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EMANUELE TIRELLI | Ne “La terra desolata” T.S. Eliot scrive “tu, Tiresia, se lo sai, lo sai dannatamente bene, altrimenti non lo sai”. Questa frase contenuta in uno dei capolavori del postmodernismo può essere usata come sprone per ogni cosa. Se lo sai, se lo fai, se lo conosci, se… dovrà essere solo dannatamente bene.

Lunedì 3 marzo è andata in onda la prima puntata della tredicesima edizione del Grande Fratello. 5,4 milioni di telespettatori con share del 24,6% per quello che oramai non è fuori luogo definire un grande carrozzone. Alla conduzione c’è ancora una volta Alessia Marcuzzi affiancata da due opinionisti di spessore: una Manuela Arcuri al settimo mese di gravidanza e tale Cesare Cunaccia.
I concorrenti sono quindici e resteranno chiusi negli studi di Cinecittà che ospitano la “casa” per tre lunghi mesi. Cosa sanno fare? Quali abilità hanno? In cosa sono chiamati a distinguersi?
Purtroppo le risposte sono negative o non pervenute. Come ci hanno abituati in tutti questi anni, i concorrenti del Grande Fratello non devono saper fare nulla di particolare. Molti di loro non sanno articolare le parole in italiano e dimostrano di non avere grande dimestichezza con i ragionamenti più semplici e con le nozioni basilari di cultura. Questa volta hanno un’età compresa tra i 25 e i 36 anni. La Marcuzzi sostiene si tratti di persone che hanno “storie importanti da raccontare”. Naturalmente non sarà solo per questo motivo, per le loro storie, se esiste il programma, altrimenti per quanto possano essere interessanti non durerebbe affatto 90 giorni.
È indubbio che il trash abbia il suo fascino e una certa fetta di pubblico, ma il Grande Fratello non si presenta come tale. Vuole invece vestire i panni dell’intrattenimento da prima serata. Un intrattenimento leggero e, in questo caso, lento, privo di qualità e di comicità, se non nella misura indicata da Henri Bergson nel saggio in cui spiega chiaramente come possiamo ridere degli altri solo quando siamo separati da un certo distacco. Il problema è che invece un’altra fetta di pubblico televisivo, forse la più consistente, si ritrova in alcuni concorrenti e crede che questo programma sia uno strumento per diventare famosi, avere visibilità, cambiare vita e magari essere anche un po’ più ricchi.

Senza voler scomodare completamente un articolo dello scorso 15 febbraio, in cui il filosofo e docente universitario Umberto Galimberti scriveva che i genitori italiani e, naturalmente, i loro stessi figli sono più preoccupati dei risultati raggiunti, della promozione, del diploma, della laurea, a prescindere da quanta cultura sia stata realmente acquisita e di quale impatto abbia poi sul mondo del lavoro e nella competizione internazionale… Ecco, senza volerlo scomodare completamente, potremmo riflettere su quanta importanza abbiano i titoli e quanta le competenze. E nel caso del Grande Fratello quanta importanza non abbiano affatto nemmeno le competenze come invece accade ultimamente nei programmi di cucina che impazzano in tv e che almeno mettono realmente in campo talenti concreti.

C’è chi la chiama tv spazzatura e chi si domanda perché il format non abbia ancora chiuso i battenti. Ma se 5,4 milioni di italiani hanno visto la prima puntata vuol dire che c’è ancora interesse nei confronti di un prodotto come questo. Vuol dire che Thomas Stearns Eliot, il postmodernismo, Henri Bergson e Umberto Galimberti sono importanti e per alcuni necessari, ma che forse sarebbe altrettanto necessario fare in modo, innanzitutto, che il numero di potenziali spettatori diminuisca. Magari partendo dalle famiglie e dal rapporto con la scuola come suggeriva Galimberti, nell’idea che dietro un risultato ci sia uno sforzo, un percorso o quantomeno un progetto. Senza finire per forza con il dover conoscere “La terra desolata”, ma almeno con la possibilità di riconoscere importanza alla sostanza delle cose e di sapere realmente ciò che si fa, senza improvvisarsi continuamente in ruoli per niente calzanti, lamentandosi poi di non essere riusciti ad ottenere dalla vita tutto quello che si desiderava.