SARA PERNIOLA | Il raccontare come terapia, come dovere per far conoscere ciò che altrimenti non sarebbe conosciuto. È questo l’intento riuscito del romanzo Accabadora – edito da Einaudi nel maggio 2009, vincitore della sezione narrativa del Premio Dessì nello stesso anno e Premio Campiello 2010 – della scrittrice, critica letteraria, opinionista e drammaturga Michela Murgia, rientrando nel genere della narrativa antropologica e contemporanea. Inizia in questo modo: «Fillus de anima. È così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra».

La storia è ambientata in Sardegna negli anni ‘50, nell’immaginario paese di Soreni, e narra di Maria che, da Anna Teresa Listru, sua madre naturale, finisce per riconoscerne un’altra, Bonaria Urrai – o meglio “Tzia Bonaria” -, in un passaggio di potestà genitoriale concordato da tutte le parti. La relazione tra madre e figlia adottiva è, così, la linea fondamentale d’intreccio: «la loro intesa possiede il valore speciale delle cose che si sono scelte», e si articola con un importante elemento di tradizione sarda necessariamente legato alla geografia narrativa del testo. Bonaria non è, infatti, solamente un’anziana sarta, ma è un’accabadora, colei che finisce, l’ultima madre di cui alcuni incrociano gli occhi, dando la morte a vite che sono lunghi e dolorosi assedi.

L’attrice Anna Della Rosa spicca da sempre per intensità ed eleganza, e anche questa volta – presso il Teatro Arena del Sole a Bologna, il 13 dicembre scorso – interpreta egregiamente il ritratto crudo e affascinante di Maria. Con un monologo di spessore, levigato, arricchito da gesti ora pacati, ora nervosi, in base alla narrazione, la performer attraversa il mistero di una paese che sprofonda nel suo chiacchiericcio, con le cucine che profumano di «sminuzzate mandorle dolci custodite dentro un ampio bacile di terracotta smaltata»; dai piccoli e irregolari appezzamenti che raccontano di famiglie con troppi figli e nessuna intesa, ridotte in frantumi e delimitate da muretti a secco in basalto nero, i quali tracciano confini e sono retti dall’astio.

ph. Marina Alessi

L’adattamento del testo da parte della drammaturga Carlotta Corradi e la regia di Veronica Cruciani riescono a mantenere viva l’attenzione degli spettatori, focalizzandosi sul punto di vista di Maria sulla vicenda: dalla sopportazione delle malelingue alla fuga a Torino dopo aver scoperto il terribile segreto della Tzia; dall’imparare a gestire la sua intelligenza un po’ impertinente al compimento del proprio destino, tornando a Soreni e comprendendo il dolore della donna che più amava e insieme detestava.

La pièce rispetta la struttura del testo e crea un armonico equilibrio nella commistione tra elementi narrativi e teatrali, rappresentando alcuni tra gli episodi più significativi del romanzo e dai molteplici significati. La drammaturgia, infatti, parte dal ritorno di Maria sul letto di morte di Tzia Bonaria e prende forma grazie all’interpretazione calibrata di Anna Della Rosa: lo spettatore viene catturato dalla vicenda di questo personaggio che ha una storia pregressa, una attuale e un’altra futura.
É così, ad esempio, che il pubblico viene invitato a restare, a sentire e a riflettere, mentre l’attrice interpreta Maria nel ricordare il matrimonio della sorella Bonacatta; quando sognava, con il pane nuziale sopra la testa, che lo sguardo dello sposo si posasse «sul suo viso come una mano su un amaretto fragrante», sentendosi potente per l’odore di proibito. Oppure, ancora, quando sembra ripetere il mortifero gesto richiesto da Bonaria proprio nei suoi confronti, replicandolo davanti alla sua coscienza e provocandole, così, l’assoluzione; l’uscita dalla dimensione tragica.
Questo lavoro di tessitura – e di certo non privo di originalità registica rispetto al testo – sancisce continuamente un legame affettivo con la protagonista adulta, per la sua difficoltà nel perdonare e la devastante forma dell’ossessione; per la contraddizione interiore tra ciò che si è e ciò che, invece, si vorrebbe essere. Per una nuova direzione di vita abbandonando un dolore provocato dalla lama dell’inganno. 

