CRISTINA SQUARTECCHIA | Dal 23 al 29 marzo al Teatro dell’Opera di Roma è andato in scena Trittico contemporaneo per la stagione di danza e balletto diretta dall’étoile Eleonora Abbagnato. Tre autori, tre firme della danza mondiale, due delle quali per la prima volta sul palco del Costanzi (fa eccezione William Forsythe) invitati a creare per il Corpo di ballo capitolino.
Windgames di Patrick De Bana, Women di Juliano Nunes, e dulcis in fundo Playlist (track 1 2) di William Forsythe hanno composto il trittico che ha condotto lo spettatore in un vero e proprio viaggio nella storia della danza accademica. Diversi i temi che hanno legato le tre creazioni, tre prime assolute, tra continuità e opposizione in un rapporto che, a seconda dell’autore, ha visto prevalere ora l’aspetto musicale ora quello storico, l’astrazione  in antitesi o continuità con la narrazione, il maschile e il femminile, per un’esplosione di fascino e leggerezza. Qualità che l’intero corpo di ballo ha sfoderato fino all’ultima replica del venerdì santo, in particolare nelle figure dei “principals” Alessandra Amato, Claudio Cocino, Federica Maine, Alessio Rezza e Michele Satriano.

In  apertura di serata l’ardito Windgames di Patrick De Bana, un lavoro sui giochi del vento che soffia creando movimento e lasciando dei momenti di sospensione sull’inconfondibile Concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 35 di Čajkovskij.  Sui tre movimenti Allegro moderato (Re maggiore); Canzonetta Andante (Sol minore); e Finale allegro vivacissimo (Re maggiore), il coreografo De Bana lavora con un trasporto di assoluta sintonia, giocando sui colori e affidando diversamente le tre parti: più corali il primo e terzo movimento interpretati corpo di ballo, più lirico il pas de trois del secondo con Cocino, Bianchi e Rezza. Il tutto in  stretta continuità con l’allestimento: l’immagine di una nuvola vaporosa proiettata sul fondo in costante movimento, che ricorda quelle luminose foschie di tanta pittura di William Turner.
Una sensazione di sofficità resa anche dai lunghi degas delle quattro ballerine in blu e di Rebecca Bianchi in rosso realizzati dalla ex étoile parigina Agnès Letestu, che veste invece i ballerini del corpo di ballo in pantaloni neri e torso nudo in contrasto ai larghi e fluidi pantaloni a palazzo di Claudio Cocino e Alessandro Rezza in rosso.
Nella cura di ogni dettaglio Patrick De Bana costruisce una coreografia dalla spazialità decisa, file orizzontali di danze d’insieme maschili che, come plotoni, attraversano la scena da una quinta all’altra. Fluide concatenazioni di passi, salti e giri inanellati in eleganti combinazioni conferiscono vigore, in sintonia con i passaggi più intensi del noto violino. Il linguaggio è quello della danza accademica, sporcata elegantemente da disegni spigolosi e al contempo moribidi delle braccia che richiamano volutamente il passato, i Ballets russes di Diaghilev, riconoscibili nelle pose del cigno e del fauno, passando per alcune dei più iconici e rotondi passaggi alla Jiri Kylian e per qualche sospensione alla Mats Ek, di cui De Bana è stato interprete.
In 45 minuti circa si può cogliere una traccia narrativa, non troppo dichiarata, ma appena accennata, come ha voluto il coreografo per lasciare aperta l’interpretazione allo spettatore,  libero di sognare in tempi di percezione aumentata.

