ELENA SCOLARI | Maksim Gor’ki ha imparato a leggere e scrivere dal cuoco di bordo di un battello che navigava lungo il Volga, quando aveva circa vent’anni. Il marinaio aveva preso a cuore quello sguattero intelligente ma analfabeta e che ha poi fatto della scrittura la sua vita. E forse anche la sua morte.
Gor’ki si chiamava in realtà Aleksej Maksimovic Peskov e scelse quel nuovo cognome perché la parola significa ‘amaro’, come fu la sua infanzia, durissima, povera e sottoposta alle percosse del patrigno che subentrò al padre naturale, morto quando il futuro scrittore aveva solo dieci anni. Visse a lungo con l’amatissima nonna, dopo la cui scomparsa tentò addirittura il suicidio, per disperazione. Sopravvisse, e da questo momento prese ad attraversare le Russie, a piedi o su mezzi di fortuna facendo il fornaio, lo scaricatore di porto, il guardiano notturno, il mozzo. Grazie agli insegnamenti del cuoco riuscì a farsi assumere in un giornale in Georgia, iniziando così la sua carriera tra le lettere.
Scrisse quello che conosciamo oggi in Italia come L’albergo dei poveri nel 1902, a quest’opera cambiò titolo varie volte – I bassifondi, Senza sole, il dormitorio, Il fondo, Sul fondo della vita… – forse per l’irrequietudine che gli impediva di individuare una sintesi abbastanza precisa di ciò di cui voleva raccontare. La prima messinscena fu al teatro d’Arte di Mosca per la regia di Stanislavskij (i teatri imperiali lo boicottavano) e fu un successo.

Nel 1947 Giorgio Strehler inaugurò il Piccolo Teatro di Milano proprio con L’albergo dei poveri, con Salvo Randone e Lilla Brignone, tra gli altri. Ritroviamo qualche eco di quell’allestimento nello spettacolo in scena fino al 28 marzo al Teatro Strehler per la regia di Massimo Popolizio, per esempio nell’uso di tanto legno scuro per le scenografie, curate da Marco Rossi e Francesca Sgariboldi, che identificano in un materiale umile la giusta sostanza per un luogo logoro come le persone che lo abitano. I loro abiti (i bei costumi di Gianluca Sbicca) sono laceri come le loro anime e le toppe cucite e ricucite non tengono più insieme i brandelli di vite che sbandano, tra le sponde di letti sudici e i banconi di taverne dove bersi in vodka i pochi centesimi di rublo vinti barando alle carte.

ph. Claudia Pajewski

Questo tristo ricovero di poveracci non è un un vero luogo, è la metafora di un inferno in terra nel quale i reietti sono costretti, senza possibilità di fuga; giusta infatti l’idea della passerella formata di volta in volta da tavoli, banchi, sedie e che porta in un’altra dimensione, possibile solo fuori scena. Uomini e donne poveri e quasi tutti pure cattivi, egoisti, spietati e micragnosi: un ladro strafottente, un ex pellicciaio ormai spelacchiato e inacidito, un barone decaduto, un fabbro, un attore che sembra un folletto (il fisico smilzo di Luca Carbone e che pare sempre piroettare verso l’alto), una malata di tubercolosi, una matta che si crede dentro al libro che continua a rileggere – L’amore fatale -, un Principe nero, una prostituta, un baro.
Ogni carattere ha una sua sfera e non si costituisce una vera storia, è come se tutti fossero anime eterne, vite parallele che si incrociano in un dormitorio dello spirito, e dove lo spirito (alcolico) è ciò che sostiene i corpi. Così come il posto dove agiscono non è reale – le luci anti-naturalistiche sono di Luigi Biondi – anche queste figure sono appunto figure, personaggi simbolo che rappresentano vizi (virtù, poche) e difetti dell’uomo, sono santi e diavoli, negletti e maledetti. L’albergo dei poveri è una grande parabola, che include quelle che racconta il pellegrino – Popolizio barbuto con saio, bastone e compostela al collo – nel tentativo di dare sollievo alle sofferenze di costoro. Il camminante Luka compare aggiungendosi a questo gruppo rattoppato e da subito prende il compito di stendere un balsamo sulle ferite dei suoi compagni. Un santone saggio che accarezza, consola, alla bisogna mente (non senza ironia) perché in certi casi le menzogne sono l’unico modo per lenire: “E che te ne fai della verità?”.

