RENZO FRANCABANDERA | Si entra nell’hangar. Il sentimento che si prova si distingue in due fasi: la prima è di percezione e di tentativo di comprensione dell’oggetto che si ha davanti. È un puzzle di metalli, pezzi di lamiera contorti.
Poi, mentre l’illuminazione ambientale sale e scende, oscillando fra il quasi buio e la piena luce, si raccoglie la percezione chiara della disposizione dei pezzi lungo una sagoma che riproduce la fusoliera di un aereo; si notano le grandi ali.
Si capisce subito dopo che sono i frammenti dell’aereo esploso in volo perché colpito da un missile, probabilmente sparato da aerei militari francesi nel scenario di battaglia aerea nei cieli italiani di Ustica. L’aereo civile della compagnia Itavia, che all’epoca dei grandi depistaggi di Stato si disse avesse subito un cedimento strutturale, fu invece abbattuto durante l’operazione militare il cui obiettivo era probabilmente l’eliminazione del colonnello libico Gheddafi nel periodo delle massime tensioni fra l’allora dittatore a capo dello Stato nordafricano e gli Stati della Nato.

L’attentato fallì, molto rimane ancora nelle oscure conoscenze dei servizi segreti che non hanno ancora desecretato, se non addirittura occultato, le tracce della verità su cosa è successo quella sera nei cieli sopra Ustica.
Il governo Amato stanziò i fondi per ripescare i resti del relitto, cui poi il Comune di Bologna ha dedicato un memoriale. Il tutto grazie anche e soprattutto all’azione giornalistica di Andrea Purgatori, uno dei massimi interpreti in Italia della professione del reporter, cui si deve, grazie anche ad un’imbeccata pervenutagli da ambienti militari subito dopo l’incidente, la determinazione di aver cercato la verità sulla strage, di aver voluto far breccia nel muro di gomma.
Queste note su alcuni passi messi nell’hangar del memoriale dedicato alle vittime di Ustica che si trova a Bologna in zona Corticella e che abbiamo frequentato il 19 luglio scorso, trovano concomitanza con uno spettacolo voluto dall’Associazione delle vittime della strage, e affidato nella cura e nell’allestimento a AtelierSi, sodalizio artistico creato da Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi. La seconda coincidenza è stata la scomparsa proprio in quelle ore di Andrea Purgatori, avvenuta il giorno prima e a cui è stato dedicato un ampio reportage video prima dell’inizio dello spettacolo.
Il linguaggio degli oggetti è una creazione che di per sè non ha a che fare in modo esplicito con la strage, ma è ispirata all’opera letteraria e ancor più al pensiero semiotico e filosofico di Daniele Del Giudice, scrittore e studioso del linguaggio, Premio Campiello alla Carriera nel 2021 assegnatogli per il costante tentativo di porre in discussione il linguaggio letterario novecentesco, attraverso una narrazione che mette al centro la descrizione, in primis di oggetti e gesti, arrivando a prefigurare un mondo in cui le cose spariscono sostituite dalle loro immagini.
Del Giudice a vario titolo era entrato fin da subito e a più riprese in “rotta di collisione” con la vicenda di Ustica, anche dal punto di vista strettamente teatrale, sia per un organico rapporto con Paolini che lo portò a documentare il trasferimento del relitto dall’hangar di Pratica di Mare, vicino Roma, in cui  pezzi furono inizialmente depositati, fino all’attuale sistemazione a Bologna: da questo trasse origine Il Canto per Ustica che ha debuttato a Bologna il 27 giugno del 2000, nato dall’amalgama di parti testuali con quelle cantate da Giovanna Marini e il suo quartetto, in occasione di Bologna capitale europea della cultura del 2000.
Del Giudice univa peraltro, alla capacità di scrittore, la passione per il volo che gli permetteva di comprendere a fondo anche il linguaggio tecnico della materia.
Il memoriale di Bologna, in via Saliceto, in un ex magazzino dell’azienda dei trasporti, un museo della memoria, è stato aperto il 27 giugno 2007.
L’aereo adesso è lì, insieme a tutto quello che dal mare venne ripescato, a parte i corpi, con un allestimento dello spazio museale pensato da Christian Boltanski, che ha lavorato a stretto contatto con l’Associazione dei familiari.
Anche Ateliersi ha avuto diverse collisioni con la vicenda di Ustica: il duo artistico Mochi Sismondi/Menni ha già affrontato la Strage di Ustica con lo spettacolo De Facto e anche con il libro Il segno di Ustica.

Ne Il linguaggio degli oggetti, invece, c’è un’immersione nella parola dello scrittore, nella relazione poetica che Del Giudice instaura con gli elementi del reale, che custodiscono la potenza e la delicatezza del gesto che portò l’Associazione Parenti delle Vittime a consegnare allo scrittore alcuni anni fa il tracciato radar per una sua mostra alla Triennale di Milano. I suoi pensieri, quasi in purezza, costruiscono in ampia parte (con un interessante lavoro di cucitura operato da Mochi Sismondi) uno spettacolo incentrato su quelle forme descrittive che lo stesso Del Giudice riconosce capaci di “dar conto del fatto che tra osservatore e cosa osservata c’è indistinguibilità e reversibilità”.

