ESTER FORMATO | Due anni fa circa, Renzo Francabandera e Leonardo Delfanti ne avevano scritto al debutto, parlandoci di questa giovane compagnia che è Controcanto Collettivo, e dunque, dei loro spettacoli, entrambi insigniti di vari riconoscimenti, Sempre Domenica e Settanta volte sette.

Di quest’ultimo ci sono molte cose che sono impresse nella mia mente di spettatrice dopo una replica all’Elfo Puccini di Milano e, fra le queste, c’è qualcosa sulla quale non mi sono mai soffermata. Ed è il volto provato degli attori al momento degli applausi e degli inchini, a conferma del carico emotivo e del fatto che é avvenuto qualcosa di prezioso, come raramente accade fra noi in sala e loro sul palcoscenico. Riavvolgendo poi il nastro rammento perfettamente l’incipit dello spettacolo, quando Cristian e sua sorella sono seduti al tavolo di casa. Lui deve uscire con gli amici, lei gli propone di dar loro buca e di guardare un film insieme. Questo dialogo, come molti a seguire, si svolge in prevalenza in dialetto romanesco. Di rado capita in teatro di avere la sensazione che quello che sta accadendo in scena, sia vero; le pause, le battute, la plasticità della lingua, le espressioni del volto, i silenzi assorti fra una frase e l’altra nulla hanno, se non che sono intrisi di un vissuto quotidiano immediatamente tangibile sulla scena.

Un vissuto, tuttavia, che molto presto si ritrova bruscamente spezzato, dopo che durante un litigio fra ventenni, Cristian, ragazzo di borgata senza tante prospettive, proveniente da una dura condizione familiare, uccide il coetaneo Luca, frustrato studente universitario di buona famiglia. Entrambi legati profondamente ai rispettivi fratelli, entrambi, seppur appartenenti a contesti sociali differenti, accomunati dall’enorme incertezza della loro età.

La lungaggine del processo giudiziario, il dolore immenso di una perdita, come l’inizio della permanenza dietro le sbarre fungono da cornice temporale in cui l’attesa della condanna e l’enorme peso della propria colpa da un lato, e la rabbia e il dolore inestinguibili dall’altro, conducono man mano i protagonisti ad una dimensione ben più profonda. Nessun supporto musicale guida lo spettatore attraverso questi dolorosi abissi, se non un silenzio che si fa corpo fra un dialogo e l’altro e al quale approdano le emozioni di chi assiste alla pièce.

Lo sviluppo della storia è affidato a un complesso quanto delicatissimo teorema che si innesca fra i personaggi, sicché il travaglio del dolore, del lutto e del senso di colpa s’incarna in questa dialettica  in cui l’avvicendamento dei dialoghi scandisce ogni passo di questo difficilissimo cammino.

Nulla appare estraneo all’ingranaggio perfetto in termini di drammaturgia e di costruzione dei singoli quadri, ed è ancora più sorprendente scoprire che la pièce mantiene un toccante equilibro fra dimensione individuale e collettiva.

In una quiete gravida di sgomento la regia tratteggia con delicata luminosità le scene che si susseguono; ciascuno di essi, più che mera sequenza, rappresenta un incontro fra umanità ferite in un tempo bruscamente interrotto, come Cristian e i suoi due compagni di prigione, oppure Gabriele, dilaniato dalla perdita del fratello Luca, e la sua compagna Paola. E ancora Gabriele che ascolta a loop gli audio di Luca su whatsapp e che fanno eco nel silenzio che lo pervade.

Un tempo questo che sembra averli scaraventati fuori dalla propria esistenza, staccati dal senso della realtà; è l’accesso ad un baratro che, tuttavia, sembrerà avere una via d’uscita quando ognuno dei protagonisti avrà attraversato il proprio strazio e riaffiorerà con una faticosa catarsi.

Dicevamo che la bellezza di questo spettacolo risiede anche in un ingranaggio perfettamente funzionante. Infatti è davvero suggestivo come la costruzione dei quadri riesca a innescare nello spettatore una duplice visione, quella della frammentarietà delle vite che, per l’appunto, vanno in pezzi avvolte da una disperante solitudine, e quella della trasformazione del dolore in qualcosa di più grande e di vivo che porta i personaggi ad essere una parte complementare dell’altra. Si puó guardare oltre il dolore solo se si compie il passo cosí estremo di comprendere quello altrui, anche quello che il nostro lo ha causato.

La regia di Clara Sancricca esplora minuziosamente le singole condizioni; le rende reali, rifugge ogni possibile retorica e affrettata (e affettata!) considerazione. Tutto è affidato a un teorema complesso fra i personaggi e che dà la forma allo spettacolo, un lento innescarsi di dialoghi in cui il (ri)conoscersi diviene essenza stessa del lavoro fin quando le due controparti riusciranno a guardarsi negli occhi.

Il valore di questo spettacolo non risiede nel toccare profondamente e non banalmente una condizione complessa, ma è quello di fare di tutto ciò non solo una narrazione, ma un modo vero e proprio di fare teatro; la scelta di una lingua così plastica, così ben adattata ai personaggi, l’essenzialità spoglia della scena, il più concreto realismo con il quale vengono cesellate tutte le azioni, le pause, i silenzi, i gesti, lo sviluppo delle parti… tutto concorre ad una scrittura in grado di restituire al pubblico una poetica al contempo umile e ricca, ricchissima di spessore.

Pervasi da un’emozione infrequente in una sala di teatro, davvero non  resta che applaudire, un po’ grati e un po’ sorpresi da quanto ci è stato dato.

SETTANTA VOLTE SETTE

drammaturgia Controcanto Collettivo
ideazione e regia Clara Sancricca
con Federico CianciarusoRiccardo Finocchio, Martina Giovanetti, Andrea Mammarella, Emanuele PiloneroClara Sancricca
voce fuori campo Giorgio Stefanori
scenografia e costumi Controcanto Collettivo con Antonia D’Orsi
disegno luci Cristiano Di Nicola
foto di scena Simone Galli | Atlas fotografie
organizzazione Gianni Parrella
coproduzione Progetto Goldstein
sostegno Straligut TeatroMurmuris, ACS – Abruzzo Circuito SpettacoloVerdeco-prente Re.Te. 2017

Milano, teatro Elfo Puccini 12 dicembre 2021

 

 

 

 

 

 

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