RENZO FRANCABANDERA | Doveva esserci Shoes on di Luna Cenere a chiudere Danza in Rete off 2024 ma non era destino. E così alla fine quella del 4 maggio è stata una giornata consacrata al segno dell’iniziare. Dell’opera prima. Una lettura forse involontaria ma efficace nella bella programmazione messa insieme anche in questa edizione da Alessandro Bevilacqua.
Ne è venuta fuori per l’ultima giornata della rassegna la giustapposizione di Hyperlove di Siro Guglielmi Kokoro, il solo di esordio di Luna Cenere, con cui la coreografa napoletana ha sostituito a tempo record il duetto che non ha potuto aver luogo, per l’indisponibilità di uno dei performer coinvolti.

Hyperlove è un dialogo tra generazioni: in scena sono Siro Guglielmi e il giovanissimo Tobia Dal Cengio. Lo spettacolo nasce da un laboratorio e, come si apprende a un certo punto della performance stessa, in origine non era nemmeno stato pensato come un duetto. La creazione, ispirata al tema dell’amore intrecciato a quello del tempo della vita, era infatti nata con l’idea di un assolo di Guglielmi ispirato da quanto sarebbe venuto fuori dal laboratorio.
Ma trascinato poi dalla fresca, ingenua ma già precisa e volitiva presenza del suo giovanissimo compagno di performance, a occhio di età compresa fra i dieci e i quindici, il danzatore ha deciso di condividere con il ragazzo lo spettacolo.


La creazione è divisa in tre partii: la prima inizia con dei simbolici lanci di dardi amorosi su una composizione sonora dai toni classicheggianti rivisitati (firmata da LSKA); i due iniziano un dialogo fatto di brevi azioni e passaggi di testimone, sequenze presentate da Guglielmi e poi reinterpretate dal giovane, quasi a voler raccontare in forma omeopatica le pratiche del laboratorio, di consegna dei gesti, di apprendimento ma poi anche di reinterpretazione soggettiva del pensiero coreografico.
La fisicità tonica, esuberante e quasi michelangiolesca di Guglielmi, arricchita da un vezzoso corpetto di pizzo (costumi di Gabriel) si contrappone alla presenza esile, chiara, più pallida, del suo giovanissimo compagno di viaggio. Una voce off francese propone una dichiarazione d’amore e porta i due a intrecciarsi e rincorrersi, in un gioco bello, pulito, e di vero rapporto profondo fra adulto e ragazzo.
Dopo un quarto d’ora o poco più di questa azione, formalmente compiuta e aggraziata, i due chiudono la sequenza: il pubblico, pensando che lo spettacolo sia finito, tributa un caloroso riconoscimento a questo dialogo insolito e inaspettato, che rivela i talenti di entrambi, senza indulgenze o pietismi per la presenza del bambino in scena, che comunque suscita un ovvio entusiasmo.
Ma a questo punto i due, invece di salutare e andare dietro le quinte, tirano fuori dal taschino due foglietti e iniziano a leggere un dialogo semiserio (consulenza drammaturgica di Silvia Gribaudi, conversazioni Michela Negro e Simone Baldo), dialogo venuto fuori sicuramente al termine del loro laboratorio e che ha come oggetto quello che ciascuno si aspettava dall’altro e dalla creazione.
Parlano anche l’uno dell’altro: “lui voleva questo…, a lui piace questo…, lui si aspettava questo…” e da questo veloce e ironico rimpallarsi viene fuori tutto il sottotesto dell’esperienza. Scatta un altro applauso complice, per l’addentrarsi nell’esperienza umana che sta dietro la creazione. Anche in questo caso si pensa sia finito tutto ma invece parte la techno ambient di Dance tonight, revolution tomorrow di Lorenzo Senni, che i due iniziano a interpretare con un cambio di codice improvviso sia musicale che di danza, portandosi a fondo scena e affidando l’interpretazione del ritmo più beat ai passi di qualche danza tradizionale, verrebbe da dire irlandese. Sono uno di fronte all’altro, si rispecchiano e si corrispondono, in una vigoria di ritmo che coinvolge lo spettatore e lo porta in un tempo presente, come se questa ulteriore parte fosse il tentativo di un dialogo con l’oggi, dopo la prima parte di rimandi alla postura classica. Il ragazzino esce di scena e lascia Guglielmi a portare avanti la danza: sembra di avere ora davanti quell’assolo che in teoria era in programma nell’idea originaria, ma il ragazzo sbuca ancora da dietro le quinte indossando dei pattini e inizia a girare vorticosamente sulla scena attorno a Guglielmi, fino poi a compiere una serie di giravolte, in presa, con il danzatore. Quando lo spettacolo finisce per davvero il pubblico ovviamente è irrefrenabile.
La presenza del più giovane non ha solo forzato l’adulto a un dialogo possibile, e quindi a esplorare effettivamente limiti e portata di ogni gesto e di ogni simbolo in scena, ma anche a compiere quella sempre utile operazione di semplificazione e pulitura che in questo caso rendono l’opera rotonda, accessibile, chiara. Si tratta veramente di un bel lavoro: ci auguriamo che giri. Chissà come sarà messo il ragazzino con la scuola, ma intanto arriva l’estate e se la creazione girasse per qualche festival non ci stupiremmo affatto, perché lo merita. Con la scuola poi si vedrà. Ma già si capisce che c’è una passione vera, e forse è la cosa più bella e importante che un giovane oggi possa ringraziare il cielo di aver incontrato: solo quella è capace di trascinare la mente in modo sano.

