RENZO FRANCABANDERA | A chiudere la ricca e seguitissima stagione di prosa del Teatro Comunale di Vicenza è stata negli ultimi giorni di maggio la Compagnia di teatro popolare Stivalaccio Teatro, fondata nel 2007 da Michele Mori e Marco Zoppello, a cui si sono unite nel 2013 Sara Allevi e Anna De Franceschi: teatro fisico-gestuale, danza, nuovo mimo e nuova clownerie la base della loro comune formazione, che ha favorito un idem sentire artistico.
Il focus creativo della loro ricerca è stato da subito la rilettura dei classici attraverso il linguaggio della Commedia dell’Arte, con un codice via via sempre più personale e specifico, della cui riuscita è testimonianza l’inserimento nella programmazione di festival importanti come Operaestate, Primavera dei Teatri e Asti Teatro ma anche le presenze all’estero, dove hanno rappresentato l’Italia al Festival Off di Avignone nel 2019, al Carnevale delle Arti di Barranquilla (Colombia), oltre che al Long Lake Festival di Lugano: “Alla base del nostro lavoro c’è la ricerca di un teatro che possa parlare a tutti. Vogliamo uno spazio dove il teatro diventi sinonimo di comunità”.

Questa idea di teatro popolare e popolato di idee, di luci, di sguardi, di storie da raccontare, si riverbera anche in questo Arlecchino muto per spavento, coprodotto da Stivalaccio Teatro, Stabile del Veneto, Stabile di Bolzano, Stabile di Verona con il sostegno della Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza e della Fondazione Teatro Civico di Schio, ispirato ad Arlequin muet par crainte (che debuttò il 16 dicembre del 1717) per la regia di Luigi Riccoboni (in arte Lélio), uomo di teatro, studioso e commediografo italiano che visse a lungo a Parigi, dove si recò su richiesta del duca d’Orléans. Ottenne nel 1723 sotto il regno di Luigi XV, con la sua compagnia il titolo di Comédiens de S. A. R., diresse la Comédie Italienne dal 1716 al 1731, e favorì una riforma del teatro con il ritorno al testo scritto, mescolando ai canoni della commedia regolare quelli più dinamici della commedia dell’arte. Quello di Stivalaccio è quindi un vero e proprio omaggio alla tradizione della Commedia dell’Arte con la ripresa di uno dei canovacci più rappresentati nella Parigi dei primi del ‘700, riproposto per la prima volta in epoca moderna.

Lo spettacolo è vivacemente interpretato dai quattro fondatori della compagnia e da Marie Coutance, Matteo Cremon, Stefano Rota, Pierdomenico Simone e Maria Luisa Zaltron, impegnati in un continuo vortice scenico che li obbliga ad una pressoché costante presenza nell’azione.
L’ambientazione della pièce riporta proprio al 1716, quando gli attori della Comédie Italienne, la cui storia è centrale per lo sviluppo del teatro francese, furono richiamati a Parigi dopo la cacciata di alcuni anni prima occorsa per via delle commedie irriverenti nei confronti di Madame de Maintenon, moglie segreta di Luigi XIV.
Il pretesto drammaturgico della vicenda, che come detto fu rappresentata per la prima volta nel 1717, si lega inscindibilmente alle vicende della compagnia di Riccoboni.
Lelio, infatti, si era circondato, per il grande rientro dell’anno prima, il 1716, dei migliori interpreti dell’epoca tra cui, per la prima volta in Francia, l’Arlecchino vicentino Tommaso Visentini, a sostituire gli interpreti storici della maschera a Parigi, Evaristo Gherardi, che era stato l’Arlecchino per antonomasia fino al 1700, anno della sua morte e poi Domenico Biancolelli, che ne aveva stilizzato una versione un po’ più greve e demenziale.
Thomassin Visentini era interprete di cifra mimico-acrobatica dal tratto delicato ed espressivo, che combinava le incredibili doti fisiche alla capacità di regalare alla maschera uno specifico anche drammatico. Del suo atletismo restano testimonianza memorabile, in quell’incredibile biennio, la scena mozzafiato di Les quatre Arlequins (1716), dove l’attore si arrampicava pericolosamente fino al terzo loggiato della sala, o il salto mortale all’indietro per lo spavento durante il brindisi del Commendatore in Le festin de pierre (1717) con il bicchiere pieno di vino, senza versarne neppure una goccia.

