VALENTINA SORTE| Ecco un’ultima riflessione su Pergine Festival attraverso gli occhi di chi questa realtà l’ha vista crescere e trasformarsi nel corso degli anni. Dopo aver curato per diverso tempo il bando OPEN dedicato alle nuove creazioni contemporanee, e dopo la fase transitoria di co-direzione artistica insieme a Cristina Pietrantonio, nel 2017, Carla Esperanza Tommasini prende le redini di questo festival. Per il prossimo triennio, la sua volontà sarà quella di “mantenere un’offerta artistica di alto livello e intensificare gli scambi con la rete internazionale, valorizzando contemporaneamente le risorse locali”.
Da una parte artisti come Agrupación Señor Serrano, Simon Boberg o il progetto internazionale, A Manual on Work and Happiness, che ha saputo coinvolgere tre Paesi europei (Italia, Grecia e Portogallo) e i cittadini che hanno partecipato alle diverse residenze artistiche, perginesi compresi. Dall’altra parte creazioni people-specific come quelle di Eleonora Pippo, Dynamis o progetti di rimappatura urbana come Foresta Urbana, Atlas Pergine, Micù – Macchinario inutile di consapevolezza urbana, solo per citarne alcuni. Il programma del festival è stato molto ricco e trasversale, disseminato di vere e proprie attività collaterali che hanno però fatto la differenza nella qualità della relazione con il territorio.
Una 43° edizione che si è mossa quindi tra la macro e la microscena contemporanea – tra grandi e piccole scale di rappresentazione – puntando su una nuova identità visiva e comunicativa “che vuole marcare la sua connotazione di evento diffuso e fruibile in modo attivo da tutti gli abitanti. Linee che si creano e cambiano strada, che si spostano per offrire alle figure umane nuovi spazi di condivisione e di esperienza.”
Cos’è allora che definisce il nostro senso di identità e di appartenenza? Buona visione!.

 

 

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