gocce di scritturaCARIBALDI | Piccola precisazione riguardo al titolo, per evitare fraintendimenti. Non ho niente contro il Premio Bancarella, o almeno per ora, la mia attenzione non è mai stata catturata da tale evento, che poi, come tutti gli eventi di questo genere, si sta trasformando, (o è già avvenuto?), in presenzialismo di volti e nomi fritti e rifritti con alle spalle macchine da guerra di case editrici sempre più prolifiche dal punto di vista quantitativo anziché qualitativo, ma tant’è. Tanto poi è il tempo a definire la qualità. Per consolarmi penso spesso, tra lontane memorie universitarie all’esaustiva Storia della letteratura italiana di Giulio Ferroni, a due nomi, Prati e Aleardi, considerati nell’Ottocento poeti di chiara fama, ma dei quali oggi in pochi ricordano persino il nome. Ed a proposito di questa lunga introduzione non posso esimermi dal segnalare un breve saggio del sopra citato Ferroni, ovvero Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero, che può fornire utili indicazioni ai lettori di romanzi e perché no, anche ai giurati del sopracitato premio.
Uso il termine “bancarella” nel senso di luogo in cui si possono trovare, spesso a bassissimo costo, perle rare, libri di cui negli anni si è persa notizia, autori che hanno preferito dedicarsi alla loro opera senza rincorrere festival e salotti televisivi e non. Così, nelle mie peregrinazioni, mi sono imbattuto in una libreria che all’esterno offre, mescolati tra generi e case editrici eterogenei, in una cassa di legno, che fa un po’ cassa da morto, mucchi di libri ad un euro. Ed io, pseudo Martin Eden di provincia, come sempre mi sono fatto abbacinare dal fascino dello struzzo e ho comprato quei pochi Nuovi coralli Einaudi (l’aggettivo Nuovi è quanto mai lontano dalla realtà). Tra questi, ho scovato un testo di Ivan Arnaldi, Il Bisonte Bianco (1989), che si è rivelato una sorpresa, soprattutto per la capacità dell’autore di mescolare vari generi, dal romanzo al saggio, in un incrocio tra Melville, l’Angelo Maria Ripellino di Praga magica e il Michele Mari di Tutto il ferro della Torre Eiffel. Tutti libri da leggere, questi tre, “che ve lo dico a fare?”.
Ma Il Bisonte Bianco è anche, o forse soprattutto, un atto di denuncia contro il massacro e il genocidio degli Indiani d’America, contro il sistematico espandersi del capitalismo protestante –tematica quanto mai attuale- che nel tempo ha affinato tecniche di affermazione spietate. Così, lo spunto narrativo di fondo, forse un po’ debole rispetto al resto, è solo occasione per una riflessione colta, ricca di rimandi –Melville e la sua Balena Bianca su tutti, il Leviatano, etc- sulla figura del bison, bisontis (per dirlo alla latina), così vicina all’ancestrale toro che già in epoca micenea rappresentava il mito, il simbolo della natura, con il quale l’uomo era costretto a confrontarsi e che poi si è perpetrata nel moderno rito della corrida.
Seguiamo il protagonista, Isacco Babel (ricordate Isaak Babel’?), che parte alla ricerca del bisonte bianco, accompagnato dal pistolero Shane, figura di cavaliere che molto ha in comune con le figure medievali del ciclo bretone di Chrétien de Troyes e si imbatte in vari personaggi, che hanno popolato e popolano universi contemporanei di fumetti e celebri lungometraggi.
Colpisce, nell’opera di Arnaldi, la finezza con cui analizza l’epopea della Frontiera, il mito dell’West, tra figure spietate di assassini di indiani e di cacciatori di bufali, protagonisti di una campagna sistematica di sterminio che ha permesso di estromettere e ridurre in minoranza i pellerossa. Così l’infanzia di noi adulti (absit iniuria verbis) assume un sapore amaro, capta un odore dolciastro di sangue e fa persino rabbia, vi dirò, riascoltare Buffalo Bill di De Gregori. Incontriamo Calamity Jane, David Crockett, Custer, Geronimo, figure che poi sono passate alla storia, grazie a un processo di mistificazione che ha teso a giustificare azioni inqualificabili, atroci, ma che hanno costruito e imposto miti e valori, che nel tempo hanno avuto la meglio sulla verità storica. La simbiosi tra gli Indiani e il bufalo è stata tranciata di netto ed è stata una delle cause principali che ha permesso la nascita e la colonizzazione di un territorio che, fino all’arrivo dei coloni, era regolato da ben altri equilibri.
Ma non intendo fare del semplice trito e ritrito antiamericanismo. Niente politica, s’il vous plaît. Che poi ci infarciamo di retorica e perdiamo il gusto di non prenderci sul serio, cosa fondamentale e cosa che ne Il Bisonte Bianco, è uno dei tratti distintivi dello stile e della narrazione. Voglio solo porre l’attenzione su un autore, Ivan Arnaldi, che meriterebbe maggiore attenzione. Così, soffermiamoci di più sulle bancarelle, che magari, in un mattino d’estate, per caso, vi mettono in mano pagine ingiallite ma che, se guardate bene, sono velate di polvere d’oro. In Italia, di questi tempi, ci sono anche quelle.

Disegno di Renzo Francabandera

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