san-gimignano-1300-1RENZO FRANCABANDERA | Che c’è bisogno che ce lo diciamo, che qui non ci parliamo. Che i figli non conoscono i padri e i padri neanche i nomi dei figli. Anzi, ancora ancora i figli conoscono i nomi e le gesta paterne. Ma molti di questi padri misconoscono i figli. Si celebrano in epoche che furono. Dove c’era il pre, il post, lo strutturalismo e il destrutturalismo, l’avanguardia, la post e la trans. Noi invece siamo transgender dalla nascita, crossmediali. Per loro c’era il partito. Per noi il partito è partito e rimaniamo ad aspettare in stazione un treno di cui non conosciamo orario e destinazione.
Ero a San Gimignano, dove per la seconda edizione del Festival Orizzonti Verticali, si è avuta la felice e disperante idea di avvicinare generazioni di interpreti, critici e appassionati di teatro. I vecchi non conoscevano neanche i nomi dei figli/nipoti. Che generazione terribile, quella di chi non riconosce il suo futuro, del nonno che scansa la guancia del nipote per guardare il telecomando e cambiare canale.
Si, vi ho odiati: voi che parlavate del mondo che con voi finisce. Di tutto quello che dopo di voi non sarà più. Di tutto quello che già ora non è più come prima. Di voi che per leggere correttamente il mio cognome di merda, lungo e insolito, dovete inforcare lenti bifocali, perchè ovviamente non sapete neanche come mi chiamo, dopo mezz’ora che siamo uno di fronte all’altro.
Eravamo in pochi, eppure le torri di pietra di San Gimignano erano metafora perfetta dell’isolamento in cui ognuno era chiuso, erto e irto nell’autorappresentazione del proprio potere, del proprio organo sessuale, di quell’erezione logorroica infantile, onanistica.
Non sarò mai abbastanza grato a chi mi ha invitato per avermi fatto comprendere alcune profonde verità sul fare arte e sul dialogo fra generazioni nell’arte e nel teatro oggi.
Perchè ha avuto il coraggio di mettere nella stessa gabbia la mangusta e il serpente. E mi è venuto di colpo in mente la lettera di Antonio a Delio, in cui lui dalla prigione gli chiede se ha letto la storia della mangusta Rikki-Tikki- Tawi. DI quando la lessi da bambino ne L’albero del riccio. A lui che pur distante si interessava di coltivare il futuro dei figli. Di segnarne il cammino. Anche solo per corrispondenza. Invece i nostri padri, i grandi vecchi del teatro stanno andando via uno dopo l’altro senza parlarci, senza voltarsi indietro, quasi come il padre di Zeno, e sul letto di morte, cadendo ci mollano persino uno schiaffo. Loro, che in alcuni teatri hanno avuto la poltrona fissa, sempre quella, per anni.
Noi, che a mala pena gli accrediti.
Loro che scrivevano in terza pagina con Montale e Malaparte. Loro che scrivono su giornali che ora non si stampano neanche più. Noi che non ci abbiamo mai scritto.
Loro, sempre ben elencati nelle rassegne stampa anche per trafiletti al pepe verde, in salsa addolcita da un invito a cena della compagnia, e poi la prefazione del libro, l’intervista al regista. Noi, che invece non fatichiamo a esser letti, ma a strappare qualche co.co.pro con qualche giornalino di provincia su cui raccontare un festival.
Loro che pure il padreterno gli rimborserà il viaggio all’oltretomba, manderà qualcuno in stazione a prenderne l’animaccia e si curerà di rimboccargli le coperte prima di andare a dormire e di mandarli al diavolo. Noi, che se un festival ci elemosina un rimborso spese e una branda quasi scodinzoliamo.
Ecco come siamo ridotti.
Chiamateci per nome. E provate a ricordarvene anche domani. Se vi riesce.

