RITA CIRRINCIONE | Con Dicembre Scaldati – Il Poeta ha inventato i nomi – un progetto speciale riconosciuto dal Ministero della Cultura – dall’1 al 21 dicembre Palermo (e non solo, come vedremo) ha reso omaggio a Franco Scaldati, uno dei maggiori drammaturghi italiani del secondo Novecento, nel decennale della sua scomparsa.

Dalla mostra Franco Scaldati al Castello di Carini curata da Valentina Greco e Francesco Guttuso, con le foto di Nino Annaloro, Letizia Battaglia, Rita Cricchio e Claudia Uzzo, ai quattro #Focus Scaldati tenuti a Prato, Messina, Catania, Enna; da La Bottega del Sarto, appuntamento speciale di lettere e letture a cura de La Compagnia Franco Scaldati diretta da Melino Imparato, nella storica bottega di Corso Finocchiaro Aprile, alla rassegna di film alla maniera di Franco a cura di Umberto Cantone e Franco Maresco: tanti gli eventi che hanno composto il programma che si è concluso con Scurò… Notturno Scaldati allo Spazio Franco dei Cantieri Culturali della Zisa.

La serata finale a cui hanno partecipato artisti, intellettuali e musicisti che hanno collaborato con il drammaturgo, ha visto l’intervento di Valentina Valentini e Viviana Raciti con la presentazione del terzo e quarto volume dell’Opera Omnia di Scaldati suddivisa in otto volumi da loro curata. Il progetto editoriale completo prevede la pubblicazione di tutta la produzione scaldatiana a partire dagli anni ’70 con il testo italiano a fronte. L’enorme e minuzioso lavoro di ricostruzione da parte delle due studiose ha appena vinto il Premio Ubu per la Sezione Progetti Speciali.

Venti giorni di seminari, laboratori, proiezioni, mostre, incontri e performance, per questo omaggio a Scaldati – comprese anche un’Onorificenza Accademica da parte dell’Accademia di Belle Arti di Palermo e l’istituzione del Premio Scaldati promosso da Spazio Franco e Compagnia Scaldati con un premio di produzione e una residenza artistica – per provare a saldare un debito nei confronti del Poeta-Sarto (Scaldati si avvicinò al teatro lavorando come sarto in una sartoria frequentata da attori teatrali) non sempre compreso e riconosciuto dalla scena ufficiale della sua città.

Franco Scaldati – ph Ninni Annaloro

Pur se insignito di diversi riconoscimenti – Premio TTVV di Riccione per il Teatro, diretto da Franco Quadri, per Assassina (1987), Premio Speciale Ubu per Il pozzo dei pazzi ( 1989) e per La locanda invisibile (1997), per citarne alcuni – Scaldati operò in una Palermo che tante volte gli voltò le spalle.

Una drammaturgia che poneva al centro il mondo degli ultimi, un mondo fatto di luce e di “scuro”, di voci e di silenzi, di angeli e barboni, un mondo impenetrabile in cui l’unica forma di linguaggio era un dialetto musicale e poetico altrettanto oscuro e impenetrabile, fu spesso sottovalutata o poco apprezzata e Scaldati fu sbrigativamente etichettato come autore di teatro popolare da un certo ambiente intellettuale che non comprese la sua scrittura poetica e la sua visione drammaturgica che andava oltre le regole e le convenzioni del teatro ufficiale, quello della o chiusa.

Scaldati, che visse e operò in contesti marginali dando vita, ad esempio, a numerosi laboratori all’interno del Centro Sociale San Saverio, all’Albergheria, uno dei quartieri popolari più vividi di Palermo, nei pressi del mercato di Ballarò, fece della marginalità un elemento consustanziale della sua poetica, dove il margine, la periferia, sono da intendersi come prospettiva da cui guardare il mondo nella sua complessità e ambivalenza, come una sineddoche dell’umanità che dal particolare lascia intravedere il caleidoscopio dell’esistenza in una rappresentazione sferzante e crudele, ma con uno sguardo capace di sublimare violenza e dolore.

Va’ Va’ luci da Indovina Ventura di Provinzano/Ganci ph. Alessandra Leone

Il destino di diffidenza e incomprensione, soprattutto locale, che accompagnò Scaldati in vita, lo seguì anche dopo la sua morte: nel 2020 il prezioso Archivio Franco Scaldati – per definizione “il poeta di Palermo”– con la sua vasta produzione di testi teatrali per la maggior parte inediti, anche per volontà dei figli e della Compagnia a lui intestata, lasciò Palermo e venne acquisito dall’Istituto per il Teatro e il Melodramma della Fondazione Giorgio Cini di Venezia.

Tale soluzione, seppure amara e per certi versi incomprensibile, alla fine si è rivelata quella più opportuna: oltre ad assicurare il restauro e la digitalizzazione dell’Opera Omnia del drammaturgo con la conseguente possibilità di studio, di ricerca e di divulgazione, ha fatto sì che il suo teatro potesse affrancarsi dalla dimensione insulare e riconnettersi in qualche modo alla drammaturgia contemporanea europea a cui più volte lo stesso Scaldati aveva fatto riferimento, e Palermo, al di là del mero rapporto anagrafico, diventare metafora del mondo.

