Familie FlözRENZO FRANCABANDERA | La frase “Non mi ha fatto ridere” è fra quelle che secondo me devono dare sempre da pensare a chi la riceve, e anche a chi la dice e ne dovrebbe far sempre venire in mente un’altra, fondamentale per l’interpretazione del letterario: “Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico”.

La maggiore o minore accessibilità dell’elemento scatenante una dinamica umoristica non è determinante della qualità della medesima. Eppure una delle questioni su cui più facilmente la distinzione in una società complessa si fa evidente è quella su cosa fa ridere. E del prevalere del codice comico sull’umoristico, della superficiale preferenza dell’avvertimento sul sentimento.

Non è una caso che alcuni programmi cult e che sono stati veri spartiacque della cultura massmediatica social-nazionale avessero in sé come centrale la questione della risata comica. Mi vengono in mente programmi come il Drive in degli anni Ottanta, o il Bagaglino degli anni Novanta. Ho persino memoria di uno show televisivo di inizio anni Ottanta, condotto da Franco e Ciccio, con estenuanti gag cui partecipava la non filiforme Luciana Turina, che finivano tutte con lei in braccio a uno dei due, e l’uno che rivolgendosi all’altro diceva: “Lasciamo cadere la cosa?” e l’altro che annuendo diceva “Lasciamo cadere la cosa!”. E la cosa era lei. La signora di Pirandello, esattamente quella, schiacciata sulla prima delle due declinazioni dell’esempio di inizio pezzo.

E anche il Drive In funzionava in fondo così, e trent’anni dopo Zelig o Colorado, con tormentoni e piccole trovate, il cui calibro poetico, ammesso se ne possa misurare l’intensità senza incorrere in ridicole ricerche di coordinate sull’asse delle ascisse e delle ordinate tipo L’attimo fuggente, il cui calibro poetico, dicevamo, era per generale consapevolezza modestissimo. Se non nullo. Quest’ultima circostanza sanciva in genere il grande successo del programma.

L’avventurarsi in questo tipo di dissertazione introduttiva vale la raffica di pensieri all’uscita dallo spettacolo Hotel Paradiso di Familie Flöz, al Massimo di Cagliari. La compagnia è una storica compagine di attori che recitano in maschera dal 1996, e che hanno l’intendimento di narrare, attraverso vicende di una pluralità di personaggi, le questioni della nostra società senza didascalicamente menzionarle ma per indiretta metafora e astratto sentimento. Ma quando uno spettacolo si porta al bordo fra il poetico e la situazione comica, il terreno diventa tipicamente scivoloso e il rischio di finire nello scontato maggiore.

L’avventurarsi vale il tentativo di darsi ragione del perché durante lo spettacolo la spettatrice dietro di me ha riso a scatafascio e io neanche una volta. E che anzi, alla lunga il codice comico (e non umoristico/satirico) che lo spettacolo cercava, in me non incontrava alcuna corda risonante.
Il primo Verdone, giusto per calibrare le convergenze della mia risata, mi faceva ridere. L’ultimo no. Mai.
Preferisco Woody Allen a Mr. Bean.
La commedia all’italiana mi faceva (e fa, pur dopo mille e mille visioni) ridere. I b-movies no (anche se sto rivalutando la scorreggia e non sono contrario alla riabilitazione di Banfi).
Monty Python (almeno nei primi loro film) mi facevano ridere. Benny Hill molto meno.

Mi sono chiesto anche se fossi un infelice perché durante Hotel Paradiso non ridevo della vecchia proprietaria che bacchettava a ritmo, col suo bastone, gli impiegati dell’immaginario hotel per le loro sciocchezze infantili, o delle piccole trovate, situazioni, che scatenavano la risata comica. O se invece fossi un felice perché questo tipo di cose mi erano totalmente indifferenti, tanto che la loro sommatoria si è approssimata per me all’asintoto funzionale della noia. E che a poco valevano episodici tentativi di levità poetiche che tuttavia mai erano in grado di riscattare l’andamento complessivo del lavoro.

Turina Franco e CiccioNé varrebbe dire quali sono le determinanti di questo limite, che consta forse di noiosissime sovrastrutture, armamentari ideologici, ma anche di immaginazioni e immagini fresche. E queste ultime poco, in onestà,ricorrevano durante lo spettacolo. Che era fatto di sequenze abbondantemente viste e riviste in sit-com, film e altro genere di comicità di maglia più larga, da cui in genere mi tengo volutamente lontano.

Proprio per questo lo spettacolo ha lasciato un senso di fastidio inspiegabile. Perché ero andato con l’ardente desiderio di ridere, sorridere, immaginare secondo il mio codice, quello che più familiare, mentre mi sono trovato in una sequenze di gag e situazioni da commedia degli equivoci, da vaudeville moderno, e da cabaret senza slanci.
Poi tornato a casa Pirandello ci ha tranquillizzato.
Per questo l’avventurarsi in questo tipo di dissertazione, in fondo non ha molto senso, perché dovremmo spiegare il perché di una risata e dire di quella differenza, e del perchè si ride dell’umoristico e non del comico. Una questione solo in apparenza facile. Avremmo dovuto confrontarci, col vicino di poltrona, con un vissuto che sempre mi lascia con il desiderio di non dover ridere per l’avvertimento del contrario, ma attivare lo schema della riflessione, per passare dall’avvertimento al sentimento.
Sono sicuro che a una larga parte di lettori il confuso dissertare delle righe sopra dica qualcosa. A molti altri no. Ai primi, elitariamente o meno, pirandellianamente o meno, si rivolge il mio invito, potendo scegliere loro fra la sala e una passeggiata, a preferire, nel caso di Hotel Paradiso, e in caso di identità di vedute/risate, i due passi. Non perche’ un brutto spettacolo in assoluto. Non e’ nemmeno questo in discussione, vista la cura dei particolari, le luci, le scene. Ma semplicemente perche’ per me questo spettacolo non faceva ridere. Né sorridere. Né ghignare. Né sghignazzare. Niente. Perchè ha solo provato ad avvertirmi.

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