RENZO FRANCABANDERA | Anželika Cholina è una coreografa lituana che da oltre trent’anni firma balletti e creazioni ibride di teatrodanza nei maggiori teatri del mondo, spaziando tra le specifiche dei codici all’intersezione fra i linguaggi.
Ha attive regolari collaborazioni con il Teatro Bol’šoj e il Teatro Vachtangov di Mosca.
Formatasi alla Scuola di balletto di Vilnius e all’Accademia Russa di Arti Teatrali (GITIS), è oggi Professore Associato presso l’Accademia Lituana di Musica e Teatro.

È arrivata per la prima volta in Italia al Teatro Comunale di Vicenza con uno spettacolo che ha aggiunto, ai suoi numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, il prestigioso Golden Mask a Mosca per la migliore coreografia: Anna Karenina.
Anticipato nella Sala del Ridotto da una pregevole introduzione alla visione curata dal direttore artistico del Teatro Comunale di Vicenza, Giancarlo Marinelli, lo spettacolo che ha  richiamato un pubblico numeroso nella sala Grande del teatro, è ispirato in modo molto nitido alla celebre opera di Lev Tolstoj, su musiche di Alfred Schnittke, Pëtr Il’ič Čajkovskij, Gustav Mahler, Gabriel Fauré.
Più che il codice coreografico in sé, peraltro, a definire l’assimilazione della coreografia al balletto classico è la struttura ripartita in quadri, perfettamente corrispondenti a sezioni di testo del romanzo, che ne permettono una leggibilità, potrebbe dirsi, totale. Da questo punto di vista l’impianto è classico, come le movenze delle ballerine, che, pur senza arrivare mai al ballo en pointe, hanno sempre una postura e una movenza di ispirazione rigorosamente classica, con la leggiadra gestualità delle mani.

La trama dell’opera è costruita intorno al dramma esistenziale di Anna e al suo disamorarsi della rigida figura del marito Karenin da cui ha avuto un figlio, Serëza. A sconvolgere la sua vita sentimentale il travolgente sentimento che inizia a provare per l’ufficiale Vronskij, sentimento che la donna non si affanna in nessun modo a nascondere. La riprovazione e l’emarginazione della donna da parte dell’alta società moscovita e pietroburghese, unite al dolore per l’allontanamento dal figlio che le viene sottratto, la spingeranno al celebre suicidio sotto il treno.

foto Roberto De Biasio

Un’idea di circolarità che spinge la regista proprio a iniziare lo spettacolo facendo emergere dal buio fondale un numeroso gruppo di figure scure, dapprima lentamente per poi muoversi come un magma, ora di qua, ora di là, salutando dalla banchina, come in una stazione o su un molo alla partenza di una nave.
Di lì in poi si sviluppa il progressivo apparire e narrarsi dei diversi personaggi e il dipanarsi della vicenda, fra scene collettive e momenti solistici, passando per i duetti che condensano i rapporti intimi che nell’opera del grande scrittore russo sono sempre in ricamo filigranato con la società all’interno della quale si ambientano.

Anna è la sorella di Stepan Arkad’ič Oblonskij (Stiva), fedifrago ufficiale civile, che all’inizio dell’opera sposa Dar’ja Aleksandrovna (Dolly). Stiva chiama Anna da San Pietroburgo per tentare di riavvicinarsi a Dolly. E Anna della società pietroburghese è emblematica rappresentazione, organica e interna a questo mondo che vive quasi sollevato da terra, come rappresentato a più riprese nelle scene dove le figure quasi vivono in piedi sulle sedie. L’impasto fra aristocratico e popolare, fra mode dell’alta società e riti tradizionali, almeno nella forma che di ciò in parte sopravvive e che forse qui e lì diventa anche oleografia, viene riportato dalla coreografa in forma per certi versi stilizzati ma per altri limpidamente aderenti a una leggibilità gestuale ampia ma chiaramente più iconica per la società est-europea che di quella matrice si è intrisa per tutto il secolo scorso.

Come nel romanzo, così nello spettacolo, gli ambienti sono tutti condensati dentro un unico macro ambiente: una casa piazza, con i lampioni a delimitarla e un tetto di legno di cui sono visibili solo le capriate, l’intelaiatura che diventa, attraverso le belle proiezioni di luce di Tadas Valeika e Karolis Juknys, una sorta di casa trasparente, che pare non avere segreti per il mondo esterno.

Dalla fedeltà al ruolo della famiglia, dall’ipocrisia nei rapporti alla funzione del matrimonio, i temi del romanzo trovano ovviamente rappresentazione nella costruzione scenica, che dedica il primo atto a descrivere questo mondo plurale e popolato di sguardi e non detti. Tutto il relazionarsi esplicito si condensa nel secondo atto, che si apre proprio con la travolgente passione della donna per il conte Vronskij. Una relazione complicata ma in cui la donna, anche gestualmente, pare finalmente riuscire a spiccare il volo.
Le braccia della prima ballerina, la lituana Beata Molytė, diventano ali che cercano una libertà che presto si infrangerà contro la dura realtà: un uomo conteso da altre donne, un figlio conteso dal marito. Contro questi conflitti, la donna, sempre più annichilita e rinchiusa in sé stessa, soccomberà, mentre come contraltare le è contrapposta la solidità dell’onesto rapporto tra Kitty, fidanzata respinta di Vronskij, e Levin, che da sempre la venera e riuscirà a conquistarla, indiretta dimostrazione dell’incapacità di Anna di riuscire a farsi felice.

