RITA CIRRINCIONE | In un’atmosfera lunare, una disposizione scenica ordinata e simmetrica sembra tracciare i binari su cui si dispiega Totò e Vicé_operina musicata per ombre e voci, uno dei capolavori di Franco Scaldati, nell’adattamento di Giuseppe Cutino (che ne cura anche la regia e la scena), presentato a Palermo allo Spazio Franco nell’ambito di Scena Nostra 2022.
In fondo, ai due lati della scena, sopra una sorta di pedana/piedistallo, come vestali, due figure femminili intente a cucire; in primo piano, sempre ai lati della scena, due musicisti, Maurizio Curcio alle tastiere e Pierpaolo Petta alla fisarmonica; al centro, con pochi essenziali elementi scenici, lo spazio in cui si muovono Totò e Vicé, i due personaggi creati dal drammaturgo palermitano nel 1992, nella riattualizzazione di Rosario Palazzolo e di Anton Giulio Pandolfo.

Foto Giuseppe Cutino

Per l’intera durata dello spettacolo, ora con i canti e le nenie di Egle Mazzamuto (sempre intensa e appropriata), ora con i frammenti di storie efficacemente raccontate da Sabrina Petyx, le due donne intercalano i dialoghi di Totò e Vicé: sono canti e cunti popolari svincolati dai discorsi che si svolgono in scena ma che ne rappresentano un’integrazione di senso. Poi ritornano ad ascoltare – testimoni partecipi e attente – mentre continuano a confezionare gli abiti che solo alla fine i due indosseranno al posto dei costumi di scena sgualciti e oversize. È così, “belli assistimati”, con il giusto decoro, che si faranno trovare quando la morte arriverà.
Ad avvolgere il tutto e a contenere una drammaturgia concepita “per frammenti”, il tessuto sonoro dei due musicisti in scena. Pur ispirandosi alle atmosfere scaldatine, le musiche originali di Maurizio Curcio si caratterizzano per una libertà compositiva felicemente dissonante, scevra da pedanti richiami all’opera del drammaturgo palermitano.

All’interno di questa cornice, in un perenne notturno, in una lingua musicale e poetica – un dialetto di pasoliniana purezza, lontano da quello improbabile e fasullo di certe serie televisive – si snoda il dialogo tra Totò, un Rosario Palazzolo sottilmente canzonatorio e beffardo, e Anton Giulio Pandolfo, che bene rende la vis giocosa e stralunata di Vicé.

Sono discorsi surreali e apparentemente sconclusionati, in cui convivono il sogno e la realtà, il tragico e il comico, dove l’ingenuità sconfina nella saggezza e la quotidianità nella poesia; dove, in una sorta di realismo magico, è la percezione a determinare il mondo reale e a contare non è l’oggettività dei fenomeni ma la loro rappresentazione: “Non piove più – dice Vicé – ma a Totò non glielo dico così crede che piove ancora e si bagna”.

Totò, Vicé! Vicé, Totò! Ogni domanda e ogni risposta inizia immancabilmente con il nome dell’altro, un nome intrinseco e necessario all’identità stessa – “S’un ni chiamassimu Totò e Vicé, cu fussimu?”. E questo richiamarsi a vicenda infinite volte non ha più quella funzione fàtica che ristabilisce di volta in volta il dialogo, non è il rivolgersi all’interlocutore nominandolo, ma diventa un mantra rassicurante e contenitivo, un modo per sentire la presenza dell’altro e non sentirsi soli, per riconoscere ed essere riconosciuti, per dire “Tu esisti, io esisto”.
E così, nel loro continuo interpellarsi, divagando sulle cose della vita e della morte, frammento dopo frammento, si compone l’universo scaldatiano: un sistema-mondo nel quale i paradossi e i nonsense sembrano ragionamenti di stringente logica, in un sovvertimento di prospettive spaesante e rigenerativo; dove la morte è presenza consustanziale all’esistenza e uno spazio di vita diventa un camposanto costellato di lumini luccicanti come un cielo stellato; dove la realtà non si presenta in forma monolitica ma dialogica e dove un dubbio può rimanere aperto e una domanda sospesa in attesa di un approfondimento: M’anfurmari (mi debbo informare) risponde Totò allargando socraticamente le braccia alle domande di Vicé a cui non sa dare una risposta.

Foto Giuseppe Cutino

Costruita seguendo quasi le medesime categorie scaldatiane, tra musica, voci e ombre, questa “operina” ci riconduce dentro il mondo poetico e appartato del grande poeta, attore e drammaturgo palermitano: un mondo incerto, antieroico, imperfetto, sgualcito come i vestiti di Totò e Vicé, restituendoci il profilo di due personaggi che, al pari di Estragone e Vladimiro o di altre figure letterarie del Novecento, incarnano la condizione esistenziale dell’uomo contemporaneo in cui la frammentarietà rappresenta l’elemento organico del reale e il relativismo il criterio per indagarlo.

 

TOTÒ e VICÈ _operina musicata per ombre e voci
di Franco Scaldati

con Rosario Palazzolo e con Anton Giulio Pandolfo
e con Egle Mazzamuto e Sabrina Petyx
musicisti Maurizio Curcio e Pierpaolo Petta
adattamento, scena e regia Giuseppe Cutino
musiche originali Maurizio Curcio
costumi Mario Dell’Oglio per Dell’Oglio Palermo 1890
movimenti di scena Totò Galati
luci Gabriele Gugliara
aiuto regia Peppe Macauda
produzione ACTI Teatri Indipendenti – Babel
con Associazione Energie Alter-native
in collaborazione con Spazio Franco e Compagnia dell’Arpa

Palermo, Spazio Franco
26 febbraio 2022