LAURA BEVIONE | Un tempo era il cinema a trarre ispirazione dal teatro, oggi capita assai spesso il contrario, con adattamenti per le scene di successi cinematografici. Nel caso di Misery, lo spettacolo messo in scena e interpretato da Filippo Dini, la questione risulta se possibile più intricata poiché il regista-attore porta sul palcoscenico la sceneggiatura che William Goldman a sua volta trasse dal noto romanzo di Stephen King e, così, il pubblico in sala si divide fra coloro che hanno solo visto il film, quelli che hanno soltanto letto il romanzo e quelli che, veri cultori-filologi, sanno elencarvi fedeltà e infedeltà fra pagina scritta e pellicola…

Una platea in tutti e tre i casi temibile, ma certo la sfida non spaventa Dini, impegnato a tradurre in drammaturgia un linguaggio che, a sua volta, è la traduzione di un ulteriore codice linguistico: operazione complessa in quanto richiede, da una parte, piena consapevolezza dello specifico teatrale e, dall’altra, l’umiltà di non celare le proprie fonti e le loro rispettive peculiarità. Portare in scena Misery, poi, contiene in sé un’ulteriore problematica, legata al particolare genere cui è possibile ascrivere tanto il romanzo quanto il film – diretto da Rob Reiner e magistralmente interpretato da Kathy Bates e James Caan –  e cioè l’horror cosiddetto psicologico; genere ben poco praticato sul palcoscenico e non tanto per il numero limitato di ”effetti speciali” permesso dal medium, quanto per la concreta materialità e fisica presenza del teatro, peculiarità apparentemente refrattarie all’ambigua evanescenza e all’enfasi sull’immateriale proprie di questo filone.

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Foto Alice Pavesi

Filippo Dini decide allora di concentrare l’attenzione su quegli aspetti del romanzo di King che, messi inevitabilmente in secondo piano nella trasposizione cinematografica, riescono a riacquistare visibile spessore sul palcoscenico, a partire da quello che è il vero tema di Misery, ovvero il potere creatore e salvifico della parola letteraria che qui diviene realmente “carne”.

La vicenda è nota: un famoso scrittore, Paul Scheldon – interpretato con disinvolta e quasi infantile spregiudicatezza dallo stesso Dini – ha un incidente stradale dal quale è salvato dall’ex infermiera socio- e psico-patica Annie Wilkes – la mobilissima Arianna Scommegna, capace di abbruttirsi e incattivirsi ma pure di sciogliersi in fanciullesco entusiasmo. La donna lo tiene segregato nella propria casa, promettendogli la libertà soltanto dopo che avrà scritto un nuovo – non previsto – capitolo della saga della sua inverosimile eroina Misery, che aveva assai inopportunatamente fatto morire nel romanzo pubblicato pochi giorni dopo il suo incidente.

La casa di campagna della donna è, nell’invenzione della scenografa Laura Benzi, una struttura tridimensionale con più locali – la camera da letto/prigione, il corridoio, la cucina/sala da pranzo e persino la facciata esterna – fissata su una piattaforma rotante che consente repentini cambi di scena a vista. Le pareti sono un po’ sghembe e, nel complesso, l’abitazione ricorda – per prospettive e tonalità terrose e scure – la scenografia de Il gabinetto del dottor Caligari.

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Il rimando all’espressionismo non si riduce, nondimeno, a una superficiale suggestione bensì percorre l’intero allestimento, costruito su un’impalcatura grottesca e deformante che non soltanto sussurra con insistenza allo spettatore il dominio tanto discreto quanto insistente della follia, condizione che, benché in forme diverse, accomuna entrambi i protagonisti; ma ammanta di oscuro pessimismo il ritratto di una realtà – quella letteraria in primis – tutt’altro che irreprensibile e, soprattutto, autentica.

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Il romanzo di King e la successiva sceneggiatura di Goldman vengono plasmati da Filippo Dini con assoluta fedeltà per quanto concerne eventi e situazioni descritti – lo confermano al termine dello spettacolo gli spettatori-esperti – eppure materialmente complicati da risonanze pirandelliane così come da sipari grand-guignoleschi. Il topo nella trappola e le martellate sulle caviglie, i colpi di pistola e il sangue nel secchio: particolari non celati ma neppure esaltati, inseriti con disinvolta leggerezza nella narrazione, che si concentra piuttosto sugli aspetti meta letterari – e meta teatrali.

L’esistenza dell’infermiera Annie acquista significato nel momento in cui può tramutarsi, benché indirettamente, in racconto: la donna, folle perché è quanto richiede il suo “personaggio”, quello che ha consapevolmente scelto di interpretare nella società, è l’ispiratrice del nuovo romanzo di Paul. La “carceriera” non si limita a procurargli una macchina da scrivere e la carta adatta ma consiglia allo scrittore episodi e svolte narrative e lui, d’altro canto, si presta in fondo mansueto a questa fatica, dentro sé consapevole della fragile autonomia del proprio talento.

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Il merito di Filippo Dini è proprio quello di portare sul palcoscenico quella riflessione sulla genesi e sulla natura profonda dell’ispirazione letteraria che attraversa il romanzo di King – accennata pure in Shining – e di collocarla al centro dello spettacolo, dichiarando esplicitamente “falsi” i particolari più orrorifici del testo.
Quello che poteva essere semplicemente uno spettacolo “pop” , costruito sulla scia della notorietà di un romanzo e di un film, diviene così un allestimento sottilmente arguto, sostenuto tanto dall’implicita riflessione metalinguistica quanto dal saggio distacco conquistato grazie a un gusto grottescamente espressionista.

MISERY

di William Goldman
tratto dal romanzo di Stephen King
traduzione Francesco Bianchi
regia Filippo Dini
scene e costumi Laura Benzi
luci Pasquale Mari
musiche Arturo Annecchino
interpreti Arianna Scommegna, Filippo Dini, Carlo Orlando
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Fondazione Teatro Due, Teatro Nazionale di Genova

Teatro Gobetti, Torino
7 dicembre 2019

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