i giusti CamusRENZO FRANCABANDERA | E’ una rilettura de I Giusti di Camus sicuramente di giovanile compattezza quella di recente proposta la Piccola Compagnia Stabile – SR di Brescia durante “Ecce Histrio!” rassegna di compagnie emergenti, nel capoluogo lombardo.

La vicenda, come noto, ispirata a fatti realmente accaduti, è quella di un gruppo di rivoluzionari, intenti a progettare un attentato contro il monarca, per instaurare una società egualitaria. Il gioco drammaturgico si risolve eminentemente all’interno del gruppo stesso, fra ardimenti e frustrazioni, sentimenti e ideologie.

Il gruppo di giovanissimi interpreti (Matteo Bertuetti, Davide Di Maria, Sara Manduci, Pietro Mazzoldi, Gian Marco Pellecchia, Alice Saligno) lavora su un’impostazione di sostanziale autoproduzione, in cui però riescono con particolare pregio i ragionamenti su luci (Sergio Martinelli) e spazi, dentro e fuori un cubo scenico che reca, sul fondo, la stilizzazione di una metropoli contemporanea, una sorta di google map anonima, ragnatela a fondo palco, mappa di un piano eversivo da compiersi. La regia di Antonio Palazzo, che ha lavorato all’adattamento del testo, come in alcuni recenti lavori di Cesar Brie, legge un dentro e un fuori sul palco, con un quadrato interno entro il quale l’azione e i personaggi vivono e un esterno in cui svaniscono e tornano attori (anche se questa parte più concettuale legata allo spazio teatrale non ha poi uno sviluppo concettuale).

La lettura del testo ha il pregio di proporre un Camus teatralmente godibile, dai ritmi freschi e non intellettualistici, generando un pathos che forse ancor maggiore potrebbe essere se trovasse il coraggio delle scelte del contemporaneo, enfatizzando la portata universale della dinamica interpersonale, frustrata in questa lettura da una scelta su costumi e oggetti di scena d’epoca, che storicizza oltre il necessario l’allestimento.

La pièce rimane godibile, alcune individualità paiono in crescita e l’impianto generale curato. Ragionamenti e revisioni occorrono sul lavoro fisico e su alcuni movimenti al limite del performativo ma che non trovano appiglio nel resto del lavoro concentrato sulla parola. Così pure sicuramente un approfondimento è dovuto sui tempi delle transizioni (un’interminabile smontaggio della gabbia cubo, fra suoni di rivoluzione e metaforiche barricate di sedie e tubi separa il primo tempo dal secondo), e sui personaggi, ulteriore rispetto alla ricerca del ritmo, che possano avvicinare la resa attorale al paradigma dell’universale. Insomma dopo essere riusciti a dare il giusto ritmo, il reintrodurre la portata filosofica può regalare all’indagine del gruppo e ai singoli interpreti una profondità ulteriore, con poche aggiunte e poche sottrazioni: una profondità che il lavoro fin qui svolto, nella sua sostanza, merita.

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