ELENA SCOLARI | Superstizione a parte, c’è un’amara corrispondenza tra il titolo dell’edizione 2021 del festival Kilowatt – diretto da Luca Ricci e Lucia Franchi e organizzato dall’Associazione Capotrave a Sansepolcro, in provincia di Arezzo –  e i fatti avvenuti: questa fervida pazienza è la stessa che organizzatori, spettatori, artisti hanno dovuto avere dal 19 luglio in poi (PAC ha visitato il festival nei due giorni precedenti) dopo che i controlli del Nucleo Carabinieri-Forestali – avendo rinvenuto presunte irregolarità nella gestione del punto di ristorazione, incontri e dopo-festival, situato presso i Giardini di Piero della Francesca nel centro storico del borgo medievale – hanno portato alla chiusura del ristorante e delle attività musicali previste nel parco.
Conosco bene la ridda kafkiana di autorizzazioni da produrre per organizzare un evento (che arrivano anche a farti dichiarare che sai cosa potrebbe succedere se mettessi le dita nella presa di corrente): se gli organizzatori non fossero, con più o meno mezzi economici a disposizione, animati da fiammeggiante passione per il proprio lavoro, rinuncerebbero. Immaginando poi di mettere nella presa le dita del legislatore.
Non mi addentro nel dettaglio delle contestazioni, riportate nel comunicato del Festival, mi limito però a osservare che – nell’ovvio e dovuto rispetto delle regole – chi organizza con coscienza manifestazioni culturali, ospitando artisti stranieri altrimenti introvabili nelle programmazioni invernali, tentando con fatica di riportare in vita arte, teatro e persone dopo mesi di vuoto forzato, dovrebbe essere sostenuto e guardato con benevolenza, non ostacolato.

Prima che a una porzione di festival venisse staccata la corrente (e per un festival che si chiama Kilowatt è assai ironico), ho potuto aggirarmi per Sansepolcro pedinando Alessandro Sesti, durante i 25 minuti di Eclissi (realizzato con il suono di Nicola Fumo Frattegiani e le musiche di Debora Contini). Audio-cuffia d’ordinanza in testa, seguo Sesti che si aggira per le stradine in accappatoio rosa, cammina curvo a piccoli passettini, è un anziano. Osserva stranito alcune targhe sui muri (per esempio quella di un ‘mental coach’. E come dargli torto?), passa attraverso il nugolo di eleganti invitati per un matrimonio sul sagrato della chiesa principale, ogni tanto si ferma, momentaneamente smarrito.
Mentre cammino, in cuffia ascolto i suoi pensieri, le sue dimenticanze (il suo problema è l’Alzheimer), le sue paure e qualche invenzione, ricordi veri e memorie forse artefatte, riplasmate ex post. Sul percorso irrompono comparse che mi consegnano alcuni oggetti: qualche banana, un mazzo di fiori, un cappellino. Lo spettatore-spia può farne ciò che crede, anche consegnarli ad altri passanti. Rimango sempre qualche metro dietro Sesti, devo cercare di (fingere di) non farmi notare; l’effetto dei suoni di Fumo provoca il riflesso di voltarsi: sembrano voci e rumori della città, invece sono quelli della storia in cui siamo inseriti. L’omino rosa apre un portone, entra nell’androne e scompare dietro una porta; una comparsa mi fa sedere su un divanetto di vimini, via le cuffie. Sesti torna – in borghese – e chiede di registrare con la voce una cosa molto personale (che non rivelo per non rovinare la sorpresa), e consegna un piccolo regalo, unico per ciascuno degli spettatori.
Eclissi è una passeggiata delicata, un diario intimo e pieno di tenerezza per tutti quelli che dimenticheranno cos’avevano scritto, nei propri diari e nella propria vita.

Foto Luca Del Pia

La memoria è anche il centro di Arturo di Nardinocchi/Matcovich, spettacolo vincitore del premio Scenario Infanzia 2020 e finalista di InBox 2021. Il lavoro vuole essere un omaggio e una riflessione intorno alla figura del padre, dei padri. Entrambi gli interpreti (Laura Nardinocchi e Niccolò Matcovich) raccontano per quadri i loro papà, scomparsi, tramite aneddoti biografici, spiccioli e familiari; provano a lenire un dolore comune a tanti, condividendo il proprio.
La morte in generale e in particolare quella di un genitore non è certo oggetto facile da maneggiare, mai, ancor di più se ci si rivolge ai bambini o ai ragazzi. In questo caso la platea era composta da adulti e credo sia importante segnalare le reazioni degli spettatori: alcuni commossi, altri emotivamente scossi dal riaffiorare di uno strappo doloroso privato e tentati di andarsene, altri ancora infastiditi (e niente affatto coinvolti) dalla mostra di affari così personali. Di tutte le risposte la compagnia dovrebbe tener conto. E fin qui siamo al contenuto. Tale contenuto è inserito in una forma che cerca la (ormai quasi obbligata) partecipazione del pubblico: una macchinosa manovra di bigliettini su cui scrivere una frase sul proprio padre, oppure trascriverne una ricevuta all’ingresso; alcune vengono raccolte e lette, altre (non è chiaro in base a quale meccanismo) formano un puzzle-lavagna. Questo tableau-collage risulta però più una stampella drammaturgica che un elemento veramente funzionale allo sviluppo dello spettacolo.

