RITA CIRRINCIONE | Appuntamento fisso della primavera palermitana dedicato alla danza e ai linguaggi contemporanei, dal 19 al 28 aprile, ConFormazioni 2024 è tornato ad animare la città con incontri, spettacoli, workshop, performance e mostre diffusi in diversi e inediti spazi culturali della città. Il festival, giunto alla sua ottava edizione con la direzione artistica di Giuseppe Muscarello, è organizzato da Muxarte, l’associazione fondata vent’anni fa dal danzatore e coreografo palermitano.
L’edizione di quest’anno, sempre all’insegna della contaminazione e della pluralità dei linguaggi artistici, ha visto la partecipazione di artisti provenienti da Giappone, Spagna, Francia. Inoltre, attraverso il progetto ConFormazioni Experience, grazie ai visori e alla ripresa 360° in VR, in alcune sedi di Napoli, Cagliari e Torino gli spettatori hanno potuto assistere da remoto ad alcuni spettacoli ed eventi del festival.

Durante l’anteprima di tre giorni per celebrare i venti anni di Muxarte, ConFormazioni 2024 – oltre a una mostra fotografica con installazioni video e live performance alla Rizzuto Gallery – ha riproposto alcune delle più rappresentative produzioni della Compagnia come Io sono mia madre/Sull’identità (Entrechat), spettacolo che unisce due creazioni di Giuseppe Muscarello nate in periodi diversi, e I Pupi in site specific, visto nel magnifico chiostro della GAM/Galleria d’Arte Moderna. Risultato di una ricerca che il danzatore e coreografo palermitano conduce da tempo sul gesto del pupo e sulle potenzialità espressive di un “corpo, retto da fili e attraversato da un’asta di ferro dal cranio al bacino”, lo spettacolo in questa occasione è stato presentato in una forma corale e con una drammaturgia arricchita da canti e suoni che richiamano la tradizione culturale siciliana.

Àngel Duran in The Beauty of it – ph Giancarlo Marcocchi

Visto nella suggestiva Chiesa di Sant’Eulalia dei Catalani, sede dell’Instituto Cervantes, nel cuore della Vucciria, The Beauty of it di Àngel Duran ha aperto la rassegna vera e propria con un assolo ispirato al concetto junghiano di psiche e alla relazione dinamica Io-Inconscio secondo la psicologia analitica.
Sulle tracce vocali tratte da alcune registrazioni di interviste fatte nel 1957 allo stesso Carl Gustav Jung, il coreografo e performer spagnolo ha creato un’improvvisazione coreografica che, alternando gesti “addomesticati” a gesti viscerali, sequenze coreografiche coerenti ad altre più impulsive e sconnesse, movimenti fluidi ad altri spezzati, ha provato a esprimere l’ambivalenza e la molteplicità della realtà psichica umana tra ordine e caos, ombra e luce, conscio e inconscio, in un inesauribile gioco di opposti e in una complessità a cui si aggiunge l’apporto dell’inconscio collettivo concettualizzato dallo psicanalista svizzero, con i suoi archetipi ed elementi simbolici universali che trascendono la sfera personale.
La scelta delle musiche della performance – un’alternanza di brani classici come Moonlight, la sonata per pianoforte di Beethoven, e brani di musica elettronica – ha fatto da sfondo sonoro alle dicotomie messe in luce dalla performance.

A introdurre un ulteriore imprevedibile elemento junghiano, quello della sincronicità per la quale “nulla avviene per caso”, un’immagine collocata sopra l’altare che ha fatto da fondale allo spazio scenico in cui si è svolta la performance. Si tratta di un’opera contemporanea donata dall’artista spagnolo Miquel Barceló in sostituzione di un crocefisso ligneo del ‘600 che era stato trafugato, un disegno a carboncino che rappresenta un Cristo con le braccia aperte in croce raffigurato su un somaro, a sua volta crocifisso a testa in giù, che ha creato una suggestiva risonanza con i temi dell’assolo di Àngel Duran in cui convivono l’elemento divino e quello bestiale.

Simona Bertozzi e Marta Ciappina in Quel che resta – ph Luca Del Pia

A Palazzo Butera – il monumentale complesso settecentesco che si affaccia sul golfo di Palermo dove, dopo l’accurato e imponente restauro di due visionari collezionisti milanesi, opere di artisti contemporanei dialogano con arredi, dipinti e manufatti di epoche passate – all’interno del cortile incorniciato da una rigogliosa vegetazione, assistiamo a Quel che resta, concept e coreografia di Simona Bertozzi in scena insieme a Marta Ciappina (premio UBU 2023 come miglior performer) in un viaggio coreografico che partendo dal dialogo tra due corpi si estende verso una dimensione più ampia che arriva a includere altre forme viventi. Da un iniziale fase di accordo, di simmetria e di dualità armonica, le performer progressivamente sembrano sganciarsi da questo ordine: i loro movimenti diventano dissonanti, il bel gesto si sporca e diventa gesto che cerca il contatto con il suolo in una apparente regressione che prelude a un nuovo equilibrio.
Il disegno coreografico fatto di fughe, vortici, diagonali trova un supporto drammaturgico oltre che nelle musiche di Stravinskij, in un soundshape che include brani di un documentario naturalistico sulle strategie di sopravvivenza di grossi mammiferi come gli ippopotami e, in altri momenti, spezzoni di vecchie canzoni accennate in scena dalle due performer – Sul ponte sventola bandiera bianca/Vedrai vedrai/Dammi una lametta che mi taglio le vene – in una connessione tra una dimensione autobiografica e un’idea di natura che si estende ad altri organismi e altre forme di vita, come visivamente suggerisce la sequenza finale in cui dei rami verdi fanno da prolungamento alle braccia delle due artiste.

