BRUNA MONACO | Wajdi Mouawad è ormai da diversi anni una vera e propria star in Francia, Canada e paesi francofoni. Nel resto del mondo si sta facendo notare da quando Denis Villeneuve ha trasformato “Incendi” nel film “La donna che canta”, che ha ricevuto i plausi di pubblico e critica, e quattro nomination come miglior film straniero nei più importanti festival del cinema internazionali.
Seconda tappa di una tetralogia della memoria, “Incendi” è un testo ricchissimo in cui le storie si intrecciano, i piani temporali si alternano, le teorie matematiche tentano di spiegare dinamiche familiari calate un contesto storico-politico aberrante.
Questo groviglio di fili è dipanato da una macchina drammaturgica che avanza come un caterpillar senza incontrare ostacoli, mai. È ai figli gemelli di Nawal Marwan, indiscussa protagonista, che è affidato il compito di svelare la trama di questo dramma. Sta cioè a loro indagare sulle proprie origini, scoprire l’impronunciabile verità e svelarla a un padre e a un fratello (o meglio, un padre-fratello) di cui, fino a quel momento, avevano ignorato l’esistenza. Una verità impronunciabile al punto che Nawal stessa smise di parlare appena appresa: suo figlio e il padre dei suoi figli sono la stessa persona. Una drammaturgia potente, che però ha appunto il difetto di una macchina narrativa schiacciasassi: la complessità della vita che Mouawad vuole raccontare è sbeffeggiata dalla facilità con cui, invece, tutti i nodi vengono al pettine.
La regia di Renzo Martinelli sottolinea questo difetto drammaturgico, punta tutto sul lato investigativo tranciando i monologhi, le scene e i personaggi più ricchi di pathos. La scenografia e i costumi sono accattivanti e servono con efficacia gli scivolamenti da un piano temporale all’altro, il passaggio dal Canada dei nostri giorni (il presente dell’azione scenica) al Libano della guerra civile (dove i figli di Nawal vanno a cercare le proprie origini, la verità). Dei microfoni pendono dal soffitto, diffondono, amplificano e a volte deformano le voci e i rumori sulla scena facendo da fastidioso contrappasso al silenzio di Nawal.
Qualcuno ha definito “Incendi” un Edipo al femminile, ma l’accostamento appare forzato. Si tratterebbe, al più, di una riproposizione del mito sofocleo visto con gli occhi sbarrati di Giocasta. Solo che Nawal di fronte alla verità non si ammazza, tace, fino alla morte. E poi non è amante, né regina, e l’incesto di cui è vittima (non complice) non provoca pesti, non è causa scatenante di nulla, ma conseguenza di quel flagello tanto simile alla peste che è la guerra. La storia di Nawal manca di universalità, è segnata e schiacciata dalla contingenza e dal caso: in un tremendo contesto di guerra e violenza, una donna viene violentata da un figlio che fu costretta ad abbandonare appena nato e di cui non può riconoscere il volto. Per caso, non per fato. Sempre casualmente anni dopo lo ritrova dall’altra parte del mondo, in tribunale, e da un dettaglio, questa volta, lo riconosce. Edipo, invece, è destinato ad amare sua madre (e certo non a violentarla), a uccidere suo padre. È il destino di ogni uomo, dice Sofocle, desiderio di ogni uomo, traduce in termini psicanalitici Freud. E qui il parallelo col mito sofocleo si sfalda: dire che la guerra produce orrori, come fa Mouawad è cosa ben diversa dal dire che la vita è una condanna. Nell’Edipo sofocleo la verità andava svelata proprio perché si giungesse a questa consapevolezza, e perché la verità si rivelasse per quel che è: insopportabile. In “Incendi”, invece, sembra dominare un sentimento voyeuristico che, abbinato al meccanismo investigativo, fa pensare alla televisione, anche se a quella rara, di buona fattura. O a un teatro di intrattenimento dai temi forti, poco diffuso in Italia ma di cui la scena francese, per esempio, è ricca.

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