13 COMMENTS

  1. renzo, non credo d’essere io quel “padre” che non riconosce il figlio (anche se un bel po’ di coda di paglia ce l’ho). Sai, l’ho detto più volte, non svolgo più l’attività di critico teatrale da circa vent’anni anche se non ho mai smesso di occuparmi (farmi occupare) di teatro che abita in me come un fenomeno carsico:meglio un principio attivo. Potrebeb essere utile incontrarsi su http://www.orizzontiverticali.net/web/archives/676 dove abbiamo realizzato una mappa di parole chiave delle generazioni teatrali a confronto. Del nostro incontro ricordo ancora una tua battuta: “io non conosco te e te non conosci me”. Il fatto che tu non sapessi niente del lavoro di critico militante che ho svolto per tanto tempo, aprendo alcune piste (videoteatro, radioscene…) mi ha colpito… Ne parleremo. No?

  2. Caro Renzo,
    la tua furia, rappresa ma ancora concitata e credo sincera, potrebbe essere anche la mia (che in comune con te ho la stranezza del cognome, la voglia di scrivere nonostante tutto e lo scodinzolio per il divino Rimborso Spese…) se non fosse che mi è stata spiegata una verità. Ed è che non c’è alcun bisogno di “noi”. Di fatto, non c’è bisogno neppure di “loro”, dei “padri”. L’esserci è un’abitudine (un vizio?) di cui possiamo fare a meno. Possiamo fare a meno di organizzare, commentare o partecipare a eventi che primeggiano solo per l’insulsaggine del nome (Connessioni, Orizzonti, Conflitti, R-esistenze, eccetera eccetera, in un catalogo inesauribile); possiamo fare a meno di ricevere il biasimo in giacca di tweed da parte di chi ha conosciuto epoche auree, e non rinuncia a raccontarle sguazzando nei ricordi; possiamo tornare a essere gli spettatori che eravamo a 18 o 20 anni (quando mi godevo i miei primi Pirandello e Beckett, senza torturarmi sul titolo da dare al mio “pezzo” il giorno dopo); oppure possiamo, infine, lasciare che tutto marcisca, aspettare che ognuno deponga penne e forchette, e ammutoliscano per sempre i veterani, così, per vedere l’effetto che fa.
    Davvero, possiamo.

  3. Caro Renzo,
    c’ero, c’ero anch’io. Ci sono sempre nei posti dove ci sei tu, noi lo sappiamo ma non in molti lo sanno. Comprendo alla perfezione ciò di cui parli: la fatica di imporre una visione, un mestiere, una vocazione a qualcosa di poco rintracciabile, se non inesistente.
    Di ogni parola ti ringrazio.
    Ma vedi, credo ci sia un’amarezza più a fondo, di cui vorrei dirti. Parliamo di padri, ma mi pare di aver visto scrivere e agire su quelle pagine soltanto i nonni, mentre i loro figli li hanno mandati a farsi guerricole di quartiere e spararsi fino alla spudoratezza cartoccetti di carta in età avanzata. Loro, i nonni, sono quelli che hanno conosciuto il potere, l’hanno accarezzato e lui ha accarezzato loro.
    Le colpe dei padri non sono di fagocitare noi, ma di essersi lasciati fagocitare senza mai rivendicare presenza, vivendo in subordine anche alla morte biologica di chi era prima.
    Noi, restiamo noi. Venuti dopo e che forse, da nipoti, possiamo fare quello che ad altri è stato negato: cercare una discendenza di qualche tipo, scendere a considerare i corpi ancora vivi, prima della marcescenza. Perché finiti loro non ci sarà più a chi chiedere.
    Lo stesso Zeno, guardando il corpo del padre, lo trova “tutto impegnato a morire”. Lo guarda, lo considera, (lo dico soprattutto a CTM) non se ne va da quel posto dove sta per avvenire il trapasso.
    Il mondo sarà nostro in ogni caso.
    Io il tuo nome lo conosco. Tu conosci il mio.

