BRUNA MONACO | Caterina Basso, Claudia Catarzi e Ambra Senatore entrano una dopo l’altra, furtivamente, sul palcoscenico nudo, bianco. Scrutano le quinte ammiccando a qualcuno o qualcosa di invisibile. Si scambiano sorrisi complici, senza corrispondersi quasi mai. Compiono movimenti gratuiti e insensati che somigliano poco a una coreografia. Oppure sono azioni che potrebbero avere un senso (si tirano i capelli, si offrono una fragola, piangono, si sdraiano a terra come fossero morte), ma qui sono astratte: non ci sono elementi intorno che richiamino a un contesto. Non suggeriscono nulla e mettono a dura prova l’immaginazione del pubblico.
Neppure la musica, che sempre salva in questi casi, sa dare coerenza a quanto avviene sulla scena: non un tessuto ma frammenti di brani slegati da qualsiasi nesso: dalla sigla di Occhi di gatto a Jimi Hendrix. Il volume è basso, tutto è ovattato, ad aumentare la sensazione di spaesamento dello spettatore. Di tanto in tanto le tre interpreti scambiano brandelli di frasi, sussurrate, borbottate, incomprensibili. Poi si apre una faglia nel non-sense, le azioni diventano più precise, o meglio, più complesse e si intravedere una trama nella frammentarietà del discorso. Le microazioni, quelle unità minime di significato che erano fino ad ora apparse senza senso, raggruppandosi si coagulano. Lo stesso vale per il coltello da macellaio e la torta alla panna: prima ospiti misteriosi sul palco, piano piano si svelano oggetti di scena, o meglio ospiti di una scena che a breve esisterà.
Un terzetto affiatato, uno spettacolo sofisticato che si presenta in un crescendo di senso e piacere. Con ironia e perspicacia A posto riflette sulla narrazione, su come si costruisce un una storia. Lo fa decostruendo lo spettacolo, riducendolo a unità minime di significato, azioni e reazioni, svincolate da rapporti di senso.
Gli eventi non sono mai in tutto composti, in ogni storia c’è una margine di scompostezza (o decomposizione?). La perfezione non esiste. O forse è solo meno interessante dell’anelito alla perfezione. E infatti la compostezza non è assoluta nemmeno a un passo dalla fine, quando Ambra Senatore, Caterina Basso e Claudia Catarzi sono finalmente inquadrate in una scena chiara, bucolica, da quadro: un pic nic che le vuole elegantemente sedute per terra a gustare una torta e chiacchierare sfogliando una rivista: le loro parole non arrivano all’orecchio del pubblico, al loro posto delle voci registrate, ma fuori sincro. E quando sul finale abbandonano il loro morigerato contegno, solo allora la scena è giusta, nemmeno i rumori audio la disturbano, perché si sta sgretolando da sé. L’atmosfera si fa gotica, la luce smette di essere diffusa e di far risplendere il bianco della scena, si concentra sui corpi in disfacimento delle tre bravissime interpreti: le posture diventano sciatte, con nonchalance, toccandosi, si macchiano di sangue il viso, si creano lividi sul corpo. La scena, il senso che abbiamo tanto inseguito, si mostra appena un attimo, e subito si sfalda, nell’afa di un pomeriggio come tanti, nell’insensatezza dell’agire quotidiano.

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