GIORGIO FRANCHI | “Mi riguardi un attimo ‘sta mail? Devo scriverla in inglese, ho usato un po’ Google Traduttore, vedi se ha senso…”.
Tutti ci siamo trovati a fare una domanda del genere a un amico, un collega o un conoscente, anglofono o presunto tale. Gli abbiamo mostrato il nostro elaborato, scritto innanzitutto in italiano e tradotto come meglio potevamo, spaventati all’idea del confronto linguistico, ma con un alone sottopelle di fierezza per la traduzione. L’abbiamo visto sorridere, poi selezionare con la freccina tutto l’ultimo paragrafo: Waiting for your kind response, I seize this opportunity to pay you my warmest respects; rigorosa traduzione del nostro “Rimango in attesa di una sua gentile risposta e colgo l’occasione per porgerle i miei più cordiali saluti”.

Poi l’abbiamo visto premere canc. L’abbiamo visto sostituire tutto con un ermetico “Cheers.” Infine, l’abbiamo visto andarsene prima ancora che aprissimo bocca, quasi sicuramente per pigolare qualche preoccupazione da ruderi con il feticcio del formalismo, zittendoci con un “Fidati, va benissimo così.”

È in quei momenti che capiamo come dovevano sentirsi i pittori che, nel 1917, dopo essere stati rifiutati da ogni galleria nonostante trent’anni di studi su anatomia e prospettive, hanno visto Marcel Duchamp gironzolare in tutta tranquillità tra un museo e l’altro con un vespasiano sotto al braccio. O, qualche settimana fa, l’artista David Datuna quando ha visto la banana di Cattelan all’Art Basel Miami Beach, decidendo di concedersi uno spuntino da 120.000 dollari al retrogusto di vendetta.

La discussa opera Comedian di Maurizio Cattelan.

Non importa quanto progressisti e mentalmente aperti ci riteniamo: episodi simili ci fanno sempre pensare, anche solo per un millesimo di secondo, che il mondo sta andando alla deriva. Se, poi, si è nati nel Paese di Giotto, Leonardo e Botticelli, il Novecento e i suoi strascichi sembrano fatti apposta per lasciarci sbigottiti, indipendentemente da quanti artisti nostrani ci siano nelle gallerie contemporanee. Davvero l’arte concettuale può eguagliare il Rinascimento? Ed è giusto che millenni di sottomissione a duchi e sovrani, condensati negli ossequi ampollosi di una lettera aziendale, facciano spazio all’amichevole, semplicistico cheers?

Il proliferare di banane e vespasiani esposti nelle gallerie segna una presa di posizione abbastanza chiara del mondo dell’arte, il cui equivalente lavorativo è la diffusione a macchia d’olio della formula “Apple Store”. Avendo sostenuto decine di colloqui ho dovuto cancellare l’immagine del selezionatore in giacca, cravatta e modi formali, sostituendola con quella di un ragazzo che si presenta per nome, mi dà un misto fra una stretta di mano e un cinque e mi chiede di “parlargli un po’ di cosa faccio”, senza nemmeno dare uno sguardo al curriculum. È l’idea dell’agenzia orizzontale, quella in cui non ci sono capi e tutti quanti sono sullo stesso piano – sicuramente relazionale, quasi mai economico.

Vecchio con barba di Rembrandt, o “Come si sente l’autore al terzo articolo sugli anglicismi”

Cambia la società, cambia il lessico. Prendiamo il curriculum dalla scrivania su cui giace ignorato: la voce che in italiano classico si chiamava competenze, dal latino petere, “dirigersi verso” (es: un obiettivo comune), è stata sostituita da skills, “abilità”. Se la direzione comune prevede uno spostamento metaforico, implicitamente diviso fra già percorso e ancora da percorrere, l’abilità è qualcosa che anche un bambino può avere, se non il primo, il secondo giorno di vita. Lo stesso vale per tirocinio, dal verbo greco τηρέω, ovvero “guardare”, “prendere in cura” nel suo senso pedagogico; parola in via d’estinzione a causa del proliferare del predatore stage, termine della langue d’oïl, a sua volta proveniente dal latino stare. Quando la lingua italiana parla di crescita, di evoluzione, l’inglese (che ha fagocitato il termine francese, tanto che ormai quasi tutti lo pronunciano “stéig”) opta quasi sempre per l’atemporalità. L’inglese non è una lingua sintetica, bensì una lingua statica.

Sicuramente, in un mondo sempre più fluido e frenetico, i costrutti barocchi dell’italiano formale sono destinati a venir meno. Chissà che un giorno non ne sentiremo la nostalgia: come la Pop Art non ci ha fatto disamorare del Rinascimento, così non riusciremo a non pensare che l’obsoleta lingua lavorativa, per quanto complicata e inefficace, continuerà ad affascinarci con le sue formule d’altri tempi.

 

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