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Foto Luigi Burroni

LAURA BEVIONE e RENZO FRANCABANDERA | LB: C’è la madre italiana da macchietta preoccupata che i figli mangino abbastanza e abbiano sempre le camicie ben stirate; c’è la yiddishe mame, analogamente opprimente ed eccessivamente protettiva; e c’è la mamma scandinava, libertina e libertaria. E ora c’è la mamma 2.0: ma siamo davvero sicuri sia tanto diversa dalle sue ave?
Un interrogativo cui prova a rispondere il secondo capitolo della trilogia In nome del padre, della madre e dei figli che l’autore-regista e attore Mario Perrotta dedica all’analisi dei cambiamenti intervenuti nei primi due decenni del nuovo millennio all’interno di quel nucleo sociale – fondante benché intrinsecamente e irriducibilmente problematico – che è la famiglia. 

RF: Mario Perrotta è alle prese con una trilogia. A teatro la trilogia è sempre qualcosa di affascinante, perchè dà l’idea di un’operazione che impegna nel tempo, ma che è legata da un filo conduttore. Ha un che di simbolico. La trilogia! Che poi in questo caso già nel titolo gioca con il segno della croce.
E cosa c’è di più simbolicamente e cristianamente triangolare del rapporto genitori-figli (per tacer dello Spirito Santo)? L’interesse quasi aprioristico risiede nel fatto che questo lavoro nasce da un impulso creativo ben preciso, ovvero un confronto intenso, in fase di redazione testuale, quasi da “scrittura di scena”, con una figura di consulente psicanalitico, cosa che evidentemente è en vogue se è vero che anche Rifici ci fa ricorso per il suo ultimo Macbeth che ha da poco debuttato.

LB: Forte dei colloqui con Massimo Recalcati – consulente scientifico dell’intero progetto – così come dell’esperienza genitoriale condivisa con la moglie e co-interprete Paola Roscioli, Perrotta sceglie di concentrare la propria lente drammaturgica su quel particolare esemplare di madre che, in virtù di un presunto diritto di proprietà maturato nel corso dei nove mesi di gestazione, tiene costantemente e fermamente stretto a sé il proprio pargolo.
A complicare e, allo stesso tempo, a rendere maggiormente paradigmatica la propria riflessione, Perrotta opta per una prospettiva tutta femminile: Paola è la madre, l’autore-regista è la nonna, ovvero la madre della madre, e l’oggetto delle loro ossessive preoccupazioni è Bimba, una ragazzina fluttuante all’interno di una sorta di boccia di cristallo-grembo materno.
La scenografia, infatti, è già pregnante drammaturgia e immediata raffigurazione della relazione che intercorre fra le tre figure femminili: due cupole bianche attaccate l’una all’altra, grembi dai quali fuoriescono, dalla vita in su, i due attori; mentre Yasmin Karam, anche aiuto-regista, movimenta il braccio meccanico che a tratti compare a suggerire la concreta presenza della bambina.

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Foto Luigi Burroni

RF:  Molte possono essere le congetture sulla potenza simbolica di questa sorta di grande installazione costruita attorno alle due figure femminili dal vivo, anche se, a lungo andare, la questione scenica più forte e di maggior incisività per il mio pensiero risiede nella scelta di raccontare la figura della figlia attraverso delle proiezioni mute. Questa giovane identità non vive di vita propria, non esprime nessun desiderio. È letteralmente, ma anche metaforicamente, una proiezione di desideri e congetture altrui. La bambina vive in un liquido amniotico che continua ad essere presente anche post partum. Così come il cordone ombelicale, ancora vivo, presente. Bimba, come un naufrago, spera di essere tirata fuori dall’acqua. Di uscire da questa rappresentazione da manichino. Allunga l’arto meccanico per essere salvata dalla condizione di burattino. Ma niente. Non si accorgono neanche di lei.
Le due perenni genitrici, che quindi esistono in quanto bloccate in questo ruolo senza mai evolvere verso la funzione adulta, sono scenicamente due capezzoli dotati di pensiero. Sembrano due grandi simboliche mammelle, quelle da cui sbucano le due donne, in  apparenza due dame con gigantesche gonne armate di crinolina. 

a7e93b5_perrottaIn realtà questa parte inferiore è così enorme e sproporzionata da dare l’idea in lontananza di un enorme seno di cui le due sono gli estremi.
Per associazione di visioni mi è tornata in mente la Adriana Asti di Giorni Felici per la regia di Bob Wilson. Bloccata fino al busto.

