ELENA SCOLARI|  Artefiera – Art first 2012, la trentaseiesima edizione della fiera dell’arte di Bologna ha da poco chiuso i battenti e ha lasciato la precisa sensazione di una kermesse indissolubilmente legata alla crisi che tutti conosciamo.

Silvia Evangelisti, direttrice della fiera dell’arte di Bologna, ha fatto il meglio che poteva fare in questa edizione 2012? Proviamo a dire che cosa ci ha convinto e cosa ci ha lasciato perplessi all’uscita di questa visita nella contemporaneità dell’arte.

La prima consistente caratteristica di Artefiera 2012 è l’estensione: molto ridotta rispetto ai faraonici ultimi anni, quaranta gallerie in meno, un quarto degli espositori ha rinunciato alla fiera per via della quota obbligatoria di partecipazione, quest’anno giudicata non sostenibile. Già, perché forse non tutti sanno che le gallerie devono pagare il loro accesso alla manifestazione, in una proporzione economica legata alla grandezza dello stand, e quest’anno più che mai, in molti hanno giudicato che la spesa non valesse la resa, anche alcune tra le più note gallerie milanesi come Giò Marconi, Raffella Cortese, Amedeo Porro.

Questo ha reso la visita decisamente più a misura d’uomo, non troppo sfiancante, una mezza giornata piena è stata più che sufficiente per vedere tutto senza correre. L’esposizione occupava un solo piano del quartiere fieristico, da visitatori abituali abbiamo apprezzato la quasi assoluta mancanza di video (finalmente!), la scarsa presenza di installazioni “spiritose” ma effimere e quasi solo decorative, nel migliore dei casi.

Buona la qualità media degli artisti presenti, un ruolo sostanziale, nel mood rigoroso generale, hanno giocato gli artisti più che consolidati, soprattutto del Novecento e quindi del cosiddetto Moderno: Fontana, Alighiero Boetti, Giorgio Morandi, Castellani, Pistoletto, Bonalumi. Opere di questi artisti sono veri e propri beni rifugio che i collezionisti possono ritenere intramontabili e non suscettibili di discese nel mercato dell’arte. Accanto ai grandi presenti citati non si è potuto non notare l’assenza di altri big tanto discussi come Hirst e Cattelan. La scelta della direttrice Silvia Evangelisti ha premiato gallerie senza fronzoli, le cui scuderie artistiche sono spesso inappuntabili anche se non molto coraggiose. L’austerità e la sobrietà giuste, dovute in un periodo come questo potevano però essere l’occasione per dare maggior risalto alle gallerie giovani, con proposte nuove e ancora da rodare, con il vantaggio di essere economicamente affrontabili anche da collezionisti non troppo facoltosi e che cominciano ad affacciarsi su questo mercato.

Alcuni passi in questa direzione sono stati fatto: è stata eliminata la divisione spaziale tra le gallerie considerate affermate e quelle giovani, anche le metrature degli stand erano molto più equilibrate, ma una scelta ancora più decisa, in favore della novità, avrebbe forse potuto sopperire ad un certo eccesso di prevedibilità.

Non ci siamo stupiti, ahinoi, non ci sono state sorprese, abbiamo ratificato opinioni che già avevamo su molti degli artisti presenti, i nomi del contemporaneo “forte” che circolano sono ancora gli stessi: Peter Halley, Serrano, Shirin Neshat…

Menzioniamo però, ancora con sincera approvazione, l’impegno a rendere la città di Bologna davvero aperta, artisticamente parlando, durante i giorni della fiera. È stato possibile visitare gratuitamente, fino a mezzanotte, il Museo Morandi, il Mambo (che ospita ancora un’interessante mostra del belga Marcel Broodthaers), una bella biblioteca allestita in una chiesa sconsacrata, piccoli luoghi-gioiello da fiaba come il Museo degli strumenti musicali, sconosciuti anche ai bolognesi.

Ce ne andiamo da Bologna con un paio di consigli: impariamo ad apprezzare gli artisti che non appassiscono e convinciamoci che alla vitalità artistica deve essere dato respiro, senza paura.

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