RENZO FRANCABANDERA  |  Il vetro temperato è circa sei volte più resistente del vetro normale. Il motivo di questo risiede nella particolare tecnica della tempra che raffredda velocemente un materiale portato ad altissime temperature. Nel caso del vetro i difetti superficiali vengono mantenuti chiusi dalle tensioni meccaniche compressive, mentre la parte interna rimane più libera da difetti che possono dare inizio alle crepe.

Ho sempre pensato questo delle regie di Ronconi, della sua capacità di raffreddare materiali incandescenti, dando loro una compattezza da cristallo. Uno spettacolo di Ronconi è in genere una struttura formalmente inattaccabile, che o piace o lascia perplessi, ma in un sentimento unitario, che non si fa partizione di sé. La ragione risiede proprio in questo procedimento di tempra di cui si parlava, che impedisce che porzioni più o meno grandi dell’intero possano staccarsi, essendo un procedimento compattante di forza straordinaria.

D’altro canto, come nella tempra, questa grandissima tensione interna ha degli svantaggi. Proprio in ragione del bilanciamento degli sforzi, un eventuale danno sul bordo della lastra causa la frantumazione del vetro in molti piccoli frammenti. Per questa ragione il taglio delle lastre deve essere effettuato prima della tempra e nessuna lavorazione può essere fatta dopo. Così anche negli spettacoli di Ronconi. Una volta chiuso, una volta che si alza il sipario della prima, il prodotto si tempra, si cristallizza, mostra la sua forza coagulante interiore e non può più essere modificato, pena l’andare in frantumi.

Il Santa Giovanna dei Macelli di Brecht in scena in questi giorni al Piccolo Teatro Grassi di Milano è la prima regia del regista di un testo del drammaturgo tedesco. Giustamente la Bandettini su Repubblica lega la scelta al filo rosso di drammaturgie sulla decadenza, che tuttavia, secondo noi, inizia ancor prima del testo di Bond dell’anno passato. E’, a nostro avviso, sentimento che può ritrovarsi perfino nel progetto sull’Odissea di Botho Strauss. Cosa distingue la crapula dei proci e il lancio di carne viva di quell’allestimento, da questa meno evidente ma ugualmente fetida carnezzeria? Poco, perché si parla della stessa categoria umana, i profittatori.

Lì, quattro anni fa, erano una gang di strada, qui sono solo in doppio petto e inscatolati loro stessi, carne fetida, macellai e macellati allo stesso tempo. Sono gli imprenditori del settore della conservazione della Chicago fine anni Venti, che prima portano al macello un intero comparto industriale e la relativa manodopera, poi cercano la salvezza nella speculazione finanziaria. Se ne salvano pochi, gli oligarchi che riescono a piegare il mondo alle loro volontà, alla legge del denaro e della sua distribuzione ineguale.

Sono loro, non l’innocente e assurda Giovanna, i protagonisti della storia di Brecht, che racconta quello che quasi tutti i suoi lavori raccontano, ovvero di un mondo diviso in classi, con poteri diseguali. E così anche qui, da un lato la massa operaia e dall’altro i ricchi speculatori. Margherita Palli li infila in confezioni malandate di scatolette di carne in scatola, warholiane prove generali di un’epoca di consumismo che è la matrice stessa della crisi, degenerazione del sistema produttivo. Camminano queste scatolette, vanno avanti e dietro su binari preordinati, come su una catena di montaggio, industriali prove di una linearità che è solo nella forma ma non nella sostanza.

L’allestimento scenico non è banale, anche se non sfarzosissimo. Il palcoscenico è agito su due piani, grazie ad un piano rialzato a gradone, sul quale è posto uno schermo dove vengono proiettati frammenti video che richiamano il film muto degli anni venti e le epopee del lavoro, con scene di massa rilette in salsa orwelliana dai ragazzi della Scuola. Ma gran parte della dinamica avviene, come spesso accade nelle belle macchine di Margherita Palli, con piccoli marchingegni meccanici facili e complessi insieme.

Gli attori: sorreggono il progetto ronconiano. La filologica lettura della prosa brechtiana li pervade, ne fa icone di un universo che inizia a vivere di reclàme e nel frattempo illude e impoverisce. Bene Paolo Pierobon, ma anche la francescana Maria Paiato, che oltre ad essere la santa dei macelli ha anche un taglio che la fa oscillare fra san Francesco e Giovanna d’Arco. Come al solito impeccabile Fausto Russo Alesi, che trova nell’escalation psicotica dello speculatore narcotizzato dall’ebrezza del mandare gli altri in rovina una chiave di lettura del suo personaggio al sapore di cocaina ante litteram. Il suo salto al momento dell’esplosione delle quotazioni di borsa è un attimo capolavoro dell’interpretazione.
Funziona in generale il gruppo, al servizio del progetto del regista: Francesca Ciocchetti, Roberto Ciufoli, Alberto Mancioppi, Giovanni Ludeno, Massimo Odierna e i giovani della scuola del Piccolo, girano in uno schema geometrico, del quale, una volta definiti i postulati base, il resto consegue come deduzione logica.

Questa è la compatta forza degli allestimenti ronconiani, ma anche un po’ il punto di fragilità, proprio come nel vetro temperato, in cui non si respira più la forza della molecola impazzita che può davvero cambiare colore alla recita. Insomma tutto è talmente temperato da risultare a tratti disumano. La tesi è confermata dalle luci algide che inquadrano i personaggi in aureole di chiarore freddo. E poi un tema risulta ulteriore: una delle scene più belle è quando la povera illusa, l’ingenua Giovanna, personaggio pretesto per amplificare in chiave ossimorica l’universo di squali, si trova al freddo a far compagnia ai disperati mentre viene la neve.

La regia risolve il tutto in un’immagine di grande bellezza, con un angelo di un paradiso artificiale che viene a sporcare Giovanna di schiuma da barba lungo le braccia e sulle gambe. Questa metonimia, questo imbiancare una parte per il tutto, è la cosa più alta dello spettacolo, secondo me, ed è così rimarchevole perché purtroppo la tecnica in sottrazione non ricorre per tutto l’allestimento, che invece non di rado si perde in didascalie di portata supplementare, inutili all’aggiungere senso.
La filologia è un’arte perigliosa, che riporta al centro delle cose il testo e la sua cruciale essenzialità, e al contempo rischia di lasciare sul tappeto alcune questioni irrisolte di dialogo con il presente. In questo caso, per paradosso, il testo è più realista del re, e Brecht di Ronconi, e spesso sembra sia più il testo a lanciare e rilanciare, in alcuni momenti di profetica intensità, il dialogo con il nostro tempo.

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