LB: L’immobilità degli interpreti, di chiara ascendenza beckettiana, ne oggettivizza l’analoga fissità esistenziale: la nonna è rappresentante della vecchia generazione di madri, pedanti e iper-accudenti, caratteristiche da cui la figlia non pare nondimeno essersi emancipata, anzi.
La madre 2.0 interpella ognora la chat su WhatsApp, oracolo tanto autoritario quanto approssimativo e schizofrenico, senza riuscire a sconfiggere la propria ansia: Bimba soffre di autismo? Ha la meningite? Mangia abbastanza? Stanotte l’avrò tenuta stretta abbastanza mentre dormiva con me?
Quello che ne esce è il ritratto di una donna che, allontanato il marito e, in generale, il “maschile”, implicitamente investe la propria figlia della responsabilità di realizzare il suo proprio essere. A un tratto pare che la giovane madre voglia scappare ma questa Nora 2.0 in verità non possiede altra individualità che quella offertale dalla vicinanza della propria figlia, entrambe bambole tutt’altro che riluttanti in una casa auto-sufficiente e nutriente quale appunto un grembo gravido.

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Foto Luigi Burroni

RF: Dentro un contesto scenico molto chiaro, fisso e per forza di cose immutabile, il testo sceglie volutamente una cifra caustica e provocatoria, che non lascia il pubblico indifferente. Anzi. Per alcuni lo spiazzamento è molto forte, perché la drammaturgia gioca, anche in modo volutamente accentuato, su archetipi e stereotipi.

LB: Perrotta e Roscioli descrivono dunque una maternità patologica e innaturale, che ha a che fare più con l’utero che con il cuore, con le fragilità e le frustrazioni più che con l’amore, con l’egoismo più che con la magnifica generosità di donare la libertà. Un tipo di maternità tanto diffusa quanto poco riconosciuta, come hanno testimoniato i malumori di alcune eleganti signore sedute dietro di noi in platea…

RF: Una quarantenne dal pensiero contemporaneo e stivaletto volitivo si deve essere sentita oltraggiata da qualche stereotipo ed è andata via, attraversando l’antro del Piccolo Teatro Studio immerso nel buio, con le due tettone giganti sullo sfondo… La scena aveva un che di film di Woody Allen: donna offesa con sfondo di zinne parlanti. Insomma, una cosa è sicura: Della madre non lascia indifferenti.

LB: Certo lo spettacolo di Mario Perrotta risulta a tratti faticoso poiché la materia trattata si presta con difficoltà alla teatralizzazione e dunque il lavoro drammaturgico da realizzare appare quanto mai complesso; eppure possiede il lodevole merito di illuminare una realtà considerata intoccabile, ma germe di disagi imperituri e inattese tragedie.      

s-l1600RF: Sono d’accordo. Se un artista sceglie di compiere un’operazione e questa dà da pensare, anche in modo fastidioso, al di là del fatto che lo spettacolo piaccia o non piaccia, l’operazione è riuscita di suo. Che fastidio la domanda: “Ti è piaciuto?”.
L’arte non deve piacere, deve arrivare a porre delle questioni.
Questa operazione di Perrotta, con tutte le difficoltà di una resa drammaturgicamente difficile, per via della scelta di immergere la parola e costruirla a partire dalle scottature della prassi psicanalitica, ha una sua ragione di darsi, pur con quelle che appaiono (e in alcuni casi anche sono) ingenuità e didascalie sull’oggi.
Non è il mio teatro elettivo, penso anche ci siano ampi spazi di perfettibilità, ma assolve alla funzione che una creazione deve avere nel proprio tempo. Quindi, piaccia o non piaccia, ha il crisma del segno.

 DELLA MADRE

uno spettacolo di Mario Perrotta
interpreti Mario Perrotta, Paola Roscioli, e Yasmin Karam
consulenza alla drammaturgia
Massimo Recalcati
scene Mario Perrotta
costumi Sabrina Beretta
video artist Hermes Mangialardo
effetti speciali Laura Soprani
produzione Teatro Stabile di Bolzano, La Piccionaia Centro di Produzione Teatrale
organizzazione Permàr, in collaborazione con DUEL

 

Teatro Studio Melato, Milano
9 gennaio 2020

 

 

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