ph. Claudia Pajewski

Popolizio è un bravo regista, ne dà di nuovo prova con un lavoro in cui dipinge grandi quadri collettivi (sedici attori spesso in scena contemporaneamente) con occhio pittorico e con una sensibilità acuta per il ritmo globale della compagnia, intesa come la somma dei singoli che formano un ‘sistema’ scenico. La mano del direttore dà il la per movimenti plurali, curati con maestria da Michele Abbondanza: più d’una sono le scene in cui un veloce gesto del pellegrino fa muovere tutti gli altri con la precisione di un maestro di coro. Grande importanza hanno anche i suoni di Alessandro Saviozzi e i frangenti in cui è la musica a dettare il ritmo: i canti melodiosi del Principe Martin Chishimba o la canzone russa cantata da Silvia Pietta, la mignotta che cucina la minestra per gli altri, mentre tutti battono il piede a terra per accompagnarla, come in una marcia di popolo.
Quel popolo di cui il controverso Gor’ki faceva parte, etichettato come lo scrittore del “realismo socialista”, ne fu simbolo ma anche, pare, vittima. Fu un po’ asservito al regime ma anche amico dei rivoluzionari, quando si ammalò non si può escludere che insieme ai farmaci qualcuno gli somministrasse anche veleno, un po’ alla volta. Morì nel 1936. Del resto avvelenatori non ci si improvvisa.

ph. Claudia Pajewski

Ci sono solo un paio di momenti nella seconda metà dello spettacolo in cui qualche taglio ai dialoghi avrebbe giovato (non è tutto oro quel che è Gor’ki) ma si scordano in uno spettacolo che scorre alternando i gorghi vorticosi alle anse calme di un fiume grazie all’adattamento ‘facile’ dello scrittore Emanuele Trevi che ha saputo dare una lingua (e quindi un carattere) a ogni personaggio: parole sprezzanti e sfacciate per Sandra Toffolatti/Vassilissa, la lasciva moglie del padrone che se la fa con il ladro Pepel/Raffaele Esposito, un bullo che perde l’occasione di riscattarsi sposando Nataša/Diamara Ferrero, espressioni sempre ciniche in bocca a Bubnov/Giampiero Cicciò, frasi in bilico tra scritto e parlato per la lettrice Nastja/Carolina Ellero, prediche incantate e magnetiche per Luka/Popolizio e una lingua quotidianamente filosofica per il baro Satin/Aldo Ottobrino a cui è affidata la battuta finale e che pronuncia lo splendido monologo sull’uomo: “Ma insomma, che vuol dire uomo? Tu non lo sei, neanch’io lo sono, e neanche loro lo sono… per nulla! Invece tu, io, loro, il vecchio Luka, Napoleone, Maometto… tutti insieme, lo sono“.
E il senso di queste parole è nella fusione delle misere esistenze dell’Albergo: povere, sì, ma magnifiche, maestose come il suono della parola ‘uomo’. Come la forza muta che emana il pellegrino: in tanti si arrabbiano con lui ma quando si avvicinano per colpirlo, con il frustino o con un pugno, senza che lui muova un dito, il carisma che irradia ferma l’impeto di protesta.
Ognuno ha bisogno della propria illusione, non puoi scagliarti contro chi te l’ha ammannita per farti vivere. Come dice il pingue Klešč/Michele Nani, un fabbro che impara a forgiare anche la sua coscienza, vedovo fedifrago della soave moglie Anna, spirata per malattia: l’uomo non va compatito, va rispettato.

 

L’ALBERGO DEI POVERI

uno spettacolo di Massimo Popolizio
tratto dall’opera di Maksim Gor’kij
riduzione teatrale Emanuele Trevi
scene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi
costumi Gianluca Sbicca
luci Luigi Biondi
disegno del suono Alessandro Saviozzi
movimenti scenici Michele Abbondanza
assistente alla regia Tommaso Capodanno
con Massimo Popolizio e con Sandra Toffolatti, Raffaele Esposito, Michele Nani, Giovanni Battaglia, Aldo Ottobrino, Giampiero Cicciò, Francesco Giordano, Martin Chishimba, Silvia Pietta, Gabriele Brunelli, Diamara Ferrero, Marco Mavaracchio, Luca Carbone, Carolina Ellero, Zoe Zolferino
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Teatro di Roma – Teatro Nazionale
foto di scena Claudia Pajewski

Piccolo Teatro Strehler, Milano | 14 marzo 2024