prende spunto dal calco de Gli amanti – due corpi che si abbracciano –, ritrovati a Pompei e che diventa in questa creazione coreografica una indagine sul gesto d’amore interrotto improvvisamente dalla forza prepotente della natura, ma custodito in eterno, un po’ come quello letterario di Romeo e Giulietta. I due corpi eseguono una prima parte di partitura in simbiosi speculare, avvicinandosi ma senza toccarsi, cercandosi l’uno nell’altro. Nella seconda parte l’intreccio diventa ricerca di gioco e complicità ma anche relazione con un mondo esterno di cui non si riesce a governare l’impulso, la relazione, su un accompagnati da musica solenne e sobria.

Conclude il trittico Chamaleon un lavoro di ambientazione più cupa e urbana, costruito su un codice assai diverso dai precedenti, di e con Joseph Simon su composizione musicale di Magnetic Minds e Abusey Junction, dentro il disegno luci di Quintus. In questo lavoro il coreografo e danzatore porta in scena una ricerca sui differenti linguaggi del movimento che ha potuto attraversare in una vita evidentemente condotta in zone del mondo diverse e con rapporti con la danza che cercano di conciliare differenze anche lontanissime. Dalla danza urbana eseguita in grande lentezza, al codice latino, distanze di segni ma anche di spazi mentali. Il lavoro è tecnicamente ineccepibile, anche se forse drammaturgicamente risente di una intenzione che vuole rivelare la cupezza dell’ambiente urbano e che si riflette forse in modo eccessivo sullo stato emotivo che viene trasmesso. Ma certamente, con riguardo alla dinamica del movimento, la creazione è indubbiamente potente.

Si torna al duetto con Archipelago, performance nata dallo scambio coreografico tra gli artisti Fabio Novembrini, James Viveiros e la drammaturga Ginelle Chagnon, all’interno del progetto avviato dal CSC Centro per la Scena Contemporanea di Bassano del Grappa e Circuit-Est Centre Chorégraphique di Montreal, Québec intitolato “Duo à trois Voix”.
Due danzatori dalla fisicità molto diversa che dialogano con un medium elementare quanto inaspettatamente flessibile: le pietre.
Le sistemano già quando il pubblico si dispone intorno al quadrato dello spazio delimitato dal tappeto e disponendo i sassi in modo da delineare una sorta di filo di comunicazione che unisce le bocche dei due, sdraiati e immobili per terra.

Tutto il lavoro è un creare il confine fra i due, confine superato, costruito, tessuto e cancellato, in un faticoso rapportarsi che non è quello solo fra le loro diversità ma anche con le diversità di ciascuno degli spettatori. Non a caso quel piccolo fiume di pietre, nel finale, unisce gli spettatori, ramificando il ruscello di pietre fino ai piedi di alcuni di loro, in un frattale che crea un legame invisibile e fino a quel momento inesistente. La drammaturgia a volte più potente a volte più insistita, si costruisce intorno a queste due diversità in movimento che risultano comunque energiche nel creare spazi e delimitazioni dell’esistenza.

LA GRAZIA DEL TERRIBILE

di e con Stefania Tansini
progetto sonoro di Claudio Tortorici
costumi Stefania Tansini

GLI AMANTI

coreografia Adriano Bolognino
con Rosaria Di Maro e Giorgia Longo
musica Akira Rabelais
produzione Anghiari DanceHub
con il supporto di Cornelia company
Selezione Aerowaves 2021

CHAMALEON

di e con Joseph Simon
musica Magnetic Minds, Abusey Junction
light design Quintus
costumi Min Li
drammaturgia Merel Heering
coproduzione Dansateliers Rotterdam, Azkuna Zentroa Bilbao
sostenuto da Dutch Performing Arts/FOND

ARCHIPELAGO

di e con Fabio Novembrini, James Viveiros
drammaturgia Ginelle Chagnon
coproduzione CSC di Bassano del Grappa, Zebra
Prima nazionale
coproduzione Operaestate Festival Veneto

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