RENZO FRANCABANDERA | «Questa è la storia di una scarpa bianca che si innamora di una scarpa rossa in un mondo di scarpe nere. Tutto qua». La fa facile e giocosa Andrea Paolucci, nel voler raccontare in un paio di righe il nuovo lavoro di Teatro dell’Argine.
In realtà la frase in sé davvero racchiude le questioni fondanti la nuova creazione del gruppo artistico basato a San Lazzaro (BO), storico nel suo impegno nella divulgazione del linguaggio per la scena a favore di popolazioni di spettatori molto ampie, e negli ultimi anni orientata in particolare verso le giovani generazioni.
Si ricorderà a questo proposito il progetto Politico Poetico che a margine delle restrizioni pandemiche aveva coinvolto centinaia di studenti in un percorso di presa di coscienza del tema della rappresentanza civica, creando un parlamento che aveva portato all’attenzione dei governatori locali una serie di questioni rilevanti per i giovani. C’erano state performance di piazza, grandi eventi all’aperto per riprendere il contatto con lo spazio urbano dopo la reclusione domestica dovuta alle restrizioni per il virus.
Qui invece si torna in sala. Una scelta in fondo felice perché significa che è possibile tornare a frequentare lo spazio teatrale senza distanziamenti.

Torniamo alle due righe di Andrea Paolucci, il regista di questo lavoro, che in realtà è un ritorno, un remake si direbbe al cinema. Nato nel 2013 nell’ambito del progetto internazionale Acting DiversityThe Shoe Must Go On è tornato sul palco dell’ITC, il teatro della compagnia, in una nuova versione ampliata e con un nuovo cast, ma mantenendo la sua vocazione a continuare a parlare a un pubblico di qualunque età e latitudine, unendo il teatro di figura, le videoproiezioni, il grammelot e le ombre cinesi, il mimo e il teatro d’oggetti.

Si parla di scarpe ed effettivamente sono le protagoniste simboliche di tutto l’allestimento. I performer arrivano in scena scalzi, tolgono le scarpe che quindi diventano di per sé stesse emblematiche di chi le calza, di giovani esseri umani molto diversi fra loro che si muovono in uno spazio scenico all’interno del quale campeggia una sorta di gigantesco cubo di Rubik che pare elettronico anche se invece il tutto è solo frutto di una abilissima proiezione. Questo oggetto totemico centrale è un versatile elemento scenografico scomponibile in tanti cubetti che diventano via via funzionali alla creazione di diversi paesaggi artificiali ma sufficientemente realistici per ambientare la vicenda.
Le due principali funzioni di questo blocco di cubi bianchi sono in primo luogo superficie di proiezione, come è principalmente all’inizio dello spettacolo, e in secondo luogo il blocco diventerà una sorta di muro dietro il quale si muoveranno i performer per quasi tutta la recita, utilizzandolo – come sovente accade nel teatro di figura – come barriera rispetto allo sguardo dello spettatore per permettere cambi di costume, deposito di oggetti e altre azioni da nascondere ai fini della rappresentazione.

Il disegno luci è totalmente funzionale a sostenere la narrazione e passa dal buio in occasione delle videoproiezioni a un più colorato ed evocativo utilizzo dei cromatismi quando lo spettacolo prende più decisamente la via del simbolico surreale.
Infatti, sempre tornando alle due famose righe iniziali, si capisce subito che c’è una cifra assolutamente irreale nella vicenda, che passa per la trasposizione simbolica della scarpa in sostituzione dell’essere umano, ma anche e soprattutto attraverso l’utilizzo in scena di oggetti di uso comune che vengono posti al servizio della creazione.
In una riflessione condivisa sui social, il regista raccontava pochi giorni prima del debutto di come questa peculiare dimensione creativa che affida agli oggetti di uso quotidiano la potenza di diventare elementi della scena lo abbia sempre suggestionato fin dall’inizio del suo percorso teatrale (dopo la folgorazione avvenuta durante uno spettacolo di Mummenschanz), per la vivacità data proprio dalla confidenza che lo spettatore ha con quegli elementi unita alla loro capacità di diventare altro.

In scena l’azione si organizza intorno alla struttura centrale con una drammaturgia che, sebbene non abbia un filo conduttore effettivamente leggibile dall’inizio alla fine, si ambienta in sequenze collegabili emotivamente fra loro, che vagamente alludono al tema dell’amore ma che riguardano più in generale il tema della diversità, dei rapporti di potere, della relazione fra minoranze e maggioranze, dell’uso della forza nella società.
Al di là della bellezza intrinseca di alcune scene e di alcune trovate, di questa operazione creativa resta mirabile il grande lavoro di squadra sia sul palco che fuori, unito alla performance mimica e gestuale di tutti gli attori coinvolti (Clio Abbate, Giacomo Armaroli, Lea Cirianni, Paolo Fronticelli, Biljana Hamamdzieva,  Francesco Izzo Vegliante) capaci di imprimere alla rappresentazione un ritmo davvero forsennato che culmina in un finale a sorpresa che non sveleremo ma in cui questa dimensione ancor più viene esaltata, per consentire al cerchio narrativo di chiudersi praticamente dove era iniziato.

The shoe è effettivamente uno spettacolo per tutte le età a partire dagli 11 anni, come recita il foglio di sala. Sicuramente resta la vocazione tout public della creazione che si nutre di un dialogo non esplicito ma necessario con la platea, che non interviene in questo flusso ininterrotto di pensieri e azioni mimate ma conferisce un respiro peculiare che servirà con l’andar delle repliche anche a permettere allo spettacolo di asciugare alcune didascalie simboliche che possono essere utilmente lasciate allo spettatore, ancor meglio quando è giovane, per completare con il suo pensiero con quello che manca, lasciando all’opera d’arte il ruolo necessario di suggerire senza dire tutto.
L’operazione merita, è  ben diretta, curata nei dettagli e interpretata in modo corale e partecipato.

THE SHOE MUST GO ON!

regia Andrea Paolucci
con Clio Abbate, Giacomo Armaroli, Lea Cirianni, Paolo Fronticelli, Biljana Hamamdzieva,  Francesco Izzo Vegliante
aiuto regia e oggetti di scena Carmela Delle Curti
musiche originali Tizio Bononcini
una produzione Teatro dell’Argine
direzione artistica Compagnia Teatro dell’Argine
in collaborazione con Comune di San Lazzaro di Savena
conCittà metropolitana di Bologna, Regione Emilia-Romagna, MiC Ministero della Cultura
e con Ateatro, ARCI San Lazzaro, Dipartimento Scienze dell’Educazione Giovanni Maria Bertin – Università di Bologna
partner di comunicazioneProfili
partner mediatico BolognaTeatro.it