«Questo balletto è un a lettera a mia madre, una donna forte che mi ha spinto a connettermi con le mie debolezze e con le mie zone di energia», spiega Juliano Nunes, che ha composto esclusivamente per il corpo di ballo romano Women sulle musiche di Ezio Bosso. Un lavoro di sole donne, di cui il coreografo brasiliano classe 1990, celebra forza, bellezza e amore.
Interpretata da 24 ballerine, la coreografia è un dialogo continuo con il linguaggio classico della danza accademica, innervato da virtuosismi, velocità e soluzioni tecniche di poetica eleganza. Un lavoro che rapisce lo sguardo e conduce in un’atmosfera quasi celestiale.
I corpi delle ballerine, con accademici color sabbia nella parte superiore e poi grigi nella parte centrale, finendo al rosso filamentoso dal ginocchio alla scarpetta da punta, sembrano trasformarsi nello spazio in ninfe, uccelli, o alludere a tante cattedrali gotiche quando il movimento  dell’unisono intreccia le braccia, coralmente, in figure svettanti verso l’alto, in segno di reciprocità e autosostegno. Un inno di sorellanza, di solidarietà e coesione femminile arriva alla platea gremita, dalla quale si scorge Ivana Bosso, sorella del compositore Ezio: «Mio fratello componeva ispirandosi alla natura, osservando ogni sua forma vivente – spiega la sorella Ivana a caldo – Credo che il lavoro di Nunes sia in linea con questa poetica, i corpi delle ballerine sembravano un’emanazione di quel Creato che mio fratello ammirava sempre».

Altra energia invece invade la scena sui primi “bit” remixed di Peven Everett del brano Surely Shorty, mentre  si apre il sipario e dodici ballerini già in posa racchiusa si dondolano disposti in punti geometricamente perfetti nello spazio al ritmo di questo trascinante brano di jazz soul. Ed è subito festa, coinvolgimento di pubblico su Playlist (track 1 2)  di William Forsythe,  realizzato per la prima volta  nel 2018 per l’English National Ballet, e che il corpo di ballo romano, non profano allo spericolato stile Forsythe (si veda il recente Hermann Schermann rimontato nel 2022 e ancora indietro fino al 1986 con altri titoli del coreografo americano), esegue con  divertita vitalità grazie al supporto dell’assistente coreografo Josè Carlos Blanco.
Nata con l’intento di creare qualcosa che portasse la danza classica a un livello popolare, a cominciare da un contesto pop dove il codice e i suoi estremi virtuosismi potessero spingersi ancora oltre quelle sovrastrutture tradizionali per rigenerarsi di freschezza e leggerezza rispetto al passato, la coreografia celebra quella perfezione cristallina delle forme e dei suoi più audaci dinamismi, secondo le intenzioni del coreografo.

Dal ritmo incalzante di Peven Everett si passa all’R&B del gruppo Lion Babe sul quali i ballerini fanno esplodere una danza gloriosa e sofisticata. Sfoderano i più spericolati tecnicismi, quasi acrobatici, mescolati a passi e posture hip hop, entrando ed uscendo dalle forme classiche, dalle linee precise disegnate nello spazio con quell’aria disinvolta che si ha per strada, per riprendere poi i doppi e tripli tour al limite della velocità possibile, saturando la scena.

È quel senso del molteplice che riempie il nostro presente, che stressa le nostre vite, mentre corriamo da un luogo all’altro e la musica pop fa da sfondo alle corse quotidiane. Così sferzanti e rapidi développés e grand battement jetés fendono l’aria, mentre le braccia richiamano veloci le pose classiche per poi romperle e riprenderle all’occorrenza, quanto basta per spiccare un grande salto o una frenetica pirouettes. Non c’è storia, né trama, e nessuna forma di sentimentalismo in questa danza sfrenatamente elegante, dove tutto è costruito su una metrica perfetta che invece entusiasma lo spettatore riducendo quel senso di ansia che allarma il nostro presente.
Scrosci di applausi e pubblico in visibilio.

WINDGAMES
Coreografia: Patrick De Bana
Assistente coreografo: Aída Badía
Costumi: Agnès Letestu
Luci: James Angot
Musica: Pëtr Il’ič Čajkovskij, Concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 35
WOMEN
Coreografia: Juliano Nunes
Costumi: Mikaela Kelly
Luci: Tanja Rühl
Musiche: Ezio Bosso
PLAYLIST (TRACK 1, 2)
Coreografia: William Forsythe
Assistente coreografo: José Carlos Blanco
Scene e costumi: William Forsythe
Luci: Tanja Rühl
Musiche: Peven Everett Surely Shorty; Lion Babe Impossible (Jax Jones Remix)
Foto di scena Fabrizio Sansoni
23- 29 marzo 2023
Teatro dell’Opera, Roma