ELENA SCOLARI | Diciamolo chiaramente: i futuristi erano provocatori. Ecco perché tanto hanno smosso, scandalizzato, attirato l’attenzione: hanno saputo spostare l’asse concettuale intorno all’arte e a temi sociali grazie a una prospettiva eccentrica e sfacciatamente contro. Ferventi anti-passatisti, si sono scagliati contro l’accademia e la letteratura borghese dell’Ottocento, ed ecco la messa al bando del chiaro di luna, del romanticismo, dell’amore, di sentimenti e sentimentalismi, di tanti luoghi comuni di pessimo gusto in favore di un superomismo aggressivo, veloce, colorato, rumoroso e proiettato forzatamente verso il progresso, nonostante un fondo tragico che preconizzava la fine della specie umana come conclusione di una parabola destinata all’esplosione definitiva. La loro era una visione disgregatrice, vòlta a dire Basta! a molte cose pur di guardare avanti.
Frosini/Timpano sono un po’ futuristi, nella loro passione per i cadaveri (Dux in scatola), per i morti eccellenti (Aldo morto), per gli zombie (Zombitudine), per tutto ciò che si decompone e che sanno mettere in teatro con ironia fine, con un cinismo che guarda alle ceneri più che alle fenici.

grafica Valentina Pastorino

Ne Il disprezzo della donna – Il futurismo della specie i due artisti romani non firmano uno spettacolo femminista, piuttosto un contromanifesto sociale che – con spirito elencativo e procedente in serie – mette in luce contraddizioni e anacronismi di idee reazionarie sulle donne (ma non solo) che suonano non incoerenti con i giorni che viviamo, ma che impressionano più per l’apoditticità, la chiusura e il continuo inno all’autarchia nazionale, che per il propugnare la sudditanza femminile. Quest’ultima rientra, in realtà, in un alveo teorico più generale, di cui questo elemento è una parte, sgradevole, ma non così preponderante.

«Noi vogliamo glorificare la guerra, sola igiene del mondo, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna». (Punto 9 del Primo Manifesto del Futurismo, 1909)

Per di più alcune delle affermazioni sono talmente eccessive da non risultare nemmeno offensive, non si può credere che fossero pensieri realmente creduti neanche da chi li concepì e diffuse.
Il vero disprezzo era per l’uomo in sé, alla fine, per il genere umano tutto, maltrattato tanto da spingere per l’interventismo bellico (e in guerra ci andavano gli uomini), o da immaginarlo in situazioni assurde, come il maschio che si costruisce da sé il proprio figlio, tramite una téchne da fabbro o carpentiere, senza bisogno di rapporto alcuno con una donna, e dunque in assenza di concepimento. Come fece Geppetto con Pinocchio, in fondo.

Disprezzo della donna. Foto di Francesca Tassara

In una scena vuota Elvira Frosini e Daniele Timpano compaiono in ridicola tenuta sportiva (costumi di Marta Montevecchi): canotta arancione, pantaloncini azzurri e leggings fuxia, scarpe da ginnastica bianche. Tutt’altro che atletici, appaiono fuori luogo, inadeguati e sgargianti dentro a una scatola nera che li fa risaltare come un errore in uno spazio che evoca l’ordine e la fermezza di intenti.
Colpiscono le numerosissime occorrenze delle parole “italiano” e “Italia”, continuamente ripetute ad affermare un’ispirazione e un orgoglio pseudo-patriottici sempre con il sapore della parodia. Anche questa risulta, però, a posteriori, una contro-retorica stucchevole quanto quella criticata.
Il futurismo letterario è artisticamente meno riuscito di quello figurativo (Balla, Boccioni, Carrà…), ma ha lasciato alcuni fuochi inventivi che ben si prestano alla resa teatrale come è per Ritratto olfattivo di una donna di Marinetti, tra «mammelle d’italianità ventenne» e vulve abbeveratoi.
Lo spettacolo è in stile futurista – benché prenda di mira il movimento e i suoi membri per dileggiarli (o per ammonirci) usando le loro stesse asserzioni – non solo per i contenuti, ma per la struttura: antinarrativa, formata da quadri che si susseguono in ossequio all’assenza di chiari collegamenti consequenziali. Frosini e Timpano accompagnano la recitazione, per entrambi volutamente tra il declamatorio e il comiziante, con una coreografia di movimenti apparentemente sghemba, che ci parla di gesti ginnici inutili e di qualcosa che prediceva quell’inadeguatezza che sta in questi “personaggi”, quanto nelle parole dei futuristi cui danno voce.


E la voce è qui strumento espressivo non solamente nell’evidente accezione attoriale/recitativa, ma anche in quanto mezzo che ha il senso di megafono per le massime e gli slogan di Marinetti, Papini, Depero e altri, e ancor di più – grazie al pregevole disegno del suono di Lorenzo Danesin – diventa elemento scenico che sottolinea lo spazio e che costruisce una seconda dimensione semantica, invisibile, ma chiaramente percepibile.

Il disprezzo della donna raccoglie anche numerosi testi di autrici futuriste, come Irma Valeria, Maria D’Arezzo, Benedetta Cappa Marinetti, e di quest’ultima è proprio la chiusura dello spettacolo, lasciata a Elvira Frosini, ispirata, intimista e malinconica; si tratta di un brano dal romanzo Astra e il sottomarino, di tono vagamente buzzatiano, surreale a favolistico insieme, sul suono della Nasa rielaborato da Danesin a partire da rumori interplanetari. Le luci (curate da Omar Scala) si spengono su «occhi accecati e  murati, irrimediabilmente», come gli occhi colorati dei fari, puntati sulla platea, e poi serrati di colpo.
Ma la vera chiusura del cerchio futurista dello spettacolo è la canzone sugli applausi: Balla Marinetti di Italo Monitor (i Righeira prima che fossero i Righeira, in una cover di Der Mussolini dei DAF, 1981): ascoltatele e apprezzerete lo spirito archeologico dissolutorio del duo Frosini/Timpano.

 

IL DISPREZZO DELLA DONNA
Il futurismo della specie

drammaturgia, regia e interpretazione Elvira Frosini e Daniele Timpano
disegno luci Omar Scala
disegno del suono Lorenzo Danesin
costumi Marta Montevecchi
collaborazione alla drammaturgia e alla regia Francesca Blancato
organizzazione Laura Belloni
produzione Gli Scarti, Frosini / Timpano – Kataklisma teatro
in collaborazione con Salerno Letteratura Festival

10 novembre 2022
Teatro Pim Off, Milano