RITA CIRRINCIONE | Ci sono storie che nascono nel recinto di minuscole comunità, che raccontano piccole tragiche esistenze, destinate a cadere nell’oblio nel giro di poco tempo con lo spegnersi dei riflettori della cronaca ma che, per quel particolare momento storico in cui accadono, per i bisogni, le attese, le sofferenze che intercettano, si fanno storie collettive. E così quelle vite raccontate diventano paradigma di altre vite e le vicende assurgono a punti di svolta epocali da commemorare come ricorrenze civili.

31 ottobre 1980. A Giarre, in provincia di Catania, due ragazzi vengono trovati morti alle porte del paese. Sono Giorgio e Toni, conosciuti nel piccolo centro perché cercavano di vivere alla luce del sole la loro relazione omosessuale. Vengono ritrovati «sotto un pino in mezzo a un campo di arance» vicini, «quasi in un abbraccio», come si legge nei verbali dell’epoca. Frettolosamente viene messa in piedi la versione dell’omicidio-suicidio e poco dopo, viste le incongruenze di questa ricostruzione, viene avanzata la versione del delitto a opera di un ragazzino – quasi un bambino forse un po’ «ritardato», nipote di Toni – a cui i due avrebbero consegnato l’arma costringendolo a sparare, sotto la minaccia di essere ucciso se non l’avesse fatto.

Giorgio e Toni – I due “ziti” di Giarre

Al di là della sommaria inchiesta giudiziaria, della sbrigativa archiviazione che lasciò il delitto di Giarre senza colpevoli, il caso ben presto divenne l’emblema di una condizione a lungo oscurata e taciuta: quella delle persone gay vittime di omofobia. La morte di Giorgio e Toni fu la scintilla che diede inizio al movimento Lgbtqi+ per i diritti delle persone con un orientamento sessuale non binario (come diremmo oggi), segnando l’anno zero di decenni di battaglie contro discriminazione, gogna sociale e violenza. Dopo un mese, tra cortei di protesta e infuocate riunioni, nacquero il Fuori! di Catania e il primo nucleo di Arcigay a Palermo.

31 ottobre 2020. Quarant’anni dopo il delitto di Giarre, Massimo Milani e Gino Campanella, fondatori dell’Arcigay e pilastro della comunità Lgbtqi+ di Palermo, storica coppia sin dai tempi di Giarre,  più per onorare la memoria degli ziti di Giarre e riscattare quel delitto che per il bisogno di sancire il loro legame, si uniscono civilmente nella sala degli Specchi del Comune di Giarre in un clima festoso e istituzionale, lontano anni luce da quel 31 ottobre 1980.

Massimo Milani e Gino Campanella

31 ottobre 2021. Con questo corposo background va in scena Due millimetri di e con Dario Muratore e Massimo Vinti prodotto da Spazio Franco e da Palermo Pride all’indomani dell’affollatissima sfilata del Gay Pride che ha inondato Palermo di gioia (è il primo dopo lo stop dovuto alla pandemia) e di rabbia (a pochissimi giorni dalla mancata approvazione del Ddl Zan).

In scena una coppia: sono Toni e Giorgio; sono due ragazzi che li incarnano o che forse incarnano solo se stessi; sono due cronisti che provano a ricostruire i fatti.
Dapprima, a esprimersi è la fisicità di due corpi in movimento, due corpi impegnati in un dialogo motorio a distanza che poi si avvicinano fin quasi a toccarsi in un incontro che si fa gioco e danza.

Foto Marina Marchesi

Dopo subentra il momento della parola: raccontano la loro storia, ricordano il loro primo incontro, il loro primo “quasi” bacio, ma anche i loro tradimenti e i loro perdoni. Ricordano la rabbia di un paese che non tollera il loro amore e ripetono ossessivamente la litania di insulti, coloriti e feroci, con cui vengono perseguitati.

È la storia di Antò e Agatì, come si chiamano nell’intimità “i ziti” di Giarre? È la storia dei due ragazzi che li incarnano o quella di una qualsiasi coppia gay?
In scena le storie dei vivi si intrecciano con quelle dei morti, quelle passate si confondono con quelle presenti e, se una storia ha un valore paradigmatico, a essere rappresentata non è la singola vicenda ma la condizione di diversità di chi si percepisce «come un pino in un campo di arance»; lo stato di costante persecuzione vissuta da tante coppie a cui non viene riconosciuto il diritto di esistere.

Foto Marina Marchesi

Un’altra presenza incombe sulla scena: un’entità totemica, un grande disco luminoso – quasi personaggi aggiuntivi il visual design di Antonio D’Addio e il sound design di Giovanni Magaglio – all’interno del quale scorrono elementi visivi che introducono nella narrazione ulteriori suggestioni rispetto a quanto accade in scena, come le immagini endoscopiche che evocano mucose e viscere calde e palpitanti che, più di mille parole, danno il senso di quella storia intrisa di sangue e di morte, di vita e di passione.

Infine, a rappresentare il piccolo Francesco maldestramente additato come l’assassino, entra in scena un pupazzo dall’aspetto tenero e innocuo, quasi una terza vittima di quel delitto e come tale viene accolto tra le braccia di Antò che lo “anima” e lo consola.

Foto Marina Marchesi

Ma i corpi senza vita di Antò e di Agatì, principio di tutto, ritornano come un mitologema: provando e riprovando, i due attori cercano di ricostruire e assumere la forma che avevano al momento del rinvenimento. E in quella posizione si rannicchiano «quasi abbracciati» mentre si tengono «quasi per mano» nella scena finale, dopo essersi cosparsi a vicenda, come in un gioco festoso, con manciate di aghi di pino che ricadendo a terra formano il tappeto su cui i due ragazzi furono trovati quel giorno.

Solo due millimetri li separano, due millimetri che possono contenere tutti gli abbracci del mondo ma anche tutte le distanze del mondo. E sono ancora quei due millimetri a essere evocati con commozione dalla comunità del Palermo Pride a fine rappresentazione, come dolorosa distanza che ancora oggi stenta a colmarsi.

Ben equilibrando i diversi linguaggi scenici, Massimo Vinti e Dario Muratore riescono nel non facile compito di gestire la pregnanza della vicenda, la complessa drammaturgia e i diversi livelli narrativi con una messinscena onirica e al tempo stesso nitida che tiene insieme orrore e poesia, dolcezza e ferocia.


DUE MILLIMETRI

di e con Dario Muratore e Massimo Vinti
visual designer Antonio D’Addio
sound designer Giovanni Magaglio
light designer Gabriele Gugliara
aiuto regia Gisella Vitrano
in collaborazione con FrazioniResidue e Chapitò Danisinni
una produzione di Palermo Pride, Babel e Spazio Franco

Palermo
31 ottobre 2021

 

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