VALENTINA SORTE | È iniziata il 2 giugno la terza edizione di Rami d’ORA che ci accompagnerà fino al 2 luglio. Partecipare a questa rassegna di arti performative, laboratori ed esperienze nel cuore delle Orobie significa provare da una parte un sentimento di spaesamento e bellezza dall’altra la sensazione di essere “a casa”, in famiglia. Come tutte le esperienze autentiche, ci si confronta con situazioni ricche e complesse. Un coacervo di emozioni.

Lo spaesamento nasce dalla totale immersione nei boschi, nei sentieri, nei vigneti e nelle radure delle Orobie valtellinesi. Bellissimi scenari naturali. Una tappa del festival prevede addirittura un’escursione al Ghiacciaio Vedretta del Lupo. Siamo infatti a Castellaccio – o più propriamente “Castelasc” – frazione abbandonata di Piateda, in provincia di Sondrio. La sensazione di trovarsi a casa nasce invece dall’ospitalità e dall’estrema generosità di Erica Meucci e Riccardo Olivier (rispettivamente direttrice e consulente artistico del festival) che hanno creato una famiglia molto estesa attorno a sé. Non mi riferisco solo a quella anagrafica ma soprattutto a quella che nel corso di questi anni è stata costruita sul territorio, una vera e propria comunità.
Di questa famiglia allargata fanno parte tutti gli artisti che hanno partecipato al progetto ORA, Orobie Residenze Artistiche, le diverse associazioni attive sul territorio, i volontari e i tecnici del festival, il Comune di Piateda – sempre molto presente – e ovviamente i più coinvolti, ovvero gli abitanti del posto come Claudio, Mauro di Vermaglio, il Tunì, Attilia di Valbona e molti altri.

Oltre alla qualità e all’originalità delle proposte artistiche, di cui parleremo con attenzione, è il radicamento nel tessuto sociale e umano di questa comunità che colpisce chi non ne fa parte e osserva da fuori. Questo radicamento è la sua bellezza. Bellezza nella bellezza. La cosa sorprendente però è che chi partecipa al Festival, anche solo per uno dei cinque week-end su cui si estende la programmazione, non si sente il “cittadino” di passaggio, fuori da questa realtà, ci si sente benvenuti e custodi, insieme agli altri, di questa preziosa esperienza, delle sue storie e dei suoi paesaggi. Rami d’ORA riesce a intrecciare in modo autentico le performance dal vivo con l’esperienza intima del territorio.

Fil rouge di questa edizione è il tema della trasformazione, declinato in modo differente in ognuno dei cinque fine settimana. Il terzo, quello che si è svolto dal 16 al 18 giugno e che siamo riusciti a seguire, era dedicato all’esercizio di “guardare con occhi nuovi” ovvero al modo di osservare il paesaggio e le persone che lo abitano, per spogliarsi del proprio habitus.

Oltrepassare_ph-Francesca-Castellan

Filippo Porro e Silvia Dezulian del collettivo Azioni Fuoriposto, con la loro azione site-specific Oltrepassare hanno proposto un esperimento sonoro e visivo di immersione nella natura e di esplorazione di luoghi familiari e non. Ispirandosi alle imprese alpinistiche affrontate per valicare un confine, hanno invitato il pubblico a salire lungo il sentiero di montagna di Busteggia/Vermaglio per tentare, tutti insieme, una nuova percezione dello spazio pubblico.
I due performer indossavano vere e proprie sculture sonore, realizzate da Martina Dal Brollo: insoliti zaini che da una parte richiamavano l’attrezzatura dell’alpinista o le gerle dei vecchi venditori ambulanti e dall’altra evocavano la figura del viandante e dell’escursionista, di colui/colei che supera confini e che attraversa luoghi. All’interno una cassa acustica collegata a microfoni inseriti nelle scarpe. Ogni passo, ogni contatto con il suolo o con l’ambiente circostante è stato così amplificato per diventare più presente. Camminare è diventato uno strumento di lettura del paesaggio. Un’anatomia sonora e corale del paesaggio.
Il pubblico molto eterogeneo e transgenerazionale seguiva i passi, le pause e le ripartenze dei performer, camminando insieme a loro e condividendo la stessa esperienza, le stesse fatiche. La performance ha alternato momenti di camminata, alla ricerca di un passo comune, a intense sequenze coreografiche in cui i due artisti entrano in rapporto simbiotico con il paesaggio. Con la terra. Con la roccia. Bravissimo Filippo Porro quando, con grande poesia, “ha lottato” con un terreno molto scosceso e roccioso: si arrampicava e si aggrappava alla roccia e poi cadeva sull’erba, e così di nuovo. Ripetutamente.

Oltrepassare_ph-Francesca-Castellan

Se all’inizio sono stati il movimento e il ritmo suggeriti dai performer a determinare un cambiamento nel nostro modo di osservare e di approcciarci al paesaggio, a un certo punto è stato lo stesso paesaggio a determinare in noi un cambiamento nel modo di muoverci in esso. Ed è così che abbiamo raggiunto la bellissima radura di betulle prima di Vermaglio, preparati per il panorama che si apre davanti a questa.