Brigitte et le petit bal perdu di e con Nadia Addis

Perfettamente collocata nello spazio polifunzionale di Radici – Piccolo Museo della Natura, Brigitte et le petit bal perdu di e con Nadia Addis (Menzione speciale Premio Scenario infanzia 2020), una microstoria della durata di dieci minuti, è una piccola chicca incastonata nel programma della rassegna. Utilizzando il dispositivo di un teatro in miniatura che la poliedrica artista sarda ha interamente realizzato all’interno di una grossa valigia e avvalendosi di marionette, ombre e altri materiali del teatro di figura, lo spettacolo ha per protagonista Brigitte, un’anziana signora che, a partire da alcuni oggetti ritrovati nel cassetto dei ricordi, rievoca alcuni episodi della sua vita avventurosa. Affacciati attraverso minuscole finestre verso l’interno dello spazio scenico del teatrino in cui è stato ricreato in tutti i dettagli un ambiente d’altri tempi, gli spettatori (quattro per volta) hanno la possibilità di seguire in modo ravvicinato e intimo la storia e, ascoltando in cuffia nostalgici valzer d’epoca, tuffarsi  nell’atmosfera magica di un tempo perduto.

Kenji Shinohe in K (-A-) O – ph Giancarlo Marcocchi

In un’epoca in cui vige il paradosso di esprimere virtualmente sentimenti e stati emotivi in modo sempre più enfatico ed eccessivo quando si è dietro uno schermo mentre si ha difficoltà a farlo nella realtà, K (-A-) O, la performance del pluripremiato coreografo giapponese Kenji Shinohe, offre una riflessione danzata sul tema dell’espressione delle emozioni affidata sempre più alle “faccine” e meno alle facce e sul rischio che la semplificazione e banalizzazione del vissuto emozionale renda sempre più povero e stereotipato il vocabolario emotivo delle nuove generazioni.
Attraverso una fisicità espressa con assoluta padronanza e il controllo di ogni singolo muscolo e nervo del proprio corpo, in special modo dei muscoli facciali con cui riproduce in rapida successione un’infinità di emoji, l’artista giapponese mette in risalto il loro eccesso espressionista a cui nell’uso compulsivo che se ne fa quotidianamente non facciamo più caso, contrapponendole all’espressione apatica che si nasconde dietro quelle maschere iperespressive e caricaturali.

Giovanna Velardi in Ceci n’est pas une/mon autobiographie – ph Giancarlo Marcocchi

Le narrazioni autobiografiche sono atti creativi attraverso cui raccontiamo certe vicende della nostra vita e non altre, mettendone in risalto alcuni aspetti e non altri, per comporre alla fine una sorta di mito personale, non inteso come qualcosa di eroico e immutabile che ci definisce, ma come qualcosa in cui riconoscersi o che possa semplicemente rappresentarci. Giocando anche nel titolo tra queste due dimensioni solo apparentemente antitetiche – raccontarsi e negare di farlo – con Ceci n’est pas une/mon autobiographie, la danzatrice e coreografa palermitana Giovanna Velardi prova a gettare uno sguardo indietro sul suo ventennale percorso umano e artistico, e lo fa con gli attrezzi che ben maneggia: il proprio corpo in scena e un mestiere coreografico slacciato dal canone e usato come linguaggio per esprimere intimamente il proprio vissuto biografico e l’immaginario ad esso connesso. In questa operazione è sorretta da una drammaturgia che per frammenti richiama le sue radici culturali siciliane e la lunga esperienza artistica francese, da pochi simbolici oggetti scenici, dal disegno sonoro e, soprattutto, dalla complicità del pubblico cercata in diversi momenti dello spettacolo attraverso lo sguardo.

FESTIVAL CONFORMAZIONI
Palermo, 19-28 aprile 2024

THE BEAUTY OF IT
di e con Àngel Duran | luci Xavi Moreno | costumi Paula Ventura | suono Àngel Duran/PepVilaregut | consulenza drammaturgica Blanca Apilánez | Teatre la Gorga de Palamós, La Rafinérie/Charleroi danses, TLS Vic

QUEL CHE RESTA
di Simona Bertozzi | con Simona Bertozzi e Marta Ciappina | Soundscape Roberto Passuti (con un estratto dal documentario Big Animals survival strategies) | Produzione Nexus 2021 con il contributo di MiC, Regione Emilia-Romagna, Comune di Bologna | Con il sostegno di Centro Nazionale di Produzione della Danza Virgilio Sieni e di Fondazione CR Firenze

BRIGITTE ET LE PETIT BAL PERDU
di e con Nadia Addis

K (-A -) O
di e con Kenji Shinohe
produzione Fondazione Sipario Toscana

AUTOBIOGRAFIA Ceci n’est pas une/mon autobiographie
di e con Giovanna Velardi | collaborazione registica e drammaturgica Roberta Nicolai | sound designer Angelo Sicurella | produzione PinDoc | coproduzione Triangolo Scaleno Teatro/Teatri di Vetro | con il sostegno di MiC e Regione Siciliana