Il piccolo festival di Carloforte, che si è concluso la settimana scorsa è un po’ l’ultima folata d’estate, e il segno di una stagione che sta iniziando. E’ per questo che da un paio d’anni ci piace testimoniarlo, anche perché incorpora un sentimento di medietà, di dialogo pacifico e concreto fra le arti.
La scelta della direzione artistica di Susanna Mannelli è da sempre infatti quella di cercare una sorta di linguaggio cross over, “ammischiato”, di cui sono da anni incarnazione gli ospiti fissi, i Camillocromo, una compagnia di musicisti, divertenti e divertiti jazzisti, che ha deciso di vivere la sua passione in maniera non convenzionale, creando una serie di performances di strada, condite di sketches, sequenze ironiche, taglienti ragionamenti sull’illogicità del vivere che trovano poi risoluzione in alcune gag che sono i loro cavalli di battaglia, e in un repertorio che ogni anno si arricchisce di qualcosa.
Alla fine dopo un anno li rivedi, rivedi la sequenza dell’uovo che prima si palleggiano fra loro, poi buttano nel pubblico che miracolosamente lo salva, per ributtarlo sul palco dove uno di loro miserabilmente fallisce la presa, per poi giocare sul senso di colpa. O la fuga in la minore, quando al tocco di bacchetta del maestro i musicanti iniziano a correre di qua e di là. Ovviamente dietro c’è il jazz, flessibile ed estroverso veicolo di interazione, capace di ammorbidire un pezzo classico, di accompagnare serenate notturne e divertimenti al chiaro di luna. Ma è proprio la medietà, la capacità di farsi interpretazione che è quanto chiaramente interessa Botti du Schoggiu, la direzione artistica del festival. Interpretazione, decodificazione, veicolo.
Fra le performance che questa volta ci hanno più interessato, senz’altro segnaliamo quella di teatro-canzone dell’Armeria dei Briganti, di Renzo Cugis & Co.
Ci ha interessato perché dopo il sasso lanciato nello stagno da Dario De Luca a Castiglioncello, riteniamo utile riprendere a segnalare quell’incontro fra canzone, ottima musica e capacità di interpretare. Onestamente siamo sicuri che quella cui l’Armeria dà luogo non voglia in alcun modo definirsi teatralità. Eppure gli ottimi musicisti che compongono la band, che esegue jazz figlio di Reinhardt e Grappelli, è al servizio di un progetto che trova innegabilmente forza nella presenza scenica di Renzo Cugis. La band, (Renzo Cugis: Voce e Chitarra Samuele Dessì: Chitarra e Voce, Andrea Murru: Chitarra,Mandolino e Voce Stefano Piras: Chitarra, Ukulele e Voce, Andrea Lai: Contrabbasso e Voce, Diego Deiana: Violino e Fisarmonica, Mario Marino: Batteria) le cui sonorità si fanno rotonda e amalgamata capacità di auto centrarsi, è un po’ come l’auriga di Ben Hur, in quella storica sequenza in cui il condottiero visita di notte i suoi cavalli e ne sussurra le caratteristiche vincenti uno per uno.
Così la travolgente irruenza della sezione elettro-zigana, di cui si fanno interpretazione lo straordinario violino di Diego Deiana e la chitarra elettrica di Samuele Dessì, si contrappone una ritmica ed operaia solidità nella sezione ritmico-acustica. Fin qui un’ottima band.
Poi arrivano i testi di Cugis, che un po’ come quelli di Gaber, sanno raccontare in forma ironica e dissacrante di un’auto-infermità al limite dell’immaginario. Ma a differenza del malato, nel caso di Cugis, a quanto pare sono stati gli altri a “battezzarlo” gracile e a considerarlo destinato ad un futuro di mille precauzioni. Di qui l’inno al desiderio malsano, quel “Fumerò!” che dopo un po’ ti entra nella testa e ci rimane anche dopo qualche giorno, perché imprecazione a ritmo di jazz manouche.
E le mille altre disavventure, come il cane indipendente, le storie d’amore implausibili, il lavoro precario, la lettera all’avvocato per un’ingiunzione di pagamento. In questo concerto-spettacolo tutto gira.
Certo il pelo nell’uovo va trovato, proprio in onore alla malsana voglia di sentirsi malati e imperfetti, come l’acerbità del cantante sugli armonici più bassi, o una certa modularità compositiva che pure potrebbe essere infranta con più frequenza a tutto vantaggio di un terreno sperimentale cui i musicisti sono ciascuno per sua via inclini.
Ma l’esito spettacolare ha una ragguardevole capacità di attrazione, e non solo per il talento assolutamente involontario ma innegabile di Cugis, quanto per quel senso di fragilità che da sempre ha accompagnato questo genere.
In fondo da Gaber a Capossela, incrociando Sergio Caputo, tutti coloro che si sono fatti interpreti di questa modalità di comunicazione con il pubblico hanno raccontato non storie di supereroi, ma eroici atti di basica e tragicomica umanità. E quindi persino l’atto del pestare la merda, per l’Armeria dei Briganti diventa emblematica metafora di quanto si vuol dire: perché tutti hanno una loro camminata, ciascuno cammina a suo modo, ma dopo che hai pestato una merda camminano tutti uguale. E’ quel minimo comun denominatore dell’umanità che Cugis canta. I suoi testi partono dall’autobiografia per diventare aut’ognuno_biografia, scrittura della sfida titanica alla sfiga, al destino, al trovarsi proprio malgrado a cantarsela e a suonarsela. L’Armeria dei Briganti propone uno spettacolo da vedere. Che può essere ospitato in un locale jazz dalle frequentazioni sofisticate ma anche in un teatro metropolitano. In una stagione cross over, come quella che propone Botti a Carloforte da quasi vent’anni. Senza pentimenti.
Di seguito il video di un brano de L’Armeria dei Briganti

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