Giuseppe La Licata in Si l’àncili cantàssiru ca luci e no ca vuci da Indovina Ventura -ph Alessandra Leone

Fuori da commemorazioni e intenti celebrativi – e particolarmente sintonico con l’approccio scaldatiano che sulla ricerca laboratoriale ha incentrato gran parte della sua attività drammaturgica – un posto a sé nel programma ha avuto Indovina Ventura, un progetto finalizzato a sviluppare il potenziale drammaturgico e musicale di quest’opera ed esplorarla in chiave contemporanea. La lunga fase laboratoriale che ha preceduto la rassegna, con la presenza di oltre 40 partecipanti, quasi tutti giovanissimi, è stata condotta dai registi Giuseppe Massa, Margherita Ortolani e Giuseppe Provenzano, in stretta collaborazione con Serena Ganci, Dario Mangiaracina e Angelo Sicurella, per la parte musicale.

Scritta e rappresentata per la prima volta nel 1983, l’opera trae ispirazione da una figura che nella Palermo di un tempo, al grido “Indovina ventura”, si aggirava tra i banchi dei mercati con un pappagallo in gabbia sulla spalla che a richiesta estraeva un rotolino di carta con una predizione ad hoc.

La scelta di Indovina Ventura per questo progetto laboratoriale di riscrittura scenica non poteva essere più appropriata per la sua struttura “a quadri”, per l’intreccio di linee narrative, ma soprattutto per la sua scrittura in continuo divenire. Nel corpus delle opere di Franco Scaldati, infatti, rappresenta uno dei casi più significativi della “processualità” dei suoi testi, determinata non solo da una scrittura inquieta che faticava a trovare una forma definitiva, ma anche dalla continua ricerca di una forma linguistica, non sempre univoca, in grado di rendere la vocalità del dialetto.

Le innumerevoli variazioni ne fanno una straordinaria fonte di materiale a cui attingere – non a caso è stato definito testo scrigno – in cui ritroviamo personaggi, luoghi e tòpoi ricorrenti in altre opere: dalle figure dell’universo scaldatiano come Lucio o Totò e Vicé alle vecchine e ai mendicanti con i loro dialoghi surreali, le sciarre e le riappacificazioni; dai tanti personaggi con nomi di fiori o con sembianze di animali alle abbanniate di venditori ambulanti che decantano le loro mercanzie; dai giochi di strada alle nenie.

Si l’àncili cantàssiru ca luci e no ca vuci di Massa/Mangiaracina da Indovina Ventura – ph. Alessandra Leone

…passat’a porta siemu un Filu i Fumu… con la regia di Margherita Ortolani e le musiche di Angelo Sicurella; Va’ Va’ luci, regia di Giuseppe Provinzano e musiche di Serena Ganci; Si l’àncili cantàssiru ca luci e no ca vuci di Giuseppe Massa e di Dario Mangiaracina, per la parte musicale: queste le tre performance in cui le coppie di artisti, esplorando ciascuna una sfaccettatura dell’universo scaldatiano – ora cupo e carnale, ora giocoso e poetico, ora surreale e irriverente – hanno composto un originale unicum tra teatro e musica che ha visto in scena 24 attori e attrici selezionati tra i partecipanti alla fase laboratoriale. Un allestimento davvero in grado di parlare alla sensibilità contemporanea, con tante potenzialità che lasciano intravedere ulteriori margini di crescita. Inserito nel programma di Scena Nostra ’24, la rassegna appena iniziata allo Spazio Franco dedicata alla scena contemporanea, avremo modo di rivederlo ed eventualmente di scriverne specificatamente.

A conclusione di Dicembre Scaldati, a giudicare dalla portata della rassegna e dall’interesse con cui il pubblico ha seguito le diverse iniziative, il proposito espresso da Giuseppe Provinzano, curatore del progetto per Babel/Spazio Franco, di riuscire a «diffondere e declinare l’opera di Scaldati tra i generi e le arti, lanciandola nel futuro, disseminando la sua poesia tra nuove generazioni di artisti e di spettatori, perché possa sbocciare in nuove forme sceniche contemporanee», sembra pienamente realizzato. Palermo e il suo poeta forse si sono finalmente riappacificati: «Amunì, finiemula di sciarriarini e facemu paci» avrà detto, alla sua maniera, anche Scaldati.

IL POETA HA INVENTATO I NOMI
10 ANNI DALLA MORTE DI FRANCO SCALDATI
progetto a cura di Associazione Babel/Spazio Franco (capofila), Compagnia Franco Scaldati, Lumpen e Teatro Metropopolare
curatela Giuseppe Provinzano
direzione artistica Merlino Imparato
con Livia Gionfrida, Franco Maresco, Giuseppe Provinzano
partner Istituto per il teatro e melodramma della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, Università Cà Foscari, Casa Editrice Marsilio, Accademia delle Belle Arti di Palermo, Università la Sapienza di Roma, Cantieri Culturali alla Zisa, Latitudini, Teatro Biblioteca Quarticciolo, Mercurio Festival, Centro studi Sinibald (Torredembarra-Spagna)