ph. Marina Alessi

I successivi fatti teatralmente narrati – come la storia di Nicola Bastiu che, appiccando un incendio per vendicarsi di un torto, rimase gravemente ferito a una gamba che gli verrà amputata, invocando, così, l’accabadora; o lo svelamento del segreto di Tzia Bonaria grazie ad Andrìa che, una notte, l’aveva sorpresa nell’atto di compiere la sua opera di morte proprio nei confronti di suo fratello Nicola – veicolano sempre il personaggio di Maria, costruito attraverso il corpo e la vocalità dell’attrice, che si serve di una lingua ricca e corposa e del proprio coinvolgente stile personale di recitazione. La sua profonda espressività nella costruzione gestuale e vocale, infatti, rende appassionante e penetrante uno spettacolo che si basa su una trama altrettanto lacerante e dai connotati misteriosi.
Anna della Rosa intrattiene con il corpo un rapporto fluido e potente, in un’armonica simbiosi con le questioni estetiche e linguistiche. Si muove limitatamente, con un delicato vestito celestino caratteristico di quegli anni, all’interno di uno spazio ben definito, poco illuminato e costituito da elementi essenziali: una panca, una sedia, una struttura alta e verticale con una brocca d’acqua e due bicchieri. Il rumore delle scarpette incrociate con un po’ di tacchetto fa parte, poi, di un paesaggio sonoro costruito dalla lingua e dalla voce; dalla musica greve quando tutto si intensifica; dal suono dell’affanno per il soffocamento recitato con il cuscino; dal gocciolio dell’acqua quando la performer simula di sciacquarsi il volto.
Una moltitudine di indizi, dunque, che crea un linguaggio, un modo per stabilire una comunicazione con il pubblico, per raccontargli una storia, trasmettere messaggi e salvaguardare la memoria. 

I temi affrontati sono delicati e scottanti per quel periodo, incanalati in un contesto storico, sociale e politico che reputava vincente una famelica e disturbante curiosità, in cui eventi del genere potevano restare imperanti per più di una generazione. L’adozione e l’eutanasia, il modello femminile e la memoria, sono, però, argomenti anche fortemente attuali; mentre il cambiamento e l’amore, la colpa e la fedeltà sono, invece, eterni.

ph. Marina Alessi

Non si può, infatti, non pensare al femminismo e alla contemporaneità se le donne del paese non reputano importante la scuola e lo studio, e che non mancano mai di ricordare alle figlie di quanto essere «sane e senza grilli per la testa» sia un giusto modello femminile da perseguire. Non si può evitare di riconoscersi un po’ in Maria nel reputare, invece, che la scuola serve proprio a tutto, anche a fare i dolci, ché altrimenti come si saprebbe che i deliziosi gueffus, dolci tipici sardi a base di mandorle, si chiamano così perché «quando li mettiamo a caramella nella carta, tagliuzziamo i bordi a denti piatti, come le torri dei castelli guelfi»?

In conclusione, lo spettacolo funziona ed è fortemente immersivo: lo dimostra l’alta partecipazione del pubblico, affascinato dal talento di Anna Della Rosa e dall’accuratezza della pièce sotto tutti i punti di vista. Riesce a rappresentare con raffinatezza non soltanto la durezza di una storia, ma qualcosa di indimenticabile come la dimensione dell’altrove. Infatti: «come gli occhi della civetta, ci sono pensieri che non sopportano la luce piena. Non possono nascere che di notte, dove la loro funzione è la stessa della luna, necessaria a smuovere maree di senso in qualche invisibile altrove dell’anima».

ACCABADORA
dal romanzo di Michela Murgia
edito da Giulio Einaudi Editore
drammaturgia Carlotta Corradi
con Anna Della Rosa
regia Veronica Cruciani
produzione Savà srl, TPE – Teatro Piemonte Europa, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale

Teatro Arena del Sole, Bologna | 13 dicembre 2022