RITA CIRRINCIONE | Con un programma fitto di spettacoli, performance, residenze artistiche, laboratori, incontri, presentazioni di libri, tutti incentrati sul tema della danza contemporanea e delle arti performative, dal 27 al 30 luglio e dal 21 al 28 agosto, Serradifalco, un piccolo borgo del nisseno nel cuore della Sicilia, lontano dal grande circuito culturale, grazie a Performare Festival, è diventato teatro di numerosi eventi con alcuni dei nomi più importanti della danza nazionale e internazionale.

La rassegna, con la direzione artistica di Amalia Borsellino e Simona Miraglia del Collettivo SicilyMade e prodotta dall’Associazione In Arte, giunta della quarta edizione, ha visto la presenza di artisti e compagnie come Compagnia Virgilio Sieni, Compagnia Zappalà Danza, Peter Jasko/Clara Furey, Babel, Compagnie Cie MF l Maxime & Francesco, Fattoria Vittadini, Nicola Simone Cisternino, Collettivo Giulio e Jari, Vicari/Aloisio, Stella Pitarresi/Marco Pergallini, Filippo Domini/Erik Zarcone, Komoco di Sofia Nappi.

Forte del riconoscimento del Ministero della Cultura come Prima Istanza Triennale, l’edizione 2022 dal titolo Ai confini dell’immaginazione ha allestito un ricchissimo cartellone con due e più appuntamenti al giorno, diffusi nel territorio, e con spettacoli in prima nazionale e regionale. Nell’ambito di Performare Project, un importante filone del festival dedicato alla ricerca e alla formazione di nuove generazioni di danzatori, il Festival ha realizzato una serie di incontri come il laboratorio di creazione a cura del Centro Nazionale di Produzione della Danza Virgilio Sieni, la residenza creativa dei coreografi Peter Jasko e Clara Furey, il laboratorio di scrittura critica a cura di Gina Bellomo e l’incontro tra danza, cinema e musica a cura di Nello Calabrò.

Abbiamo intervistato Amalia Borsellino e Simona Miraglia, direttrici artistiche di Performare Festival, in chiusura della manifestazione.

Amalia Borsellino e Simona Miraglia – ph. Giovanna Mangiù

Performare Festival si è appena concluso. Prima di verifiche e analisi ragionate, qual è la vostra impressione a caldo?

La quarta edizione di Performare Festival è stata particolarmente intensa e immersiva: ha letteralmente travolto anzitutto noi, nonostante l’avessimo ideata e programmata, e sicuramente anche il pubblico. Prima ancora che una rassegna di performance e spettacoli, è stata un’esperienza totalizzante fatta di persone, di corpi che tornano a incontrarsi e a condividere spazi di vicinanza, confronti internazionali e riflessioni che guardano al futuro. Ed è proprio questo per noi il senso del Festival: un luogo in cui ri-trovare concretamente lo spazio della relazione con l’altro, in cui rimettere in circolo le emozioni, le idee, l’empatia. Quest’anno abbiamo provato a condurre il pubblico di diverse generazioni “ai confini dell’immaginazione” e possiamo affermare di esserci riuscite. E questo è per noi motivo di orgoglio e di soddisfazione.

Che tipo di impulso ha dato il riconoscimento come Prima Istanza Triennale da parte del Ministero della Cultura?

Senza dubbio il riconoscimento ministeriale ci dà la possibilità per la prima volta di pensare a Performare Festival in un’ottica temporale più ampia con una visione progettuale che non si esaurisce nella singola edizione ma che guarda al futuro. Questa prospettiva favorisce l’evoluzione del festival e, grazie anche alle risorse economiche, ci permette di aggiungere dei tasselli in tutte quelle azioni che fanno di Performare Festival un vero e proprio laboratorio in continua evoluzione. Siamo un festival giovane che sta ancora imparando a camminare, ma in crescita e questo ci spinge fiduciose ad andare avanti.

Performare Festival si svolge all’interno di una piccola comunità di cui immagino conoscete risorse e limiti, sogni e bisogni. Quanto questa conoscenza vi aiuta a essere vicini al vostro pubblico? Quali idee vi guidano in fase progettuale per rendere accessibile in questo contesto una disciplina non sempre di facile fruizione?

Conosciamo bene questo territorio nel cuore della Sicilia e la piccola comunità che ci vive: i limiti sono molti e le risorse poche e sicuramente l’arte non è uno dei bisogni primari. Ma crediamo che offrire nuovi contenuti culturali soprattutto ai giovani e portare la contemporaneità in un territorio legato alla tradizione, possa essere di grande stimolo per la sua crescita e un atto di speranza verso il futuro.

ph. Giovanna Mangiù

Nel programmare il festival siamo molto attente a inserire non soltanto spettacoli in luoghi convenzionali come il palcoscenico di un teatro ma anche in spazi urbani come vicoli, piazze, ville, allo scopo di dare vita a esperienze rigenerative dei luoghi ma soprattutto per creare una vicinanza colma di fiducia che faccia sentire il pubblico parte del progetto e non solo spettatore. Pensiamo che “spostare” la performance in questi luoghi sia un modo immediato per fare percepire che il contemporaneo è un’arte che non ha necessariamente bisogno di essere guardata “a distanza” ma che può essere frequentata da vicino, in una dimensione più raccolta.
Gli incontri con il pubblico, le attività laboratoriali, le interviste agli artisti e altre occasioni di approfondimento della disciplina hanno portato, anno dopo anno, a una crescita di attenzione per la danza contemporanea e per le arti performative in generale.

La sezione Performare Project ha un posto importante all’interno del festival. Qual è la relazione dinamica tra questi due progetti?

