blu-graffitiMARAT | Chi l’avrebbe mai detto. Che uno vede il nome di Debora Pietrobono come candidata alla direzione del Teatro di Roma e per un attimo si sente tipo a Oslo. Che si potrebbe organizzare una girata per i fiordi nel fine settimana. Cose così. Ma ci si sveglia presto. E mentre bevo il primo caffè e ascolto i Massimo Volume, mi arriva la notizia: Calbi parte per Roma. Decidendo così di sacrificare il trono della direzione del settore spettacolo del Comune di Milano, acquisito ai tempi della Letizia e dello Sgarbi (sì, della Letizia e dello Sgarbi). Calbi con le sue feste di compleanno stracult, tecnico bravissimo nel parlare politichese. O forse politico eccellente nel mostrarsi tecnico. Poco importa. Sua la nomina e il ritorno a Roma dopo l’esperienza all’Eliseo. Si sa, l’obiettivo è il Piccolo. Potrebbe essere una tappa intermedia. O una specie di esilio dorato. Chissà. Comunque idea golosa. E scegliere di invadere la Kamchatka deve esser stato un attimo. Per chi respira nebbia (per chi respira rabbia) a volte le dinamiche del teatro romano paiono curiose. Quella strana corte di politici, operatori, artisti e critici, è una matassa complessa dove si fatica a distinguere posizioni, amicizie, ruoli, interessi. Ma si sbaglierebbe a inquadrare la vicenda negli specchi distorti della capitale. È puro e semplice Sistema Italia: un teatro che affonda, il pasticciaccio di una nomina sbagliata, il consueto valzer di nomi, si muovono le pedine ed eccolo lì, salta fuori il nuovo direttore. La scelta più sicura, il più esperto, l’unico che può tenere botta. C’è del vero. Ma forse è anche un’occasione persa. Fosse solo di far credere che ogni tanto si ascolta chi va in direzione ostinata e contraria. E questo mentre si chiudono festival. E i celerini son sempre lì a sgomberare. Mi fermo un attimo. Mi pulisco la testa col pensiero del Rialto Sant’Ambrogio che riapre. Ma poi mi vengono in mente le raccolte firme delle scorse settimane per “salvare” Cutaia. Sì, per Cutaia. La chiamata alle armi. Quei teatrini di unità e resistenza (ma per favore…) messi in piedi in gran furia e subito dismessi. Che in questi giorni non ci trovi un commento fuori posto, fatto il re sembrano tutti diventati succursali dell’Ansa. Mah. Si vede che Calbi ha convinto tutti. O qualcuno ha compreso la pochezza dell’intifada capitolina. Che ben altre cause si meritano la nostra militanza. Sia mai poi che al prossimo compleanno salti fuori una fetta di torta. E pure un bicchierino di vino buono dei castelli.

2 COMMENTS

  1. Trovo questo articolo a distanza di tempo. Difficile sapere di Roma da lontano, difficile capire perché sostenere Cutaia e quale disegno si stava profilando all’orizzonte, quanta delusione e spavento dopo quel vento che sembrava nuovo, ma pure dopo l’India, dopo il Valle, dopo tutto…restavano tante di queste cose difficili e poi non è detto che uno debba mettersi a capirle. Si può scrivere che non si capiscono dalla nebbia e dalla rabbia, e tanto basta. La fetta di torta però non l’ho capita io. Ho capito, saputo, solo che non era dolcissima.

  2. La fetta di torta (e il bicchiere di vino) non sono metaforici. Niente bizantinismi tra le nebbie.

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