La Cholina per tutto il lavoro traspone il romanzo russo dentro un interno sociale oscuro e meccanico, fatto di regole che inchiodano, di gesti ripetuti, di società organizzate in forma schematica, quasi militare anche dove non in divisa, e continua per tutta la coreografia a mescolare teatro e danza, unendo leggiadrie da balletto classico a movimenti a terra che, senza mai arrivare alla sfrenata dinamica di libertà del corpo della danza contemporanea, ne utilizzano gli stilemi per delimitare uno spazio che diventa vox media del gesto.
Il movimento dal punto di vista dell’espressività e del portato emotivo si ispira, invece, profondamente al cinema espressionista degli anni Trenta.

Il cast della compagnia, composto da sedici attori con numerosi talenti – che la regista cerca di mettere in diverso modo in luce, e che vanno dal canto all’abilità ginnica vera e propria – si fa forte delle scene corali, che vengono numerosamente proposte e che sono ambiente dinamico e fluido per le vicende personali: a volte queste sono quasi illeggibili dentro una meccanica plurale che nel primo atto prende totalmente il sopravvento. È tutto un turbinio di figure che vengono inghiottite e risputate dalla società, in cui quasi si confondono.

Il secondo atto invece si concentra sulla passione e sul dramma di Anna Karenina: la sua vicenda personale e il dramma familiare che si conclude con la sua tragica scelta mentre il resto del mondo la ignora e si perde dentro una visione che la regista volutamente sceglie come una scena di teatro nel teatro, quando un’interprete esegue l’aria della lettera di Tatiana dall’opera Eugenio Onegin di Čajkovskij.

foto Roberto De Biasio

A più di vent’anni dalla sua fondazione la compagnia A|CH Dance Theatre si rivela come una realtà di leggibile struttura poetica che, se al nostro sguardo può apparire in certi casi legata a uno schema di gesti e intenzioni distante dal sistema espressivo della contemporaneità mitteleuropea, non manca in queste imponenti produzioni di arrischiarsi nell’ardimento di rivificare la necessità del balletto, in una sua rilettura del giorno d’oggi.
Se taluni passaggi possono apparirci più retorici e calcati, è innegabile che il susseguirsi delle visioni e dell’amalgama creato dalla coreografa arrivi a organizzare una rilettura del classico in chiave contemporanea che per molti versi è una pratica cui invece non si dà forse sufficiente spazio di indagine nella creazione contemporanea mitteleuropea. Il mélange di danza teatralizzata, come pure i rimandi al cinema, alla tradizione formale delle grandi scuole russe di inizio secolo scorso, rimangono in questo lavoro un insieme di suggestioni cui attingere, che lasciano una sensazione di ricchezza delle fonti e del grande sforzo compositivo.


ANNA KARENINA

tratto dal romanzo di Lev Tolstoj
coreografia di Anželika Cholina
musiche di Alfred Schnittke, Pëtr Il’ič Čajkovskij, Gustav Mahler, Andrew Lloyd Webber
scene di Marijus Jacovskis
costumi e trucco Juozas Statkevičius
acconciature e trucco Dalia Žakytė
ideazione luci Tadas Valeika, Karolis Juknys

personaggi e interpreti
Anna Arkadyevna Karenina Beata Molytė
Alexei Alexandrovich Karenin, marito di Anna Mantas Vaitiekūnas
Seryozha Karenin, il figlio Mikalojus Matrosovas
il Conte Alexei Kirillovich Vronsky, l’amante di Anna Ernest Barčaitis
la Contessa Vronskaya, madre di Vronsky Indrė Bacevičiūtė
la Principessa Betsy Tverskaya, cugina di Vronsky Urtė Bareišytė
Principe Stepan Arkadyevitch Oblonsky (Stiva), fratello di Anna Adam Czaplis
Darya Alexandrovna Oblonskaya (Dolly), moglie di Stepan Ramunė Balsevičiūtė
Principessa Ekaterina Alexandrovna Shcherbatskaya (Kitty), sorella di Dolly Rūta Lataitė
Konstantin Dmitrievitch Levin, proprietario terriero Leonardas Pobedonoscevas
Principessa Sorokina Agnė Trimonienė
Cadetto; Cavaliere Voicech Žuromskas
l’Amante di Betsy Eligijus Butkus
il Conte Tverskoy, marito di Betsy Andrius Žužžalkinas
la governante Greta Frolovaitė
solista d’Opera Kristina Siurbytė
membri dell’alta società Indrė Bacevičiūtė, Ramunė Balsevičiūtė, Greta Frolovaitė, Rūta Lataitė, Agnė Trimonienė, Eligijus Butkus, Adam Czaplis, Leonardas Pobedonoscevas, Andrius Žužžalkinas, Voicech Žuromskas

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