ELENA SCOLARI|La Compagnia Atopos, ospite al Teatro India di Roma l’11 dicembre, nella serata conclusiva del Premio Dante Cappelletti 2011, va in scena dopo essere stata all’Atir Ringhiera di Milano, con Variabili Umane – scene di ironico strazio, d’odio e d’amore, il progetto vincitore della passata edizione, per la regia di Marcela Serli.

La regista argentina Marcela Serli ha tenuto vari laboratori sull’identità di genere per indagare l’interiorità di donne e uomini eterosessuali e non, transgender, travestiti. E ha compiuto la decisione ardita di farne uno spettacolo, con quindici persone in scena, per riflettere in maniera teatrale e “pubblica” sul tema – complicatissimo – del maschile e del femminile.

Abbiamo visto “Variabili umane” in un Teatro Ringhiera pieno e caloroso nonostante la fitta nebbia che avvolgeva l’intero Gratosoglio, pubblico attento e complice, ma noi, che siamo puntigliosi per mestiere, abbiamo avuto varie perplessità.

Abbiamo apprezzato molto la scelta di presentare in maniera piuttosto sincera e diretta un argomento così complesso e delicato come l’identità di genere con le tante sfaccettature delle situazioni di vita di persone che scelgono di cambiare sesso, che stanno cambiandolo, che affrontano con coraggio la terribile difficoltà di non corrispondere, interiormente, al proprio corpo, all’ “involucro” che la natura ha dato loro. Le quindici persone in scena, la loro varietà, sono l’aspetto più interessante del lavoro: una commistione, allegra, profonda e reale, di attori professionisti, danzatori, dilettanti, persone comuni, ex prostitute, un gruppo ricco e che non può non incuriosire. La sincerità però, sfocia troppo spesso nell’ingenuità, alcune brevi riflessioni compaiono nel testo, ancora disorganico, ma non sono abbastanza approfondite, le vite di queste persone vengono presentate per accenni, anche ironici, ma di nessuno di loro riusciamo veramente a capire la difficoltà, lo strazio, la liberazione. Li intuiamo soltanto, intravediamo che esiste un mondo affollato di emozioni e di pensieri che però sono mostrati allo spettatore in maniera molto schematica, l’effetto che si ottiene è duplice: da una parte rimane la sana curiosità di capire meglio queste vite in mutazione, l’incredibile groviglio di chi si sente così a disagio con se stesso e con gli altri da sottoporsi ad un percorso incredibilmente faticoso e difficile, dall’altra si ha la fortissima impressione che sia molto comodo applaudire questo spettacolo perché tutto sembra troppo semplice, sembra addirittura banale sentirsi vicini, solidali e privi di pregiudizi, ma quando vedremo una donna transessuale di 1 metro e 90 a fare la cassiera, la commessa o l’avvocato senza dare di gomito al nostro vicino?

Dal punto di vista teatrale Variabili umane ha alcuni momenti belli, commuove la danzatrice Noemi Bresciani che progressivamente si spoglia di abiti maschili per rivelare la sua identità di femmina, danzando intorno alla ferma affettuosità di una transgender, colpisce la scena finale in cui tutti rivelano la loro nudità di persone, annullando le differenze. Non troviamo invece indovinata l’idea di confezionare il tutto come una sorta di casting per uno show, la regista-drammaturga Marcela Serli si ritaglia un personaggio esterno, fuori dalla scena, che dovrebbe guidare l’andamento ma che non riesce ad essere davvero parte dell’insieme.

In conclusione auguriamo a questo laboratorio/spettacolo, anch’esso in transizione,  di potersi sviluppare diventando più fluido e sferzante.

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