RENZO FRANCABANDERA | In scena all’ingresso in sala ci sono Francesca Foscarini e Melina Sofocleous che saltellano di spalle vestite con una coperta sistemata a mo’ di burqua: portano dentro un universo visivo che spiazza le aspettative rispetto al titolo dello spettacolo, Punk. Kill me please, che ci fa immaginare Sex Pistols e Clash, jeans stracciati e trucco sfatto. Ma è solo per poco.
Infatti appena di girano verso il pubblico rivelano un davanti dell’abito con ampio spacco anteriore, tutina nera di intonazione trasgressiva.

Ph. Punk. Kill me please_Michele-Lischi

E di lì a seguire, il rossetto scuro e la trasformazione, mentre i vinili e un giradischi che loro stesse manovrano in scena, mandano sulle casse alcuni brani celebri del periodo che fra fine anni Settanta e inizio anni Ottanta ha creato una rivoluzione non solo di costume, ma anche di cultura. Non sappiamo cosa avrebbe detto Vivienne Westwood delle coperte con fantasia kilt usate per questo unhortodox burqua, ma ben presto i due pezzi di stoffa diventano superficie per una sorta di pic nic ironico di immagini identitarie sul tema del femminile oggi, da letture estreme e sado maso, a costruzioni di un sembiante paradossale, volto a giocare con gli stereotipi di genere, dalla schiava alla donna cazzuta, dalla donna legata alla ribelle.
Il mélange musicale che fa da tappeto oscilla fra il Filiae Maeste Jerusalem di Vivaldi o le grandezze sinfoniche di Beethoven a brani di musicisti punk indimenticabili: Sex Pistols, Nina Hagen, Stiff Little Fingers e The Stooges.
Il palco è dunque vuoto, eccezion fatta sulla sinistra per una pila di nastri carta di quelli da lavori di casa e da pallottole dello stesso materiale, dell’identico tipo che vedremo poi nello spettacolo prodursi in gran numero, man mano che cambiano le scene e che i confini, di volta in volta tracciati con questo agevole strumento di creazione di spazi immaginari, vengono rimossi e accartocciati.
La creazione si compone di una serie di segmenti a tema ma senza un filo narrativo, si succedono alcune scene come in un piccolo libro, in cui, più che sequenze di eventi, ci vengono proposti mindscapes analitici sulla questione del femminile oggi. È individuabile chiaramente una scrittura sottostante, sicuramente dovuta anche alla presenza nel team di composizione di Cosimo Lopalco, scrittore e poeta. Il sodalizio Foscarini/Lopalco, attivo già da tempo ha dato vita a diverse creazioni in cui lo scrittore ha collaborato come drammaturgo per la danza alla creazione con la Foscarini di Animale, Oro.
 Punk. Kill me please è l’ultimo risultato di questo incontro ed ha debuttato in prima nazionale nella sezione off della 4a edizione del Festival Danza in Rete in corso a Vicenza, diretta da Alessandro Bevilacqua. Ispirato alla rivoluzione punk, il lavoro dà vita a due corpi femminili soggetti a trasformazioni continue e iconiche il cui intento è quello di arrivare ad un ‘manifesto vivente di femminismo, coraggio, forza, ironia e libertà’. Questo dunque l’intento artistico che lo spettacolo trova una forza coerente dal punto di vista del segno scenico di declinare, in un insieme di segni dove la coreografia è poco “danzata”, invero, e più agita in un rapporto di corpi in relazione ora antitetica, ora empatica, mossi da una regia di palcoscenico dentro spazi apparentemente caotici e delimitati via via dal nastrocarta, che diventa anche corda per legare, guinzaglio per trascinare, ferma abiti, installazione grafica, binario della diritta via su cui la donna dovrebbe camminare senza sbandare.
Il corpo trova occultamento completo all’inizio, ed esposizione totale alla fine, diventa lavagna di portati verbali e comunicazioni in stile Femen, con l’iconica protesta a pugno chiuso che la Foscarini richiama, volutamente o meno, in scena, insieme  alle scritte nere sul corpo fatte con i pennarelli. Detto di questa carrellata di ambienti mentali, di letture e riletture iperboliche delle questioni relative al tema di genere, non si può non considerare il riscontro che la sala, e soprattutto la presenza femminile, riconosce al lavoro. I segni sono leggibili e gli spettatori, seppur spiazzati da un’azione coreografica punk, reggono l’impatto con la proposta energica e in diversi momenti provocatoria della creazione.