La relazione per noi è sempre stata fluida, come se l’uno non potesse esistere senza l’altro. Forse abbiamo deciso di fare un festival proprio per dare voce a quello che per noi è l’essenza di Performare Project: la creazione di un fatto artistico, dalla fase di ricerca alla sua messa in scena, con tutti i momenti di studio, di scambio, di incontro, di confronto e di crescita che ci stanno dentro.

ph. Giovanna Mangiù

Quando coreografi e danzatori professionisti lavorano alla realizzazione di una performance inedita per il Festival, offrono al territorio la possibilità di vivere un processo di creazione. È accaduto quest’anno agli allievi del liceo coreutico Ruggero Settimo di Caltanissetta che hanno avuto l’occasione di sperimentare l’esperienza professionale di una produzione artistica con la residenza di Clara Furey e Peter Jasko che hanno dato vita a Dog Play andato in scena in prima nazionale.
Lo stesso è successo con il ciclo di incontri sui linguaggi del corpo rivolto a bambini e bambine dai 6 agli 11 anni, che ha dato vita alla performance site specific Parata Fantastica/Territori del gesto.

Che significato ha per voi lo spazio riservato al pubblico delle nuove generazioni?

Lavorare con bambini e adolescenti, significa investire sugli spettatori e i fruitori di domani. Offrire loro la possibilità di entrare in contatto con l’universo dei linguaggi dell’arte, coltivare la loro sensibilità verso la danza con laboratori condotti da artisti di fama internazionale è per noi un obiettivo primario.
La prima fase di questa edizione è stata aperta proprio da eventi dedicati ai più piccoli attraverso il loro coinvolgimento nella visione di spettacoli ad hoc e con il laboratorio di creazione Parata Fantastica, a cura di Delfina Stella – nell’ambito di Territori del gesto 2022 del Centro Nazionale di Produzione della Danza Virgilio Sieni – e culminato in una creazione coreografica collettiva finale.

ph. Giovanna Mangiù

Un aspetto della rassegna ha riguardato la riflessione meta-disciplinare sulla danza e l’incontro con altri linguaggi come la scrittura, il cinema, la musica. Quale funzione hanno svolto questi laboratori?

L’idea che ci portiamo dietro, fin dalla prima edizione, è quella di mettere al centro dell’attenzione la danza contemporanea e il ruolo degli artisti. La danza per tanto tempo è stata in Italia una disciplina trascurata dalle programmazioni teatrali e spesso travisata. Nell’immaginario collettivo, inoltre, sono presenti forme più conosciute di danza come il balletto o i balli di gruppo.
Abbiamo pensato che creare dei momenti di riflessione sulla danza attraverso altri linguaggi potesse offrire degli strumenti per una conoscenza più approfondita, per una lettura degli spettacoli e, allo stesso tempo, per risvegliare e coltivare la curiosità degli spettatori. Nel caso, per esempio, del laboratorio Narrazioni dinamiche, i ragazzi dai 14 ai 19 anni destinatari del progetto, sono stati guidati all’interno del mondo della scrittura creativa e, ancor più, della scrittura critica in relazione alla danza. Lavorando quotidianamente sugli spettacoli del festival, i giovanissimi hanno riflettuto sulle opere in programma con l’obiettivo di fornire visioni critiche originali, fresche e competenti. Oltre che sulla recensione e sull’intervista, si sono allenati su quello della comunicazione in radio o sui social.
L’incontro Quando il cinema si fa danza, invece, ha condotto il pubblico a riflettere sulla relazione tra il linguaggio del cinema e quello coreografico e sull’uso cinematografico dei mezzi espressivi della danza. Attraverso un percorso di approfondimento inedito con scene di film famosi, i partecipanti hanno avuto la possibilità di guardare la danza da una nuova prospettiva e di scoprirla anche dove apparentemente non è presente.

Come danzatrici e coreografe da anni portate avanti una vostra ricerca con collaborazioni importanti nel mondo della danza contemporanea anche fuori dai confini nazionali. Quale forza vi ha spinto a far confluire questo bagaglio di esperienze in una manifestazione in una realtà periferica come Serradifalco? Come è nata questa vocazione formativa nei confronti della vostra comunità?

Quando abbiamo deciso di “organizzare un festival”, non sapevamo davvero a cosa andavamo incontro. Nel 2018 ci siamo ritrovate a parlare in un bar, di danza, di esperienze di vita, di cosa ci mancava in questa Sicilia piena di grandi potenzialità, quasi mai sfruttate a dovere, e dalle parole siamo passate ai fatti, con la stessa naturalezza con cui la mattina ti rechi al bar e chiedi un caffè.
Così ci siamo lanciate in un’avventura dai risultati incerti ma affrontata da subito con serietà e determinazione. Ci siamo trovate, e tuttora ci troviamo, con un oggetto mutevole, che si modifica, si adatta continuamente. La nostra forza si fonda su due punti saldi: l’esperienza come danzatrici e performer, attività che continuiamo a svolgere in Italia e in Europa, e la volontà di costruire qualcosa di solido a Serradifalco, un territorio che per noi è casa, un piccolo centro che rappresenta la Sicilia intera. Performare Festival è costruire piano, un passo alla volta, lasciare qualcosa che abbia una sostanza, che abbia un peso. È un motivo per tornare a casa non solo per le vacanze ma perché c’è del lavoro da fare.

La vostra direzione artistica plurale e femminile è un elemento non secondario del vostro progetto. Qual è, a vostro parere, il suo peso?

Il fatto che sia una direzione al plurale è per noi un valore aggiunto. Far nascere e sviluppare un progetto dal confronto di due teste è più interessante che farlo da soli. Non ne facciamo tuttavia, una questione di genere.

 

PERFORMARE FESTIVAL

Serradifalco (Cl)
27/30 luglio – 21/28 agosto 2022

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