Stivalaccio Arlecchino muto per spavento 1
foto Serena Pea

Con queste doti fisiche, l’attore allora trentaquattrenne cercava di compensare il grande peccato originale che condivideva con la gran parte degli interpreti italiani dell’epoca: conosceva poco e male il francese, ed ecco allora che, con un colpo di genio, Riccoboni tirò fuori nel 1717 dal suo cilindro creativo un canovaccio in cui la storica maschera italiana del servo bergamasco combinaguai diventa muto, costretto al silenzio per un gioco delle parti. Era diventato davvero un gioco quello fra Lelio e Visentini, per evitargli il confronto con la lingua francese: all’esordio in Francia interpretò il suo personaggio in stato narcolettico, cadendo di continuo addormentato fra le braccia di Riccoboni, ogni volta che lui tentava di risvegliarlo.
In Arlequin bouffon de cour (che aveva debuttato il 20 maggio 1716) il protagonista era sordo muto, mentre in Arlequin muet par crainte, che è il testo a cui questa messinscena si riferisce, il servo bergamasco si cuce e scuce la bocca per imporsi la consegna del silenzio ed evitare di mettere nei guai il suo padrone.

La trama cui Riccoboni pensò per enfatizzare i silenzi del suo Thomassin è una classica commedia degli equivoci, con l’amore contrastato, i lazzi e anche le improvvisazioni, lasciate alla libertà interpetativa degli attori.
Nel riadattamento di Stivalaccio dell’originale canovaccio in tre atti, si racconta del giovane  Lelio (un vigoroso Cremon), che lasciata Venezia giunge a Milano: pretende di farsi giustizia perchè essendosi innamorato di Flamminia (la versatile e poliglotta Coutance), figlia di Pantalone De’ Bisognosi (interpretato da un Rota organico all’iconografia della maschera), ed essendo da lei ampiamente ricambiato, è stato beffato dal padre di lei che l’ha promessa in sposa a Mario (un Mori trascinante e fantozzesco, pavido e mammone) figlio di Stramonia Lanternani (titanica nel suo dinamismo crudele De Franceschi), mercantessa di stoffe.
Mario invece ama Silvia, giovane risoluta e determinata (e così la interpreta la Zaltron). La notizia avrebbe dovuto rimanere nascosta, ma Arlecchino, servitore di Lelio (un eclettico e ginnico, davvero visentinesco Zoppello), appena giunto in città la spiffera a chiunque incontri, e quindi il suo padrone gli intima il silenzio, pena la morte.
Arlecchino decide dunque di chiudersi in un mutismo assoluto, per spavento. In  tutto questo anche le servitù fra loro si innamorano, in un turbine di figure secondarie che sanno però colorare la vicenda principale e la geografia del palcoscenico di quella complessità armonica che porta lo spettacolo ad una durata d’altri tempi, che supera le due ore comprendendo l’intervallo, ma senza che ciò diventi pesante per il pubblico, che anzi viene costantemente fatto parte in causa, pur senza ricorrere alla rottura della quarta parete come ingrediente principale. Spesso lo spettacolo attraversa la platea nell’azione, Arlecchino fugge inerpicandosi sulle sedie degli spettatori come Benigni agli Oscar, i gendarmi inseguono gli attori per i corridoi di platea con il pubblico preso dal dover cercare con lo sguardo i protagonisti e seguire con attenzione l’evolvere delle sequenze narrative.