Dal punto di vista del linguaggio, forse anche per l’ispirazione vintage, la proposta ha caratteristiche che rimandano agli happening di fine anni Settanta, alle provocazioni di strada, e dunque appare nuovo allo sguardo di chi quel tempo non ha vissuto, e un dejà-vu per chi invece quegli anni li ricorda. Ma d’altronde è una caratteristica dell’arte quella di tornare ciclicamente a riproporre, rivivere, riconsiderare.
Non è comunque un’operazione nostalgia. Si creano lacci e corde (per rimanere nel tema a più riprese rappresentato) che dialogano, più o meno coerentemente, con il tempo presente, a volte tirando anche dentro questioni  un po’ slegate dal tema centrale, con un paio di cenni piuttosto evidenti alla tematica vaccinale, di cui in realtà non si sente la necessità simbolica e di riferimento, giusto per fare un esempio.

I due corpi in scena si cercano e si intrecciano in un dialogo prevalentemente ironico, anche se hanno storie e portati molto differenti: la cosa a tratti è un punto di forza drammaturgico, a tratti un vulnus ad alcune possibilità di codice, creandosi, una seppur non voluta, individuabile gerarchia di sguardi verso il palcoscenico, ma è evidentemente una decisione artistica.
È una costruzione di relazioni fra donne, da donna a donna, a tratti di quella crudeltà che l’universo femminile riserva a se stesso, divino e diabolico insieme; una lettura, quella del trio Foscarini/Sofocleous/Lopalco con alcuni pregi, legati all’energia di scena e al labirinto ad accesso libero dei pensieri in rapido fluire, e alcuni limiti, legati in parte al ritmo della costruzione, con la scelta un po’ già vista di una serie di finti finali, più o meno espliciti, volti a una sorta di riscaldamento del pubblico, con cui lo spettacolo vorrebbe finire a torte in faccia, in un finale super-punk e interattivo.
Ma da questo punto di vista, il peso della demarcazione palcoscenico platea, e la costruzione, diciamo così, ideologica oggetto della rappresentazione, finiscono per diventare in un certo qual modo inibitivi rispetto al fatto che il pubblico restituisca lo sberleffo, si senta realmente libero di trasformarsi e tirar fuori il punk che abita in ciascuno. E questo, in fondo, dovrebbe far riflettere, perchè il manifesto è una chiamata, e per un manifesto di questo genere forse non è il solo applauso la possibile o auspicata risposta. Forse il segno oltre la quarta parete andrebbe pensato in modo più organico e coerente dentro tutta la creazione, e dopo questo debutto ci sarà sicuramente modo di accogliere meglio il sentimento della platea, qualcosa a cui, dolorosamente, si è fatta disabitudine in tutto il tempo di lontananza dalle sale. Ma questo pensiero non riguarda la creazione specifica, quanto piuttosto in generale l’universo dell’arte dal vivo.

 

PUNK. KILL ME PLEASE

ideazione e creazione Francesca Foscarini, Cosimo Lopalco
interpretazione e co-creazione Francesca Foscarini, Melina Sofocleous
disegno luci e cura della tecnica Maria Virzì
amministrazione Federica Giuliano
logistica Eleonora Cavallo
co-produzione Associazione Culturale VAN / Festival Danza in Rete – Teatro Comunale Città di Vicenza
con il sostegno di Centrale Fies_art work space, Tanzhaus Zurich
con il contributo di ResiDance XL – luoghi e progetti di residenza per creazioni coreografiche azione della Rete Anticorpi XL – Network Giovane Danza D’autore coordinata da L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino; Arteven/Festival Prospettiva Danza e Teatro, Centro di Residenza della Toscana (Armunia – CapoTrave/Kilowatt), CSC Centro per la Scena Contemporanea Bassano del Grappa, Santarcangelo dei Teatri

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