Ph Mirko Matera

L’allestimento è semplice. Ai margini sinistro e destro della scena, in proscenio, a sinistra Sismondi e a destra Menni, leggono, in cadenza alternata, testi e memorie sulla vita di Del Giudice. Al centro, dentro un’azione performativo-coreografica, quattro poltrone bianche che rimandano all’idea dell’aereo, quattro sassi, quattro giovani performer (Marco Mochi Sismondi, Anna Orsini, Sarah Saïdi e Wali Sidibé) che danno alla lettura drammatizzata una cadenza gestuale. Questa si poggia sul notevole lavoro posto in essere da Vincenzo Scorza per l’ambiente sonoro, sulla base di alcuni stimoli della Menni. Uno spazio dei suoni che oscilla fra la psichedelia e l’ambient, di rara forza, e che rappresenta, a conti fatti, l’anello di congiunzione fra la parola e i gesti.
Due generazioni in scena: una, quella dei due artisti e “lettori”, completamente immersa, potremmo dire travolta in qualche mondo, dal tempo delle strage, dalla Bologna del 1980; l’altra, quella dei giovani nello spazio centrale, in movimento, quasi completamente all’oscuro di tutto ed estranea a quei fatti.
Loro, ventenni o poco più.
Vengono, figlio d’arte a parte, da Sup de Sub, una scuola di autoapprendimento sviluppata dal regista e artista visivo Jean Michel Bruyère e a cui Menni collabora come docente. La scuola è il risultato di un esperimento svoltosi a Marsiglia, in Francia, dal 2014 al 2017 con il collettivo internazionale di artisti e ingegneri LFKs. Vincitore del programma 100% Inclusion 2019 del Ministero del Lavoro (Skills Investment Programme), Sup de Sub si è poi sviluppato a livello nazionale su due campus: Issa Samb nell’area metropolitana di Aix-Marseille-Provence e il campus Jean-Paul Curnier a Seine-Saint-Denis. Sup de Sub è destinato ai giovani (16 anni / 26 anni) che non hanno o non hanno abbastanza mezzi, rete, conoscenza per supportare le loro capacità e raggiungere le forme di vita e di loro scelta.
Un paio fra i ragazzi in scena, che pure vengono da drammatiche esperienze di strada, hanno un talento per la teatralità che possiamo dire cristallino e di valore assoluto, e che questo allestimento ha il merito di portare all’attenzione del pubblico.

Quanto alla parola di Del Giudice: arriva forte, pulita. La creazione la rende viva, efficace, di sconvolgente attualità.
Gli oggetti del nuovo secolo, scrive Del Giudice, sono “gli oggetti del comunicare, sempre più piccoli, sempre più portatili, quasi annunciassero un’imminenza di telepatia globale, di cui queste piccolissime macchine sono l’ultima appendice, prima che tutto si ritragga e si svolga solo nella mente e nel cuore”. È una riflessione che lo scrittore esplicitò proprio a partire dall’opera installativa realizzata per la 19° Triennale di Milano selezionando e disponendo all’interno di una grande teca oggetti che sono stati parte integrante della vita pubblica e della vita quotidiana e che assumono un forte valore simbolico in relazione al passaggio tra XX e XXI secolo. Al centro dell’opera, Del Giudice posizionò proprio il tracciato radar del DC-9 Itavia inabissatosi il 27 giugno 1980 nelle acque tra Ponza e Ustica, a cui già aveva dedicato il testo Unreported inbound Palermo.

Ph Mirko Matera

In un suo interessante studio del 2020 intitolato La narrativa di Daniele Del Giudice fra descrizione e testimonianza, sicuramente fra le letture preparatorie per questo spettacolo, Pierpaolo Antonello ricorda non solo il tema dell’oggettualità come fulcro della poetica dello scrittore, ma anche la relazione dinamica fra oggettualità e comportamenti umani, dove il dialogo di confronto e adattamento scorre nelle due direzioni, fino al paradosso dell’oggetto senziente, che conosce la verità oltre quello che l’umano vuole comprendere o conoscere:

Perché l’aereo conosce la sua storia. Quanti la conoscono al mondo? In mancanza di parole sarebbe una storia di cose, storia di métallo offendente e métallo offeso: la fusoliera sa che cosa ha prodotto una frantumazione diseguale poco prima della coda, la pinna sinistra dello stabilizzatore di coda sa che cosa gli ha aperto un taglio a croce sul fondo […] ogni pezzo di métallo e plastica o tessuto sa quale altro oggetto, quale scheggia, e di che cosa, l’ha ridotto così.
(Staccando 99-100)

Proprio con queste parole lo spettacolo atterra su un suo finale che si riaggancia ad Ustica e all’oggetto relitto nel suo volersi fare memoria.
De Il linguaggio degli oggetti resta vivo il testo e la sua interpretazione; più slegata, nell’operazione di senso, la parte gestuale, in cui pure non mancano momenti ispirati. Il solo terreno musicale come spazio di incontro e condivisione fra generazioni, tra parole  senza gesti e gesti senza parole, è istmo assai stretto per permettere a tutto il non detto dell’oggetto conservato alle spalle dei performer di farsi movimento.
Un terreno su cui approfondire e cercare oltre.

 

IL LINGUAGGIO DEGLI OGGETTI

di e con Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi
e con Marco Mochi Sismondi, Anna Orsini, Sarah Saïdi e Wali Sidibé
progetto sonoro Fiorenza Menni e Vincenzo Scorza (elaborazione ed esecuzione musicale)
comunicazione e progettualità Tihana Maravic
promozione e distribuzione Antonella Babbone
amministrazione Greta Fuzzi
direzione tecnica Giovanni Brunetto e Vincenzo Scorza
assistenza tecnica Alessandro Iannetti e Moussa Messelem
una produzione di Ateliersi
in collaborazione con Associazione Parenti delle Vittime della Strage di Ustica, Sup de Sub/LFKs e Masque Teatro
con il sostegno di Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna e Comune di Bologna