SARA PERNIOLA | La ricerca che intende promuovere il capovolgimento dei concetti e l’esasperazione dei luoghi comuni – proponendo narrazioni e rappresentazioni finalizzate a mostrare una rete di rapporti tra fatti e individui – intriga quando è audace, quando sperimenta e innova i modelli. Così l’operazione culturale che svolge ambisce a rivendicare apertamente il valore politico dell’attività artistica.
Si sa, d’altronde, che siamo immersi in un complesso di discorsi che plasmano l’immaginario popolare e contribuiscono al modellamento delle diverse pratiche del loro stesso uso e consumo. E l’individuo, quando è ricoperto di stereotipi, tende a svanire.
Se un tempo erano esclusi dalle geografie del benessere visivo, nella modernità infatti questi “tormentoni” sono al centro di una riscoperta da parte di intellettuali e performer che tendono a tematizzarli come espressioni vernacolari della cultura attuale. Insomma, viene attuata una sorta di strategia di folklorizzazione del comune sentire e un certo immaginario da stigma diviene brand, a riprova di come il processo di “turistificazione” sia oramai pervasivo e capillare in quasi ogni aspetto della società moderna. 

In questa prospettiva si colloca il lavoro artistico del duo Antonio Rezza-Flavia Mastrella, il quale detesta tutte le definizioni e che ha sicuramente inventato un nuovo modo di comunicare: la loro è una inedita e surreale narrazione che da più di trent’anni parla lingue diverse; una performance passionale che ricorda la visceralità del rito e che è il prodotto finale di un processo in cui si è messo in discussione ogni passaggio.
Uscendo dai binari del politicamente corretto, i due artisti, al Teatro Arena del Sole di Bologna, hanno portato in scena uno dei loro storici spettacoli: Bahamuth.  In quella che è una pièce irriverente e intransigente, traducono delle tematiche che sono universali: del parlare più per gusto che per conoscenza; di quanto bisogna impegnarsi per essere inconcludenti, distaccati e chi più chi meno (ma chiaramente sempre meno) consapevoli; di come sarebbe preferibile la repressione all’ambiguità; di cose assolutamente piccole come una martellante pubblicità, o assolutamente grandi come la solitudine. Rappresentate in forme interessanti e catartiche di psicosi e alienazione, con oggetti scenici e costumi strambi e surreali, tic ossessivamente ripetuti e smorfie incredibilmente espressive, queste tematiche costituiscono il contenuto filosofico a cui si approda attraverso brevi flash visivi e metafore.

Ci troviamo di fronte a un’analisi spietata dei “tipi” di tutti i giorni e di alcune pratiche socio-culturali di massa. C’è il paraplegico che vessa continuamente i suoi infermieri e che pensa «Se devo sprecare forze per rimettermi in forze tanto vale la paralisi»; un nano «più basso delle sue ambizioni» che si nasconde e sbeffeggia gli spettatori che hanno speso dei soldi per non vederlo; l’imprenditore Porfirio e la sua signora come campioni dei rapporti di produzione e di becero capitalismo; il sindacalista che combatte per i diritti dei lavoratori per poi diventare servo quando i suoi privilegi vengono messi in discussione. Personaggi che svelano i malsani ingranaggi di vita quotidiana di cui siamo vittime e carnefici e da cui non riusciamo a sfuggire, e che Rezza rappresenta avvalendosi di una estetica che deve a Flavia Mastrella, la quale lo mette nelle condizioni di mortificare il suo abile corpo attraverso scenografie indossabili: macchine e strutture che sono di certo distanti dall’eleganza ma funzionali per promuovere ed esasperarsi sul contenuto, sia per rinegoziarne gli effetti che per massimizzare, ove possibile, gli eventuali benefici mentali ed emotivi. 

Lo spazio scenico – riempito da una scatola di metallo, legno, stoffa verde e aria – è abitato anche da Ivan Bellavista e Neilson Bispo Dos Santos, i quali supportano questo personaggio antropomorfo che si muove sul palcoscenico costruendo magistralmente la tridimensionalità parola-corpo-spazio della relazione teatrale. La libertà espressiva si veste di voci in falsetto e dell’eloquio sconnesso e illogico dei bambini, rafforzata anche dalla gioia del movimento e da una mimica adatta e dalla natura un po’ schizofrenica. 

L’essere supremo, Bahamut, si staglia poi al di sopra di tutto. È ripreso da Il manuale di zoologia fantastica di Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero: nel saggio è un pesce legato alla mitologia babilonese che regge il peso del mondo e sguazza sopra acque oscure, oltre le quali la scienza umana non vede. “La spensieratezza va stroncata alla nascita» diventa così il leitmotiv di uno spettacolo in cui si consumano idee e che Rezza incarna totalmente. Una pièce che lo diverte e ci fa ridere nel suo essere un po’ diabolica. Il sarcasmo, d’altronde, non è una cosa acquisita, ma una conquista: vi si è condotti da un’esigenza di fondo. Dopo essersi sforzati e aver esitato lo si trova, considerandolo un buono strumento per far uscire dal petto gli enormi lamenti della notte. 

Di certo in un Paese in un cui non c’è una spiccata esterofilia e manchevole di slancio sperimentale, osservare le performance di Antonio Rezza nelle loro tenaci forme di individualismo risulta essere un atto di prossimità e di qualità, per quanto il fenomeno rappresentato venga solamente tematizzato nei termini di un trasversale repertorio di pratiche sociali, più che essere problematizzato sotto il profilo di più complesse e profonde implicazioni. A quello, però, ci pensano i sociologi e gli scienziati sociali. Nella nostra osservazione partecipante e con i volti abbelliti sotto le mascherine da risate amare forse ci basta ricordare quanto possiamo essere pessimi in questa società e con noi stessi, riuscendo così a raddrizzare il tiro.
Forse (magari). 

 

BAHAMUTH

di Flavia Mastrella, Antonio Rezza
con Antonio Rezza
e con Ivan Bellavista
e Neilson Bispo Dos Santos

liberamente associato al “Manuale di zoologia fantastica” di J.L. Borges e M. Guerrero
(mai) scritto da Antonio Rezza
habitat di Flavia Mastrella
assistente alla creazione Massimo Camilli
luci e tecnica Daria Grispino
macchinista Andrea Zanarini
organizzazione Marta Gagliardi
produzione RezzaMastrella / TSI La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello

fotografie di Stefania Saltarelli
fotografie di Annalisa Gonnella

Teatro Arena del Sole, Bologna
26-27 novembre 2021

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