Foto Elisa Nocentini

I due attori sono vestiti in abiti quotidiani ma sono scalzi (perché?!), armeggiano parecchio con cubi e arredi scenici (di Fiammetta Mandich) che pure appaiono più che altro un appoggio all’azione; recitano in maniera piuttosto distaccata e immaginiamo sia voluto ma l’effetto è “dire” il testo più che sentirlo.
C’è un momento di Arturo in cui i due figli sciorinano in una gara con pulsanti a mo’ di Canzonissima numerosi ricordi dei propri padri, legati a date precise, dettate da una spettatrice; se la volontà (ambiziosa) è rendere universale un fatto personale con il teatro, l’atto creativo cui si mira è troppo esplicito, privo di qualsiasi metaforizzazione che riesca ad andare oltre la “notizia” cronachistica della singola morte. Sfugge quali siano gli strumenti che lo spettacolo offrirebbe per affrontare il lutto. Parlarne senza tabù ai ragazzi va benissimo ma non significa privarli del filtro che l’arte può tessere per indurre una riflessione non banale.

Un’altra ‘figlia’ è in scena in Le grand sommeil (Il grande sonno, ma non c’è relazione con il romanzo di Chandler) di Marion Siéfert e con Helena de Laurens (insieme firmano anche le coreografie), spettacolo in francese con sopratitoli in italiano (lo diciamo per ricordare che conoscere la lingua è vantaggioso non solo alla comprensione ma al godimento non faticoso del lavoro).
Previsto per due attrici in scena, una bambina e una ragazza, la pièce è diventata un solo dopo l’abbandono delle prove da parte della piccola attrice. La regista Siéfert ha voluto conservare la presenza della ragazzina ed è così Helena de Laurens a interpretare non solo sé stessa ma anche Jeanne, con il suo corpo di adulta, attraverso uno stile spregiudicato che rende complesse molte situazioni proprio per la doppiezza del suo ruolo.
In due parole lo spettacolo racconta l’inizio del percorso di lavoro teatrale delle due donne – comprese le preoccupazioni della famiglia e della scuola riguardo la bambina – arrivando a trasfigurare giochi e desideri, paure profonde e inquietudini buie, osservazioni acute e perplessità sul mondo degli adulti, grazie a un testo crudo ma spiritoso e a una regia sfacciata e coraggiosa.

Foto Luca Del Pia

Le grand sommeil è stato costruito partendo dal rapporto creatosi durante il periodo che ha visto entrambe le interpreti al lavoro insieme e la performance di De Laurens è sorprendente per come sa “sommare” la consapevolezza di essere una donna che gioca, in modo feroce e tutt’altro che addolcito, a essere anche una bambina spudorata e impudente. Gonnellino scozzese e treccia, l’attrice non è Lolita che provoca, è Alice che fa mosse e smorfie in un mondo rovesciato.
Le grand sommeil ha lasciato molti spettatori bouleversés, per via di qualche effettiva ripetitività e lungaggine ma soprattutto perché il personaggio è spesso sgradevole, qua e là anche sguaiato nelle sue movenze: Jeanne è di gomma, è un joker che fa le facce e si contorce davanti allo specchio; ma è una bambina, e c’è una pruderie tutta italiana nel rifuggire dal rappresentare i bambini considerando anche la loro naturale ambiguità: sono uomini e donne in miniatura.
Personalmente sono stata invece colpita e piacevolmente svegliata, altro che sommeil! La sorpresa risiede nel piacere di vedere la libertà espressiva di un’autrice e di un’interprete che – parbleu! – lavorano e riflettono sull’età infantile, la mostrano senza zucchero e schiaffeggiano il pubblico con le domande spiazzanti e intelligenti che vengono da chi è ancora senza etichette e osserva i grandi con feroce imparzialità.
In una bella intervista a Marion Siéfert pubblicata su maculture.fr, la regista e autrice dice: “Volevo rappresentare l’infanzia tramite ciò che le è estraneo: il corpo adulto. Con il corpo di Helena volevo che sorgesse, in maniera quasi automatica, la questione della sessualità del bambino, la censura che circonda il suo corpo, lo sguardo deformato con cui gli adulti guardano a questo aspetto della vita infantile e pre-adolescenziale. Affrontando l’infanzia attraverso quello che le è estraneo, cioè l’età adulta, possiamo rappresentare ciò che non è abitualmente rappresentabile in teatro”.
Vive la France!

ECLISSI
di Alessandro Sesti
suono Nicola Fumo Frattegiani
musiche Debora Contini
collaborazione alla drammaturgia Giacomo Sette
coproduzione Infinito srl, Centro di Residenza Toscana (Armunia – CapoTrave/Kilowatt), Spazio Zut!, Strabismi, Thesorieri
si ringraziano Federico Pedini, Chiara Olivia Pernicini

ARTURO
di e con Laura Nardinocchi e Niccolò Matcovich
produzione Florian Metateatro, Rueda/Habitas
scene Fiammetta Mandich
sound design Dario Costa
luci Marco Guarrera
assistenza e cura Anna Ida Cortese
foto di scena Valeria Taccone
con il supporto di Associazione Scenario, Teatro Due Mondi, ACS – Abruzzo Circuito Spettacolo, Centro di Residenza della Toscana (Armunia – CapoTrave / Kilowatt)
residenza produttiva Carrozzerie | n.o.t., Teatro di Roma – Teatro Nazionale

LE GRAND SOMMEIL
deazione, testo e regia Marion Siéfert
coreografia Helena de Laurens, Marion Siéfert
collaborazione artistica e interpretazione Helena de Laurens
e con Jeanne
traduzione sottotitoli Luca Ricci
scene e assistente alla regia Marine Brosse
luci Marie-Sol Kim, Juliette Romens
suoni Johannes Van Bebber
costumi Valentine Solé
organizzazione e ammnistrazione Anna Pollock
produzione Ziferte Productions
coproduzione La Commune CDN Aubervilliers

Festival Kilowatt, Sansepolcro
17 luglio 2021