Molto diversa l’azione performativa proposta da Salvo Lombardo, subito dopo Oltrepassare. Con Let my body be l’artista ha condotto i partecipanti alla costruzione di un momento corale di abitazione e riappropriazione dello spazio, a partire dal proprio corpo. In questo caso lo spazio da abitare era il bellissimo vigneto messo a disposizione da un abitante di Vermaglio, Mauro per l’appunto.
La performance consisteva in un’azione partecipata e guidata attraverso una serie di semplici indicazioni in cuffia per orientare i corpi nella costruzione di un’esperienza inizialmente individuale, incentrata sull’esplorazione dello spazio e sulla risposta a input. Partendo da un archivio di gesti e posture presi da passanti occasionali, Lombardo ha ripensato e lavorato sulla corporeità come espressione del proprio essere sociale, della propria collocazione all’interno di una comunità. La consapevolezza del nostro corpo nello spazio ha cambiato anche in questo caso la nostra percezione del gesto. Gradualmente la voce in cuffia ha portato i partecipanti verso un’azione sempre più corale e simultanea. Si è creato così un momento festoso di ballo collettivo che ha aperto ufficialmente il dj set finale. Sculture umane si stagliavano all’orizzonte su un grande affresco naturale.

Let my body be è stato sicuramente un momento di grande condivisione all’interno di una cornice molto suggestiva. Anche in questo caso, nonostante lo spaesamento di fronte a questi luoghi belli, e nel nostro caso sconosciuti, abbiamo provato la sensazione di essere in famiglia. Alla fine della serata, il pubblico si è ritrovato infatti attorno a un tavolo a mangiare e chiacchierare. Il festival si è fatto ancora una volta esperienza intima.

Sarebbe però sbagliato pensare che questo percorso di riscoperta estetica e umana dei luoghi di Piateda sia legato solo a momenti corali come quelli appena descritti. Disseminate sul territorio si trovano infatti anche installazioni audio permanenti, pensate anche per una fruizione individuale. Castelascolta di Riccardo Olivier e del Collettivo Laagam ne è un esempio: si tratta di un’antologia orizzontale di voci e racconti che si snoda lungo un itinerario ad anello, attorno a Castellaccio. Indossando cuffie e inquadrando di volta in volta il QR code in corrispondenza dei diversi segnavia, il pubblico può vivere un’esperienza immersiva in mezzo ai boschi. È un invito a smarrirsi nella natura, a farsi guidare dai sentieri e dalle storie che abitano questi luoghi. Ad aprire scorci.
La narrazione è curata dagli artisti che hanno vissuto ad ORA e dagli abitanti di Piateda. Ci sono racconti molto personali come quelli di Claudio o di Luigi, “il custode del dialetto valdambrino”, che lasciano il posto a tracce musicali, ci sono le poesie di Gianmario Lucini che lasciano spazio al ricordo. Man mano che ci si allontana dal centro abitato, i segni dell’uomo e del suo dominio sulla natura crollano. La sua colonizzazione si fa più labile, tra le macerie e i calcinacci delle case abbandonate spuntano allora funghi e malerbe. “Sassi, legni, vetri e ferro hanno dimenticato le proprie ferite – amputazioni di seghe, martelli, fori di chiodi – e si lasciano consumare adagio”. Si lasciano inghiottire dalla natura, assumono una nuova pelle, una nuova bellezza.

Erica Meucci e il collettivo Laagam, che ha promosso questa rassegna, hanno fatto breccia. Sono riusciti nell’intento di creare un network per la ricerca artistica e per le arti performative fuori dai circuiti più battuti, e allo stesso tempo lo hanno trasformato in un luogo di incontro. Il loro è stato un autentico atto di fiducia nei confronti degli artisti e della comunità che si è raccolta e ancora si raccoglie attorno a loro. Una casa per gli artisti, una casa per tutti. Grazie.

 

OLTREPASSARE
un’azione fuori posto di Silvia Dezulian, Filippo Porro, Martina Dal Brollo, Gabriel Garcia 
danza Silvia Dezulian, Filippo Porro  
sculture sonore Martina Dal Brollo 
supporto tecnico e modello 3D Gabriel Garcia   
con il sostegno di Festival delle Resistenze Contemporanee di Trento e Bolzano, Pergine Festival
in collaborazione con Pluraldanza

LET MY BODY BE
ideazione e cura di Salvo Lombardo
produzione Chiasma
con il sostegno di MIC – Ministero della Cultura
coproduzione Attraversamenti Multipli

CASTELASCOLTA
progetto sviluppato da Laagam
con il sostegno del Comune di Piateda
In collaborazione con AmbriaJazz Festival, Ass. culturale L’Ghirù, Ass. Poiein

FESTIVAL RAMI D’ORA
02 giugno – 02 luglio, Castellaccio (Piateda, SO)