RENZO FRANCABANDERA | La compagnia del Teatro dell’Elfo sta riportando in scena (fino al 22 gennaio) la rilettura del Sogno di una notte di mezza estate nello storico allestimento che dieci anni fa vide in scena, tra gli altri Antonio Latella con Ferdinando Bruni a fare Puck. Gli anni passano e Bruni sceglie per sé il ruolo Oberon/Teseo, mentre nuovi attori, molti di scuola meneghina, fanno rivivere le vicende di una delle opere più celebri del Bardo: la sostanza e la forza di questo allestimento non cambiano.
Al debutto nel Festival shakespeariano di Verona del 1997 l’adattamento raccolse una calda accoglienza di pubblico e critica, dando argomenti sia a chi, come Palazzi, vi leggeva la capacità di inglobare le suggestioni dell’estetica post punk che ricordavano il Rocky Horror, sia a chi, come Oliviero Ponte di Pino, vi vedeva una capacità di parlare delle classi sociali e del cambiamento in essere, ma con sfumature tenui e briose.
La regia di Elio De Capitani rimane non solo attualissima ma anche capace di divertire senza sosta, in un sentimento di otium che il teatro spesso oggi perde a vantaggio di intellettualismi nocivi.

Le belle scene di Carlo Sala e i costumi di Ferdinando Bruni portano lo spettatore in un ambiente favolistico ma concreto, monumentale ma metropolitano, agitato da singulti di eteree presenze che si affacciano, ora indossando maliziosi occhiali da sole, ora vesti da messa in scena tradizionale.
Ma attenzione: nessuna distonia! La macchina va in un’unica direzione, sempre chiara e leggibile, quella di dare prima di tutto spazio all’intreccio, perché la parola di Shakespeare continui a rivelare tutta la sua attualità emotiva, la consistenza intrinseca del doppio. Il sogno è bellissimo per questo: è un viaggio in ciò che tutti sogniamo di essere bassamente di essere; l’umanità, si sa, è fatta per la gran parte di Bottom-cloni, gradassi so-tutto con la parlata di paese, che cercano di convincerti di esser sempre buoni per qualsiasi cosa, per qualsiasi ruolo. Quel sogno, che trova milioni di incarnazioni dalla politica alle aziende, dal pianerottolo fino alle derive più tragiche dell’incoscienza umana, un sogno pagliaccesco, trova in Elio de Capitani la tragicomica incarnazione, che lo vede progressivamente trasformarsi in un triste Charlot, ma non prima di aver goduto appunto dell’ebrezza del sogno dei mediocri: essere (rimanere) asini ma al contempo avere una straordinaria musa disposta ad appagare ogni tuo desiderio, strigliandoti per bene a forza di biada, carote ed eros.

Cosa volere di più? Tutti sul palcoscenico girano ad orologeria, i giovani interpreti sono veramente tutti sopra la linea. E’ già raro trovare uno spettacolo in cui anche solo i protagonisti recitino per bene, quando a recitare bene sono poi tutti, il miracolo è servito: con Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani sono in scena Corinna Agustoni, Luca Toracca, Sara Borsarelli, Carolina Cametti (fino al 18 dicembre), la potentissima e in gran forma Clio Cipolletta (dal 26 dicembre), reduce dalla già convincentissima prova nel Sarabanda di Luconi, che oppone la sua magra e rurale spigolosità alle morbidezze equilibristiche di Sarah Nicolucci, Giuseppe Amato è un convincente e sardonico Puck, e bene anche Vincenzo Giordano, Loris Fabiani, Andrea Germani, Marco Bonadei e Federica Sandrini.
Dire delle luci di Nando Frigerio non è superfluo: si adagiano plasticamente sia sulla scenografia classica, sia dando corpo e struttura ad ambienti più immateriali, a quelle variazioni tonali dal sentimento acidamente goticheggiante, che trasportano le certezze di noi esseri umani nel filtro distorsore della dimensione onirica. Ancora pochi giorni per gustarlo.

