LEONARDO DELFANTI | Chiunque sia passato per piazza Vittorio Emanuele II a Rovigo, il 10 settembre scorso, non avrà potuto che notare l’iscrizione fatta di scotch verde alla base del piedistallo della statua di Vittorio Emanuele II. La scritta Game Theory richiama così l’attenzione di tutti i rovigotti di passaggio. È infatti nel cuore della città che Opera Prima Festival ha deciso di dare spazio al lavoro di Joshua Monten, coreografo svizzero-americano e performer di una creazione che pone il gioco come atto eminente umano al centro della riflessione coreografica.

Joshua mi rivela che l’idea è nata dal suo interesse per la teoria sociologica del gioco elaborata da Roger Callois nel libro Man, Play and Games del 1961. Alla base di tutto vi è il concetto secondo cui l’atto di giocare altro non sarebbe che la condizione necessaria, seppur non sufficiente, per la nascita della cultura. Nel libro, inoltre, si fa esplicito riferimento alla danza come momento carico di ilinix (vertigine, sproporzione dei sensi) in cui agone e mimesi di fondono dando vita all’atto creativo.

Ed è su questa linea che i quattro danzatori (Sandra Klimek, Joshua Monten, Jasmin Sisti, Jack Wignall) hanno dato vita a uno spettacolo che dà prova di altissima tecnica stilistica senza per questo renderne la lettura complessa.
Infatti, i quattro arrivano all’evento per fare una partita di tennis, in rosa. Catalizzando così l’attenzione di chiunque gli capiti a tiro iniziano a riscaldarsi tra un colpo di racchetta e un giro di hula hop, innescando così la complicità istintiva del pubblico tra uno sketch e l’altro.


L’espediente, oltre ad attrarre, serve a Joshua per mettere le fondamenta al discorso sul gioco che da lì a poco andrà ad instaurarsi. Non a caso, il processo di ricerca della compagnia è stato focalizzato sulle pratiche che meglio attivano il momento ludico tra pubblico e performers. Domande come “quali giochi sfruttano al meglio il talento dei ballerini professionisti?”, “quali giochi possono essere coreografati senza perdere il loro fascino essenziale?” o “quale catena di associazione influenza il gioco in tutte le sue forme?” sono la base dell’agile partitura coreografica. Apparentemente leggera, colma di ripetizioni e agganci facili da individuare e leggere anche per un pubblico meno abituato all’esperienza della danza; nella realtà arguta nel sapersi inserire perfettamente nelle battute della nona sinfonia di Beethoven.

La premura di Monten è quella di creare le condizioni che permettono il gioco realizzabile. L’idea di esplorare il sistema-gioco, sotto tutti i suoi aspetti cinetici e psicologici, è ciò che rende Game Theory un prodotto di qualità sia da un punto di vista coreografico che intellettuale. Quasi immediatamente lo spettatore si trova immerso in un mondo fatto di divertimento e competizione osservando con l’occhio di chi punta sul suo eroe sportivo preferito le diverse sfide che le due squadre (un uomo e una donna l’una) si lanciano per tutto il tempo. Rancore, furore, malizia e astuzia si alternano senza previsione tra gli astanti e il pubblico.

Ed è così che un lavoro denso di teoria divine accessibile a tutti. In piazza Vittorio Emanuele II infatti vi sono amanti del teatro e sostenitori di Opera Prima, ma non mancano certo i bambini che, arrivati lì per spendere un disinteressato pomeriggio all’aperto, restano affascianti dalla magia della danza.

«La nostra ambizione è di condividere le nostre ricerche con il pubblico, incoraggiandolo alla riflessione sul ruolo che i giochi hanno nel costruire la nostra identità sociale» rivela Joshua. Che sia una partita a tennis, un prendi e scappa o un complesso gioco di quadra è infatti facile vedere come la drammaturgia dia largo spazio al caos: chi vince la partita, non lo sanno nemmeno i ballerini.
Strumenti come lo scotch, l’elastico da stretching e l’hula hop si trasformano in gabbie, scritte, cerchi di fuoco o giungle da esplorare a rischio della propria vita. Limiti all’immaginazione, infatti, non ce ne sono.

Non deve quindi stupire che per Joshua «quando preformiamo, siamo immersi nel flusso dei giochi e della coreografia e non abbiamo il tempo di pensare a molto altro».

È così dunque che uno spettacolo fortemente voluto dalla direzione di Opera Prima Festival, che quest’anno più che mai ha messo l’incontro con la cittadinanza come nucleo fondante del cartellone, fa centro. Colpisce all’occhio, perché non può che farsi vedere; colpisce al cuore perché Joshua e i suoi ballerini sono una vera carica di vita prima durante e dopo lo spettacolo; e colpisce alla mente, giacché siamo tutti tornati bambini per lo spazio di un’ora.

GAME THEORY

coreografia Joshua Monten
con Sandra Klimek, Joshua Monten, Jasmin Sisti, Jack Wignall
drammaturgia Guy Cools
costumi Catherine Voeffray
produzione Verein Tough Love
coproduzione Dampfzentrale Bern, Krokusfestival Hasselt

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