ELENA SCOLARI  |  Al Teatro i di Milano la compagnia Astorri-Tintinelli mostra una rilettura folgorante del testo di Büchner, dedicata a Leo de Berardinis.

“Nella grappa c’è il mondo, bevila!”. Questo viene suggerito al buon soldato Woyzeck (qui ribattezzato in un parodico Woizzecco) dal suo commilitone Andres e questa battuta servirà ai nostri lettori per avere subito una sensazione riguardo all’atmosfera dello spettacolo: ebbra, storta, apparentemente confusa e disordinata, anche un po’ sporca.

Attenzione, però: tutto questo è da intendersi in accezione positiva, eccome! Il testo di Büchner, rimasto incompiuto, è formato di molte scene brevissime, che sembrano fatte apposta per essere smontate, rigirate, spostate e riassemblate. Alberto Astorri e Paola Tintinelli hanno fatto proprio così, rendendo perfettamente la tragicità sgangherata di questa specie di favola.

Woyzecco è fidanzato con Marie, incinta, cerca di sostenere questa famiglia non istituzionale, (i due non sono sposati), il protagonista accetta perfino di fare la cavia per strani esperimenti al soldo di un perfido medico che lo riduce a fenomeno da baraccone, e proprio un baraccone da circo è quello dove i due vedono un imbonitore mostrare un animale mostro, un freak. Il soldato è ingenuo, insicuro, e qualcuno gli inocula il sospetto che Marie lo tradisca con il Tamburmaggiore, il quale occhieggia a Marie nel tendone. Da qui la fiducia di Woyzzecco comincia a rompersi, a zoppicare, la sua moralità è colpita e si convincerà di dover uccidere la donna. Finirà per accoltellarla in un accesso di follia e diperazione.

Astorri è tutti i personaggi, anzi: Woyzeck è anche tutti gli altri, e passa da uno all’altro in una catena incoerente e continua di spezzoni giustapposti e legati tra loro da pochi oggetti, oggetti da officina, da rigattiere, maschere, secchi di metallo, croci… Astorri dimostra qui, ancora una volta, la sua bravura, l’alta capacità drammatica mai priva di ironia, un modo personalissimo di togliere i contorni ai personaggi, interpretandoli come se ognuno di loro mantenesse un pezzetto del precedente.

L’uso della voce e la pluri-interpretazione ricordano Carmelo Bene, omaggio a Leo de Berardinis è invece l’autonomia dei due artisti: Paola Tintinelli è impeccabile nel suo ruolo di tecnico luci e audio interno alla scena, compie tutto l’accompagnamento stando di spalle, a fondo palco, la precisione chirurgica di questa partitura teatrale è evidente proprio nell’armonia tra i due, che pur non si vedono. Tintinelli è un folletto operaio che interpreta “l’animale” del circo, è un manovale musico.

La straordinarietà dello spettacolo è anche nella casualità soltanto apparente di ciò che accade in scena, c’è un andamento che ci stordisce, la narrazione non è lineare, o meglio non c’è narrazione ma racconto per stazioni di una via crucis che Woyzzecco vive, in un ciclo senza fine, portandone anche fisicamente, la croce.

Due artisti di primordine hanno composto lo spartito di questo spettacolo, musicale e drammaturgico, che lascia lo spettatore traballante, come il protagonista, i suoni viaggiano tra Rossini e la Santissima dei naufragati di Vinicio Capossela, ma in questo “baraccone” lirico si avverte un lavoro ricco e complesso, durato anni, la scelta della regia interna senza interventi a distanza, nemmeno di ordine tecnico, regala una compiutezza rara.

La ballata di Woyzzecco è un’orologio con ingranaggi incastrati perfettamente, anche se a volte sembrano girare al contrario.

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