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E’ andato in scena nell’ultimo squarcio di dicembre il Romeo e Giulietta prodotto da Fondazione Pontedera Teatro e LITTA_produzioni. Il regista, Claudio Autelli, aveva fatto un interessante allestimento di Otello alcuni anni fa, complice un Francesco Villano in grande forma e alcune idee chiare sulla direzione registica e scenica da dare al tutto: un’ambientazione irreale, vuota e al contempo piena, ma non priva di suggestioni, affidate, tra l’altro e per la gran parte, a musica e luci. Bisogna quindi pensare che questa di lasciar dire all’atmosfera sia un codice di creazione, un sistema progressivo di strutturazione e alimentazione dell’invaso scenico che Autelli ha nei suoi desideri.

Questo Romeo e Giulietta è opera che nasce intorno al lavoro con un gruppo di ragazzi molto giovani, Francesco Meola, Andrea Pinna, Camillo Rossi Barattini, Michele Schiano di Cola, Giulia Viana e forse alcuni esiti in termini attorali che riportano ai recenti studi del regista con il maestro russo Vasiliev.
Si respira il desiderio di cercare qualcosa di nuovo. E i tentativi si muovono in diverse direzioni. Innanzitutto l’ambientazione: buia, cupa, di aria immobile, di condizione sospesa. Non è la favola dell’amore impossibile ma una sorta di incubo fatto di figure che intorno a questi due giovani dal tratto adolescenziale assumono sembianze ora mostruose ora grottesche.

Il nugolo dei personaggi che fanno della celebre opera, poi, un affresco corale capace anche di raccontare un’epoca, una società se desiderato dal regista, viene qui completamente azzerato. Sopravvivono le figure minori, il frate, la balia. Restano mostruosi e sullo sfondo i genitori della ragazza, mentre gli interpreti, tranne i due protagonisti Meola e Viana, danno corpo ad un paio di personaggi ciascuno. La drammaturgia viene asciugata fino all’essenziale, fino a coincidere quasi con la trama, e lo spettacolo si risolve in molti casi nel succedersi di piani emotivi affidati all’ambiente scenico, alle luci e alla musica.
La scena è spoglia se si fa eccezione per la geniale trovata delle strutture semipiramidali e composte da assi orizzontali di legno create dalla brillante fantasia di Maria Paola Di Francesco, una scenografa che siamo sicuri dirà e darà molto al teatro italiano.

Succede però che proprio queste strutture, che di fatto creano il luogo, la dimensione, l’ambiente e in alcuni casi sono addirittura il corpo dei personaggi finiscono per essere un elemento condizionante per la regia che appiattisce la dinamica attorale nel movimento intorno a queste strutture e di queste strutture, indugiando su questo piuttosto che sull’approfondimento necessario di altre questioni non di minor rilevanza, come l’afonia della protagonista e la forza evocativa del recitato. Prova di questa tensione non costante è l’emblematico e brillante episodio in cui il frate picchia Romeo, togliendosi la barba posticcia (che è assai multi funzione nell’impianto della mutazione dei personaggi) e percuotendolo con quella. L’idea è così brillante e originale che finisce per stagliarsi come una delle poche cose veramente fuori dagli schemi di questo allestimento, e al contempo lascia la sensazione che su questo binario creativo molto molto più avrebbe potuto essere fatto, magari lasciando in qualche scena sullo sfondo piramidi e luci e concentrandosi ancor di più sul lavoro con gli attori e sul testo.

In alcune scene l’amalgama funziona, come nell’amore dei ragazzi che giocano in un vedo non vedo facilitato da queste colonne di luce led di cui si fa un uso interessante, ma restano irrisolti altri passaggi, come il finale, che se non conoscessimo per la notorietà della trama, sarebbe onestamente sfuggente e non concluso. C’è ancora da lavorare molto, riprendendo e ridando innanzitutto dignità al testo che un po’ scompare dietro giochi di luci e i troppi (e spesso inutili) inserti musicali.
La sensazione alla fine era quella dell’episodio de Il vecchio e il mare in cui dopo la grande fatica della cattura il pescatore vede divorato il suo grande pesce, legato alla barca, da altri pesci (come in questo caso lo spettacolo fagocitato dai suoi stessi espedienti scenici), e alla fine invece che portare in porto il frutto della pesca, si ritrova a riva con lo scheletro scarnificato. Il prezzo che infatti Autelli paga è nel fatto che a tradirlo sia proprio l’intonazione desiderata, il tentativo di forzare una lettura troppo decisa su un testo che è grande proprio per la sua pluralità di sfumature.

Video de Il Sogno del Teatro dell’Elfo
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