ferrari poesiaCARIBALDI | Si fa un gran parlare in questi giorni di Fabio Volo, soprattutto da quando è stato ospitato nelle pagine del Corriere della sera. Per molti è un’onta, uno sgarbo, un’offesa ai “dotti, medici e sapienti”. L’ex fornaio ha venduto circa sette milioni di copie e credo sia questo il solo dato interessante sul quale dovremmo effettivamente riflettere. Sono forse tutti dei superficiali semianalfabeti e dal cervello fuso i suoi lettori? Non lo credo. Per di più non c’è stata la stessa reazione a casi simili: tutti a parlare di Volo, ma ci sono anche i libri di Moccia, quelli di Walter Veltroni (con relativa recensione entusiasta dell’allora direttore Gianni Riotta sull’inserto domenicale del Sole24ore) o la raccolta di poesie dall’enigmatico titolo I fiori sul parabrezza di Silvana Giacobini per aggiungere esempi recenti. Ma sono in pochi ad essersi realmente adontati. Erano forse opere di altro calibro?

Ecco, per farla breve, credo che questi siano, in modi diversi, autori che intercettano pubblico, ovvero riescono, grazie al loro talento a trovare lettori interessati alle loro storie. Ma in questi casi, senza troppa puzza sotto il naso, ci si dovrebbe interrogare sul perché, sui motivi compositi che portano a tali successi. Anche, e soprattutto, sono i lettori/acquirenti a svolgere un ruolo fondamentale, ma di questo poco si parla. Non ci possiamo fermare alla punta dell’iceberg. Sembra, talvolta, in questo mare magnum di polemiche, che non ci siano alternative o meglio, che nessuno abbia voglia di cercarne o di parlarne e polemizzando su Fabio Volo non si fa altro che continuare ad alimentare il suo focherello.

Ma invece di fare una bella solfa sociologica, di quelle che partono da Drive in, per seguire la deriva italica da televisione commerciale, forse è più interessante cercare di parlare ed interessarci noi di altro. Ci sono le alternative, eccome, che magari cercano di confrontarsi col nostro passato letterario tenendo presente che noi siamo anche, e soprattutto, il paese di autori come De Roberto, Fenoglio, Gadda, Primo Levi, Landolfi, Malaparte, solo per citarne alcuni. Poi, in tutto questo dibattito su Volo, non preoccupatevi troppo. Non dimenticate quell’attento osservatore del Tempo, educato gentiluomo che senza strepito alcuno, lascia che nel corso degli anni gli strilli si trasformino in lievi sussurri e poi ciascuno torni al posto che gli compete. La fama attuale di Prati e Aleardi, poeti di grido nel secolo dell’Unità d’Italia, ne sia testimone.

ivano ferrariQuindi, ripeto, cerchiamo noi per primi di interessarci di altro. Ci sono autori poco conosciuti che meritano attenzione. Un nome? Ivano Ferrai del quale Einaudi ha da poco pubblicato la quarta raccolta, La morte moglie. Mi viene in aiuto una frase di Antonio Moresco che appare sulla quarta di copertina: “Se non vivessimo in un paese di morti, questa voce dissonante ed unica non sarebbe solo una voce marginale intesa da pochi ma voce centrale della poesia italiana di questi anni”. Mi piacerebbe che Ferrari fosse conosciuto da coloro che leggono queste righe, ma credo (forse?) di sbagliarmi. Ed è un peccato. Ferrari, classe 1948, ha al suo attivo solo quattro raccolte: La franca sostanza del degrado, Macello, Rosso epistassi e la sopra menzionata. Poche righe non bastano per parlarne, sarebbe riduttivo. Nel mio piccolo mi limito a  fornire solo spunti tratti dalla sua raccolta, a mio parere, più intensa: Macello. Questo detto senza nulla togliere alle altre. Credo, tuttavia,  che questa raccolta, pubblicata nel 2004, nella sua liricità e verità intense, sia straordinaria. Poesia nella sua più alta accezione. È una piccola silloge dalla quale propagano una forza e un’energia lirica dirompenti. Siamo in un mattatoio –Ferrari ha lavorato per alcuni nel macello comunale della sua città natale, Mantova- e qui si svolge quella cruenta e spietata sopraffazione, violenza silenziosa e quotidiana dell’uomo sull’animale e di conseguenza dell’uomo sui suoi simili. Nella silloge è soprattutto dell’essere umano che si parla, della sua indifferenza, del suo protervo profanare, del suo istinto primordiale di sopraffazione e di indifferente cupidigia. Dentro –e non paiano retorici questi riferimenti- ci sono la Siria, la Palestina, la Cina, Quarto Oggiaro e Scampia, gli episodi di bullismo, la prepotenza del nostro vicino d’auto a un incrocio, il nostro camminare svelti a testa bassa per non fare tardi a un appuntamento. Detto con banalità, c’è la vita. E lascio a due sue poesie il compito di terminare:

 

È fuggito un toro nero

erra sul cavalcavia

impaurendo il traffico,

lo rincorriamo

impugnando coltelli

bastoni elettrici e birre

corre si ferma torna

arrivano i carabinieri coi mitra,

ora è steso su un velo d’erba

e sussurra qualcosa alle mosche.

 

(Macello, Einaudi)

 

***

Macellatori contro facchini

palla il cuore sodo del toro

terreno scivoloso

pali due paranchi vuoti

arbitra un vigile sanitario.

 

(Macello, Einaudi)

 

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