giorgiogaber_1NICOLA ARRIGONI | Non è detto che per tutto la fine sia la morte… sicuramente non lo è per Giorgio Gaber. Il recital Gaber se fosse Gaber di Andrea Scanzi non si è limitato ad essere un omaggio ai dieci anni dalla morte del Signor G., il 1° gennaio 2003, ma è stato qualcosa di più. L’incontro spettacolo — prodotto dalla Fondazione Giorgio Gaber e scritto da Andrea Scanzi — ha tracciato la storia recente del Paese attraverso il volo utopico, arrabbiato e ironico di quel ‘gabbiano ipotetico’ che fu Giorgio Gaber, cantante, insieme a Sandro Luporini cantore di un’Italia fatta di contraddizioni, della politica come dell’amore, dell’uomo con tutte le sue debolezze e piccolezze. Il racconto di Scanzi parte dagli anni Sessanta e da quando Mina lo invitò a fare con lei una tournée e lo portò dalla tv in teatro da cui non se ne sarebbe più andato.

Gaber se fosse Gaber calibra con sapienza e senza essere ripetitivo filmati, canzoni e una narrazione che s’intesse — come è logico che sia — di citazioni dei testi di Luporini-Gaber per leggere la storia recente e come la società sia cambiata, il tutto attraverso i movimenti dinoccolati, la mimica stupita di un Gaber che riempiva la scena e lo faceva con leggerezza, con quell’aprir di braccia e alzarsi in punta di piedi che sembrava suggerire un volo possibile, sicuramente rincorso, voluto, sperato, sognato fino all’ultimo. Si passa dagli anni Settanta fra rivoluzione, passione politica e disincanto, per arrivare agli anni Ottanta del disimpegno che per Gaber furono sguardo rivolto all’uomo/albero, fino al Grigio e alla sua follia solipsistica, per passare poi all’indignazione/disillusione di Qualcuno era comunista nella Milano di Tangentopoli, fino all’invito ad un nuovo possibile umanesimo. Andrea Scanzi puntella con precisione e trasporto la carriera del Signor G., ne svela il portato intellettuale, critico, morale e moralista (per dirla alla francese), il tutto in un lungo respiro, quasi in apnea.

E la platea trattiene il respiro con Andrea Scanzi, lo fa ricordando quando il Signor G. era sul palco del Ponchielli ed era sempre una festa, lo fa per riassaporare quel senso di leggera inquietudine che alla fine degli spettacoli di Giorgio Gaber qualcuno si portava via perché si ritrovava di nuovo spiazzato da quello strano cantant’attore che non sapeva decidersi fra parola e musica e per questo — forse — s’era inventato il Teatro canzone. Andrea Scanzi ha costruito un testo teatrale puntuale, preciso, incisivo, che sfiora la nostalgia senza giocarci troppo, che sa fare sintesi e analisi al tempo stesso, in cui l’attore non si fa trarre in inganno dal facile mimetismo, ma non nasconde di essere stato travolto da Gaber visto a diciassette anni a tal punto che ora ne perpetua in maniera sentita e non retorica la lezione… Applausi al ‘gabbiano ipotetico’, al Signor G.

Di seguito un video dello spettacolo realizzato dalla fondazione Gaber

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