CHIARA AMATO | Nello spazio del Teatro Arsenale di Milano è andato in scena per un’unica data lo spettacolo Medea Desír, con la regia di Fabio Tolledi, che dal 1992 segue la direzione artistica di Astràgali Teatro ed è alla presidenza del Centro Italiano dell’International Theatre Institute dell’UNESCO (ITI).
Dal 1978 lo storico edificio dell’Arsenale ospita il teatro ed è un centro di iniziative artistiche legate alla scena e sviluppate con la collaborazione di importanti partner, mentre nei secoli scorsi è stato prima chiesa, poi teatro e infine collegio. Un luogo ricco di storia e con un fascino particolare, al cui interno vi è una sala interamente nera con un sipario formato da tende, che permette la partizione dello spazio.

Pochissimi gli elementi della scenografia scelti da Tolledi stesso: una tavola coperta da una tovaglia sulla destra e una brace con legna sulla sinistra. Appena accese le luci appaiono tre attori bendati di rosso e in abiti rituali, come quelli dei monaci tibetani ma di diversi colori. Alle loro spalle una voce si libra cantando.
Lo spettacolo da questo momento si suddivide in una serie di quadri, che ricordano tableaux vivants evocando rappresentazioni, non religiose, ma che confermano di essere nello spazio concettuale del rito.
Un elemento visivo risulta centrale: gli attori sono affaccendati con la manualità della vita quotidiana della cultura agricola. Sulla scena infatti i monologhi sono accompagnati da mani che impastano il pane mentre si parla di guerre di potere (Matteo Mele), donne che seminano piante mentre paragonano il loro amore a un’onda che fa perdere l’orlo che separa l’io e il tu (Roberta Quarta), altre che apparecchiano la tavola e versano vino per i commensali mentre piangono popoli che soccombono ad altri (Simonetta Rotundo).

Vengono mostrate tante immagini che presentano alcuni fili conduttori: la figura di Medea e quella del re Giasone, il tema del potere e dell’amore, la donna selvaggia e straniera e il dolore dei popoli sottomessi.
Si intrecciano elementi presenti nel mito di Medea nelle sue varie elaborazioni, come ad esempio l’utilizzo di erbe magiche per aiutare in più occasioni il suo amato ad arrivare al potere e vincere i suoi avversari. Spesso ricorre nella rappresentazione scenica l’utilizzo di piante, di erbe da sminuzzare e di terra dal quale essere coperti come se piovesse per inglobarci.
Ma abbiamo anche la strega vendicatrice, che nella versione di Euripide intinge le vesti nel veleno per ammazzare Glauce.

Un grosso impatto visivo ed emotivo, nella rivisitazione di Tolledi, lo ha una scena in cui Giovanna Kapodistria impersona una donna, una delle tante Medea, che nel parlare del suo sentimento afferma “quello che chiamavi amore resta una distratta memoria (…) ma gli amanti divorano gli istanti con l’illusione che il tempo non esista”. Nel mentre, la veste che lava in una ciotola si macchia di sangue.
Il punto di partenza cardine di questa visione innovativa è lo studio di Christa Wolf che, scoprendo fonti precedenti ad Euripide, nei suoi scritti de ’96 e del ’99 (Medea Voci e L’altra Medea) ha restituito l’immagine di una donna forte, selvaggia e generosa. La ricerca antropologica e rituale di Tolledi, insieme alla scelta di portare con la sua compagnia il teatro in tutto il Mediterraneo arabo e nelle zone di conflitto, chiaramente vuole mettere in luce un modo diverso di leggere il femminile.

Lo spettacolo è breve nella sua durata ma intenso di parole, pronunciate e scandite con la pienezza di una preghiera, e di canti che ricorrono quasi petulanti come nenie ripetute a un bambino. Canti provenienti da diverse zone di guerra del Mediterraneo, che vengono anche elencate da Giasone, davanti a un brace allestita, prima del banchetto conclusivo.
Le luci vengono utilizzate all’interno della rappresentazione come punto di attenzione, intimo e raccolto, sull’attore che di volta in volta si rivolge al pubblico con le proprie parole. In alcune occasioni i coni di luce dall’alto vengono sostituiti con candele che creano un alone di familiarità, di calore e di ombre molto suggestive soprattutto in quello spazio così ricco di energie legate alla spiritualità, e forse non scelto a caso dal regista.

Il lavoro svolto dal regista si basa su un training fisico molto intenso e sulla ripetizione di pratiche individuali e collettive (canti, danze, testi, lavoro creativo) al fine di amplificare le capacità espressive del singolo e la forza del contatto con gli altri.
Questo percorso sviluppa una padronanza del corpo e della voce davvero importanti che sulla scena Simonetta Rotundo, Matteo Mele, Giovanna Kapodistria riescono a valorizzare, ma che Roberta Quarta “indossa” con una consapevolezza matura e dolce nei gesti morbidi, quasi materni.

Una pratica che stimola nello spettatore la voglia di ricordare pensieri ed emozioni lontane, di creare un contatto con se stessi a livello profondo, di toccare con mano tutti i materiali che vede trattare in scena (dalla semplice argilla al vaso prodotto, dal brandello di carne al pasto cucinato). Le immagini che si compongono nella memoria dello spettatore risultano molto interessanti ma spesso slegate facendo perdere il senso unitario dell’operazione artistica perché sfuggente.
La reazione da parte della piccola platea risulta debole forse perché ci si trova immersi in un viaggio introspettivo e velato di mistero tale che il ritorno alla realtà tangibile risulta complesso e il distacco molto forte nel riemergere su quella sedia, in quella sala, in quella città.

 

MEDEA DESÍR

scrittura e regia e spazio scenico Fabio Tolledi
con Roberta Quarta, Simonetta Rotundo, Matteo Mele, Giovanna Kapodistria
direzione tecnica Sandrone Tondo
organizzazione Ivano Gorgoni e Cosimo Guarini
costumi Donatella Sulis e Sacha Fumarola
grafica Marina Colucci
produzione Astràgali Teatro

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