Zoppello riprende il canovaccio settecentesco, lo riadatta ai caratteri e agli attori di Stivalaccio, ne favorisce un felice intarsio con una partitura sonora (consulenza musicale di Ilaria Fantin), che contribuisce al senso di coralità che l’allestimento porta con sè, con qualche ammiccamento non sguaiato anche al pop contemporaneo per tenere sempre viva e presente l’attenzione del pubblico.

Lo spettacolo, oltre che sulla riscrittura, sulla musica e sul lavoro attorale, si costruisce su un solido impianto scenico: a ciò contribuiscono la scenografia vera e propria, un semovente ligneo che da semplice parete grigia diventa poi modulo abitabile con scale e scomparti, opera di Alberto Nonnato, i curatissimi e filologici costumi di Licia Lucchese, il disegno luci di tono sintetico e freddo, ora blu ora verde ma con qualche virata verso un arancione elettrico, di Matteo Pozzobon e Paolo Pollo Rodighiero.

foto Serena Pea

Parte ricca e viva della creazione sono anche le poetiche maschere di Stefano Perocco di Meduna, e anche il ruolo dietro le quinte del maestro d’armi Massimiliano Cutrera che permette lo svolgimento in scena di duelli vivaci.
In sostanza nei due atti in cui il canovaccio originale è ridotto, si assiste ad una convincente prova corale di un teatro che usa, con la giusta dimestichezza e  non rinunciando a ricerche filologiche e cura nell’allestimento, strumenti antichi ma che sanno essere ancora vivi senza sporcarsi di oleografia o didascalia.
Il pubblico non è mai estraneo alla vicenda rappresentata, la fruisce con un coinvolgimento sano: la rappresentazione sa essere infatti popolare senza diventare semplificativa o approssimativa.
Anzi, resta ricca di un impegno visibile, che pur con qualche fissità nelle cromie e nelle meccaniche sceniche del primo atto e con la necessità di dare alle interpretazioni di alcuni ruoli minori una tridimensionalità psicologica e meno fisica, che solo l’andare delle repliche potrà permettere, testimonia la preziosità di un lavoro ormai quasi ventennale e che ha caratteristiche distintive, pregevoli sia per l’impegno di ricerca storica che per la conservazione di un codice espressivo.
È un teatro, quello di Stivalaccio, che ha giusto merito di circuitare, e che è dimostrazione di come si possa riempire la sala senza dover ricorrere ad un inopportuno divismo televisivo che corrompe lo specifico del teatro, che qui invece si respira in modo piacevole e pulito, confermando come anche la tradizione, se affrontata con rispetto, può avere una portata a suo modo rivoluzionaria.

Dopo il debutto a Vicenza, lo spettacolo sarà in tournée nei teatri del Veneto, del Friuli Venezia Giulia, della Lombardia e dell’Emilia Romagna nella stagione teatrale 2023.

 

 

ARLECCHINO MUTO PER SPAVENTO

ispirato al canovaccio Arlequin muet par crainte di Luigi Riccoboni
soggetto originale e regia di Marco Zoppello
con (in o.a.) Sara Allevi, Marie Coutance, Matteo Cremon, Anna De Franceschi, Michele Mori, Stefano Rota, Pierdomenico Simone, Maria Luisa Zaltron, Marco Zoppello
scenografia di Alberto Nonnato
costumi di Licia Lucchese
disegno luci di Matteo Pozzobon e Paolo “Pollo” Rodighiero
maschere di Stefano Perocco di Meduna
duelli Massimiliano Cutrera
consulenza musicale Ilaria Fantin
trucco e acconciature Consuelo Vitturi
assistente alla regia Francesca Botti
assistente mascheraia Tullia Delle Carbonare
realizzazione costumi Dietro le Quinte e Sonia Marianni
scene Roberto Maria Macchi e Matteo Pozzobon
produzione Stivalaccio Teatro / Teatro Stabile del Veneto / Teatro Stabile di Bolzano / Teatro Stabile di Verona
con il sostegno di Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza e della Fondazione Teatro Civico di Schio

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