A questo giovanile debutto segue, negli spazi del ridotto del Comunale di Vicenza, la riproposizione dell’opera prima di Luna Cenere, Kokoro. Come detto, lo spettacolo, non originariamente in programma, arriva come soluzione tampone alla defezione improvvisa di un artista. È tutt’altro che una soluzione tappabuchi, trattandosi di un lavoro effettivamente molto bello e che per altro non era mai stato presentato in Veneto, dove pure la coreografa aveva lavorato, non da ultimo alla scorsa Biennale di Venezia firmando una coreografia, Vanishing Place, con un numero assai ampio di danzatori e di cui avevamo anche parlato.
Aver potuto assistere alla prima creazione in assolo di qualche anno fa, ha ricollegato lo sguardo dello spettatore a quanto, in maniera germinale ma molto efficace, forma l’oggetto di tutta la poetica dell’artista, che qui firma la coreografia e ne è anche interprete.

Seguendo suggestioni ora fotografiche, viene in mente Mapplethorpe, ora di quella coreografia biologico-animale in cui il corpo umano si trasfigura in qualcos’altro di inenarrabile e quasi irriconoscibile – un po’ come in quella serie geniale di lavori di Xavier Le Roy di inizio e metà del decennio scorso – il movimento si compone di una partitura di minimalità dinamiche, volte proprio ad alimentare una narrazione della nudità come superficie plastica su cui l’occhio si poggia.
A tratti sembra quasi di trovarsi in una gipsoteca, dentro qualche galleria di sculture rinascimentali e barocche dove i tagli di luce mettono in evidenza ora un muscolo, ora una torsione del busto, ora il plastico muoversi del corpo.
Nel talk che segue alla applauditissima performance, condotto da Vanessa Gibin, la coreografa racconta con emozione di come sia arrivata quest’anno, diversi anni dopo aver ideato questa coreografia, a portarla in Giappone. Il titolo dello spettacolo, Kokoro, si spira proprio a un intraducibile concetto giapponese, una di quelle parole che si porta dentro la filosofia e il pensiero di culture diverse dalla nostra e in cui si condensa la socioantropologia ma anche la filosofia di vita di un altro popolo. Kokoro è un termine che nella religione, filosofia ed estetica giapponese, viene spesso tradotto come ‘cuore’, ma il cui campo di significati include mente, saggezza, aspirazione, essenza, attenzione, sincerità e sensibilità. Il lavoro parte proprio da una ricerca di equilibrio mente/cuore, che implica anche la caduta, l’irrequietezza, il fremito, il non riuscire a mantenere sempre la fermezza necessaria ma anche il fremito irrefrenabile che sta dentro l’aspirazione. L’artista nella sua soggettività non è mai rivelata al pubblico, coperta nel volto dalla lunga chioma. Si svela in un solo momento, una rivelazione, un po’ come la ragazza con l’orecchino di perla che volge lo sguardo al pubblico. Strano considerare come tutta la nudità esibita in questa azione diventi presto quasi priva di qualsiasi connotazione erotica, favorendo invece un rapporto con l’osservazione plastica che normalizza la figura e il sembiante, portandolo in uno spazio concettuale completamente diverso da quello della corporeità desiderante.
E dunque per altro verso fanno sorridere gli inviti a coprirsi, le braghe michelangiolesche che ancora oggi, dopo millenni, la società vuole aggiungere alla nudità. Lo spettacolo è stato selezionato da diverse vetrine della giovane danza d’autore, e ha poi favorito il salto della artista verso le interessanti sfide che la attendono, anche in questa stagione estiva, con il debutto a Bolzano Danza (e poi a Bassano) di Mercurio, un duetto che la vede in scena con il sassofonista Antonio Raia.

 

HYPERLOVE

ideazione Siro Guglielmi
interpretazione Siro Guglielmi, Tobia Dal Cengio
musiche LSKA
luci Luca Serafini
costumi Gabriel
consulenza alla drammaturgia Silvia Gribaudi
conversazioni Michela Negro e Simone Baldo
produzione ZEBRA

KOKORO

coreografia e concept Luna Cenere
con Luna Cenere
musiche Gerard Valverde
disegno luci Nicola Mancini
produzione Körper | Centro Nazionale di Produzione della Danza
con il sostegno di Virgilio Sieni/Centro Nazionale di Produzione, Marosi Dans Fest, l’Asilo Filangieri