  4. Bene. Preso atto di queste riflessioni, abbiamo bisogno di mettere un punto. Dal quale ripartire. Perché abbandonare il campo non mi sembra una strada percorribile, e anche se lo facessimo dovremmo organizzarci e lottare insieme per ottenere minimi risultati. Non mi pare purtroppo che le proteste in questi anni diano risultati tangibili, vengono domate e soppresse nel silenzio. La mia parola è Rifondazione, credo nel lavoro – duro – di chi non si arrende, di una Politkovskaja che rischia in prima persona per difendere le proprie idee. Dobbiamo tracciare un cammino, diverso, sforzandoci nella creazione di poli di aggregamento. Far arrivare l’informazione là dove non arriverebbe mai. Noi che a nostra volta siamo padri e madri, assumendoci la responsabilità del nostro tempo. Anche gli artisti scodinzolano alla richiesta di un cachet, e di contratti proprio non se ne parla…. questa è la vita che ci siamo scelti, la nostra battaglia che speriamo non sfumi in un ennesimo vano tentativo.

  5. Ciao Renzo,
    molto bello il tuo articolo. Cattivo, arguto, intelligente.
    Fa pressione su un nervo scoperto, la difficoltà viscerale insita nelle relazioni professionali. Io faccio parte di un’altra generazione ancora, quella dei famosi “bamboccioni” che sembra avere un futuro segnato, in un’ottica di determinismo apocalittico cieco nei confronti delle responsabilità. La panacea che stiamo costretti a sentire come un mantra diabolico, ci vuole all’estero che, al pari dell’isola che non c’è, rappresenta un orizzonte metafisico dai contorni indistinti dove sempre e comunque tutto va meglio. Senza contare, forse ti sembrerà pedanteria, il doppio handicap che comporta essere giovane e donna. La volontaria assenza di una relazione si tramuta in una forma di squallido paternalismo quando non di manifesta svalutazione, da parte del potere stesso e dei vari annessi e connessi.

  6. Giusto per iniziare a dare qualche risposta veloce, ma penso che sul tema ci sia molto da dire e lo diremo, anche in altri post se serve:
    1 – @ Carlo – il tema non è ad personam, altrimenti ci saremmo chiariti tu ed io senza scomodare i lettori di PAC e molti altri che evidentemente sulla questione si sono riscaldati. Noi ci siamo prima confrontati sul poco ascolto delle rispettive necessità e poi sulla nulla conoscenza reciproca. Ma è solo il primo round 🙂
    2 – @ CTM – penso che in fondo il tema non sia anagrafico. O meglio lo sia anche. Ma proprio di atteggiamento. Di logica del privilegio. E pensare che molti dei privilegiati sostenevano battaglie per un egualitarismo sociale e delle possibilità che poi nei fatti contraddicono. Ma non è detto che un anziano sia vecchio e un giovane sia giovane. Anzi. Anche qui bisogna guardare a chi lavora, come, ecc.
    3 – @ Simone – Tu hai ragione nel rivendicare la necessità di essere lì. Accanto a ciò che ha generato e sta morendo. L’unica cosa di cui non sono certo è che Zeno rappresenti un modello di vita cui vorrei tendere. L’eterna indecisione. Il tentennare, il somatizzare la sfiga. No, non vorrei iniziare io a zoppicare perchè non ho la forza di affermare l’identità e la necessità della mia generazione
    4 – @ amici di San Gimignano – il Festival è stato un momento iniziale meritorio. Un passaggio obbligatorio per far deflagrare. Se non si coglie l’occasione per dire, bene, guardiamo dove siamo e come siamo messi, perderemmo un’occasione unica.
    5 – @ Giulia – la tua generazione under 30 è davvero quella che più preoccupa per il teorema di impossibilità cui la geometria del nostro tempo pare condannarla. Penso però che come ciclicamente accade, diciamo ogni 40 anni, il nostro tempo sia un altro tempo di rivoluzione, cambiamento mondiale. Di equilibri, sorti, incontri. Occorre esserci. Da dentro. E portare le proprie istanze. Non star zitti, insomma.
    Renzo

  7. Non era mia intenzione accentuare la questione “anagrafica” relativa al problema. Anche a me sembra che non conti l’età (semmai contano i soldi). Io volevo parlare di “necessità”, ma sembra che proprio la nostra/loro necessità non possa essere messa in discussione…
    Un saluto.

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