ELENA SCOLARI |  Giugno 1916 – Luglio 1917: la brigata Sassari è di stanza sull’altipiano di Asiago. Ci passa un anno intero. Andrea Brunello incarna le parole di Emilio Lussu e racconta gli episodi di questo folle anno della prima guerra mondiale. Storie di uomini dal romanzo Un anno sull’altipiano.
Queste storie di guerra sono belle e terribili, sono grottesche e crudeli, raccontano soprattutto dell’ottusità di capitani che non sanno comandare, della ridicola protervia di generali sciocchi che mandano al macello i proprio soldati pur di conquistare qualche metro di terreno al nemico. Ma per i soldati in trincea chi è davvero il nemico? Gli austriaci o i superiori con i loro folli ordini senza senso?
Brunello ci parla in un’atmosfera intima, fatta di pochi oggetti in scena e costruita sulla necessità di una vicinanza fisica col pubblico, una forte componente olfattiva è elemento caratterizzante dello spettacolo: i soldati si reggono in piedi ad acool, soprattutto cognac, e cognac è quello che viene asperso (e poi offerto) sopra gli spettatori diffondendo un odore alcolico che ci dà l’idea di un’ebbrezza rassegnata. La terra in cui sono scavate le trincee è il luogo dove i militari passano lunghissime ore di lunghissimi mesi e l’odore di questa terra arriva fino a noi che vediamo il protagonista farsela scivolare addosso. La regia di Michele Ciardulli è misurata, sono questi segni decisi che ne connotano lo stile.
I personaggi che popolano l’altipiano veneto sono vivi, sono resi vivi dalla calda recitazione di Brunello, la sua drammaturgia restituisce in modo rotondo la verità delle parole di Lussu, semplici nel descrivere le azioni sul campo e ironiche per definire la mente stolida del Generale Leone, per la cui morte i soldati avrebbero fatto gran festa.
I soldati che conosciamo in questa avventura sono tutti meglio della situazione in cui trovano, sono coraggiosi, sopportano tutto, non si lamentano e si fanno forza sì col cognac ma anche con il pensiero di amori romantici che aspettano a casa, sono uomini con un fortissimo senso del dovere, di una dignità commovente. Capiamo la follia della vita in trincea, delle marce lunghe giorni e notti intere, la noia di fare per settimane la guardia da una feritoia di legno,  l’orrore di vedere i compagni crivellati di colpi a pochi metri di distanza sotto le moderne armi austriache, ascoltiamo una bellissima descrizione di una disperata carovana di cavalli con cavalieri immobili perché ormai morti. Tutto questo è però narrato senza pesantezza, senza retorica alcuna, il ribelle Ottolenghi, Avellini l’innamorato e il soldato semplice Marrasi Giuseppe sono persone di cui abbiamo sentito il carattere e di cui serberemo un ricordo affettuoso.
Lo spettacolo della compagnia Arditodesìo di Trento riesce a fare un’operazione interessante di diffusione storica: con la giusta misura di sentimento e distacco mette in scena qualcosa che abbiamo ancora bisogno di ricordare per riconoscerne l’assurdità.

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